| Ciò che nel 1948 fu esodo e nel 1967 occupazione si presenta oggi come progetto esplicito di pulizia etnica, mentre i governi occidentali continuano impunemente a spalleggiare Israele |
| (di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – La storia contemporanea di israeliani e palestinesi si lascia leggere come una lunga sottrazione di spazio e diritti. |
| Tra il 1947 e il 1949 la guerra che accompagnò la nascita dello Stato d’Israele produsse ciò che i palestinesi chiamano Nakba, “catastrofe”: circa 700.000 profughi – quasi l’80% degli arabi residenti nell’area divenuta israeliana – e fra 369 e 531 località evacuate, distrutte o ripopolate. Non un singolo evento, dunque, ma un processo cumulativo: offensive militari, espulsioni, un regime giuridico del “non ritorno” imperniato sulle leggi sui “beni degli assenti” (che trasferivano i diritti dei proprietari arabi fuggiti o espulsi a un Custode statale e poi all’Autorità per lo Sviluppo, precludendone ogni rientro) e un vasto programma di ebraicizzazione della toponomastica resero irreversibile la rottura. Seguì l’“età della partizione”: la minoranza palestinese rimasta in Israele sotto governo militare fino al 1966, la Cisgiordania annessa alla Giordania, Gaza amministrata dall’Egitto. La crisi di Suez (1956), la Guerra dei Sei giorni (1967) – con l’occupazione di Cisgiordania, Gaza, Sinai e Golan – e la Guerra del Kippur (1973) ridisegnarono più volte la mappa. Dal 1967 l’occupazione si fece struttura: legge militare, espropri, colonie in violazione del diritto internazionale. Le due invasioni del Libano (1978 e 1982) culminarono nel massacro di Sabra e Shatila. Nel dicembre 1987 esplose dal basso la prima Intifada, da cui nacquero, per vie opposte, sia Hamas sia la stagione negoziale. Gli accordi di Oslo (1993-95) fondarono l’Autorità Nazionale Palestinese e un riconoscimento reciproco, ma rinviarono i nodi ultimi: Gerusalemme, confini, rifugiati. Il 4 novembre 1995 l’assassinio di Yitzhak Rabin, per mano di un estremista ebreo, spezzò il simbolo stesso di quella via. |
| Alla fine del 2022 Benjamin Netanyahu tornò al governo alla testa della coalizione più a destra nella storia d’Israele, affidando ai leader del sionismo religioso e del movimento dei coloni, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, ministeri decisivi per finanze, sicurezza e amministrazione dei territori. Leader del Likud e capo dell’opposizione nella stagione di Oslo, aveva guidato contro Rabin una campagna di delegittimazione durissima – comizi in cui il premier era additato come traditore e raffigurato in divisa nazista, un clima di incitamento che parte della storiografia (e la stessa vedova, Leah Rabin) ha collegato all’assassinio del 4 novembre 1995 –; era stato eletto primo ministro una prima volta tra il 1996 e il 1999, sull’onda proprio dell’assassinio, e ininterrottamente dal 2009 al 2021. Alla luce di questa lunga traiettoria, il 7 ottobre 2023 non si lascia isolare come un’eruzione improvvisa: appare piuttosto lo snodo che precipita il conflitto nella sua fase più estrema, il punto in cui la logica secolare di dominio e di sottrazione dello spazio trova il proprio culmine. |
| Quel giorno l’attacco di Hamas dal territorio di Gaza uccise circa 1.200 persone, in maggioranza civili, e portò al sequestro di oltre 240 ostaggi. Sulla dinamica dell’assalto pesano interrogativi tuttora aperti: la facilità con cui i miliziani sfondarono una delle frontiere più sorvegliate al mondo, gli allarmi ignorati nelle ore e nei giorni precedenti, il ritardo di molte ore nella risposta militare hanno alimentato inchieste e sospetti su una défaillance difensiva che a lungo il governo Netanyahu ha rifiutato di affidare a una commissione d’inchiesta statale indipendente. |
| La rappresaglia israeliana è divenuta la campagna più devastante della storia del conflitto: secondo le autorità sanitarie di Gaza, entro l’estate del 2026 i morti palestinesi superavano i 73.000, in larghissima parte civili, con donne e bambini attorno alla metà del totale; alcune stime accademiche, che includono anche l’eccesso di mortalità indiretta, collocano però il bilancio reale ben più in alto, fino a un ordine di grandezza vicino ai 90.000 morti già a metà 2025. I feriti superavano i 170.000. Il blocco degli aiuti ha inoltre provocato una carestia che ha causato centinaia di morti per fame. |
| Sul piano giudiziario, nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant per crimini contro l’umanità e uso della fame come arma; una commissione d’inchiesta dell’Onu ha concluso nel 2025 che Israele stava commettendo un genocidio, mentre la Corte internazionale di giustizia, investita dal ricorso del Sudafrica, ordinava di garantire l’accesso degli aiuti e l’operatività dell’Unrwa. |
| Un cessate il fuoco, promosso dal piano in 20 punti dell’amministrazione Trump è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 con scambio di ostaggi e prigionieri e un afflusso di aiuti; ma i suoi meccanismi di governo – un Board of Peace presieduto dallo stesso Trump e un comitato tecnocratico palestinese – sono restati sulla carta, e le violazioni proseguono. |
| Parallelamente, in Cisgiordania il governo ha accelerato un’annessione di fatto: un numero record di insediamenti approvati nel 2025, il via libera definitivo al progetto E1, che spezza in due il territorio isolando Gerusalemme Est, e il piano di Smotrich per estendere la “sovranità” israeliana sull’82% dell’area, dichiaratamente concepito per rendere impossibile uno Stato palestinese. Demolizioni, strade riservate e violenza dei coloni ne sono il corollario quotidiano. La spinta si è intensificata proprio mentre numerosi governi occidentali – Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Belgio – annunciavano un riconoscimento della Palestina del tutto simbolico e privo di effetti sul piano pratico. |
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