Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione la prima parte di un’intervista concessa da mons. Carlo Maria Viganò a LifeSiteNews. Buona lettura e diffusione.
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INTERVISTA CON GAETANO MASCIULLO PER LifeSiteNews
Sul Concilio, il Katechon e lo Scisma del Capo – Prima Parte
Carlo Maria Viganò

Gaetano Masciullo: Eccellenza, nel suo nuovo libro Lei sostiene che oggi il primo nemico del Papato sia il Papa stesso. Come si spiega questo paradosso?
Il paradosso è soltanto apparente, e si scioglie non appena si distingue ciò che la teologia cattolica ha sempre distinto: il Papato come istituzione divina, voluta da Nostro Signore quando disse a Pietro Tu es Petrus, e la persona che in un determinato momento della storia ne occupa la Cattedra. Il Papato è indefettibile, perché è di Cristo; la persona del Papa è un uomo, con il suo libero arbitrio, che può corrispondere alla grazia di stato oppure rifiutarla. D’altra parte, la Chiesa prega per il Sommo Pontefice chiedendo alla Maestà divina di conservare nella santa Religione il Domnum Apostolicum, proprio perché sa che la sua perseveranza nella Fede non è garantita automaticamente dall’ufficio. Se così non fosse, se cioè il Papa fosse esente dalla possibilità di venir meno al proprio mandato, pregare per lui non avrebbe senso.
Quando un Pontefice usa l’autorità che gli è stata conferita ad ædificationem per demolire ciò che quell’autorità è chiamata a custodire — la dottrina, la liturgia, la disciplina, la stessa costituzione monarchica e gerarchica della Chiesa — egli si pone in contraddizione con il proprio munus. Non è più il servo del Papato: ne è il primo avversario, perché nessun nemico esterno potrebbe ferire la Chiesa quanto colui che la ferisce dall’interno rivestito della veste di Pietro.
Ho chiamato questo fenomeno scisma capitale nel senso proprio della parola: uno scisma che parte dal caput, dal capo. Lo scisma classico è la separazione di una porzione del corpo dal capo; qui assistiamo al contrario: è il capo che si separa dal corpo mistico e dalla Tradizione che lo precede, che si ribella a ciò che i suoi predecessori hanno insegnato e che egli avrebbe l’obbligo di trasmettere intatto. San Paolo lo dice con parole che non ammettono repliche: sed licet nos aut angelus de cœlo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1,8-9). Nemmeno un angelo, nemmeno un Apostolo, nemmeno il Successore dell’Apostolo Pietro può annunciare un altro vangelo. Il Papa è il custode del Depositum, non il suo padrone; e chi da custode si fa padrone, tradisce la ragione stessa per cui Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito il Papato in forma vicaria.
Gaetano Masciullo: Lei paragona la situazione attuale alla rimozione del katéchon di cui parla San Paolo (2 Tess 2, 6-8). Quale ruolo gioca la figura di Leone XIV in questa drammatica rimozione del “freno” all’iniquità?
I Padri e i grandi commentatori hanno visto nel katéchon, in «colui che trattiene», tanto l’Impero romano cristiano quanto, con esso, l’autorità della Chiesa, e in modo eminente l’autorità del Papato, che per secoli ha opposto un argine al mysterium iniquitatis. Quel freno ha cominciato ad essere allentato dal momento in cui la gerarchia, con il Concilio Vaticano II, ha rinunciato a esercitare la propria autorità nel senso voluto da Cristo, per cercare la conciliazione con il mondo, con il pensiero moderno, con la Rivoluzione. Da allora, chi avrebbe dovuto trattenere si è messo ad assecondare.
Leone XIV si inserisce in questo processo non come un innovatore, ma come colui che lo consolida e lo rende presentabile. Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: tunc revelabitur ille iniquus. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.
Gaetano Masciullo: Di fronte alle sanzioni canoniche, lei invoca lo stato di necessità, come, del resto, ha fatto la Fraternità San Pio X per le sue nuove consacrazioni episcopali. Come risponde ai tanti conservatori che la accusano di disobbedienza formale al Papa?
Rispondo che l’obbedienza è una virtù, non un idolo. Essa ha per oggetto un comando legittimo dato da un’autorità legittima per il fine per cui quell’autorità esiste. Quando il comando è contrario alla Fede, alla legge divina o al bene delle anime, non solo non obbliga, ma obbliga a non obbedire: obœdire oportet Deo magis quam hominibus (At 5,29). Questo non è un’invenzione dei tradizionalisti: è San Pietro, è San Tommaso, è il Magistero di sempre, è la condotta dei Santi che hanno resistito ai Pontefici quando questi hanno sbagliato, da San Paolo che resistette a Pietro in faciem, a Sant’Atanasio, a Santa Caterina da Siena.
Lo stato di necessità non è un’invenzione per sottrarsi alla legge: è un principio del diritto stesso, secondo cui la salus animarum, che è la legge suprema, prevale sulle norme positive quando queste, applicate alla lettera, produrrebbero un danno irreparabile alle anime. La Fraternità San Pio X, consacrando i suoi Vescovi, ha compiuto esattamente ciò che fece Mons. Lefebvre nel 1988, e per lo stesso motivo: Roma non dà alla Tradizione i vescovi di cui ha bisogno, e senza vescovi non vi sono sacerdoti, e senza sacerdoti non vi sono Sacramenti. Ed è significativo che, nel minacciare la Fraternità, Prevost abbia lasciato cadere il pretesto delle Consacrazioni per confessare che la vera colpa è il rifiuto del Concilio. Con ciò ha rivelato — forse involontariamente — la frode: le sanzioni canoniche sono uno strumento politico, brandito contro chi resta cattolico e mai contro chi apertamente nega la Fede.
Ai conservatori che mi rimproverano dico con affetto: voi obbedite a un uomo che vi chiede di disobbedire a Nostro Signore, e chiamate questa contraddizione «fedeltà». Io non ho mai inteso separarmi dalla Comunione Apostolica; ho chiesto e chiedo a Leone XIV di dirmi in che cosa contraddico il Depositum Fidei. Non ho ricevuto risposta. Chi, tra i due, è in stato di scisma?
Gaetano Masciullo: In un ormai lontano discorso del 1999 ai vescovi europei tenuto dal Cardinale Carlo Maria Martini, pioniere della Mafia di San Gallo e — com’egli stesso amava definirsi — non antipapa, ma antepapa (colui che avrebbe preparato la strada al “nuovo” papa), la Chiesa per “aggiornarsi” deve sciogliere urgentemente una serie di nodi. Ed egli indicava come primo nodo la “carenza di ministri ordinati”, da sciogliere abolendo il celibato, o almeno rendendolo opzionale. Di recente, il vescovo Johan Bonny ad Anversa ha annunciato che ordinerà uomini sposati entro il 2028. Per non parlare poi della nomina ad Arcivescovo di Vienna di Josef Grünwidl, ex esponente del movimento dissidente “Call to Disobedience”, che auspicava proprio l’abolizione del celibato ecclesiastico. Roma assiste in silenzio a tutto ciò e, contrariamente che in altre situazioni, non minaccia sanzioni sebbene il diritto canonico venga puntualmente calpestato. Sembra quasi che Roma favorisca tutto ciò… Cosa ne pensa?
Non «sembra»: è così. Roma non è spettatrice distratta di un processo che le sfugge; ne è il regista. Il metodo è quello collaudato dalla Rivoluzione conciliare: si permette che la disobbedienza parta dalla periferia, si lascia che essa si consolidi come «fatto compiuto», e poi il centro interviene non per reprimerla ma per «accompagnarla», invocando la sinodalità, l’ascolto, le esigenze pastorali. Il caso Bonny è emblematico: un Vescovo annuncia pubblicamente che violerà la legge della Chiesa, e nessun Dicastero lo richiama. Il caso Grünwidl è ancora più eloquente, perché non si tratta di tollerare un dissidente, ma di promuoverlo a una delle sedi più importanti d’Europa. Chi ha militato in un movimento che si chiama letteralmente Call to Disobedience viene premiato da un Pontefice che scomunica chi chiede di poter obbedire alla Chiesa di sempre.
Ma la questione è più profonda del celibato. La «carenza di ministri ordinati» è il frutto avvelenato di sessant’anni di svuotamento del Sacerdozio. Quando si è cessato di credere che il sacerdote è alter Christus, che sale all’altare per rinnovare il Sacrificio della Croce, il celibato ha smesso di avere senso, perché ha senso solo come configurazione totale a Cristo Sommo Sacerdote. Il Card. Martini lo sapeva bene: la lista dei suoi «nodi» non è un elenco di problemi da risolvere, ma un programma di demolizione, in cui ogni punto è funzionale al successivo. Prima si abolisce il celibato, poi si apre alle donne, poi si riscrive la morale, poi si dissolve il matrimonio… È un piano, e i suoi esecutori si chiamano oggi con altri nomi ma perseguono lo stesso disegno. Che Martini si definisse antepapa la dice lunga sulla consapevolezza con cui la Mafia di San Gallo ha preparato ciò che oggi vediamo.
Gaetano Masciullo: Il secondo nodo individuato da Martini riguardava il ruolo delle donne e la questione dell’ordinazione femminile. I vescovi promossi da Leone XIV — penso a Mackinlay, Grögli, Satué, Grünwidl, e molti altri — si sono espressi apertamente a favore del diaconato femminile. La Commissione vaticana sul tema ha ribadito il “no” all’ordinazione sacramentale delle donne, ma ha definito tale giudizio “non definitivo”. Di conseguenza, numerosi vescovi oggi evitano di affrontare direttamente la questione, preferendo valorizzare la presenza femminile nel governo delle diocesi o proporre riforme liturgiche “inclusive”. A suo avviso, questa strategia mira a spostare progressivamente la Finestra di Overton sul tema dell’ordinazione femminile?
È esattamente la tecnica della Finestra di Overton, e nemmeno tanto dissimulata. Giovanni Paolo II, con la Lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis, non definì una novità: dichiarò che quella dottrina appartiene al Depositum Fidei ed è stata insegnata infallibilmente dal Magistero ordinario e universale — come la Congregazione per la Dottrina della Fede confermò nel Responsum del 1995. Dire oggi che quel giudizio è «non definitivo» significa dunque non già riaprire una questione disciplinare, ma negare l’infallibilità stessa del Magistero ordinario e universale.
Il diaconato femminile è il grimaldello, perché il Sacramento dell’Ordine è uno solo nei suoi tre gradi: ammettere una donna al diaconato significa ammettere che essa è capace di ricevere l’Ordine, e a quel punto l’esclusione dal presbiterato apparirebbe come una pura discriminazione da rimuovere. Non è un caso che l’ammissione delle donne agli ordini sia promossa da movimenti anticattolici in nome della parità di genere che la chiesa sinodale accoglie e fa sua. I neo-modernisti lo sanno perfettamente, e per questo non chiedono subito l’ordinazione sacerdotale: chiedono ruoli di governo, presenza nelle Curie, «ministeri» istituiti, liturgie «inclusive». Ogni passo prepara il successivo, e ogni passo viene presentato come innocuo. I Vescovi nominati da Prevost non sono stati scelti nonostante le loro posizioni sul diaconato femminile, ma proprio in ragione di esse: chi nomina un Vescovo ne conosce le idee, e chi ne nomina molti con le medesime idee sta costruendo un Episcopato che, al momento opportuno, chiederà «dal basso» ciò che il Papa desidera concedere «dall’alto». Questa è la sinodalità: la messa in scena di una domanda la cui risposta è già stata decisa.
A tutto ciò si aggiunge un aspetto che ritengo ancora più grave, e sul quale si tace colpevolmente: la promozione di donne a capo di Dicasteri romani. Abbiamo due religiose, suor Simona Brambilla[1] e suor Tiziana Merletti, rispettivamente Prefetto e Segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, che comandano a Cardinali, Vescovi, Abati e sacerdoti; un’altra religiosa, suor Reffaella Petrini Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato; una laica, Maria Montserrat Alvarado, a capo del Dicastero per la Comunicazione che coordina e riorganizza l’intero sistema comunicativo della Santa Sede; donne nominate membri e consultrici di vari Dicasteri, tra cui quello per i Vescovi[2], cioè chiamate a decidere le promozioni all’Episcopato. Ora, il potere di governo nella Chiesa non è una funzione amministrativa che si possa attribuire a chiunque per decreto: esso è per sua natura connesso alla sacra potestas, che scaturisce dal Sacramento dell’Ordine, perché nella Chiesa — che è una società soprannaturale e non un’azienda — si governa in quanto si è configurati a Cristo Re e Sommo Sacerdote. Separare la giurisdizione dall’Ordine, conferendo a chi non può ricevere l’Ordine il potere di reggere coloro che lo hanno ricevuto, significa rovesciare la costituzione gerarchica che Nostro Signore ha dato alla Sua Chiesa. Ecco perché dico che Bergoglio, e ora Prevost, fanno molto di più e molto peggio che conferire gli Ordini sacri a queste donne. Un’ordinazione invalida sarebbe un sacrilegio, ma resterebbe un atto nullo; qui invece si smonta pezzo per pezzo l’ordine sacramentale, si rende la sacra potestas un accessorio superfluo, e si abitua il clero a obbedire a chi non ha alcun titolo divino per comandargli. È un attentato micidiale alla costituzione divina della Chiesa, condotto per via di fatto, senza bisogno di toccare un solo dogma.
Gaetano Masciullo: Il terzo e il quarto nodo individuati da Martini erano rispettivamente quello della morale sessuale e quello della disciplina del matrimonio. Nel suo libro-intervista ufficiale con Elise Ann Allen, Leone XIV ha dichiarato che si devono «cambiare gli atteggiamenti» delle persone prima ancora di cambiare la dottrina. Secondo Lei, quali mezzi vogliono utilizzare i neo-modernisti al potere per portare avanti questo cambiamento?
Quella frase merita di essere pesata, perché è una confessione. «Cambiare gli atteggiamenti prima di cambiare la dottrina» significa che la dottrina si cambia, ma non per prima: si cambia per ultima, quando ormai nessuno la crede più e la sua abrogazione formale appare come un mero atto notarile. È il metodo modernista descritto da San Pio X nella Pascendi: non si attacca frontalmente il dogma, si trasforma la mentalità che lo sostiene, si separa la fede dalla vita, e si lascia che la vita, così separata, trascini con sé la fede. In realtà non occorre nemmeno cambiare il dogma: lo si rende irrilevante per via pastorale.
E questo metodo ha oggi la sua carta teorica, che quasi nessuno ha voluto leggere per ciò che è. Nella Evangelii gaudium Bergoglio ha enunciato quattro principi, e il primo di essi — «il tempo è superiore allo spazio» — è la chiave che apre tutti gli altri: «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». In altre parole: non definire, ma avviare; non fissare un risultato, ma innescare una dinamica che nessuno potrà più fermare. Lo spazio è il territorio delimitato; il confine, la definizione dogmatica, il canone che dice fin dove è lecito andare; il tempo è il processo che quel confine lo erode senza mai dichiarare di volerlo abbattere. E si noti l’astuzia: chi presidia uno spazio deve difendere una posizione, e una posizione si può assediare, discutere, confutare; chi avvia un processo non ha posizioni da difendere, e perciò è inattaccabile. Non gli si può opporre nulla, perché non ha ancora affermato nulla.
Mi si obietterà che questo non è Hegel ma Romano Guardini, sul quale Bergoglio lavorò senza mai condurre a termine la sua tesi di dottorato. La polarità guardiniana — il Gegensatz — è concepita precisamente contro la contraddizione dialettica, giacché le tensioni vanno tenute insieme e non risolte in una sintesi superiore. Si chiami sintesi hegeliana o processo mai concluso, il risultato è che nessuna verità resta un punto fermo, ma diviene il momento di un divenire. E ciò che in Hegel era filosofia della storia, e in Marx si fece prassi rivoluzionaria (la prassi che precede il principio, lo giudica e lo sovverte) nella chiesa sinodale si chiama pastorale. Ed ecco l’opera sotto i nostri occhi: Amoris Lætitia non abroga l’indissolubilità del Matrimonio, apre un processo; Fiducia Supplicans non dichiara lecita l’unione irregolare, benedice chi vi si trova; il cammino sinodale non decide nulla, e proprio per questo decide tutto. La dottrina non viene mai formalmente toccata, e appunto per questo non può mai essere formalmente contestata. Non vi è proposizione da censurare, non vi è eresia da condannare, non vi è nulla su cui pronunciare un anatema. Al fedele resta la lettera intatta di un dogma che nella vita della Chiesa non vige più. Ma è esattamente questo che il Concilio Vaticano I colpiva con l’anatema, vietando che ai dogmi proposti dalla Chiesa si attribuisse un giorno un senso diverso da quello che essa ha inteso e intende: eodem sensu eademque sententia.
I mezzi sono quelli che vediamo all’opera da decenni. Il primo è il linguaggio: si sostituisce «peccato» con «fragilità», «conversione» con «cammino», «verità» con «discernimento», «legge di Dio» con «ideale». Il secondo è la prassi pastorale, resa deliberatamente ambigua: Amoris Lætitia con le sue note a piè di pagina, Fiducia Supplicans con le sue benedizioni che benedicono senza benedire; e ora la strategia di Prevost, che non ha ritirato nulla di tutto ciò ma lo lascia operare «con calma». Il terzo è la formazione: seminari, facoltà teologiche, catechesi, in cui da sessant’anni si insegna che la morale cattolica è un residuo storico da superare. Il quarto è la scelta dei pastori: si promuovono coloro che praticano l’ambiguità e l’errore, e si emarginano coloro che parlano chiaro.
E sotto tutto questo vi è un’alleanza che non ho mai esitato a denunciare: quella tra la chiesa sinodale e l’agenda globalista. Non si tratta di un’ideologia fra le altre, ma della sintesi di tutte le ideologie di destra e di sinistra, che per due secoli hanno finto di combattersi mentre conducevano gli uomini al medesimo approdo; una sintesi di matrice neomalthusiana, che nell’uomo non vede più l’immagine di Dio ma un’eccedenza da amministrare, e che perciò è antiumana prima ancora di essere anticristica. Le sue articolazioni le conosciamo, e ciascuna colpisce un aspetto preciso dell’ordine voluto dal Creatore: la dissoluzione della famiglia naturale; il pansessualismo e l’ideologia di genere, che negano l’uomo creato masculum et feminam; il vaccinismo, che fa del corpo una proprietà dello Stato; l’ecologismo, che sostituisce al culto del Creatore quello della creatura; l’immigrazionismo, che dissolve le nazioni e con esse i popoli cristiani; e al vertice il transumanesimo, che promette all’uomo la divinizzazione senza Dio già promessa nell’Eden dal serpente: eritis sicut dii.
La chiesa conciliare non subisce questo processo: vi partecipa. Ha rinunciato a giudicare il mondo e ha accettato di esserne giudicata; ha smesso di convertirlo, e si è lasciata convertire da esso. Ecco perché il terzo e il quarto nodo di Martini non sono affatto nodi da sciogliere: il matrimonio indissolubile e la morale sessuale non sono l’involucro storico di un’epoca tramontata, ma la carne stessa del Vangelo, e sono parole di Nostro Signore — quod ergo Deus coniunxit, homo non separet. Chi pretende — da Papa — di cambiarle non riforma la Chiesa: fonda un’altra religione, e la fonda sulle rovine di quella che aveva ricevuto in custodia.
[1] Suor Brambilla ha accanto un Pro-Prefetto, il Cardinale Ángel Fernández Artime, nominato con lei il 6 gennaio 2025 e riconfermato da Leone XIV. L’invenzione stessa della figura del Pro-Prefetto è la confessione implicita che quell’ufficio esige la sacra potestas — un espediente che ammette il problema fingendo di risolverlo.
[2] Le tre donne al Dicastero per i Vescovi sono Petrini, Brambilla, Reungoat, nominate membri nel luglio 2022.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
11 settembre 2026
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7 commenti su “Concilio, Katechon e lo Scisma del Capo. Mons. Viganò a LifeSiteNews. Intervista, Prima Parte.”
Verità, mezze verità e subdole menzogne: è questo il repertorio standard di Mons. Viganò, riconfermato anche in questa intervista.
Risponda piuttosto, il prelato traditore, a questa semplice (ma dirimente) domanda:
‘Bergoglio e Prevost sono legittimi Papi oppure antipapi, da un punto di vista del diritto ecclesiastico?’
‘V’ingannò’ si ostina a non prendere una posizione chiara su tale questione cruciale: come si può dunque credere nella sua buona fede?
Amplifica ed esagera gli scandali del governo antipapale per attaccare tutta la Chiesa usurpata, fingendo che c’è continuità tra il governo dei Papi legittimi (‘conciliare’) e quello degli usurpatori (‘sinodale’).
Invito tutti i seguaci di Viganò a porgli la suddetta domanda e ad esigere da lui una risposta puntuale e precisa. Se rifiuta di rispondere o svicola, lasciatelo pure al suo cammino di perdizione, convertitevi e tornate alla sola e unica Chiesa che Cristo edificò su Pietro e i suoi legittimi successori, nella consapevolezza che il Papa vero…
https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome
… in questa travagliata congiuntura desidera tenere unita la Chiesa come può e contenere gli scandali per la salvezza delle anime — proprio il contrario della ‘predicazione politicizzata’ di Viganò, che aggiunge ai sovvertimenti dei modernisti quelli dei falsi tradizionalisti, istigando i fedeli al rigetto della Chiesa visibile (e quindi allo scisma) per farsi una chiesa secondo la sua personale (e fondamentalmente anticattolica) idea di ‘tradizione’.
MIRABILE, come al solito, la pacata, adamantina chiarezza di esposizione di Sua Eccellenza.
Un argomentare basato su FATTI, tagliente e implacabile, che mette alla berlina senza scampo gli usurpatori apostati che sfrontatamente ancora si spacciano per “custodi della Chiesa Cattolica”!
…3 righe che mi piacciono. MOLTO/la ringrazio !!!
Viganò ancora una volta mescola alcune affermazioni vere con conclusioni arbitrarie e non cattoliche.
1. Il Papa può sbagliare, ma da ciò non segue che possa essere dichiarato “nemico del Papato” o autore di uno “scisma del capo”. Questa espressione non appartiene né alla dottrina né al diritto canonico: è una costruzione di Viganò per rovesciare sul Papa lo scisma di chi, come lui, rifiuta la sua comunione.
2. Galati 1,8 proibisce di annunciare un altro Vangelo, ma Viganò dovrebbe dimostrare che Leone XIV lo abbia fatto. Accuse, interpretazioni malevole e supposizioni sulle sue intenzioni non costituiscono prove.
3. L’identificazione del katéchon con il Papato è una sua interpretazione teologica, non un dogma. Presentare il Vaticano II e gli ultimi Pontefici come strumenti del mysterium iniquitatis significa trasformare una assurda congettura apocalittica in certezza di fede.
4. L’obbedienza non è cieca, ma neppure il singolo può proclamarsi giudice supremo del Papa. Paolo corresse Pietro circa una condotta pastorale; non negò la sua autorità né costituì una comunione alternativa. Atanasio e Caterina da Siena, poi, rimasero sempre nella Chiesa.
5. La “necessità” autoproclamata non conferisce il diritto di consacrare vescovi contro la volontà del Pontefice. Diversamente, qualsiasi gruppo potrebbe violare la costituzione gerarchica della Chiesa dichiarandosi custode della “vera Tradizione”.
6. Il celibato sacerdotale latino è un bene preziosissimo, ma è una disciplina ecclesiastica, non un dogma: l’esistenza legittima di sacerdoti sposati nelle Chiese cattoliche orientali basta a smentire certi allarmismi.
7. Sull’ordinazione sacerdotale delle donne, Viganò richiama correttamente una dottrina definitiva; sbaglia però quando confonde l’Ordine sacro con ogni responsabilità amministrativa o funzione di governo. Una donna che dirige un organismo vaticano non diventa per questo sacerdote o vescovo.
8. Attribuire sistematicamente ogni nomina e decisione a un unico piano massonico-globalista, senza prove verificabili, non è discernimento cattolico, ma mentalità complottista.
In sintesi: Viganò pretende di difendere il Papato mentre ne svuota concretamente l’autorità; invoca la Tradizione, ma rifiuta quella componente essenziale della Tradizione cattolica che è la comunione visibile con il Successore di Pietro.
Tutto quanto lei scrive, in realtà, corrisponde al suo/personale parere: ciò le è chiaro ? Onde per cui penso che spesso sarebbe utile anticipare tale premessa. Quindi concludo aggiungendo il mio cordiale invito pur sperando di non recarle danno alcuno. Ossequi
Buongiorno Don Pietro.
Sono un semplice Fedele, che cerca di orientarsi, in questo marasma.
La mia personale ricerca di Lumi, per poter comprendere ciò che è In Atto, nella Chiesa attuale, ormai dal 2013, mi ha portato a scoprire e leggere, il prezioso contributo di Don Fernando Maria Cornet.
Nel suo lavoro scientifico, Abemus Antipapam?,
Cornet, espone in maniera semplice e lineare, con 44 pagine di Fonti, facilmente consultabili, ciò che in realtà, rappresenta La Soluzione, ai suoi Giusti rilievi, sulle tesi testè esposte alla affermazioni di Viganò.
Cornet, in sostanza Dimostra, come Bergoglio, non sia MAI divenuto Papa !!
E questo in base alle Norme del Diritto Canonico, ed alla Universi Dominici Gregis di San Giovanni Paolo II, che mi risulta non sia stata abrogata, ma solo, Integrata, da Benedetto XVI, appena prima della Dichiarazione di Dimissioni, (a cui NON sono mai seguite, formalmente, le Dimissioni, dal Munus Petrino !!!) della Normas Nonnullas del febbraio 2013.
Su queste Basi, Giuridiche e Dottrinali, si può, senza tema di errore, affermare che Bergoglio NON È MAI DIVENUTO PAPA VALIDO !
partendo da questa constatazione, tutti gli arzigogolii, sulle varie posizioni della FSSPX, di Viganò, di pinco e di pallo, divengono semplice esercizio dialettico.
I Fedeli come me, nel vedervi e nel leggervi, sui vari blog e video YouTube, rimangono basiti, nel constatare come, Voi, eruditi e Validissimi Sacerdoti , studiosi e Blogger, (e qui faccio un Appello anche a “san Marco Tosatti” ) che di questa materia Vi occupate quotidianamente, non abbiate rilevato, il Noro Gordiano, che tutto Spiega e risolve, alla radice.
Ringraziandola anticipatamente, per una gentile risposta, Sua od anche della Redazione, Saluto tutti caramente e prometto Preghiera, affinché il Signore che tutto Vede, Vi illumini.
Caro Viandante, comprendo la Sua ricerca e La ringrazio anche per il tono rispettoso. Ma proprio perché sono sacerdote sento il dovere di intervenire quando vedo diffondersi teorie che, presentate come certezze assolute, finiscono per produrre nei fedeli sfiducia nella Chiesa, nel Papato e nella sua stessa struttura visibile.
Non sostengo affatto che ogni scelta compiuta dagli ultimi Pontefici sia stata felice o indiscutibile. Un Papa può essere criticato nel suo modus operandi, nelle decisioni prudenziali e persino in formulazioni problematiche, senza che per questo cessi di essere Papa. È precisamente il salto che non accetto: dalla critica, anche legittima, alla dichiarazione privata di invalidità di un pontificato.
Conosco le argomentazioni fondate sulla Universi Dominici Gregis, sulla rinuncia di Benedetto XVI e sulle vicende del conclave del 2013. Ma dire che Cornet «dimostra» che Francesco non sia mai stato Papa significa attribuire a una ricostruzione giuridica privata una forza che essa non possiede. Tanto meno si può affermare «senza tema di errore» una conclusione di tale enormità mentre la Chiesa universale ha riconosciuto Francesco come Pontefice e oggi riconosce Leone XIV come suo successore.
È proprio questo che motiva molti miei interventi. Vedo moltiplicarsi teorie: antipapi, sede impedita, conclavi invalidi, complotti cardinalizi, codici nascosti. Ognuna pretende di avere trovato finalmente il “nodo gordiano” che tutti gli altri non avrebbero compreso. Il risultato, però, è sotto i nostri occhi: non maggiore amore per la Chiesa, ma frammentazione, sospetto e fedeli convinti di poter stabilire autonomamente chi sia Papa e chi non lo sia.
Ed è questo, caro Viandante, che considero profondamente nocivo alla Chiesa. Critichiamo pure ciò che merita di esserlo; ma altra cosa è segare il ramo dell’apostolicità e della comunione ecclesiale sul quale siamo seduti.
La ringrazio sinceramente della preghiera e la ricambio.