Viganò a LifeSiteNews: Leone Ha Accelerato, non Rallentato, l’Agenda di Bergoglio.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione la seconda parte dell’intervista concessa a Life Site News dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Buona lettura e diffusione.

§§§

INTERVISTA

concessa a Gaetano Masciullo per Life Site News

Seconda Parte

 

 

Gaetano Masciullo: In tutta questa crisi Lei ha sempre indicato nella riforma liturgica non una conseguenza ma una causa. Perché la questione della Messa è, a Suo giudizio, anteriore e più decisiva di quella dottrinale? E che senso ha, in questo quadro, l’accanimento di Traditionis Custodes, mantenuto intatto da Leone XIV?

 

Perché la Chiesa ha sempre saputo ciò che i modernisti hanno volutamente dimenticato: ut legem credendi lex statuat supplicandi. È la legge della preghiera che stabilisce la legge della fede, e non viceversa. Il popolo cristiano non impara il dogma dai manuali: lo respira dall’altare. Un uomo che per anni si è inginocchiato davanti al Santissimo, che ha visto il sacerdote rivolto a Dio e non all’assemblea, che ha assistito alla Consacrazione nel silenzio sacro del Canone, crede nella Presenza reale e nel Sacrificio anche se non saprebbe formularne i relativi dogmi; e nessun teologo riuscirà a togliergli quella fede. Ma se gli si muta la preghiera, gli si muta la fede senza che egli se ne avveda, e senza che nessuno abbia dovuto scrivere una sola proposizione eretica.

 

Ecco perché dico che la riforma liturgica non fu una conseguenza della crisi: ne fu lo strumento. Era il modo più rapido e più sicuro per ottenere ciò che una definizione non avrebbe mai ottenuto. Ed è, si noti, l’applicazione perfetta di quel principio bergogliano secondo cui il tempo è superiore allo spazio: non si definisce nulla, si avvia un processo, e si lascia che un paio di generazioni facciano il resto. Chi volesse una conferma legga il Breve esame critico dei Cardinali Ottaviani e Bacci, che già nel 1969 avvertirono che il nuovo rito «si allontana in modo impressionante, nell’insieme come nel dettaglio, dalla teologia cattolica della Santa Messa quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio di Trento». Non lo scrivevano due sediziosi: lo scrivevano l’ex Segretario del Sant’Uffizio e un Cardinale di Curia. Furono ignorati, e oggi le statistiche sulla fede nella Presenza reale confermano quanto avessero ragione. Cranmer aveva compreso quattro secoli prima che per cambiare la religione di un popolo basta cambiargli la Messa, e non ebbe bisogno di negare un dogma per estirpare il Santo Sacrificio dall’Inghilterra.

 

Quanto a Traditionis Custodes, esso è la confessione più eloquente che i nostri avversari potessero rendere. Se i due riti esprimessero davvero la medesima fede, perseguitarne uno sarebbe un capriccio inspiegabile: lo perseguitano perché sanno benissimo che non esprimono la medesima fede, e che finché un solo altare custodirà l’antica lex orandi la nuova non potrà dirsi vittoriosa. E si badi che sotto Prevost quel documento non è stato né ritirato né mitigato: è stato invece applicato in modo ancor più ferreo, con una minuzia che Bergoglio non aveva avuto il tempo di esercitare. Che proprio Leone — che tanto parla di accoglienza e di ascolto — si accanisca sulla Messa di sempre, prova a chi ancora sperava in lui che nella chiesa sinodale c’è posto per tutto, tranne che per il rito nel quale la Chiesa ha pregato per secoli.

 

Gaetano Masciullo: Prevost è stato eletto anche grazie a chi sperava in un ripristino dell’ordine giuridico, ma nei fatti egli sembra proseguire l’agenda del suo predecessore, semplicemente rallentandone il passo e delegando le decisioni più spinose alla Curia. Questo stile più flemmatico e “dialogante” non rischia di essere ancora più insidioso per la difesa del dogma rispetto all’autoritarismo diretto di Francesco?

 

Devo correggere la premessa della domanda, perché è proprio l’equivoco su cui Prevost conta. Non si può affatto dire che egli proceda piano piano: sta procedendo a marce forzate, senza minimamente preoccuparsi delle reazioni — anche perché le reazioni sono poche, e quelle poche vengono prontamente sedate. Ciò che è cambiato rispetto a Bergoglio non è la velocità: è il volto. Bergoglio urlava, e chi urla sveglia; Prevost sorride, e chi sorride addormenta. Ma è un sorriso glaciale, il ghigno di chi sa di non incontrare resistenza.

 

Si guardi ai fatti, non ai modi. L’agenda non è stata rallentata: è stata potenziata su tutti i fronti — sinodalità, ecologismo, immigrazionismo, ecumenismo sincretico, normalizzazione dell’ideologia LGBTQ+. E si guardino soprattutto le nomine, che di un pontificato sono la prova del nove: non ve n’è una sola che faccia eccezione; non un uomo di dottrina sicura promosso, non un nemico della Fede rimosso. Su ciascun capitolo Prevost è andato oltre il predecessore.

 

Il 13 agosto scorso, a Cusco, in un convegno preparatorio al viaggio di Prevost in Perù, Mons. Jordi Bertomeu — Commissario pontificio del Dicastero per la Dottrina della Fede — ha deposto foglie di coca nell’offerta all’idolo infernale della Pachamama insieme a Mons. Lizardo Estrada Herrera, Vescovo ausiliare di Cusco e Segretario generale del CELAM, e a Mons. Miguel Ángel Cadenas, Vescovo di Iquitos. Con Bergoglio la Pachamama era entrata nei Giardini Vaticani e nella Basilica di San Pietro come un gesto scandaloso; con Prevost è entrata nel Dicastero che avrebbe il compito di condannarla — e vi è entrata per mano di chi, in quel Dicastero, amministra la giustizia. Non è un rallentamento: è un’istituzionalizzazione.

 

Lo stile di Leone è misurato solo in apparenza. Il latino qua e là, la mozzetta indossata anche a sproposito — persino scendendo dall’aereo —, il tono cortese: sono anestetici somministrati a un corpo ormai incapace di reagire. E l’anestetico non attenua la violenza: la rende possibile.

 

I conservatori si sono lasciati incantare dalla forma. Ma in verità non c’è nemmeno quella. Chi si accontentava della mozzetta ha avuto la mozzetta e nient’altro, e ha pagato quel pezzo di stoffa con il silenzio su tutto il resto.

 

Vi è infine l’aspetto che rivela la natura autenticamente tirannica di questo governo, ed è la delega. Prevost delega alla Curia, ai Dicasteri, alle Conferenze episcopali, ai «processi sinodali», in modo che nessuna decisione porti la sua firma e ognuna possa essere presentata come frutto di un discernimento collettivo. Non è mitezza: è la forma più perfetta del potere assoluto, quella che esercita il comando senza assumerne la responsabilità. Il tiranno antico firmava i suoi editti e ne portava l’odio; il tiranno sinodale fa deliberare gli altri e resta al di sopra, arbitro e mai imputato. È la dissoluzione della responsabilità personale del Papa — esattamente ciò che la sinodalità si propone — e chi non decide mai non può mai essere contraddetto. Il Papa che non decide è il Papa che ha deciso di lasciar fare, e che ha trovato il modo di non renderne conto a nessuno.

 

Gaetano Masciullo: Lei è intervenuto pubblicamente sul caso di Eleuterio Vásquez González, detto Lute, il sacerdote peruviano accusato di gravi abusi su bambine nella diocesi di Chiclayo. Quando Leone XIV era vescovo di quella diocesi, l’indagine canonica fu definita da un delegato ecclesiastico “una farsa”; eppure oggi il Papa ha come segretario personale Edgard Rimaycuna, sacerdote cresciuto proprio nella cerchia pastorale e vocazionale di Lute.

Un altro prelato di rilievo, il venezuelano Edgar Peña Parra – già Sostituto della Segreteria di Stato e oggi Nunzio per l’Italia e San Marino – fu da Lei denunciato nel 2002 per accuse gravissime, dall’abuso di seminaristi minori a presunti legami con morti violente, accuse poi sistematicamente ignorate da Bergoglio.

Alla luce di questi e altri casi, ritiene che nella Chiesa si sia consolidato sotto Bergoglio un vero e proprio “network” di protezione reciproca tra uomini di potere, nel quale omissioni e responsabilità vengono coperti per preservare gli equilibri interni? E, se sì, quanto è esteso questo fenomeno ai vertici della Santa Sede?

 

Il caso Lute riproduce con esattezza impressionante il modus operandi di altri gravissimi casi, da McCarrick a Rupnik: le vittime che denunciano e non vengono ascoltate; un’indagine condotta in modo da non trovare nulla; il Dicastero che archivia invocando la prescrizione; l’accusato che non solo resta impunito, ma viene protetto. E accanto a questo, il rovescio necessario: chi espone i crimini e difende le vittime viene distrutto. Mons. Ricardo Coronado, il canonista che aveva assunto la difesa delle tre giovani donne, si è visto revocare l’abilitazione forense ecclesiastica dalla Conferenza Episcopale peruviana nell’agosto del 2024, e quattro mesi dopo è stato ridotto allo stato laicale con un decreto che — si noti — non recava la firma autografa di Bergoglio. Chi accusa perde il sacerdozio; chi è accusato conserva tutto. E qui non vi è nulla da interpretare: il Vescovo di Chiclayo che condusse quell’inchiesta definita «una farsa» da chi la conobbe da vicino siede oggi sul Soglio di Pietro, e ha voluto accanto a sé, come segretario personale, un sacerdote formato nella cerchia di Padre Lute. Non sono dettagli biografici né sfortunate coincidenze: sono la prova che in questo sistema la vicinanza a certi ambienti non è un ostacolo alla carriera, ma la condizione per farla.

 

E si osservi una coincidenza che coincidenza non è. Il medesimo Mons. Jordi Bertomeu che a Cusco ha offerto foglie di coca alla Pachamama è l’uomo che nel Dicastero per la Dottrina della Fede ha inaugurato — e giustificato in linea di principio — quell’interpretazione del diritto canonico per cui le procedure ordinarie, con le garanzie che esse assicurano all’accusato, vengono sostituite da strutture parallele e da poteri commissariali straordinari. È la dottrina giuridica che rende possibile la sorte di mons. Coronado: là dove la procedura cede alla volontà del commissario, chi dà fastidio è perduto in partenza, e non gli resta neppure il diritto di difendersi. Coronado, prima di essere ridotto allo stato laicale, fu stato accusato di atti infami senza uno straccio di prova.

 

E questo non è un caso isolato. Quando un sacerdote peruviano, don Omar Sánchez, criticò pubblicamente la gestione del Commissario Bertomeu, ventidue giorni dopo comparve sulla stampa un’accusa di abuso a suo carico — accusa che il presunto denunciante ha poi smentito pubblicamente, dichiarando di non aver mai sporto alcuna denuncia.

 

Chi alza la voce contro il sistema scopre di avere un fascicolo a suo carico. E l’uomo che depone foglie di coca alla Pachamama è il medesimo che spoglia del sacerdozio chi ha difeso le tre giovani vittime di Padre Lute a Chiclayo. Questo ci dà la misura di che cosa sia diventato il Sant’Uffizio.

Quanto a Peña Parra, mi consenta una precisazione che ritengo importante. Del suo caso mi occupai molto prima, quando ero Delegato per le Rappresentanze Pontificie presso la Segreteria di Stato. Le accuse — la seduzione di due seminaristi minorenni a Maracaibo nel settembre 1990, e la connessione nella vicenda di due morti violente nell’agosto del 1992 — erano state trasmesse alla Segreteria di Stato nel 2002 dal Nunzio in Venezuela, Mons. André Dupuy. Ciò non impedì la carriera di Peña Parra. E aggiungo un particolare che dice molto sul ruolo dei media: di quel caso parlai in una lunga intervista al Washington Post, e fu proprio la parte riguardante l’abusatore venezuelano ad essere censurata. Bergoglio lo volle Sostituto; Prevost lo ha inviato Nunzio in Italia.

 

Sì, esiste un network. Non lo dico per congettura, ma per esperienza diretta di decenni nella Curia Romana e in Nunziatura. Esso si fonda su un principio semplice: chi è ricattabile può essere controllato da chi detiene il ricatto. La corruzione morale non è un incidente del sistema: è il suo collante. Per questo il reo o il complice viene promosso, mentre chi denuncia viene isolato e colpito.

 

Quanto è estesa questa rete di corruzione? Basta vedere quanti fra la «discendenza» di McCarrick occupino ancora posizioni di vertice negli Stati Uniti e in Vaticano; quanti dei Cardinali creati da Bergoglio siano stati scelti proprio per la loro corruzione e ricattabilità; e quanti, in Segreteria di Stato e nei Dicasteri, debbano la loro posizione non alla dottrina né alla santità, ma all’appartenenza a una cordata. La risposta è nei fatti, e i fatti parlano da soli.

 

Gaetano Masciullo: A chi giova questo meccanismo? Bergoglio ne fu l’artefice, o vi si trovò invischiato suo malgrado?

 

Né l’una né l’altra cosa, nei termini in cui la domanda è posta. Bergoglio non fu vittima di un sistema, ma non ne fu neppure l’inventore: ne fu il beneficiario e poi il garante. Egli fu eletto grazie alla Mafia di San Gallo, cioè grazie a una rete che aveva progettato per anni la propria presa del potere, e che trovò in lui l’uomo adatto perché spregiudicato, privo di scrupoli dottrinali e straordinariamente abile nell’uso del potere — qualità affinata in una lunga formazione gesuitica di cui conservò per tutta la vita il metodo: l’obbedienza esibita e la manovra sotterranea, la povertà proclamata e il comando assoluto.

 

Una volta eletto, fece ciò che ogni potere illegittimo fa: si circondò di uomini che non potevano tradirlo perché ne conosceva la corruzione e i crimini, e allontanò coloro che, non essendo in alcun modo ricattabili, non erano controllabili. Non è un caso che i suoi più stretti collaboratori — da Zanchetta a Peña Parra — siano personaggi sui quali gravano accuse gravissime, che egli ha sistematicamente coperto e promosso.

 

Esemplare è la vicenda di Marko Rupnik. Nel 2019 il Dicastero per la Dottrina della Fede ne dichiarò la scomunica per l’assoluzione del complice, uno dei delitti più gravi riservati alla Sede Apostolica. Per volere di Bergoglio quella pena gli fu rimessa. Più tardi, nel 2023, la Compagnia di Gesù lo espelleva per disobbedienza, e subito dopo Rupnik trovava un Vescovo sloveno disposto a incardinarlo. Quanto al processo canonico, a più di sei anni dai fatti non se ne sa nulla. Ciò che rende ancor più scandalosa il caso Rupnik è che attorno a lui gravitano ecclesiastici che gli devono la propria posizione, e che proteggendo Rupnik proteggono loro stessi: a cominciare dall’allora Cardinal Vicario Angelo De Donatis, il cui trasferimento dal Vicariato di Roma alla Penitenzieria Apostolica avvenne proprio a ridosso di quel caso. La sua non fu tanto una promozione, come si volle far credere, ma il modo di metterlo al riparo, sottraendolo alle domande che a Roma non avrebbe più potuto eludere.

 

A chi giova tutto questo? Giova, all’interno, a una casta clericale che ha fatto della Chiesa la propria proprietà privata e che ha bisogno dell’impunità per sopravvivere. Giova, all’esterno, a quei poteri finanziari, politici e sovranazionali — cioè globalisti — che hanno interesse a tenere la Chiesa Cattolica sotto ricatto, perché una Chiesa ricattata non parla, non condanna, non evangelizza: ma collabora. Il legame tra deep church e deep state non è una teoria: è la ragione per cui la Santa Sede ha sostenuto docilmente ogni agenda globalista — dal clima alle migrazioni, dalla pandemia alla fratellanza universale, dal vaccinismo al pansessualismo — e per cui ha firmato e ostinatamente rinnovato l’accordo segreto con la Cina comunista, consegnando i Vescovi fedeli e la Chiesa clandestina ai loro persecutori, mentre taceva su tutto ciò che il Vangelo le imporrebbe di gridare.

 

La corruzione morale e la corruzione dottrinale sono le due facce della medesima moneta. Chi ha tradito la Fede tradisce anche la morale, e chi è ricattabile sulla morale è disposto a tradire la Fede — fino all’idolatria, come le foglie di coca deposte a Cusco da un funzionario dell’ex-Sant’Uffizio dimostrano a chiunque abbia occhi per vedere.

 

Gaetano Masciullo: Mentre il Conclave era in corso, un’alta autorità massonica (non farò il nome) mi disse in confidenza: “Vedrà che eleggeranno l’utile idiota di Francesco”. Quando chiesi spiegazioni, questa personalità — molto vicina, invero, agli ambienti curiali romani — mi disse che Francesco aveva nominato cardinali “con scheletri negli armadi” dalle periferie del mondo, con la richiesta di eleggere il “suo uomo” e vedere conservata la sua “eredità sinodale”. Quando fu eletto Prevost, mi disse sardonico: “Habemus Papam! Lo hanno eletto”. All’inizio fui molto cauto, e persino speranzoso nella figura di Prevost. Ora che diversi mesi sono passati, mi chiedo quanto l’interpretazione di questa autorità massonica fosse lontana dalla realtà… Lei cosa ne pensa?

 

Non posso confermare parole che non ho udito, né mi interessa dare credito alle vanterie di ambienti che hanno sempre amato attribuirsi meriti nel governo della Chiesa. Ma posso dire che quella lettura coincide esattamente con ciò che i fatti rendono evidente a chiunque voglia guardarli. Bergoglio ha creato la maggioranza schiacciante del Collegio cardinalizio, scegliendo uomini che nessuno conosceva, di pessima formazione, provenienti da sedi irrilevanti, la cui unica qualifica era la fedeltà personale a Bergoglio e, quasi sempre, una vulnerabilità che li rendeva controllabili. Un Conclave così composto non poteva che eleggere un Prevost, cioè un uomo che garantisse la continuità dell’«eredità sinodale» di Bergoglio.

 

La Massoneria si compiace di questa elezione e ciò non stupisce affatto: si era rallegrata anche per quella di Giovanni XXIII. Essa persegue ormai da tre secoli un unico disegno, che è quello di demolire la Chiesa Cattolica: dapprima svuotandola della sua dimensione soprannaturale e riducendola a organizzazione filantropica, poi sovvertendola dall’interno, e infine trasformandola nell’anti-chiesa, cioè in quella Religione Universale dell’Umanità che ne è il vero fine.

 

La sinodalità, come rivoluzione permanente e quint’essenza di tutte le istanze del modernismo, è quanto di più vicino a quel progetto sia mai stato realizzato dall’interno. Non serve immaginare cospirazioni: basta leggere l’Istruzione permanente dell’Alta Vendita, che descrive con un secolo e mezzo d’anticipo un Papa formato nelle idee della Rivoluzione, eletto da Cardinali formati nelle stesse idee. Se un’autorità massonica si è rallegrata per l’elezione di Prevost, è perché quello che si proponeva si è realizzato. Il rammarico è per quei Cardinali e quei fedeli che, per qualche mese, hanno voluto illudersi. L’espressione «utile idiota» è offensiva, e non la farei mia; ma temo che chi l’ha usata conosca bene la natura dell’utilità che si attende da chi ha eletto.

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12 commenti su “Viganò a LifeSiteNews: Leone Ha Accelerato, non Rallentato, l’Agenda di Bergoglio.”

  1. Mentre si disputa fra la posizione di Mons. Vigano’ e quella dei suoi detrattori, a Roma si riuniscono i soliti Gesuiti, o meglio una parte di essi insieme ad altri cattolici per discutere di come accogliere le persone con preferenze sessuali diverse. Vogliamo ricordare a lor signori che la Scrittura, richiamata nel catechismo, impone di metterli in guardia dallo svolgimento di tali pratiche contronatura quale condicio sine qua non, poiche’ trattasi di persone che i Profeti hanno chiaramente definito abbandonate da Dio per tali abomini ?

  2. “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, MENTENDO, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia” (Mt 5,11).
    Dunque, beato Viganò!

  3. Leggo alcuni commenti nei quali chi rimprovera il papa per gravissimi scandali, errori o documentate eresie, sarebbe contro la Chiesa o contro Cristo. Il problema di fondo, alla fine, è questo: c’è una papolatria. Il papa non è il capo della Chiesa e neppure è la Chiesa; è il vicario. Cioè è il rappresentante, il custode, il “vice”. Ora è lo stesso Gesù che, un’occasione, dice al suo vicario: “satana!”. Anche San Paolo rimprovera duramente S. Pietro in un’occasione. Vi sono “papi” che sono stati dichiarati dalla Chiesa antipapi oppure sono finiti all’inferno secondo il grande Dante (che era ed è rimasto cristiano tutta la vita). Ritenere che rispetto ai chiari insegnamenti del Vangelo e della tradizione bimillenaria della Chiesa, prevalga Bergoglio, è un’eresia palese. Bergoglio che che, tra le altre cose, affermava pubblicamente che un’assassina di creature innocenti era una delle più grandi donne dell’Italia… Ma su, siamo seri! Almeno un pochino.

  4. Una disamina impietosa, puntuale, chiarissima, della tragica situazione in cui versano i vertici ecclesiastici.
    Una sequela di FATTI. Fatti peraltro ributtanti.
    A cui i soliti cialtroni “conservatori” certamente opporranno le loro magnifiche, cavillose e dotte CHIACCHIERE…
    Grande, Monsignore! Il Signore continui a sostenerla, ad multos annos.

  5. Che dice il pretino (ma è vero o è la Diabolical Intelligence ?) che scrive lenzuolate, perché evidentemente cià poco da fa’ ?
    Claudio Gazzoli

  6. Mi pare che l’ultimo colpo magistrale di Prevost sia stato l’innalzamento degli stipendi ai Cardinali, sufficiente perchè non dimentichino la loro “divina” funzione e accrescano la loro Fede in un Papa che mostra di apprezzare esplicitamente l’obbedienza sinodale della Gerarchia..

  7. Simone Torreggiani

    Esagerazioni, distorsioni, iniqua mescolanza tra l’autorevole Magistero dei Papi legittimi e il governo antipapale: montagne di fango gettate sulla Chiesa tutta per le presunte infedeltà di alcuni suoi ministri, arbitrariamente giudicati traviati da chi è più traviato di loro…
    La narrazione di V’ingannò è infarcita di veleni, di insinuazioni, di ‘voci di corridoio’ e accuse più o meno incerte elevate a prove definitive di abominevoli crimini…
    Il prelato traditore, ridottosi ad un amplificatore di scandali (veri o presunti, poco importa: tutto fa brodo…), non fa che usare nel modo peggiore frammenti di verità, mezze verità oltre a pure e semplici menzogne per gettare discredito sulla Chiesa indiscriminatamente, nella perversa speranza di turbare i fedeli e i ministri e indurli ad abbandonare la barca di Pietro nella tempesta (come ha già fatto stoltamente lui stesso), in aperta sfida e ribellione alla linea dolorosamente adottata dal Romano Pontefice legittimo — ossia quella di legittimare l’autorità visibile:

    https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome

    per salvare il salvabile, attenuare gli scandali, dare tempo al tempo, far leva sul bene che c’è in ognuno di noi piuttosto che puntare sempre e solo il dito sul bicchiere mezzo vuoto, contenere i danni piuttosto che sollevare il velo dello scandalo in un frangente in cui non sarebbe possibile porvi rimedio alcuno. Come pretendere di curare una malattia del sangue cavandolo al malato… ma senza avere altro sangue disponibile per tenerlo in vita! Questo è il ‘rimedio’ proposto da Viganò: dissanguare la Chiesa sofferente fingendo di volerla ‘purificare’, ma di fatto cercando di dare il colpo di grazia alla Sposa di Cristo caduta in disgrazia… come se la promessa di Cristo:

    “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.” (Matteo 16, 18)

    non valesse nulla.
    Presto l’empio prelato irredento scoprirà — a sua onta e castigo — che Dio mantiene sempre le Sue promesse!

    Viganò finge che nel ‘sistema’ (che ‘curiosamente’ continua a dare ampissima diffusione all’arcivescovo ribelle tramite canali mainstream come YouTube, ecc.) ci siano solo quelli che lui stesso taccia di modernismo (includendovi implicitamente i legittimi Papi, per il presunto ‘traviamento’ di aver promosso la Santa Messa in Novus Ordo — ecco l’ennesima delirante accusa: la calunnia del traditore che cerca di far ricadere sui Santi i peccati dei miscredenti come lui, miscredenti che, tra gli altri abusi, hanno contribuito a ostacolare la corretta implementazione del Sacro Concilio Vaticano II).
    Vista anche la recente gestione patrimoniale ‘potenziata’ del prelato scomunicato — aggiornata nientepopodimeno che a ‘fondazione’ (che non è proprio uno strumentino finanziario tipico degli autentici oppositori del sistema…)
    Visti gli ingenti investimenti nella riqualificazione della sua villa di Viterbo — investimenti che posso testimoniare in prima persona, perché quando la visitai [vedi: https://sfero.me/article/appello-gesu-salvezza-chiesa ] pareva un gran cantiere edile, con continuo viavai di mezzi per lavori in corso (anche se io, cristiano in cerca di ospitalità e ascolto, fui tenuto rigorosamente fuori…).
    Visto che i suddetti investimenti immobiliari sono stati resi possibili anche mediante la sottrazione di fondi raccolti a sostegno delle monache di Pienza — che Viganò a un certo punto insultò e buttò in mezzo alla strada, senza dar loro un centesimo di quanto loro dovuto:
    (vedi: https://www.youtube.com/watch?v=S74VLgFVC8Y )
    Visto che è tristemente verosimile che per fare un certo tipo di brillante carriera nel sistema è necessario essere altamente ricattabili, mi chiedo quale ‘soggetto sistemico’ possa tenere in pugno il prelato traviato ‘in ascesa’ con la minaccia di pubblicare alcuni tra i suoi più oscuri segreti… sperando nella conversione di costui (o costei, o costoro) per ridimensionare il prelato traditore (che purtroppo si mostra sempre più ostinato sulle vie del male e insensibile alle molteplici esortazioni di chi vorrebbe riportarlo sulla Retta Via), facendo ricadere su di lui la sua giusta quota di quel ‘fango di scandalo’ che iniquamente getta sulla Chiesa di Cristo, approfittando del suo travaglio per aggravare la crisi e proporre false soluzioni.

  8. Spero che queste poche righe, a differenza della mia risposta alla prima parte dell’intervista, abbiano la fortuna di essere pubblicate.

    Nelle risposte di mons. Viganò lo schema è ormai quasi infallibile: si parte da un fatto, si aggiunge un sospetto, lo si collega a un altro sospetto e, alla fine, il sospetto iniziale ricompare promosso al rango di prova.

    Traditionis custodes? Dimostrerebbe che a Roma sanno che le due Messe esprimono due fedi diverse. La sinodalità? Una sofisticata forma di tirannia. Gli scandali? La prova di una rete di corrotti e ricattabili. Le nomine? Uomini del “sistema”. Una confidenza proveniente addirittura da una «alta autorità massonica»? Diventa perfettamente utilizzabile quando conferma la tesi. Curioso criterio: se un Papa viene fotografato accanto a un personaggio discutibile, apriti cielo e partono le genealogie del complotto; se invece una fonte massonica racconta qualcosa che torna utile alla ricostruzione, la confidenza acquista improvvisamente dignità di indizio.

    Ma ciò che più impressiona è il grande assente: Dio.

    In questa rappresentazione la Chiesa sembra ridotta a un campo di battaglia tra corrotti, ricattatori, modernisti, massoni, globalisti e deep church. Ma dov’è Cristo, che ha promesso di rimanere con la sua Chiesa sino alla fine dei tempi? Dov’è lo Spirito Santo? Dov’è l’indefettibilità della Chiesa? Dov’è la Provvidenza, capace di operare anche attraverso la miseria degli uomini?

    Che nella Chiesa esistano peccato, corruzione e uomini infedeli è tragicamente vero. Ma quando tutto viene spiegato attraverso trame umane e quasi nulla attraverso l’azione di Dio, più che difendere la Chiesa soprannaturale si rischia di perderla completamente di vista.

    Forse, dopo tanta deep church, sarebbe opportuno tornare semplicemente alla Chiesa di Cristo, quella contro la quale Egli stesso ha promesso che «le porte degli inferi non prevarranno».

    E infine una domanda: ve lo immaginate un Papa come Viganò, con questo modo di giudicare uomini, fatti e intenzioni? Povera Chiesa!

    1. Fortuna che c’è Lei, Don Pietro Paolo, a riportarmi alla realtà.

      Sono un po’ pesanti le persone che scrivono su Stilum Curiae.

      Pesanti e vagamente ossessionate da idee complottistiche, mi sembra.

      1. Eli mi permetta darle un consiglio : eviti frequentare un blog composto da persone pesanti e vagamente ossessionate da idee complottistiche. Faccia una cosa : si faccia dare la mail di Don PP, che riscuote la sua simpatia, cosicche’ di tanto in tanto potra riceverne le omelie che la tranquillizzano portandole pace e serenita’, evitandole cosi di leggere quanto scrivono i pesanti e vagamente ossessionati. Non le pare una buona idea ?

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