Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista con il prof. Bruno Siciliano. Buona lettura e diffusione.
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Robotica, intelligenza artificiale e futuro dell’uomo nell’era delle macchine
La robotica e l’intelligenza artificiale stanno trasformando profondamente il rapporto tra uomo, tecnologia e società. Dalla medicina all’industria, dalla ricerca scientifica ai servizi quotidiani, le macchine intelligenti sono ormai una presenza sempre più rilevante nella vita contemporanea. Accanto alle straordinarie possibilità offerte dal progresso tecnologico emergono però interrogativi fondamentali di carattere etico, antropologico e sociale: quale sarà il ruolo dell’uomo in una società sempre più automatizzata? La tecnica rimarrà uno strumento al servizio della persona oppure potrebbe arrivare a condizionare la stessa idea di essere umano?
Su questi temi chiediamo il contributo del Prof. Bruno Siciliano, tra i massimi esperti internazionali di robotica ,Ordinario di Automatica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, fondatore e coordinatore del PRISMA Lab (Laboratorio di Programmazione e Robotica Industriale per i Sistemi di Manipolazione Automatizzati), per approfondire opportunità, prospettive e rischi della nuova era tecnologica.
Professore, la robotica è ormai entrata in molti ambiti della vita umana: industria, medicina, ricerca, servizi, assistenza agli anziani e sicurezza. Qual è oggi il livello raggiunto dalla robotica e quali trasformazioni possiamo aspettarci nei prossimi anni?
La robotica ha raggiunto livelli di maturità molto diversi nei vari settori. Si è consolidata innanzitutto nell’industria, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, dove oggi costituisce una componente strutturale dei processi produttivi; negli anni Ottanta e Novanta si è spinta nella robotica per l’esplorazione, per l’esplorazione e l’intervento in ambienti non strutturati e spesso estremi, dal fondo marino allo spazio; negli anni Duemila ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione alla robotica di servizio, con sistemi che svolgono compiti utili per le persone o per apparecchiature, entrando in un numero crescente di ambiti applicativi.
I dati raccolti dall’International Federation of Robotics nel rapporto World Robotics 2025 danno bene la misura di questa evoluzione. Nel 2024 sono stati installati 542.000 robot industriali e, per il quarto anno consecutivo, è stata superata la soglia del mezzo milione. Le vendite di robot di servizio professionale hanno superato le 199.000 unità, con una crescita del 9%, mentre quelle dei robot medicali hanno raggiunto circa 16.700 unità, registrando un incremento del 91%.
È interessante soprattutto osservare dove si sta sviluppando la robotica di servizio, più della metà dei robot professionali di servizio venduti nel 2024 appartiene alla categoria del trasporto e della logistica, mentre tra gli altri principali ambiti troviamo l’hospitality, la pulizia professionale, l’agricoltura, la sicurezza e il search & rescue, l’ispezione e la manutenzione. Il quadro dell’IFR mostra quindi un settore in crescita ed estremamente eterogeneo, nel quale convivono applicazioni già mature e altre ancora di nicchia.
La trasformazione più importante, non è soltanto quantitativa, perché sta cambiando ciò che chiediamo ai robot e soprattutto il contesto nel quale chiediamo loro di operare. Il robot industriale tradizionale è progettato per operare in un ambiente strutturato, dove esegue operazioni programmate con precisione e ripetibilità; la sfida è portare i robot in ambienti meno strutturati e prevedibili, nei quali devono percepire ciò che accade, adattare il proprio comportamento e interagire con oggetti e persone.
Proprio il confronto tra i diversi ambiti applicativi permette di capire quanto questo passaggio sia complesso, a fronte della maturità raggiunta nella logistica, la cura a domicilio resta ancora una nicchia. Nel 2024 l’IFR ha registrato appena 536 unità nella categoria dei robot per la cura a domicilio e sottolinea come questi sistemi debbano confrontarsi con ambienti non strutturati e con compiti fortemente centrati sulla persona, che richiedono livelli particolarmente elevati di sicurezza e affidabilità.
Per questo, una delle traiettorie più importanti dei prossimi anni sarà il passaggio dalla macchina confinata in uno spazio strutturato, a sistemi capaci di operare nel mondo reale e di condividere spazi e attività con le persone, sviluppando non semplicemente una maggiore autonomia, ma soprattutto quella flessibilità, capacità di adattamento, affidabilità e sicurezza necessarie per essere realmente utili nei nuovi contesti in cui saranno chiamati a operare.
La robotica contemporanea è sempre più integrata con l’intelligenza artificiale. In che misura possiamo parlare di «intelligenza» delle macchine? Quali sono le differenze fondamentali tra l’intelligenza artificiale e quella umana?
Quando parliamo di «intelligenza» delle macchine possiamo riferirci a capacità specifiche: percepire informazioni dall’ambiente, elaborarle, apprendere dai dati, prendere decisioni e adattare il comportamento rispetto a un compito.
A partire dagli anni Ottanta, la robotica è stata descritta come la connessione intelligente tra percezione e azione; il robot acquisisce informazioni attraverso i sensori, le elabora e utilizza il controllo per tradurle in azioni attraverso il proprio sistema fisico. L’intelligenza artificiale ha enormemente ampliato le capacità di elaborazione, apprendimento e decisione, ma trasferire queste capacità a una macchina che deve agire nel mondo reale pone problemi profondamente diversi rispetto a quelli di un sistema che opera esclusivamente nel dominio digitale.
È qui che si colloca oggi il tema della Physical AI, l’intelligenza non può essere considerata indipendentemente dal corpo attraverso il quale il sistema agisce, dai sensori di cui dispone e dall’ambiente con cui interagisce. Un robot deve trasformare una decisione in un’azione fisica, rispettando vincoli reali e garantendo controllo, affidabilità e sicurezza.
Il paradosso di Moravec mette in evidenza proprio il punto centrale. Attività di ragionamento di alto livello, che per noi appaiono complesse, possono richiedere a una macchina risorse computazionali relativamente limitate, mentre capacità percettive e sensomotorie che per l’essere umano sono quasi immediate, richiedono risorse enormemente maggiori.
La differenza fondamentale, quindi, non va cercata tentando di misurare l’intelligenza artificiale sulla stessa scala di quella umana. Per le macchine parlerei piuttosto di capacità intelligenti, anche molto avanzate e in alcuni compiti superiori alle nostre, senza per questo identificarle con l’intelligenza umana.
Alcuni studiosi parlano di una possibile «civiltà delle macchine», nella quale sistemi intelligenti e robot potrebbero assumere un ruolo sempre più autonomo nella società. È uno scenario realistico oppure una prospettiva ancora lontana?
L’espressione potrebbe far pensare a una progressiva contrapposizione tra l’uomo e le macchine, fino a immaginare un futuro nel quale queste ultime acquistino un’autonomia tale da assumere un ruolo predominante. Ma vale la pena ricordare che Civiltà delle Macchine è anche il nome della rivista nata nel 1953 su iniziativa di Finmeccanica e affidata nei suoi primi anni alla direzione di Leonardo Sinisgalli, poeta e ingegnere. In un’Italia che si stava rapidamente trasformando da Paese agricolo in potenza industriale, la rivista nasceva dall’esigenza di mettere in comunicazione due culture che tendevano a rimanere separate, quella umanistica e quella tecnico-scientifica, facendo dialogare ingegneri, scienziati, scrittori, artisti e filosofi intorno alle trasformazioni prodotte dalla tecnica.
Quella tensione tra i due poli non veniva risolta scegliendo la macchina contro l’uomo o l’uomo contro la macchina, né attraverso una celebrazione acritica del progresso o un rifiuto a priori della modernità. Anche oggi eviterei quindi di rappresentare uomo e macchina come due realtà indipendenti destinate necessariamente a entrare in competizione, considerando che le macchine sono esse stesse il risultato della conoscenza e della progettazione umana.
Quanto all’autonomia, non stiamo parlando soltanto di uno scenario futuro, perché sistemi capaci di svolgere compiti complessi con livelli elevati di autonomia esistono già. Nel novembre 2024 ho avuto modo di sperimentarlo personalmente a San Francisco viaggiando su un’auto Waymo senza conducente, un sistema capace di percepire ciò che accade nell’ambiente circostante, prendere continuamente decisioni e condurre il veicolo nel traffico senza l’intervento diretto di una persona.
Parliamo però di autonomia rispetto a un compito, per quanto estremamente complesso come la guida, e non di un’autonomia generale della macchina. Lo stesso vale per la robotica perché possiamo progettare sistemi sempre più capaci di percepire, decidere e agire autonomamente in relazione a determinati obiettivi e all’interno di determinate condizioni operative, mentre la capacità di affrontare ambienti completamente aperti e situazioni impreviste continua a rappresentare una delle grandi sfide della ricerca.
I robot umanoidi rappresentano una delle frontiere più affascinanti della ricerca. Quali sono oggi le loro reali capacità e quali sono invece le aspettative spesso alimentate dalla fantascienza?
L’idea di costruire macchine a immagine e somiglianza dell’uomo ha trovato nella letteratura e nella fantascienza alcune delle sue rappresentazioni più potenti, alimentando l’aspettativa di robot antropomorfi capaci di eguagliare o di superare le capacità umane.
A questo immaginario si affiancano oggi dimostrazioni di umanoidi che corrono, fanno capriole, danzano o giocano a calcio, un segno di progressi importanti, soprattutto nella locomozione, ma riguardano capacità specifiche e non vanno confuse con la capacità di operare autonomamente nelle molteplici situazioni del mondo reale.
La difficoltà emerge quando dalla singola prestazione si passa alla capacità di reagire agli imprevisti, manipolare oggetti diversi e adattare il comportamento a condizioni variabili. L’umanoide nasce infatti come piattaforma generalista e, a differenza dei robot progettati per compiti specifici e ambienti strutturati, l’obiettivo è sviluppare una macchina capace di operare negli spazi costruiti per l’uomo e di svolgere attività diverse.
È su questo terreno che si misura oggi la maturità della robotica umanoide, disponiamo di dimostratori avanzati, ma la capacità di svolgere compiti diversi in condizioni reali con i livelli di affidabilità e sicurezza necessari alla coesistenza con le persone resta una sfida aperta.
Esiste il rischio che robot umanoidi dotati di intelligenza artificiale possano creare forme di dipendenza psicologica o modificare profondamente il modo in cui gli esseri umani costruiscono relazioni e comunicano?
Il rischio riguarda innanzitutto il modo in cui noi esseri umani reagiamo all’interazione con una macchina. Quanto più un robot è capace di comunicare attraverso la voce, lo sguardo e i gesti e di adattare il proprio comportamento alla persona, tanto più siamo portati ad attribuirgli intenzioni ed emozioni.
Questo fenomeno emerge con particolare evidenza nella robotica sociale, dove l’interazione con il robot viene studiata anche in contesti di assistenza e con persone fragili. Questi sistemi possono riconoscere alcuni segnali dell’utente, personalizzare l’interazione e simulare comportamenti sociali ed emotivi, favorendo il coinvolgimento della persona. Sono caratteristiche che possono avere effetti positivi, per esempio nell’assistenza agli anziani o nella riabilitazione, ma che rendono anche particolarmente delicata la relazione che può instaurarsi con la macchina.
Le sperimentazioni condotte negli ultimi anni hanno mostrato, per esempio, che molti anziani descrivono il robot come una presenza familiare, assimilabile a quella di un nipote o di un bambino al quale dedicare attenzioni e cure. Si crea così una dinamica nella quale non è soltanto il robot a prendersi cura della persona, ma è la persona stessa a sviluppare un atteggiamento di cura nei confronti del robot.
Questo ci dice molto sulla risposta emotiva che un robot può suscitare, ma non significa che la macchina provi a sua volta emozioni o empatia. Il robot può svolgere attività utili alla cura e favorire l’interazione, ma non sostituisce la presenza dei familiari o dei professionisti della cura.
Il problema non riguarda soltanto le persone fragili. Sistemi artificiali sempre più capaci di adattarsi alle nostre preferenze e alle nostre modalità di comunicazione possono modificare anche le nostre aspettative nei confronti delle relazioni. Una relazione umana implica reciprocità, differenze, imprevedibilità e anche dissenso; un interlocutore artificiale può invece essere progettato per adattarsi continuamente a noi. Il rischio non è quindi soltanto quello di sviluppare una forma di dipendenza dallo strumento, ma anche di modificare il modo in cui ci abituiamo a entrare in relazione con gli altri.
L’intelligenza artificiale e la robotica stanno modificando il rapporto tra uomo e tecnologia. Siamo davanti a una nuova forma di umanesimo tecnologico, nel quale la tecnica può diventare uno strumento al servizio della persona, oppure esiste il rischio di un progressivo ridimensionamento del ruolo dell’uomo?
La tecnica accompagna da sempre la storia dell’uomo e ha contribuito profondamente alla sua evoluzione e al suo modo di rapportarsi al mondo. La questione che oggi si pone con l’intelligenza artificiale e la robotica non è quindi se utilizzare o meno la tecnologia, ma quale rapporto vogliamo costruire con sistemi sempre più capaci di interagire con noi e di entrare negli ambienti nei quali viviamo e lavoriamo.
Per molto tempo, soprattutto nell’automazione industriale, è stato l’uomo a doversi adattare alla macchina: spazi separati, processi rigidi, operazioni organizzate intorno alle esigenze del sistema automatico. Oggi possiamo rovesciare questo paradigma, progettando tecnologie capaci di adattarsi alla persona, alle sue capacità e alle sue esigenze. È il passaggio dall’automazione tradizionale alla collaborazione uomo–robot, di cui il cobot rappresenta uno degli esempi più significativi.
La tecnologia può così non solo coadiuvare l’uomo, ma ampliarne le capacità, secondo un principio che ritroviamo anche nelle tecnologie di Human Augmentation. Un esoscheletro può sostenere una persona nel movimento o ridurne lo sforzo fisico; un sistema robotico chirurgico può aumentare la precisione e la destrezza del chirurgo senza sostituirne il ruolo. In entrambi i casi la macchina estende le possibilità di azione della persona.
È in questo senso che parlerei di umanesimo tecnologico in cui il progresso non sposti l’uomo ai margini, ma lo tenga al centro della progettazione.
Alcuni temono che l’automazione possa portare alla sostituzione dell’uomo in molti lavori e attività intellettuali. La tecnica è destinata a sostituire l’uomo oppure può diventare un mezzo per valorizzarne maggiormente capacità, creatività e libertà?
Bisogna innanzitutto chiedersi che cosa stiamo delegando alla tecnologia. Nella robotica l’automazione ha consentito di affidare alle macchine una parte importante del lavoro fisico, con indubbi vantaggi per la persona. Ma non tutto il lavoro manuale è semplicemente esecuzione, esistono infatti attività nelle quali il gesto incorpora esperienza, destrezza e un saper fare costruito nel tempo.
Lo vediamo molto bene nell’artigianalità e nel patrimonio manifatturiero del Made in Italy, dove la competenza della persona costituisce parte del valore stesso del prodotto. In questi casi la prospettiva più interessante non è necessariamente trasferire l’intero processo alla macchina, ma utilizzare la tecnologia per affiancare la persona, automatizzando alcuni passaggi o fornendo strumenti più avanzati senza disperdere quella conoscenza e quella capacità manuale che rappresentano un patrimonio.
Con l’intelligenza artificiale il problema della delega si sposta anche sul piano cognitivo. Possiamo affidare alla macchina attività di elaborazione, scrittura, sintesi e ricerca, ma il rischio nasce quando l’uso dello strumento diventa una delega passiva del pensiero. Al contrario, la disponibilità di sistemi capaci di produrre rapidamente risposte e contenuti dovrebbe portarci ad alzare il livello delle nostre capacità, diventa allora ancora più importante saper formulare le domande, valutare criticamente le risposte, riconoscerne i limiti, mettere in relazione conoscenze diverse e sviluppare un proprio giudizio.
Qualcosa di analogo accade quando uno strumento robotico entra in un’attività altamente specialistica. In chirurgia, per esempio, la tecnologia può contribuire ad alzare il livello complessivo della prestazione, ma non rende tutti i chirurghi ugualmente bravi: competenza, esperienza, capacità di giudizio e talento continuano a fare la differenza anche nell’utilizzo dello strumento più avanzato.
Da questo punto di vista, il valore della tecnologia non sta soltanto in ciò che può fare al nostro posto, ma anche in ciò che può consentirci di fare meglio. E quanto più lo strumento diventa potente, tanto più diventa importante la qualità — manuale, intellettuale e professionale — di chi lo utilizza.
Il dibattito sul transumanesimo sostiene la possibilità di superare alcuni limiti biologici dell’essere umano attraverso tecnologia, robotica, biotecnologie e intelligenza artificiale. Qual è il suo giudizio su queste prospettive? Ritiene plausibile una futura società «post-umana», nella quale il confine tra uomo e macchina possa diventare sempre più sottile? Dove finisce il miglioramento dell’uomo e dove potrebbe iniziare una trasformazione della natura umana?
La tecnologia ci consente già oggi di intervenire su alcuni limiti del corpo umano e credo che questa possibilità debba essere considerata innanzitutto per gli straordinari benefici che può offrire alla persona. Pensiamo alle tecnologie per la riabilitazione, come le protesi robotiche di una mano o di una gamba e gli esoscheletri, in questi casi la tecnica può restituire una funzione perduta, recuperare autonomia o consentire alla persona di compiere azioni che altrimenti non potrebbe compiere.
Il transumanesimo pone però una questione diversa e più radicale perchè non riguarda soltanto la possibilità di compensare un limite o recuperare una funzione, ma quella di utilizzare tecnologia, intelligenza artificiale e biotecnologie per potenziare progressivamente l’essere umano oltre i suoi limiti biologici. È a questo punto che il confine tra miglioramento e trasformazione diventa molto più difficile da tracciare.
Non credo che si possa individuare una soglia tecnologica precisa oltre la quale l’uomo smetta di essere uomo. Credo però che esista una differenza importante tra utilizzare la tecnologia per migliorare la condizione umana e assumere il superamento dei limiti dell’umano come obiettivo del progresso. È una distinzione che trovo particolarmente significativa anche nella riflessione contemporanea sul rapporto tra uomo e tecnologia in cui il limite non deve essere considerato necessariamente come un difetto da eliminare, perché fragilità e finitezza appartengono anch’esse alla nostra condizione umana.
Da questo punto di vista, una progressiva integrazione tra uomo e tecnologia è certamente plausibile e renderà probabilmente sempre più sottile il confine tra naturale e artificiale. Sarei invece molto più prudente nel parlare di una futura società «post-umana», perché significherebbe assumere che il potenziamento tecnologico possa condurre a una condizione nella quale ciò che definiamo umano venga progressivamente oltrepassato.
In campo medico la robotica sta aprendo possibilità straordinarie: chirurgia robotica, protesi intelligenti, sistemi di assistenza e diagnosi avanzate. In futuro potrebbe diventare possibile somministrare farmaci o effettuare interventi a distanza attraverso dispositivi robotici controllati da remoto? Quali opportunità e quali problemi etici comporterebbe?
Per quanto riguarda la somministrazione di farmaci, in prospettiva il principio richiama per alcuni aspetti quello su cui stiamo lavorando nel progetto EndoTheranostics, di cui sono uno dei Principal Investigator, che mira a portare una tecnologia robotica miniaturizzata fino a un sito specifico dell’organismo per effettuare localmente un’azione terapeutica. Nel nostro caso non si tratta di somministrare un farmaco, ma di raggiungere il polipo e portare fino al sito di interesse una piattaforma microchirurgica miniaturizzata in grado di intervenire per la sua escissione.
La chirurgia a distanza offre già esempi concreti di applicazione. Proprio nel giugno di quest’anno è stato eseguito un intervento di telechirurgia robotica intercontinentale in tempo reale tra Roma e Pechino, con il chirurgo in Italia e il paziente in Cina. È un esempio delle possibilità aperte dalla teleoperazione in campo chirurgico.
L’opportunità più importante è poter portare la competenza dello specialista dove si trova il paziente, superando almeno in parte le distanze geografiche. Questo può essere particolarmente importante quando il paziente si trova in un’area remota o il trasferimento non è possibile o richiede troppo tempo.
Tutto questo richiede un’infrastruttura di comunicazione estremamente affidabile. Già alcuni anni fa indicavamo nella chirurgia a distanza una delle applicazioni più significative del 5G. Nel controllo di un robot chirurgico non conta soltanto che la latenza, cioè il ritardo nella trasmissione, sia molto bassa, ma anche che sia predicibile, un ritardo noto e costante può essere compensato dal sistema, mentre una latenza variabile rende molto più complesso il controllo di un gesto delicato.
Il 6G potrà ampliare ulteriormente queste possibilità e portarci verso quello che definiamo Internet of Skills, l’Internet delle abilità per cui non si tratta soltanto trasferire dati, ma consentire di trasferire a distanza anche un’abilità fisica attraverso sistemi robotici e interfacce aptiche, restituendo per esempio al chirurgo informazioni sulle forze di interazione e sul contatto con i tessuti.
Restano questioni importanti di sicurezza e responsabilità, occorre prevedere che cosa accade in caso di perdita della connessione o di malfunzionamento e chi possa intervenire sul posto. Se chirurgo e paziente si trovano in Paesi diversi, si pone inoltre il problema di stabilire con chiarezza responsabilità e quadro normativo.
C’è infine una questione di equità, dal momento che una tecnologia in grado di ridurre le distanze nell’accesso alle cure richiede infrastrutture avanzate e dovrebbe essere accessibile senza creare nuove disuguaglianze tra chi può usufruirne e chi ne rimane escluso.
La medicina del futuro potrebbe vedere una collaborazione sempre più stretta tra medico, intelligenza artificiale e robot. Quale dovrebbe rimanere il ruolo insostituibile del medico umano nel rapporto con il paziente?
Credo che ciò che resterà insostituibile sia innanzitutto la relazione di fiducia tra il medico e il paziente. Quando una persona si affida a un medico, si affida alla sua competenza, alla sua esperienza e alla sua capacità di assumersi la responsabilità delle decisioni che riguardano la sua salute.
Intelligenza artificiale e robotica potranno entrare più profondamente in questa relazione, mettendo a disposizione del medico strumenti di analisi, capacità diagnostiche e possibilità di intervento sempre più avanzate. Potranno anche acquisire livelli crescenti di autonomia nell’esecuzione di compiti specifici. Ma il riferimento per il paziente rimane il medico, perché è alla persona che il paziente affida la propria salute, non alla tecnologia che quella persona utilizza.
Anche in uno scenario nel quale un robot possa svolgere autonomamente alcune fasi di una procedura, è il medico che valuta la situazione del paziente, decide se e come utilizzare quella tecnologia, ne supervisiona l’azione ed è chiamato a intervenire quando necessario.
La tecnologia potrà quindi modificare profondamente il modo in cui il medico diagnostica e interviene, ma non sostituire quella relazione personale e la responsabilità che ne deriva.
Quali sono, a suo giudizio, i principali rischi dell’intelligenza artificiale applicata alla robotica: perdita di controllo, uso militare, manipolazione delle persone, concentrazione del potere tecnologico o altri fattori?
Uno dei problemi fondamentali posti dalla crescente autonomia dei sistemi robotici è quello della responsabilità. Quanto più una macchina è in grado di assumere decisioni ed eseguire compiti autonomamente, tanto più diventa importante garantire che sulle decisioni rilevanti rimangano identificabili un controllo e una responsabilità umani.
Il caso più critico è probabilmente quello militare. Il dibattito sulle armi autonome nasce proprio dalla possibilità di sviluppare sistemi capaci, una volta attivati, di selezionare, tracciare e attaccare un obiettivo senza un ulteriore intervento umano. Ma il problema non riguarda soltanto l’eventualità di escludere completamente l’uomo dalla decisione. Anche quando l’operatore rimane formalmente nella catena di comando, occorre chiedersi se disponga realmente delle informazioni, del tempo e della possibilità di intervenire per esercitare un controllo effettivo e tempestivo.
A questo si lega il problema del dual use, che accompagna da tempo la riflessione sulla roboetica, infatti una stessa tecnologia può essere sviluppata e utilizzata per finalità profondamente diverse. Non è quindi la capacità tecnologica in sé a determinarne necessariamente l’esito, ma gli scopi per i quali viene sviluppata e le condizioni nelle quali viene impiegata.
Esiste poi una dimensione economica e geopolitica che non va sottovalutata. Se lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica concentra tecnologie, dati, infrastrutture, competenze e risorse nelle mani di pochi soggetti, il rischio è creare nuove forme di dipendenza e accentuare le disuguaglianze, non soltanto tra persone, ma anche tra Paesi.
Per questo credo che il problema non sia fermare lo sviluppo di sistemi sempre più autonomi, ma accompagnarlo con strumenti adeguati di controllo e di governance, mantenendo chiaramente attribuibili le conseguenze delle decisioni e le relative responsabilità.
La tecnologia è uno strumento neutrale oppure incorpora sempre una visione dell’uomo e della società? Chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale quali responsabilità etiche dovrebbe assumersi?
La tecnologia non è neutrale, nel momento in cui viene progettata per determinati scopi, incorpora determinate funzioni ed è pensata per specifici contesti di utilizzo. Progettare una tecnologia significa quindi compiere scelte che possono avere conseguenze sulle persone e sulla società.
Se guardiamo in particolare ai sistemi robotici che integrano intelligenza artificiale, la dimensione etica investe l’intero processo di progettazione. È proprio su questa consapevolezza che si è sviluppata la roboetica, un campo di riflessione che nei primi anni Duemila ha cominciato a interrogarsi sulle implicazioni etiche della robotica e che nel 2004 ha avuto a Sanremo il primo simposio internazionale dedicato al tema. Non si tratta di costruire un’etica per i robot, ma di interrogarsi sull’etica degli esseri umani che li progettano, li realizzano e li utilizzano.
La responsabilità di chi progetta è quindi presente fin dall’inizio: nella scelta delle funzioni da attribuire alla macchina, dei contesti nei quali impiegarla, dei rischi da considerare e dei limiti da porre.
È anche per questo che la robotica non può essere considerata soltanto una questione propria dell’ingegneria. La diffusione di queste tecnologie pone questioni etiche, legali, sociali ed economiche che richiedono competenze diverse e il confronto tra ingegneri, filosofi, giuristi, sociologi ed economisti. La roboetica nasce proprio da questo confronto e cioè dalla consapevolezza che progettare e utilizzare una tecnologia significa interrogarsi non soltanto sulle sue prestazioni, ma anche sul rispetto dei diritti fondamentali e dei valori delle persone e sulle conseguenze che la sua introduzione può produrre nella società.
Come possiamo garantire che il progresso tecnologico rimanga realmente al servizio dell’essere umano e non trasformi l’uomo in un semplice elemento di un sistema tecnico sempre più complesso?
Mantenere il progresso tecnologico al servizio dell’essere umano significa innanzitutto interrogarsi sulle finalità per le quali lo sviluppiamo. Non soltanto che cosa una macchina è capace di fare, ma per chi la stiamo progettando, a quale bisogno deve rispondere e quali conseguenze avrà per le persone che dovranno utilizzarla o convivere con essa.
Nella robotica questa impostazione trova una sintesi nei quattro paradigmi della robotica moderna: Knowledge, Design, Interaction e Impact. La conoscenza oggi non comprende soltanto i modelli matematici, ma anche l’intelligenza artificiale, le tecniche di apprendimento e l’elaborazione di grandi quantità di dati. Il design significa sviluppare tecnologie a misura d’uomo, affidabili e apprezzabili; l’interazione tra uomo e macchina deve essere naturale, intuitiva e sicura; l’impatto richiede di considerare anche le implicazioni etiche, sociali ed economiche della tecnologia.
Considerare insieme queste quattro dimensioni significa non misurare il progresso soltanto sulla base delle prestazioni che riusciamo a ottenere da una macchina. Un sistema può essere estremamente avanzato dal punto di vista tecnico, ma questo, da solo, non ci dice se sia stato progettato a misura d’uomo, se l’interazione sia sicura e naturale e quale impatto produrrà quando entrerà nella società.
La centralità dell’essere umano diventa così un criterio concreto di sviluppo non qualcosa da affermare a posteriori, ma qualcosa che deve entrare nel modo stesso in cui acquisiamo conoscenza, progettiamo i sistemi, costruiamo l’interazione e ne valutiamo l’impatto.
Quale messaggio vorrebbe rivolgere ai giovani che si avvicinano alla robotica e all’intelligenza artificiale? Devono guardare al futuro con entusiasmo, prudenza, responsabilità o con una combinazione di questi atteggiamenti?
Direi innanzitutto entusiasmo, perché la robotica e l’intelligenza artificiale offrono oggi un campo straordinariamente ricco di problemi ancora aperti e di possibilità di ricerca e sviluppo. Ma all’entusiasmo deve accompagnarsi la responsabilità che deriva dal contribuire allo sviluppo di tecnologie destinate a entrare sempre più nella vita delle persone.
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1 commento su “Robotica, Intelligenza Artificiale e Futuro dell’Uomo. Bruno Siciliano a Cinzia Notaro.”
Semplicemente orribile.
Tobia