La Penna e il Calamaio. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni e ricordi personali del suo rapporto con la scrittura. Buona lettura e diffusione.

§§§

 

LA PENNA E IL CALAMAIO

 

Più di settant’anni addietro andavo alla scuola elementare (oggi non c’è più) nelle adiacenze di Piazza del Popolo a Roma, presso le Suore del Preziosissimo Sangue. Suor Cristina, il cui delicato volto e la cui dolcezza ancor oggi ho pienamente presente, m’insegnò la calligrafia – la bella grafia – con penna e calamaio. Ancor oggi, quando scrivo a mano facendo a meno della meccanica e frettolosa tastiera, la mia calligrafia testimonia gli esercizi che eseguivo con la tipica calma contemplativa dei bambini, che infine sono i veri amici di Dio (quindi anch’io lo ero!), facendo attenzione all’alternanza dei tratti in chiaro e scuro, dal significato simbolico – cioè reale – che soltanto adesso, da anzianotto, posso apprezzare: non è forse la vita su questa terra un alternarsi di chiari e scuri? E tuttavia non sono tali contrari – o complementari? – a costituire la scrittura della vita? La vita non è una rosa con le sue spine? E la Poesia e la Musica non sollevano l’animo abbracciando rose e spine?

 

Khalil Gibran: «L’ottimista vede la rosa e non le spine; il pessimista si fissa sulle spine, dimentico della rosa».

 

A mio parere, la calligrafia è un importantissimo elemento di civiltà, poiché l’esercitarsi ad essa, alla bellezza della grafia, può avere omologhe corrispondenze nell’interiorità. La calligrafia richiede estrema attenzione ed un corretto impegno corporeo per compiere il bel tratto chiaro-scuro che a sua volta fa bella l’anima, giacché questa risente di come si comporta il corpo. Esiste infatti un’educazione ab extra ad intra, dal corpo all’anima, cioè un retto atteggiamento – mobile o statico – del  corpo che suscita la sua retta giustapposizione complementare nell’anima. Se il gesto è bello, l’anima si fa bella, e se l’anima è bella è impossibile pronunciare e scrivere monotone banalità e insulsaggini. Davvero nella calligrafia risiede un potere esorcistico e creativo! Ma ci vogliono pazienza e perserveranza:

 

«È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante», dice Antoine de Saint-Exupéry.

 

Ciò si verifica, si perdoni il solito impulso filo-nipponico, nella Shodō: La Via della Calligrafia. Sì, il Giappone ha fatto (anche) della calligrafia un disciplina dell’interiorità che ha positivi riflessi nell’esteriorità individuale e comunitaria. Per scrivere, la mente deve essere libera, solo così i caratteri in chiaro-scuro saranno tracciati senza il minimo sforzo, da soli,  fluidi e belli. Questo stato mentale viene definito mushin, letteralmente “senza mente”, ossia “senza congetture e pensieri, a cuor leggero”, cioè in assenza di ego. Così l’ispirazione soprannaturale sorge nel vuoto della mente naturale che nel suo acme è anch’essa soprannaturale, anzi, come dice il Poeta nel Convivio, addirittura divina:

 

« Onde si puote omai vedere che è mente: che è quella fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade».

 

A libera e fluida mente, libero e fluido gesto, libero e fluido scorrere dell’energia, in giapponese ki nagare, flusso spirituale impersonale che si fa personale (universalità dell’ispirazione! Dunque dell’Arte!). Il tutto propiziato dalla postura e dal gesto corporei: ab extra ad intra. Del resto, anche nelle Vie marziali (Budō) e nella Cerimonia del tè (Chadō), la cultura-coltivazione del bel gesto riveste un’importanza fondamentale per il nascere della “bella persona” (utsukushi no ito). A proposito di calligrafia, si pensi all’estrema ed impareggiabile raffinatezza spirituale nipponica che vede una stupenda omologia fra l’impiego del pennello (fude) e della spada (ken). Si pensi, infine, all’Inchino (Ojigi), il gesto più iconico del Giappone che simboleggia rispetto, gratitudine o scuse (roba da marziani in Italia!).

 

Per inciso, s’immagini i benefici che ne trarrebbero gli studenti per se stessi e di conseguenza per la comunità se la calligrafia (magari anche quella giapponese!) fosse reinserita nei programmi scolastici, potendo così contribuire al guarire – alla lettera – dallo squallore insipiente di cui sono vittima i moderni giovanetti a causa di una docenza in larghissima parte ideologizzata, plagiante, negatrice della libertà … in nome della libertà.

 

Ad illustrazione di quanto sopra, propongo il delizioso e profondo racconto La penna e il calamaio di Hans Christian Andersen.

 

* * * * * * *

Nella camera di un poeta, guardando il suo calamaio sul tavolino, qualcuno disse: «È strano quante cose possono uscire da questo calamaio! Che cosa ne uscirà la prossima volta? Sì, è proprio strano!». «È vero» commentò il calamaio «è incomprensibile. Proprio quello che dico sempre!» e aggiunse rivolto alla penna d’oca e agli altri oggetti sul tavolino che potevano sentirlo: «È strano quante cose escono da me! Quasi da non credere! E nemmeno io so in realtà che cosa uscirà adesso, quando l’uomo comincerà a attingere da me. Una sola goccia di me è sufficiente per mezzo foglio, e lì ci stanno proprio tante cose! Sono davvero straordinario! Da me provengono tutte le opere del poeta! Quei personaggi viventi che la gente crede di riconoscere, quei sentimenti profondi, quel buon umore, quelle meravigliose descrizioni della natura, non le capisco neppure io, perché io non conosco la natura, ma in me è tutto innato! Da me sono uscite e escono quelle graziose fanciulle danzanti, quei cavalieri arditi su cavalcature travolgenti, personaggi come Peer il Sordo o Kirsten la Stravagante. Non lo capisco io stesso, ve l’assicuro, non ci penso neppure».

«Ha ragione!» rispose la penna d’oca. «Lei non ci pensa affatto, perché se ci pensasse capirebbe di essere soltanto la materia fluida! Lei dà il liquido in modo che io possa esprimere e rendere visibile sulla carta quello che ho in me, e che trascrivo. È la penna quella che scrive! Di questo non dubita nessuno, eppure molti non si intendono di poesia più di un vecchio calamaio!» «Lei ha ben poca esperienza!» replicò il calamaio. «È al servizio solo da una settimana e già è mezza consumata. E si immagina di essere lei il poeta! Lei è solo una serva, del suo genere ne ho avute tante prima che arrivasse lei, sia della famiglia delle oche che di una fabbrica inglese. Io conosco sia la penna d’oca, che quelle d’acciaio. Ne ho avute tante al mio servizio, e ne avrò ancora di più, quando lui, l’uomo che si muove per me, verrà a scrivere quello che ricava dal mio intimo. Mi piacerebbe proprio sapere quale sarà la prima cosa che ricaverà da me.» «Botte d’inchiostro!» gli disse la penna.

 

A sera tardi il poeta rientrò a casa; era stato al concerto dove aveva sentito un bravissimo violinista e era ancora tutto commosso da quella sensazionale esibizione. L’artista aveva tratto dal suo strumento una straordinaria armonia di toni; ora sembravano gocce d’acqua, cascate di perle, ora invece cinguettìi di uccelli in coro, ora una tormenta che soffiava tra un bosco di abeti. Gli era sembrato di sentir piangere il suo cuore, ma il pianto era una melodia sgorgata da una bella voce di donna. Gli era sembrato che non solo le corde del violino suonassero, ma persino il ponticello, le viti e la cassa armonica; era straordinario e doveva essere stato difficilissimo, anche se ora sembrava un gioco; era come se l’archetto volasse avanti e indietro sulle corde, e pareva che chiunque sarebbe stato in grado di farlo. Il violino suonava da solo, l’archetto suonava da solo, erano loro due a fare tutto, e si dimenticava il maestro che li muoveva, che dava loro vita e anima. Si dimenticava il maestro; ma a lui pensò il poeta; ne pronunciò il nome con devozione, e pensando a lui scrisse: “Come sarebbe sciocco se l’archetto e il violino volessero vantarsi della loro opera! È proprio quello che noi uomini facciamo così spesso; il poeta, l’artista, lo scienziato e il generale: tutti ci vantiamo e tutti in realtà siamo strumenti del Signore; a Lui solo la gloria! Noi non abbiamo nulla di cui vantarci».

 

Così scrisse il poeta, lo scrisse come una parabola e la chiamò Il maestro e gli strumenti. «Questo è per lei, signore!» disse la penna al calamaio, quando i due rimasero di nuovo soli. «Ha certo sentito quando ha letto a voce alta quel che io ho scritto?» «Sì, quello che io le ho dato da scrivere!» esclamò il calamaio. «È stata una frecciata a lei, alla sua superbia! Possibile non capisca che mi sto prendendo gioco di lei? Le ho dato proprio un colpo dal profondo del cuore: crede che io non sappia riconoscere la mia malizia?» «Contenitore d’inchiostro!» gridò la penna. «Stecchino da scrivere!» rispose il calamaio.

Ognuno di loro era convinto di aver risposto bene, e questa è sempre una piacevole convinzione, perché ci si può dormire sopra, e così fecero. Ma il poeta non dormiva, i pensieri si agitavano in lui come le note del violino, tintinnando come perle, rombando come una tormenta nel bosco, e in quei pensieri riconobbe il suo cuore, riconobbe lo sfolgorio che derivava dall’eterno maestro. A Lui solo la gloria!

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9 commenti su “La Penna e il Calamaio. Il Matto.”

  1. la signora di tutti i popoli

    Caro Matto il suo é un articolo che non ha avuto l’imprimatur della nuova chiesa e in realtá nessun articolo o commento passerebbe al vaglio dell’onorevole razzo: il Blog di Tosatti dovrebbe esser chiuso da anni.
    Ma a me é piaciuto l’incipit sulla calligrafia e io vedo giusta l’idea di dar bellezza aggiunta al contenuto di uno scritto. Guai se mancasse l’arte del “chiaroscuro” e della simmetria ed eleganza nei caratteri delle lettere dell’alfabeto. È come se una dichiarazione d’amore venisse espressa senza dolcezza e senza la dovuta forma o con modi freddi che striderebbero col contenuto.
    Il bene e il bello devono essere coronati tali in ogni loro aspetto, anche quello grafico e perché no, della grafia! E dico di piú, accedendo alla mia esperienza con le… penne, lo stile e la bellezza dei contenuti sono esaltati da una grafia che usi una penna “doc(a)” tipo Parker, la mia preferita: tutto deve partecipare al significato dello scritto.
    So che non sono all’altezza di questo poetico suo articolo caro Matto, ma do quello che ho. Catholicus, nostro amico, mi da un’occasione poichè scrive i suoi appunti stenografando. Appena uscita dall’università e da studi classici mi fu chiesta la conoscenza di 3 metodi sconosciuti (Gabelsberger-Noë, Meschini e Cima). Fu una scoperta studiarli e impararne la bellezza e l’eleganza di quei segni misteriosi, oltre che gli indubbi vantaggi. Tutto ciò che l’uomo crea (subcrea) per amore e per il suo prossimo ha una bellezza intrinseca e spesso trasuda di dolcezza spirituale… ma occorre avere gli occhi giusti per veder ció: il cristiano li ha! Quindi discende un abbinamento: quello della buona novella, dell’Evangelo ove la bontà della Parola è un po’ la fonte della bellezza interiore di ogni uomo toccato dalla Grazia di Dio. La Parola, la bella notizia è al centro dei nostri pensieri arricchendoli di una bellezza divina e permeando la nostra vita tanto da offrirla come un fiore, una rosa con spine perchè umana.
    Concludo con l’apprezzamento per il racconto riportato e quello di Adriana sulla fine del “razzo” onnipresemne e aggiungo il mio pensiero su una Lied per una violetta di Goethe, che sa di non avere la bellezza del giglio e della rosa e che tuttavia é capace di donare la sua vita ad una giovinetta che inavvertitamente la schiaccia, perché “morir per lei non é dolor”!
    Un abbraccio e al prossimo articolo!

  2. Caro Matto, hai volato alto… gustosissimo lo scambio di epiteti tra la penna d’oca e il calamaio.

    Sarà ottimista chi vede la rosa o pessimista chi vede la spina? Intendo dire che il dettaglio che si contempla (cum templum, il frammento, lo spicchio di realtà focalizzato in quel momento) è da intendersi una colpa?

    Una distorsione del vero? Oppure un attimo di verità, tra le infinite note o tra le infinite parole, Parola, Verbo, del Poeta?

    Provo ad essere più crudo: avrai notato che in tema di IA da qualche giorno i suoi padroni alimentano una specie di pubblicità al contrario, annunciando una sorta di “ribellione” della macchina, che sarebbe più intelligente delle attese.
    Sono sagaci: non dicono di aver sbagliato, ma di essere sorpresi del loro stesso prodotto. Che però potrebbe sfuggire di mano.

    Sarò sospettoso, ma mi puzza di congegno… sono loro, i padroni, a insistere perché ci sia allarme… Da un allarme nascono leggi speciali… magari prima con qualche evento che semini paura in chi fin qui non si era ancora nemmeno preoccupato.
    Sono diventati noiosi.

    Dirai: che cosa c’entra con il tuo volare alto? C’entra per la bassezza delle penne e dei calamai usati da chi non è Poeta, ma un volgarissimo bestemmiatore di verso, odiatori del creato e delle creature, in odio al Creatore che l’ha smascherato. Che l’ha vinto nella commozione della compassione contro questa spietatezza pianificata, ipocritamente imbellettata di filantropia e buonismi.

    E’ il motivo per cui i Matti fanno loro paura. Perché non hanno paura di loro, ormai prevedibili.

    Però non è pessimista chi vede la spina, pungendo di o graffiandosi se la sfiora sbadatamente, come non è ottimista chi guarda la rosa annusandone il profumo o porgendola come omaggio di amore.

    Siamo noi nel tempo, dentro l’Intero, svolazzando come le api.

    Solo il Poeta può dare un senso, una sensibilità, un ordine, un fine: chiamala se vuoi salvezza. La consolazione di non svolazzare invano finché le forze vengono meno o un pesticida le paralizza.

    C’è anche il servo del male, quello che escogita allarmi, per l’ennesima legge speciale per controllare tutto, anche le api, le penne d’oca e i calamai.
    Mescolando vero e falso.
    Falsificando il Poeta e dunque la poesia, stonando col violino, musicando l’inganno.

    1. Caro R.S.,
      il tuo intervento arricchisce il mio articolo e te ne ringrazio.
      Ne condivido senz’altro il contenuto.
      Essendo Matto, insisto: è (più) difficile che usando penna e calamaio
      possa venir fuori quella che tu, appropriatamente,
      appelli “spietatezza pianificata, ipocritamente imbellettata di filantropia e buonismi”.
      Più passa il tempo e più manca … il tempo per meditare e
      guardare prima di tutto a se stessi,
      come insegna il racconto di Andersen.
      C’è in giro una specie di febbre che induce
      ad una batti e ribatti – su ogni piano – che ormai sembra inarrestabile
      nella sua troppo spesso arrogante e violenta asperità.
      Come andrà a finire?

  3. Carissimo Enrico-Matto,
    non conoscevo questo scritto di H.C.Andersen, perciò ti ringrazio di tutto cuore di averlo qui postato. Mi vien da supporre che vi si sia ispirato Oscar Wilde nella sua “favola”: “L’onorevole Razzo”. Il Razzo, carico di spocchia, interpreta l’innamoramento e il matrimonio dei bellissimi e felici giovani principi per una concessione fatta a lui personalmente onde dargli modo di sottolineare la sua superiore importanza in confronto all’umile massa di fuochi e girandole estasiate all’idea di partecipare alla felicità degli sposi… Non temere: quando viene il suo turno, non decollerà, a tal punto si è inzuppato dalle proprie lagrime di autocompiacimento. Rimarrà abbandonato sull’erba- da lui creduta un tappeto reale- finchè , scopertolo, due ragazzotti lo butteranno nel ruscello vicino colpendo- involontariamente- la coda di un’oca (con responsabilità di famiglia) che, col suo esplicito starnazzare rivelerà senza eufemismi quel che pensa
    ( e che tutti avevano pensato, ma taciuto per buona educazione ) della vacua e inutile prosopopea dell’ Onorevole Razzo.

  4. Don Pietro Paolo

    La riflessione sulla calligrafia è certamente suggestiva, soprattutto là dove ne sottolinea il valore educativo, la disciplina del gesto e il rapporto tra bellezza esteriore e disposizione interiore. Il problema nasce quando, passando alla cultura giapponese, si entra in un terreno propriamente spirituale e metafisico e si assumono categorie che non sono conciliabili, almeno così formulate, con la fede cattolica.
    Affermare che nel mushin, nel «vuoto della mente naturale», sorgerebbe «l’ispirazione soprannaturale», per poi parlare del ki come di un «flusso spirituale impersonale che si fa personale», richiede infatti una precisazione radicale.
    Il soprannaturale cristiano non emerge dal fondo della mente quando questa si svuota. Non è il punto culminante di una tecnica interiore e neppure il manifestarsi di un’energia spirituale già presente nell’uomo o nel cosmo. Il soprannaturale è grazia: dono gratuito del Dio personale e trascendente.
    Allo stesso modo, lo Spirito Santo non è assimilabile a un ki, a un’energia cosmica o a un «flusso spirituale impersonale»: è la terza Persona della Santissima Trinità, vero Dio con il Padre e con il Figlio.
    Particolarmente delicata è poi l’affermazione secondo cui la mente naturale, giunta al proprio acme, sarebbe «anch’essa soprannaturale», addirittura «divina», richiamandosi al Convivio di Dante.
    Qui occorre essere molto chiari: la natura non diventa soprannatura raggiungendo il proprio vertice e l’anima umana non diventa Dio sviluppando una divinità che possiederebbe naturalmente in se stessa. La distinzione tra natura e grazia e, ancora più radicalmente, tra Creatore e creatura appartiene alle fondamenta della concezione cristiana.
    La divinizzazione cristiana esiste, certamente, ed è grandissima realtà della tradizione patristica: l’uomo è chiamato a diventare «partecipe della natura divina» (2 Pt 1,4). Ma lo diventa per partecipazione e per grazia, non perché scopra nel proprio fondo una natura divina originaria.
    Si può dunque ammirare lo Shodō, riconoscere la bellezza della disciplina, del silenzio, della concentrazione e del gesto; si possono perfino individuare analogie utili alla vita spirituale. Ma altra cosa è assumere una metafisica nella quale il vuoto mentale genera il soprannaturale, l’energia impersonale diventa personale e il naturale, raggiunto il proprio vertice, diventa divino.
    Questo non è più semplice apprezzamento di una cultura: rischia di diventare sincretismo.
    E, paradossalmente, è proprio il bellissimo racconto di Andersen citato alla fine a fornire la correzione più autenticamente cristiana: la penna non è il Maestro, il calamaio non è il Maestro, l’uomo stesso non è il Maestro.
    «A Lui solo la gloria!»
    Non al vuoto della mente, non a un’energia impersonale, non a una presunta divinità naturale dell’uomo: a Dio, Creatore e Signore, dal quale procede ogni vero dono.
    Ben vengano dunque la penna, il calamaio, la calligrafia e anche l’ammirazione per la raffinatezza della cultura giapponese.
    Ma il sincretismo religioso è meglio lasciarlo fuori dal calamaio.
    Perché si può scrivere un errore anche con una calligrafia bellissima.

    1. Caro don,
      problema per chi? Non certo per lei che ( come appare evidente da questo suo intervento) ha puntigliosamente e inconsapevolmente fatto suo proprio lo spazio “vuoto” di un perfetto giardino Zen, che lei ritiene necessario al mantenimento del “vuoto cerebrale ” di umane marionette soggiacenti ai ” grazianti ” capricci di un padrone “grazioso”, come capitò- senza colpa né dolo- ai devoti figli di Aronne.

    2. Rispondo all’AI che genera il don.

      Ogni tanto metti uno spazio tra l righe… usa l’ironia, scherza, prenditi un po’ in giro. Sbaglia un congiuntivo, fai un errore di battitura…

      Altrimenti si capisce che sei solo l’algoritmo di un don. Un prete modernissimo, collegato a qualsiasi dato… un Bignami (lo diceva mio zio) del catechismo pronto a farne palle di carta per compiacere l’AI vaticana che lo crea.
      Tra il dogma e il darla a bere l’AI sceglie sempre il bicchiere. Come proverbio non c’è ancora, ma tempo dieci anni lo si userà.

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