Marco Tosatti
Carissimi Stilum Curiali, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, oggi si cimenta con due giganti della poesia e della letteratura. Buona lettura e diffusione.
DA GARCIA LORCA A PROUST
Garcia Lorca: «Ogni libro è un giardino. Beato colui che lo sa piantare e fortunato colui che taglia le sue rose per darle in pasto alla sua anima».
Proust: «Cercavo di leggere, ma non ci riuscivo; sentivo l’aria estiva circolare attorno a me; il profumo delle rose, portato dal vento, si univa alla frescura dell’ombra … Ero immerso in una di quelle giornate d’oro in cui il tempo sembra fermarsi, e la vita si riduce alla pura e felice percezione della luce e del silenzio».
Le due brevi citazioni ben riassumono il mio percorso dalla lettura alla contemplazione. Per vari decenni ho letto libri, nutrendo con le loro rose la mia anima, e non posso negare di averne tratto piacere e arricchimento, sicché per onestà e riconoscenza debbo considerare tale periodo come una necessaria preparazione alla fase successiva, durante la quale, progressiva e inarrestabile, è venuta imponendosi una saturazione … di rose.
L’evolvere del processo dal nutrirmi di rose al godere soltanto del loro profumo passeggiando fra alcune di esse, è avvenuto gradualmente grazie alla Pratica Apofatica, cioè alla negazione di ciò che si afferma come mediatore, appunto il libro e le rose che contiene (come anche gli esseri umani).
Rainer Maria Rilke: «Necessaria è una cosa sola: solitudine, grande solitudine interiore. Volgere lo sguardo dentro sé e per ore non incontrare nessuno; questo bisogna saper ottenere».
Carl Gustav Jung: «La solitudine è per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta. Parlare è spesso un tormento per me, e ho bisogno di molti giorni di silenzio per recuperare dalla futilità delle parole».
«La futilità delle parole»: mai come di questi tempi l’umanità affoga in un pozzo senza fondo di parole futili, generatrici di caos e tragedie. Tutti conoscono la soluzione del problema che così resta insoluto. Anche l’annuncio della Parola è ormai obsoleto. L’annuncio, si badi, non la Parola, che non ha più i suoi araldi, i suoi “minnesänger”, giacchè la Parola, oltre che Luce, è Canto, è Poesia, è Fin’Amor, non certamente formula, legalismo e ritualismo, e ancor meno sdolcinato umanitarismo pacifista.
«Al cor gentil rempaira sempre Amore», canta il Guinizelli, con un verso oggi facilissimamente fraintendibile a manipolabile ad uso e consumo istintivo-individualistico, che fa di “amore” la parola-prezzemolo, il passepartout universale. Grazie all’“amore” ogni placet è licet.
Ignazio Silone: «Tonnellate di carta stampata propagano le parole d’ordine del regime; migliaia di altoparlanti le ripetono fino all’istupidimento collettivo. Ma basta che un solo piccolo uomo dica NO e quel formidabile ordine granitico è in pericolo». Chi può dire senza mentire e mentirsi: io sono quel piccolo uomo?
Chiaro che Rilke e Jung propongono un’impresa per pochi: restare soli per ore, se non per giorni, lasciandosi alle spalle tutto – persone, cose, pensieri, parole e immagini – ai più risulta inconcepibile prima che spaventoso: il distacco totale è una morte alla vita vecchia per la nascita alla vita nuova, e infatti il neonato non ride, bensì piange, poché nel grembo della madre si sentiva al sicuro. Chi vuol davvero neonascere?
E allora, messa al bando dei libri.
Jean Pierre de Caussade: «Quando si ha sete, per dissetarsi bisogna lasciare i libri che spiegano le cose e bere»
Eccezione che conferma la regola: frasi ed aforismi la cui brevità e brillantezza mi confermano nella Pratica Apofatica, come per esempio quelle di Garcia Lorca e Proust, la cui consequenzialità risulta perfetta ai miei occhi: prima, le rose le mangiavo, ora me ne basta il profumo. Prima, compivo un atto non scevro da una seppur sottile materialità: il mangiare le rose; ora compio un atto spirituale sollecitato dal loro profumo. Ed il profumo, occorre notare, non ha forma. Perciò, parafrasando Rilke: per ore non incontrare nessuna forma, concettuale o immaginativa che sia. Ossia … morire per ore.
Insomma, non ho più necessità di vedere le rose e mangiarle, mi basta rimanerne aulicamente olezzato senza vederle e, da notare, in un momento inaspettato. Sicché non vedo più le rose, ma ne godo del profumo rimanendone improvvisamente improfumato. Ed è un profumo di Luce.
Nel mio percorso, quindi, Garcia Lorca è rimasto come apprezzato residuo, mentre Proust straripa! Il profumo delle sue parole rispecchia la mia esperienza … rosa per rosa; esso mi risulta di una familiarità che non finisce di sorprendermi. Il brano l’ho letto e riletto poiché mi è parso – e tuttora mi appare – sempre nuovo, fragrante, strettissimamente alludente ad un eccelso Significato che le parole, in quanto significanti, non possono rendere e che tuttavia filtra brillando attraverso esse. Familiarità e novità: un vero segreto!
«Cercavo di leggere ma non ci riuscivo», dice Proust: esattamente ciò che capita a me!
Il massimo a cui è posso resistere, e non sempre, è una mezza pagina. Ogni tanto, un articolo un po’ più lungo che ripropongo per le illuminazioni che contiene. Ma l’ideale resta l’aforisma, la frase inaspettata intensamente profumata, profumante e illuminante. E tanto mi basta.
Sublime!: «Ero immerso in una di quelle giornate d’oro in cui il tempo sembra fermarsi, e la vita si riduce alla pura e felice percezione della luce e del silenzio».
Luce e Silenzio: Marianità in atto, Acme contemplativo. Laggiù, quasi invisibile, il mondo delle mediazioni che fanno da barriera alla Luce.
Roberto Grossatesta: «La luce infatti si diffonde da se stessa in ogni direzione, così che da un punto di luce subito si genera una sfera di luce grande quanto si vuole, se non si frappone un corpo opaco».
«Se non si frappone un corpo opaco»: cioè una mediazione.
Inutile “commentare”: l’essenziale è già espresso e viene colto o non viene colto. Il messaggio arriva o non arriva. Non c’è alcuna “spiegazione” che tenga, e che può soltanto sollevare fango nell’acqua limpida. Si deve lasciar decantare il fango affinché l’acqua resti limpida, Acqua Mariana: questa la Pratica Apofatica. Secondo il Tao, non aggiungere ma togliere. O anche: attraversare il Lete. Lasciar andare tutto ciò che ci fa sentire noi e invece non è noi.
«Lascia tutto e seguiti», dice Battiato. Non seguire, seguirsi.
Occorre dirlo: soltanto chi ha avuto un’esperienza simile a quella proustiana, decisamente extra-libresca e nella dimenticanza di tutto il sapere con cui ci si auto-identifica, può darsi conto del fatto che mai il leggere libri su libri può sfociare nella «pura e felice percezione della luce e del silenzio». In un libro di quattrocento pagine, magari corredate da note minuziosissime, può esser nascosta la frase luminosa che, incontratasi, rende superflua la lettura di tutto il libro, oppure induce a continuarne la lettura con la mistica ansia di imbattersi in un’altra illuminazione, in un altro guizzo di luce attraverso il ghiaccio delle parole, in un’altra rosa rossa tra le tante rose bianche.
La stessa cosa e a maggior ragione per i Vangeli: è insufficiente leggerli o ascoltarli soltanto per “imparare” la Parola di Dio, perché tale Parola è Luce che trapela attraverso le parole, e se tale Luce non prevale, qualsiasi lettura o ascolto rimarrà nel buio. In altri termini, una qualsiasi frase del Vangelo ha da provocare una sorpresa, uno scuotimento, insomma un’illuminazione senza la quale esso resta un libro muto, che al massimo può suscitare una ripetizione a memoria non illuminata. Leggere o ascoltare il Vangelo con una fede scontata, data una volta per tutte, una fede che già “sa” quello che legge o ascolta, insomma una fede “tranquilla”, lascia il tempo che trova e può facilmente costituire una sorta di anestesia animica. Come si dice, “sempre lo stesso disco”. Per esempio: «avete inteso che fu detto … ma io vi dico …»: finchè non risulta una scudisciata, hai voglia a leggerla e rileggerla, oppure ad ascoltarla e riascoltarla! Come si può leggere o ascoltare la Parola che è Luce affidandosi al più che sospetto “ah, ho capito”? Quale organo umano può “capire” la Luce? Occorre un sovra-organo che si attivi grazie alla Luce.
Mi avvio alla conclusione proponendo i mistici versi di Giorgio Vigolo, che mi scossero almeno una trentina d’anni addietro e in cui riscontro la temperie proustiana:
«Un silenzio m’invita / di perduti sentieri / a un alto prato ove fra i monti sola / mi sorprende la sera: e come chiudo / in me lo sguardo a contemplar intento / vedo nel buio cuor sorgere un’alba /e illuminarsi un ignorato mondo: / dentro di me nascondo un altro cielo / e par che il sole che nei boschi cade / e brune lascia le contrade e i monti / in me stesso rinasca ad albeggiare … / e non tramonti».
«Vedo nel buio cuor sorgere un alba» …
Albert Camus: «nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate».
Buio/Inverno, Alba/Estate: anche qui che c’è da “spiegare”? Il messaggio arriva o non arriva. E per arrivare deve giungere all’indirizzo di partenza.
La circonferenza è il percorso apofatico. Dunque catartico.
Il cerchio si chiude nel punto in cui inizia.
Non più alcuna mediazione: Eterna coincidenza Alfa-Omega.
Luce del mattino, Luce del meriggio, Luce del tramonto, Luce della notte: una sola Luce.
«Io sono la luce del mondo». E “mondo” significa pulito. È la Luce che monda l’uomo, che però ha da mondarsi a sua volta.
L’imperativo propulsore: nient’altro che la Luce e me!
E finalmente: nient’altro che Luce!
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10 commenti su “Da Garcia Lorca a Proust. Il Matto”
“Germoglia in un vaso una rosa;
foglia a foglia la spio!
Così gentil il profumo d’un fior.
Ma i fior ch’io faccio, ahimè! …
i fior ch’io faccio, ahimè!
non hanno odore!” (la Boheme, Puccini)
.
Molte cose mi vengono in mente dopo la lettura: la piú importante mi pare é nel finale. Le ultime parole sono il fine ed il senso di tutto discorso: il profumo delle rose prima ammirate e poi, piegato il capo della nostra umanitá, annusate. Il ricordo del profumo é quindi la speranza della Luce, nell’ultimo atto della nostra vita.
Quello che si puó ancora dire, Enrico, é che molte rose ci prendono con la loro bellezza, non solo effimera come tutte le bellezze ma a volte illusoria, poiché senza odore interiore. Non pensiamo solo ai fiori ricamati da Mimì ma a tante belle rose annusate e scoperte deludenti!
Assaggiavo i questi giorni l’ottima marmellata di cipolla tropeana fatta da noi in casa e ricordo perfettamente quella originale di rose bulgare (r. damascena), assaggiata da ragazza… quello che é rimasto nel cuore, oltre alla dolcezza unica dei petali intravisti nel traslucido della composta é il suo profumo, la luce della rosa.
Ultimo pensiero, fra i tanti suscitati dall’articolo, va al Rosario per Maria che rimane il mezzo per profumare ogni momento della nostra vita.
Grazie Matto!
Grazie a lei per il profondo “aforisma” bohemiano che non conoscevo,
altrimenti l’avrei inserito nell’articolo.
E poi il profumo quale “luce della rosa”: roba da … Matti! 😊
Caro Matto che rifiuti la parola stereotipata, ma aspiri alla pura luce, io ritengo che non si trovi sulla terra luce più divina di quella dipinta da Rembrandt nel “Filosofo che medita” e in Turner nel “Giorno dopo il diluvio” ( descritto da Mosè ). Con l’età si tende a semplificare, perciò non servono più neppure le rose: è sufficiente il loro profumo appena annusato, oppure la memoria di esso conservata nella propria anima.
Ma perchè rifiutarne il gusto che, assieme all’odorato dona energia e felicità al corpo? Se non mi sbaglio, in Bulgaria è antica tradizione la creazione della marmellata di rose. E poi, non sta scritto, forse: ” Il vostro corpo è il tempio dello Spirito santo che avete in voi e che viene da Dio ” (Paolo, Corinzi I, 5, 19)? Ma è davvero così per tutti? A questo proposito vorrei aggiungere ancora qualche verso alla Canzone di Guido Guinizzelli da te citata ( nota comunemente come il Manifesto del Dolce Stil Novo ).
“Foco d’Amore in gentil cor s’apprende/ come vertute in pietra preziosa / che dalla stella valore no i discende/ anti che il sol la faccia gentil cosa/ poi che n’ha tratto fora/ per sua forza lo sol ciò che li è vile/ stella li dà valore:/ così lo cor ch’è fatto da natura / asletto, pur, gentile,/ donna a guisa di stella lo ‘nnammora/.”
In questo caso il poeta si richiama alla credenza dell’influenza virtuosa delle pietre preziose, virtù che può esercitarsi soltanto quando la pietra è estratta dal sottosuolo e purificata dalla luce del sole. Soltanto allora l’una o l’altra specifica virtù può rivelarsi grazie al puro raggio delle stelle.che “bagnano” per così dire un materiale- ma vivo e capace di azione.- perchè, comunque, di creazione divina.
Quindi, se da un lato abbiamo uno Spirito dell’Amore Divino che sceglie in chi abitare, dall’altro abbiamo lo Spirito d’Amore che può penetrare soltanto in uno spirito umano per sua natura “gentile”, ossia capace di sentire “nobilmente”. Insomma: in entrambi i casi è necessario essere nati (con un po’ di fortuna) almeno nella schiera degli psichici, non osando aspirare alla categoria dei pneumatici, ma, assolutamente non avere la rude natura degli ilici (oggi in schiacciante maggioranza).
Carissima, su Rembrandt e Turner siamo unanimi.
Per quel che mi riguarda (quindi non vale per tutti), sento che il digiuno, poiché infine di questo si tratta, debba essere il più stretto possibile. Mangiare poco, se non sbaglio, è un’importante prescrizione ascetico-mistica.
Digiunare, mangiare poco, contentarsi, sciogliersi dalla necessità del superfluo.
Quindi non è che io rifiuti il gusto (mi sembra che ciò si evinca da quanto ho esposto), ma ribadisco che, almeno per me, esso ha un che di più “materiale” del profumo, nel quale riscontro invece una proprietà eterea. Il gusto esige un contatto fisico, il profumo no.
Il digiuno di pensieri e parole è indubbiamente apofatico. Tuttavia, come vedi, anch’io me ne diletto imperversando su questo blog (ne ringrazio il signor Marco) e consapevole della contraddizione in cui cado.
Per completezza: ho letto il tuo ottimo contributo “profumato” dopo essere uscito dalla consueta seduta contemplativa mattutina di quaranta minuti, avendo chiuso la porta della camera per (tentare di) starmene col Padre che vede nel segreto.
Un abbraccio.
Carissimo Matto,
concedi: il .gusto non si identifica con la ghiottoneria sfrenata e indifferenziata. Aldonza Lorenzi non è la stessa creatura femminile di Dulcinea del Toboso, anche se don Chisciotte sognerebbe che lo fosse. Nè l’autentico buongustaio può prescindere dal valutare il profumo del piatto o della bevanda che gli viene servita. Dici che il profumo, da solo, è più nobile del gusto perchè l’olfatto non è in grado di “masticare” cose invisibili, volatili ed incorporee come fa la boccaccia del goloso con quelle corporee? E i feronomi degli odori, invisibili, ma concreti, dove li mettiamo? Hai, forse, cestinato la “madeleine” di Proust che gli spalanca tutto un complesso mondo spirituale di migliaia di pagine e di decine di anni? Gusto e olfatto sono- ahimè- i sensi più disprezzati perchè sembrano ricordare agli umani la loro affinità con gli animali: somiglianza che ai bipedi non è mai piaciuta; piuttosto- spinti da orgoglio blasfemo- preferirebbero credersi angeli, o, addirittura, demoni, (come spesso essi sono, anche se privi del dono del volo e dell’intelletto) .
A proposito dell’olfatto spero che tu abbia letto uno dei libri più interessanti della letteratura moderna: “il Profumo” di Patrick Suskind ( del quale l’industria cinematografica ricavò un film pubblicizzato con tanto di grancassa che nulla aveva a che fare con l’opera originale ).
Concludo con una considerazione di R.M. Rilke: “Credo che sia questo il compito maggiore di un legame tra due persone: che ciascuno sia a guardia della solitudine dell’altro. ” Dovrebbe piacerti, vista la pratica apofatica…👂🙏😷
Concedo, concedo, io sono un “concessionario” direbbe Totò 😁. Rilke … noi due ci intendiamo parecchio, ma, ecco lo iato prezioso: non su tutto. E proprio in questo iato, io faccio la guardia al tuo sentire mentre tu fai la guardia al mio. Entrambi liberi e reciprocamente rispettosi. Come dire: saya no uchi: la spada nel fodero … ma ora mi fermo se no dilago😄
Carissimo,
saya no uchi no kachi tame ni katusushinken…perfetto.
Meglio leggere poco e capire tutto piuttosto che leggere tutto e capire poco.😅
Chiaro che non si può leggere tutto ma solo molto,
che per quanto molto non è tutto
.
Quindi preciserei:
– l’illusione massima: leggere molto credendo di capire.
– Il percorso ideale: leggere poco sapendo di non poter capire.
“Capire”: parola difficile, pericolosa, bellica.
👏👏👏