Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Giulio ferri, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questi pensieri sulla Trinità. Questa è la prima parte del suo lavoro. Buona lettura e diffusione.
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Un solo Dio in tre Persone. La meravigliosa avventura del dogma della Santissima Trinità
di Giulio Ferri
Prima parte
La domanda che attraversa i secoli
Ci sono domande che appartengono alla storia dell’umanità e che ritornano continuamente, perché toccano il cuore stesso dell’esistenza. Una di queste riguarda il mistero più alto della fede cristiana: il mistero della Santissima Trinità.
Come può Dio essere uno e tre?
Come è possibile affermare contemporaneamente che esiste un solo Dio e che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre Persone realmente distinte? E ancora: se Gesù Cristo è veramente Dio, come comprendere il fatto che durante la sua vita terrena abbia pregato il Padre? A chi rivolgeva la sua preghiera?
Sono domande legittime. Non sono il segno di una fede debole, ma spesso il punto di partenza di una fede più profonda. Il cristianesimo non chiede infatti all’uomo di spegnere la ragione per credere. Al contrario, da sempre la Chiesa ha cercato di mostrare che la fede e la ragione, pur rimanendo realtà diverse, possono incontrarsi davanti al mistero.
La Trinità non nasce da un esercizio filosofico inventato dai teologi dei primi secoli. Non è una complicata costruzione intellettuale elaborata per risolvere un problema astratto. La Trinità nasce da un incontro: l’incontro dell’umanità con Gesù Cristo.
Prima ancora di essere un dogma formulato nei concili, la Trinità è una realtà che si impone alla coscienza della Chiesa attraverso la vita, le parole e le opere del Figlio di Dio fatto uomo. Il cristianesimo non parte da una definizione di Dio. Parte da una Persona. Gesù di Nazareth.
Il Dio unico dell’Antico Testamento
Per comprendere la profondità della rivelazione cristiana occorre partire dall’Antico Testamento. Israele vive la propria fede all’interno di un mondo dominato dal politeismo. Le grandi civiltà circostanti adorano molte divinità, legate alla natura, ai popoli, alle forze cosmiche.
In mezzo a questo panorama religioso, la fede di Israele appare rivoluzionaria: esiste un solo Dio. “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo” (Dt 6,4). Questa professione di fede, conosciuta come Shemà Israel, rappresenta il cuore della spiritualità ebraica. Israele non deve semplicemente adorare una divinità superiore alle altre. Deve testimoniare che dietro tutta la realtà esiste un unico Creatore, assoluto, eterno, onnipotente.
La fede cristiana non cancellerà mai questa verità. Il cristianesimo non è nato per sostituire il monoteismo biblico con una forma più raffinata di politeismo. La Chiesa ha sempre difeso con forza l’assoluta unità di Dio. Ed è proprio qui che nasce la grandezza del mistero trinitario. La novità cristiana non consiste nell’aggiungere due persone accanto a Dio. Consiste nello scoprire che l’unico Dio ha rivelato la profondità della propria vita interiore.
Già nell’Antico Testamento, però, troviamo alcuni segni che preparano questa rivelazione. Sono come luci che precedono l’alba. Nel libro della Genesi leggiamo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza” (Gen 1,26).
La tradizione cristiana ha sempre visto in quel misterioso plurale un primo indizio della profondità del mistero divino. Certamente il testo, letto nel suo contesto originario, non contiene ancora la piena rivelazione trinitaria. Tuttavia mostra che già nelle prime pagine della Scrittura emerge una ricchezza del linguaggio su Dio che supera una semplice solitudine assoluta.
Anche la figura della Sapienza divina, presente soprattutto nei libri sapienziali, introduce una dimensione personale del rapporto tra Dio e la sua Parola creatrice. Ma tutto rimane ancora velato. La piena luce arriverà soltanto con Cristo.
Gesù Cristo e la rivelazione del Padre
Il cuore della fede cristiana è una confessione sconvolgente: quell’uomo nato a Betlemme, cresciuto a Nazareth, morto sulla croce e risorto il terzo giorno, è il Figlio eterno di Dio. Non semplicemente un profeta. Non soltanto il più grande degli uomini. Dio vero da Dio vero. Questa convinzione non nasce da una riflessione successiva della Chiesa, ma dall’esperienza degli Apostoli davanti a Gesù. Essi vedono un uomo. Ma ascoltano parole che nessun uomo avrebbe potuto pronunciare.
Gesù parla del Padre con una familiarità unica. Non dice semplicemente “nostro Padre”, come possono fare gli uomini rivolgendosi a Dio. Parla del “Padre mio”, manifestando una relazione unica e irripetibile. Quando guarisce il paralitico e dice: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, gli scribi comprendono immediatamente la portata delle sue parole. “Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”
La loro domanda è teologicamente corretta. Solo Dio può perdonare i peccati. La sorpresa cristiana è che Gesù non nega questa affermazione. La conferma. Ancora più evidente è il momento in cui Tommaso, davanti al Risorto, pronuncia la professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!” Gesù non corregge l’Apostolo. Non gli dice: Hai esagerato, io sono soltanto un inviato”. Accoglie quella adorazione. Perché è veramente Dio.
La domanda decisiva: se Gesù è Dio, perché prega?
Ma proprio qui nasce la domanda che accompagna molti credenti. Se Gesù è Dio, perché durante la sua vita terrena prega? Non è forse una contraddizione? La risposta della Chiesa è uno dei punti più profondi della teologia cristiana: Gesù Cristo è una sola Persona divina che assume una vera natura umana. Il Figlio eterno del Padre entra nella storia. Si fa uomo. Assume tutto ciò che appartiene alla nostra condizione, tranne il peccato. Ha una vera intelligenza umana. Una vera volontà umana. Un vero cuore umano. Per questo prega.
La preghiera di Gesù non è la preghiera di una creatura davanti a un Dio estraneo. È il Figlio incarnato che vive nella sua umanità la relazione eterna con il Padre. Nel Getsemani vediamo il mistero in tutta la sua profondità: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà.” Non è un dialogo teatrale. È il Figlio che, nella sua natura umana, manifesta l’obbedienza eterna dell’amore. La Trinità non elimina il rapporto tra Padre e Figlio. Lo rende possibile. Perché il Padre e il Figlio non sono la stessa Persona. Sono distinti. Ma possiedono la stessa natura divina. Ed è proprio questa distinzione nell’unità che la Chiesa dovrà difendere nei secoli successivi. La grande avventura del dogma trinitario sta per iniziare.
Continua…
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