La virtù della prudenza in colui che è chiamato a governare. Saggio di Don Samuele Cecotti.

Marco Tosatti

 

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo breve saggio di don Samuele Cecotti, Vicepresidente dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa. Buona lettura e condivisione.

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[Diamo pubblicazione on-line del testo in lingua italiana del saggio breve La virtù della prudenza in colui che è chiamato a governare del nostro Vice-Presidente don Samuele Cecotti già pubblicato su Anales de la Fundación Francisco Elías de Tejada (Madrid), anno XXXI/2025, pp. 195-204].

La lezione sempre attuale dell’Aquinate si presenta per i moderni costellata di “scandalose” provocazioni perché irriducibile nelle categorie ideologiche della modernità. Se metafisica e gnoseologia tommasiane rappresentano, in quanto insuperabile realismo metafisico-gnoseologico, la perfezione dell’anti-moderno, non meno provocatoria si presenta la filosofia pratica del Dottore Comune, tanto la morale detta monastica quanto la politica, l’economia e la morale sociale in genere.

Non sono solo singole verità pratiche insegnate dall’Aquinate a contraddire la vulgata moderna e i suoi principi generali ma è la comprensione stessa di cosa sia la morale, di cosa sia l’economia, di cosa sia la politica a dire inconciliabili Tommaso e la modernità.

La considerazione della virtù di prudenza in colui che detiene la regalis potestas ci offre una prospettiva privilegiata proprio per cogliere la incolmabile distanza tra la concezione classico-cristiana della politica, espressa magistralmente da san Tommaso d’Aquino, e quella moderna.

Il solo porre a tema, come fa Tommaso, la questione della virtù per delineare i requisiti del governante significa concepire la res publica, l’ufficio di governare e la politica stessa in modo del tutto altro da come ci ha abituati la modernità. Significa affermare la natura morale della politica e morale pure il criterio dell’agire politico (del governante) secondo una lezione che è tanto classica quanto cristiana. Significa, inoltre, sottolineare la dimensione personale della politica, del governare e dell’essere governati, all’opposto della spersonalizzazione della politica nel Rechtsstaat ridotta a istituzioni, leggi e atti amministrativi impersonali. È una persona chi governa, è una persona chi è governato, è una persona il legislatore, è una persona il giudice, è una persona il comandante militare. Non esistono poteri impersonali. Il buon governo è l’opera di un buon governante.

La modernità politica si afferma come radicale separazione del politico dal morale, la politica è negata quale disciplina morale (scienza e arte del bene comune) e affermata invece come tecnica del potere, della conquista, della gestione e della conservazione del potere inteso a-moralmente. Da Machiavelli alla contemporanea politologia di matrice nordamericana, passando per Hobbes, la politica è sottratta alla filosofia pratica, ovvero ad un orizzonte teleologicamente dato nell’ordine al bene, e consegnata alla tecnica, l’oggetto del sapere/agire politico non è più il bene (comune) ma il nudo potere nel suo dato a-morale[1].

Per la classicità e la cristianità la politica, invece, è scienza e arte del bene comune. È scienza pratica in quanto conoscenza del bene (comune) e di quanto a ciò annesso; è arte in quanto abilità operativa/attuativa nel perseguire quel bene comune previamente conosciuto[2].

In detto orizzonte morale classico-cristiano si situa la lezione dell’Aquinate relativa alla prudenza quale virtù del governante. Prima però di poterci addentrare nella considerazione della prudenza politica è necessario recuperare il significato di prudenza, tanto oggi ci si è allontanati da esso. Infatti nel lessico odierno con il termine prudenza spesso si intende ben altro che la virtù cardinale, spesso si intende la scaltrezza, l’essere abili calcolatori, la capacità di schivare i possibili problemi, l’attitudine a non esporsi e a restare sempre in una vantaggiosa ambiguità, l’essere opportunisti con eleganza. Nulla di più lontano dalla virtù della prudenza, auriga virtutum.

San Tommaso, seguendo la lezione di Aristotele, indica nella prudenza la retta norma dell’azione[3] ovvero quella virtù naturale che ci fa deliberare secondo la debita disposizione al fine. È la prudenza che ci fa scegliere i mezzi adeguati al fine da raggiungere.

Propriamente la virtù di prudenza, «recta ratio agibilium»[4], riguarda la scelta dei mezzi per il fine: «spetta alla prudenza deliberare, giudicare e comandare rettamente riguardo ai mezzi che servono per raggiungere il debito fine»[5]. E il fine è il bene.

Ecco perché la prudenza è auriga virtutum, perché tutte le altre virtù devono essere guidate dalla prudenza per poter concretamente perseguire il bene cui anelano. Ciò tanto relativamente alla morale monastica quanto relativamente alla politica.

Alla prudenza «appartiene solo l’applicarsi della retta ragione alle cose che sono oggetto di deliberazione»[6] dove però necessariamente la ragione pratica coinvolge anche la volontà: «la prudenza propriamente è nella ragione»[7] ma consistendo non «nella sola considerazione, ma nell’applicazione all’atto, che è il fine della ragione pratica […] comporta l’applicazione all’opera, il che richiede la volontà»[8]. La prudenza è così, dunque, chiamata a reggere l’intera vita pratica dell’uomo, in tutti gli ambiti e le dimensioni in cui si svolge, dal governo di se stessi sino alla più vasta comunità politica passando per la famiglia e i molteplici corpi sociali che costituiscono la società civile. Tutto l’agire dell’uomo deve essere prudente, nel senso che deve essere razionalmente ordinato al proprio debito fine.

Parti integrali della virtù di prudenza sono «la memoria per la conoscenza del passato, l’intelligenza per la conoscenza del presente, la docilità per l’acquisto della conoscenza mediante insegnamento, la sagacia o solerzia nel congetturare per l’acquisto personale della conoscenza, la ragione per la capacità di confrontare, la previdenza rispetto al fine, la circospezione rispetto alle circostanze, la cautela rispetto agli ostacoli»[9].  Di tutte, la principale è la previdenza perché la prudenza ha per oggetto «i mezzi ordinati al fine e il suo compito specifico consiste nell’ordinarli al fine dovuto»[10]. Sono dunque le azioni contingenti future quelle che la prudenza è chiamata a comandare[11]: «le azioni passate hanno già raggiunto una certa necessità: poiché ormai è impossibile che quanto è stato fatto non sia. E così pure le cose presenti hanno anch’esse una necessità in quanto tali: infatti, mentre Socrate siede, è necessario che sieda. Perciò appartengono alla prudenza i soli atti contingenti futuri, in quanto sono ordinabili dall’uomo al fine della vita umana»[12].

Se la previdenza è la parte integrale principale ciò non è perché le altre siano meno importanti ma solo perché la previdenza ha più direttamente relazione al futuro anzi perché il comando sia veramente previdente, tutte e sette le altre parti integrali devono darsi e concorrere alla integralità della prudenza: «la prudenza è un pro-vedere: un vedere tutto davanti a sé come in un quadro. Nel presente vede il futuro e il passato, giacché la memoria del passato orienta nel futuro. […] La prudenza è nella ragione, perché implica una perspicacia di confronto nel suo stesso nome: vedere le cose future partendo dal presente o dal passato. Ed evidentemente nell’ordine pratico e non speculativo, perché le compete il deliberare sul da farsi, cioè le azioni da compiere. E siccome queste sono sempre nel concreto singolare, essa conosce i singolari»[13].

La prudenza, ci ricorda san Tommaso, è sia quella con la quale «uno governa se stesso [… sia quella che serve] per governare la collettività»[14]. Tra le specie di prudenza o parti soggettive della prudenza[15] l’Aquinate, dunque, considera, oltre alla prudenza nel governo di se stessi, la prudenza regale[16] di chi governa la res publica, la prudenza politica dei sudditi, la prudenza economica o domestica, la prudenza militare.

La politica, come scienza del bene comune sarà un sapere filosofico pratico che dalla conoscenza dell’ordine naturale (natura dell’uomo) giungerà al riconoscimento del bene comune, del diritto naturale classico, della vita (umana) buona in comunità. Questo lavoro speculativo, ovviamente, presuppone e si avvale della vasta tradizione filosofica-giuridica classico-cristiana senza dimenticare i molti illuminanti esempi politici e giuridici che lo studioso può rinvenire nel passato come realizzazioni storiche di una polis ordinata al bene.

L’oggetto della nostra attenzione non è, però, ora la politica come scienza, quanto piuttosto la politica come arte, l’arte del governare, l’arte propria del governante chiamato a perseguire il bene comune. L’arte politica presuppone la scienza politica, in quanto il bene comune deve essere conosciuto per poter essere perseguito, ma senza identificarvisi.

La politica in quanto arte del bene comune si afferma come sapere “artigianale”, un saper operare nella concretezza delle contingenze e dei particolari per conseguire il bene.  L’azione prudenziale di chi governa e di chi è governato, è quella «specie della prudenza che è detta politica»[17], sarà la prudenza del suddito nell’obbedire ai giusti comandi e sarà la prudenza architettonica del governante nel condurre la comunità politica al proprio fine. Il suddito obbedendo e il governante comandando esercitano la prudenza politica entrambi avendo come fine il bene comune[18].

Il bene comune è/deve essere il fine politico tanto dell’azione di governo quanto della obbedienza dei sudditi, tanto la prudenza regale del governante quanto la prudenza politica dei sudditi riguardano i mezzi in vista del bene comune. Si noti come nella comprensione aristotelico-tomista della politica non vi sia contrapposizione alcuna tra il bene individuale e il bene comune, non c’è spazio per una logica conflittuale tra privato e pubblico, conflitto che invece caratterizza la modernità politica, perché la res publica è intesa in senso organico come corpo sociale-politico e non meccanico come artificio, l’uomo è riconosciuto animale politico e dunque la politicità è per lui naturale così che la comunità politica realizza l’uomo, non lo violenta. Il bene comune è così bene veramente umano: «Ora, come ogni virtù morale in rapporto al bene comune è detta giustizia legale, così la prudenza in rapporto al bene comune è detta politica: per cui la politica sta alla giustizia legale come la prudenza pura e semplice sta alla virtù morale. Chi cerca il bene comune di una collettività cerca indirettamente il proprio bene; e ciò per due motivi. Primo, perché il bene proprio non può sussistere senza il bene comune della famiglia, della città o del regno. […] Secondo, perché l’uomo, essendo parte della famiglia e della comunità politica, nel valutare il proprio bene con prudenza deve farlo in base al bene della collettività: infatti la buona disposizione della parte risulta dal suo rapporto con il tutto»[19].

San Tommaso, proprio considerando colui che ha il governo della res publica, scrive: «La prudenza regale è ordinata a conservare la giustizia. […] è evidente che in colui che ha il compito di governare non solo se stesso, ma anche la perfetta collettività di una città o di un regno, si riscontra una speciale e perfetta forma di governo […] Quindi al re, che ha il compito di governare una città o un regno, la prudenza appartiene nella sua forma più perfetta e specifica. E così la prudenza regale di governare è posta tra le specie della prudenza»[20].

Comprendere l’azione di governo come azione prudenziale significa collocarla nell’ordine dei mezzi e non dei fini. Il fine della politica, infatti, è già dato ed è il bene comune il quale è conosciuto scientificamente (scienza pratica speculativa secondo l’epistemologia aristotelica) come ordine morale inscritto nella natura dell’uomo.

Ciò all’opposto della modernità politica in cui il potere a-morale arbitrariamente si dà, su base ideologica, utilitaristica, demagogica, affaristica o altro, i fini del proprio operare, ovvero decide se e a quale teleologia votarsi.

Per l’Aquinate, invece, la regalis potestas è ordinata al bene comune e solo la finalizzazione al bene comune dà ragione della politica, del governare e dell’essere governati. Ecco perché la prudenza è la virtù per eccellenza del governante, perché governare è azione prudenziale, è scelta dei mezzi in vista del fine che è il bene comune.

Non spetta al governante determinare il fine della comunità politica e del proprio stesso governare, spetta al governante, invece, scegliere i mezzi adeguati affinché il bene comune, che è il fine oggettivo della comunità politica e del governare, si realizzi. Bene comune che è compito della politica, come scienza speculativa morale, conoscere e approfondire. La comprensione prudenziale della politica, così chiara in Tommaso, implicitamente porta con sé il primato della filosofia sul potere, del conoscere sul decidere, dell’ordine naturale sul positivo del comando. L’azione prudenziale del governante è tutta e totalmente al servizio di una teleologia metafisicamente fondata nell’ordine dato dalla natura dell’uomo, fondante la ragione stessa della politica e la legittimità del governare[21].

Colui che governa la res publica è chiamato ad assumere le conclusioni della filosofia politica, intesa aristotelicamente quale scienza morale, come proposizioni universali vincolanti la propria azione, sarà poi la valutazione prudenziale delle contingenze a determinare la decisione politica come scelta dei mezzi adeguati: «La prudenza termina, come a una conclusione, a un’azione particolare da compiere, alla quale applica […] una nozione universale. Ora, una conclusione particolare è dedotta da due proposizioni, una universale e l’altra particolare»[22].

Dire che il governante deve essere prudente significa dire che deve possedere tutte le parti integrali della prudenza in particolare che deve essere intelligente, ragionevole e previdente ma anche solerte, circospetto e cauto. Tutte qualità oggi, in massima parte, assenti dai governanti delle liberal-democrazie, anzi qualità non richieste se non proprio disincentivate dai meccanismi di selezione e di conquista del potere in Occidente. Ciò non è casuale anzi è strutturale perché l’idea tommasiana (che poi è aristotelica e, in ultima analisi, classico-cristiana) della politica e del governo è completamente estranea alla liberal-democrazia.

Nel sistema odierno delle liberal-democrazie la politica è intesa secondo il paradigma materialista della politologia nordamericana e, dunque, ridotta a tecnica del potere. Il governante, non avendo più l’ordine al bene e neppure la prudenza come propria virtù, sarà qualificato dalla abilità nel conseguire, gestire e conservare il potere, nel gestire a proprio vantaggio i rapporti di forza, il che nelle liberal-democrazie si traduce sostanzialmente nella abilità demagogico-attorale ad ingannare il corpo elettorale.

Riconoscere invece l’arte del governo della res publica come parte della prudenza significa, non solo ricollocare la politica nel suo orizzonte morale metafisicamente fondato, ma anche delineare una azione politica che è applicativa e non creatrice, ordinata e non assoluta, concreta e non ideologica.

Chi regge la comunità politica governa il contingente concreto ovvero il campo del multiforme e del variabile, dei casi particolari e dei singolari. Ciò richiede, da parte del governante, non solo la conoscenza dell’ordine (morale-giuridico) universale necessario, dato dalla natura normativa dell’uomo e riconosciuto-conosciuto dalla scienza (filosofia) pratica, ma anche la conoscenza delle realtà contingenti, singolari, particolari oggetto dell’azione di governo e le concrete forme morali/giuridiche/sociali/economiche già sperimentate per le diverse situazioni. Una tale conoscenza non può che venire dall’esperienza stratificata nel tempo, direttamente vissuta o appresa. Ecco allora il ruolo indispensabile della memoria e della docilità per il buon governo.

Chi governa deve basare la propria azione sull’esperienza accumulata nel tempo, ovvero deve fondare le decisioni presenti sulla memoria di quelle passate: «Noi siamo costretti a regolarci sulle azioni future partendo dal passato. E così la memoria del passato è necessaria per ben deliberare sulle azioni future»[23].

Da ciò l’importanza della tradizione come fonte di decisione politica, la consuetudine giuridica come fonte normativa[24], la memoria storica come ammaestramento e guida nelle scelte di governo. Solo nella continuità tradizionale della politica (e del diritto come degli usi sociali e culturali) di un popolo si può dare buon governo come azione prudente per il bene comune. La pretesa anti-tradizionale di creare ex nihilo le leggi e le decisioni di governo sulla base della volontà detta sovrana costituisce la più palese negazione della prudenza politica.

Questa dimensione sapienziale tradizionale dell’esercizio della regalis potestas richiede nel governante la docilità ad «essere istruito da altri: e soprattutto dagli anziani»[25], c’è un sapere politico che attraversa i secoli e i millenni e che deve essere docilmente ricevuto.

Non è un caso se in tutte le civiltà pre-moderne l’auctoritas (anche politica) è stata sempre associata all’anzianità e mai alla giovinezza[26]: Senato a Roma e Gherusia a Sparta e Cartagine, Consiglio degli Anziani nella Firenze medievale e in molte altre città, sceicchi (cioè anziani) sono detti i capi tribù nel mondo arabo così come anziani d’Israele sono detti nella Bibbia i capi del popolo … e presbiteri (cioè anziani) i sacerdoti di Cristo, solo per fare alcuni significativi esempi.

Anche dove il titolare della regalis potestas è giovane in età, tradizionalmente gli si è chiesto di essere anziano per gravitas, severitas, veritas et virtus. Anziano nella saggezza e nei costumi. Inoltre sempre fu tradizionalmente chiesto al governante, tanto più se giovane in età, di essere docile ai consigli degli anziani/saggi, ai consigli di coloro che hanno dottrina, memoria storica ed esperienza politica.

L’immagine del governante che emerge dalla lezione dell’Aquinate e, in generale, dalla tradizione politica classica e cristiana, se non necessariamente quella platonica del re-filosofo, certamente è quella di un uomo chiamato alla saggezza, a condurre la propria azione di governo avendo solido il riferimento finalistico al bene comune, oggetto della scienza (filosofia) pratica, da attuare nella concretezza delle contingenze dunque come regale esercizio di prudenza. Per la qual cosa il governante è chiamato a basarsi sull’esperienza politica-giuridica consolidata nel tempo e sulla memoria storica.

L’uomo di governo deve essere un uomo della tradizione, docile alla verità dottrinale filosofica-teologica-giuridica e rispettoso delle consuetudini, sempre attento alla realtà delle cose. Il suo unico fine deve essere il bene comune[27]. Deve cioè essere un uomo veramente prudente.

Don Samuele Cecotti

(Virtù della Prudenza, Di Piero del Pollaiolo, Pubblico dominio, wikicommons)


[1] Cfr. D. Castellano, Introduzione alla filosofia della politica. Breve manuale, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2020, pp. 15-37 e 55-69.

[2] Cfr. D. Castellano, op. cit., pp. 87-90; G. Turco, La politica come agatofilia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2012; G. Turco, Della politica come scienza etica, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2012.

[3] San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 47, a. 2, sed contra.

[4] Tommaso d’Aquino, Scriptum super Libros Sententiarum, lib. III, d. 33 q. 1 a. 1 qc. 2 arg. 3

[5] Id, Summa Theologiae, II-II, q. 47 art.10.

[6] Ivi, II-II, q. 47, art. 2.

[7] Ivi, II-II, q. 47, art. 1.

[8] Ivi, II-II, q. 47, art. 1.

[9] G. Barzaghi, Introduzione in Tommaso d’Aquino, La virtù della prudenza. Le Questioni della Somma Teologica, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2014, p. 22.

[10] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 48 art. 6.

[11] «la prudenza è la retta ragione delle azioni da compiere […] È necessario quindi che l’atto principale della prudenza sia l’atto principale della ragione rispetto alle azioni da compiere. Ora, tre sono in proposito gli atti della ragione. Il primo è l’atto del deliberare […] Il secondo atto consiste nel giudicare […] La ragione pratica, che è ordinata all’azione, procede oltre e si ha il terzo atto che consiste nel comandare; il quale atto si riduce ad applicare le cose deliberate e giudicate all’operazione. E poiché questo atto è il più prossimo al fine della ragione pratica, esso è l’atto principale di questa ragione e quindi della prudenza» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 47 art. 8).

[12] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 48 art. 6.

[13] G. Barzaghi, cit., p. 19.

[14] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 50.

[15] «Parti soggettive di una virtù sono poi le sue varie specie. E in questo modo sono parti della prudenza in senso proprio la prudenza con la quale uno governa se stesso e la prudenza con la quale uno governa la collettività: le quali, come si è detto, differiscono specificamente. A sua volta poi la prudenza fatta per il governo della collettività si suddivide in varie specie secondo i diversi tipi di collettività» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 48).

[16] «L’arte regale di governo […] è una parte della prudenza politica. […] L’arte regale […] è la specie più perfetta della prudenza […] Perciò l’arte regale di governo sta alla politica di cui parliamo come l’arte dell’architetto sta a quella dei muratori» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 50 art. 2).

[17] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 50 art. 2.

[18] «Con la prudenza comunemente detta l’uomo governa se stesso in ordine al bene proprio, mentre con la politica di cui parliamo lo fa in ordine al bene comune» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 50 art. 2).

[19] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q 47 art. 10.

[20] Ivi, II-II, q. 50 art. 1.

[21] Classicamente il bene comune «è il bene proprio di ogni uomo e, in quanto bene di ogni uomo, comune a tutti gli uomini» (D. Castellano, Introduzione alla filosofia della politica. Breve manuale, cit., p. 53). Per una presentazione tomista del bene comune si veda S. Fontana (a cura di), Le chiavi della questione sociale. Bene comune e sussidiarietà: storia di un malinteso, Fede & Cultura, Verona 2019.

[22] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q 49 art. 2.

[23] Ivi, II-II, q.49 art. 1. Scrive padre Giuseppe Barzaghi OP: «La memoria è indispensabile perché la prudenza è guidata non dal necessario, ma da ciò che vale nella maggior parte dei casi, e l’esperienza nasce dalla somma dei ricordi» (G. Barzaghi, cit., p. 22).

[24] Il concetto stesso di giurisprudenza – iuris prudentia – rimanda in modo evidente a questa comprensione consuetudinaria perché prudenziale del diritto in atto nella sua concretezza storica.

[25] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q 49 art. 3.

[26] Solo una non-civiltà come la nostra odierna occidentale poteva partorire il giovanilismo politico oggi imperante ovvero fare della giovinezza, dell’inesperienza, della impreparazione e dell’improvvisazione spontaneistica un valore politico. arrivando a eleggere ai massimi vertici delle istituzioni persone senza il minimo cursus honorum e senza la minima esperienza politica, con la sola “qualità” di essere giovani e comunicativi.

[27] «Questo bene va perseguito. Deve perseguirlo il singolo uomo e deve perseguirlo la città. Questo bene dev’essere difeso, tutelato, promosso, garantito. Ciò impone che l’ordinamento giuridico di ogni città non può essere “indifferente” nei suoi riguardi o “neutrale” di fronte alle scelte. L’ordinamento giuridico, infatti, è chiamato a indicare e a prescrivere ciò che è giusto e a vietare ciò che è iniquo. Esso, pertanto, nella libertà (che è un valore, anche se non il valore supremo), è chiamato alla promozione umana, cioè ad aiutare gli uomini a diventare migliori. La ragione della città sta in ciò: non nell’essere strumento della volontà (né di quella collettiva né di quella individuale), la quale è spesso causa di disordine, ma nell’essere strumento del bene e dell’ordine affinché ognuno possa perfezionare la propria umanità» (D. Castellano, cit., p. 53).

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