Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questa recensione del film “Naza” (che vuol dire vittime collaterali) pubblicata su Facebook da Sauro Sassi, che ringraziamo per la cortesia. Un resoconto dai toni limpidi e moderati, e per questo tanto più agghiacciante. Interessante, a mio avviso, soprattutto la parte che descrive il controllo totale, preciso, incredibile delle comunicazioni a Gaza da parte di Israele. Un dettaglio che rende una volta di più non plausibile l’idea che Hamas abbia potuto compiere quel raid senza che gli israeliani ne fossero a conoscenza. E, in generale, l’abisso morale di una società che accetta tranquillamente questo orrore. Buona lettura e diffusione.
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Sono andato a vedere l’anteprima del film “Naza” avendo in mente i venticinque minuti di applausi tributati ai registi Yuval Abraham e Rachel Szor alla Biennale Cinema di Venezia e il premio speciale della giuria loro conferito (direi un po’ poco per l’importanza e anche valore dell’opera).
Alla fine degli ottanta minuti di proiezione gli applausi sono stati pochi e timidi.
Nella sala, che aveva i posti esauriti, in gran parte di spettatori giovani, era sceso il gelo, c’era un grande senso di disagio.
Non perché il film non fosse piaciuto ma per lo sgomento di fronte alla narrazione di questi ventiquattro militari, evidentemente di ottima istruzione e appartenenti a classi sociali medio alte o alte, politicamente progressisti, che raccontano la loro partecipazione al genocidio di Gaza (uno di loro ammette esplicitamente che di questo si tratta) come se parlassero di un gioco, un passatempo, un lavoro. Il film racconta di come, storicamente, dopo la guerra del ’67 e la conquista di Cisgiordania e striscia di Gaza, Israele abbia esercitato uno stretto controllo sui palestinesi, fornendo loro la propria rete di comunicazione, prima di telefonia tradizionale poi con la rete mobile.
E’ stato con l’avvento dell’utilizzo degli smartphone che gli israeliani hanno realizzato programmi (Pegasus, Graphite) in grado di infiltrarsi nei telefonini e controllarne pienamente l’utilizzo, vedendo posta, video, foto, ascoltando chiamate, determinando la posizione.
Associato a un software IA chiamato Lavender, i militari israeliani sono in grado di programmare chi uccidere, dove, e quanti innocenti possono essere sacrificati per, ad esempio, sopprimere un militante o un capo di Hamas.
L’algoritmo valuta la vittima assegnando un punteggio in base al quale stabilisce che venti, cento o più innocenti (famigliari, donne, bambini) sono sacrificabili per raggiungere l’obiettivo.
Questi innocenti li chiamano “Naza”, vittime collaterali, e gran parte degli intervistati non si pone il problema della loro morte. Anche perché, dicono, fin dall’inizio i capi dell’esercito hanno deciso di privilegiare l’uccisione negli appartamenti, quindi, inevitabilmente, con la presenza di figli piccoli, mogli, parenti, senza contare chi vive negli appartamenti vicini, considerando che a volte per uccidere un membro di Hamas si radeva al suolo un intero edificio.
Questo raccontano i soldati intervistati, con la tranquillità di chi descrive una gita in campagna.
Dicono che gli ufficiali li invitavano a non porsi limiti morali, di sentirsi parte del “sistema”, e che le loro erano azioni di pulizia.
I palestinesi vanno soppressi, non solo, ma cancellati. Le loro case non solo devastate, ma rase al suolo, bruciate (sanno anche come bruciare nel modo più efficace un edificio). Disegnano molto tranquillamente una mappa con tutti gli edifici, la loro altezza, suddivisi in celle dove effettuare i bombardamenti.
Ma poi la narrazione va in crescendo: non si uccidono più solo i palestinesi per eliminare quelli di Hamas ma semplicemente perché sono palestinesi e vanno cancellati dalle terre del grande Israele, che è solo loro, la biblica terra promessa.
osì iniziano a uccidere le persone in fila per il cibo. Stabiliscono delle linee immaginarie e chi le valica, fosse anche un bambino, viene ammazzato. Uno racconta appunto di un bambino a cui hanno sparato e poi hanno lasciato agonizzare e che è stato divorato dai cani, mentre i soldati stavano a guardare.
Certo, qualcuno di questi soldati ha qualche momento di ripensamento. Uno dice di essersi dispiaciuto della morte di un bambino perché ne aveva visto le foto, scene di comune vita famigliare. Un altro dice che, per la sua educazione, ha sempre considerato il nazismo il male assoluto, e arriva a chiedersi: “Ma ora io che sono?”
Comunque questi soldati sono giovani, sicuramente cresciuto coi videogiochi, ed eseguono queste uccisioni esattamente come se giocassero con una playstation. Addirittura uno afferma di divertirsi molto, e di sentirsi soddisfatto quando realizza gli obiettivi.
Manca completamente un senso morale.
Intanto che scorrono le interviste, prese sul terrazzo di Tel Aviv dove vivono i registi, la videocamera mostra immagini di vita di questa città, moderna, piena di grattacieli, dove la primitiva identità palestinese è stata completamente cancellata: persone che guardano la televisione, che puliscono un tavolo dopo una cena.
Fuori, nella notte piena di luci, scorre un traffico incessante. A sessanta chilometri, di distanza, a Gaza, bagnata dallo stesso mare, si consuma il massacro, come ogni notte.
Le autorità israeliane si sono scagliate contro il film, senza peraltro averlo visto.
I registi sono stati insultati, minacciati, tacciati di tradimento.
Il ministro della cultura vuol togliere loro la cittadinanza israeliana.
Due cose mi sono venute in mente. La poesia di Primo Levi “Se questo è un uomo”, e che questi israeliani che vivono indifferenti nelle loro tiepide case subiscano la maledizione degli ultimi versi del poeta.
Che tra i produttori del film ci sia il regista britannico Jonathan Glazer, ebreo, che ha realizzato “La zona d’interesse”, Oscar per il miglio film internazionale.
Là erano i nazisti che conducevano una vita tranquilla e felice mentre a poche decine di metri gli ebrei passavano per i camini del campo di concentramento. Intanto sento alla televisione che a Gaza è crollato un edificio bombardato, uccidendo decine di persone e tanti bambini.
Che in Cisgiordania un quindicenne è stato ucciso dall’esercito israeliano perché “terrorista”, dato che aveva lanciato sassi, dicono, contro i soldati.
Contro il film “Naza” si scatenano perché rivela, con la forza della parola e delle immagini, quello che Israele, con la complicità dell’occidente, sta compiendo e hanno il terrore che, prima o poi, l’opinione pubblica mondiale si rivolti contro i loro crimini, la loro aberrazione morale.
Sono pronto a scommettere che nella democratica Israele questo film non uscirà mai.
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1 commento su “Ho Visto il Film Naza, (Vittime Collaterali). Capisco perché Israele ne ha Paura. Un’Aberrazione Morale.”
Cuore di tenebra!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/