Gesù e la maledizione del Giudaismo Talmudico. Don Curzio Nitoglia.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di don Curzio Nitoglia, a cui va il nostro grazie. Buona lettura e diffusione.

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Gesù e la maledizione del Giudaismo

di Don Curzio Nitoglia

Il Signore Gesù ha maledetto alcune città della Galilea (Mt., XI, 20-24; Lc., X, 10-16) per la loro incredulità; come poi nella Giudea, poco prima di essere ucciso, ha maledetto pure Gerusalemme in quanto infedele e pronta al Deicidio (Mt., XXIV, 15; Lc., XIX, 43).

Certamente Gesù non ha desiderato il sommo male spirituale, ossia la dannazione eterna, dei Giudei increduli della Galilea e della Giudea; infatti, sarebbe stato gravemente illecito e peccaminoso; tuttavia, Egli ha chiesto per essi un certo qual male materiale, ma sempre per la loro conversione; come pure chiese persino un castigo o un certo – temporaneo e iniziale – male spirituale del Giudaismo infedele, purché non fosse definitivo e assoluto, ma anzi affinché gli servisse da lezione morale e lo spronasse a un bene spirituale maggiore e alla vera conversione (S. TOMMASO D’AQUINO, S. Th., II-II, q. 76).

Nel Vangelo (Mt., XI, 20-24), il Salvatore, avendo costatato lo stato oggettivo o materiale di perversione morale del Giudaismo farisaico del Suo tempo e delle città della Galilea in cui aveva esercitato la maggior parte del Suo apostolato, li aveva disapprovati entrambe, oggettivamente e materialmente, esclamando: “Guai a voi …!”.
Questa è la maledizione oggettiva o materiale.

Inoltre, Gesù non si è fermato qui, ma ha scagliato anche una maledizione formale o soggettiva, ossia ha invocato o augurato esplicitamente il male al Giudaismo infedele (1)  (F. ROBERTI – P. PALAZZINI, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 1955, p. 627, voce “Imprecazione”), che aveva violato la Legge del Signore; affinché – innanzitutto – l’ordine divino e naturale fossero riparati (pena vendicativa) e – in secondo luogo – affinché i Giudei increduli, maledetti formalmente, si correggessero (pena medicinale).

Il Dottore Angelico nella Somma Teologica spiega che è lecito maledire formalmente qualcuno (II-II, q. 76, a. 1); infatti, il profeta Eliseo (II Re, II, 24) maledisse i fanciulli che lo deridevano in quanto profeta ed essi furono sbranati da un orso.

Inoltre, Gesù “meledixit ficulneae” (Mt., XXI, 19), poiché “il fico era figurazione del Giudaismo incredulo”, dunque essi (fico e Giudaismo) sono stati maledetti da Gesù non solo oggettivamente (con la costatazione della loro infruttuosità e fede deviata), ma anche formalmente, tramite un anatema, che il Signore rivolse alla pianta e – figurativamente – al popolo deicida, affinché seccassero poiché infruttuosi – nel primo caso – di fichi e – nel secondo caso – di fede retta accompagnata dalle opere buone; infine, Dio stesso dopo il peccato di Adamo maledisse la terra, affinché non desse più frutti senza essere stata prima duramente lavorata dall’uomo, dicendo: “Maledetto sia il suolo per causa tua” (Gen., III, 17), cioè a causa  del peccato del primo uomo (S. Th., II-II, q. 76, a. 2).

Infine, nel 4° e ultimo articolo della medesima questione, San Tommaso ci spiega che è lecito maledire anche formalmente (ossia augurare il male come pena dovuta alla colpa) qualcuno affinché, in primis, sia riparato l’ordine morale violato (ad esempio, il giudice che pronuncia su un omicida la sentenza: “Ti condanno alla pena dell’ergastolo”); in secundis, si scoraggino i malvagi dal reiterare le colpe (alla vista della prigione a vita comminata all’omicida, gli altri si asterranno probabilmente dal commettere il male); in tertiis, si risarcisca la persona offesa o la sua famiglia (i figli dell’ucciso devono poter vedere l’assassino del loro padre condannato alla reclusione e non premiato) e, solo infine, si possa medicare e correggere il delinquente (l’assassino, in carcere potrebbe rientrare in sé e pentirsi del male fatto; come fece per esempio Alessandro Serenelli, l’uccisore di Santa Maria Goretti).

Padre Antonio Royo Marin, commentando la Somma Teologica (II-II, q.108, aa.1-4), ha scritto: «L’istinto di vendicare un male, come moto di ripulsa verso esso, è buono; perciò la giusta vendetta, che vuol – innanzitutto – riparare l’ordine violato dal delinquente facendo il male e – secondariamente – emendare il colpevole, è cosa buona e giusta; dunque, l’elemento primario della pena è vendicativo (ristabilire l’ordine e punire il male), mentre quello secondario è medicinale (aiutare il colpevole a riscattarsi). Invece oggi la pena è vista, solo come medicinale e s’ignora il suo lato afflittivo, correttivo, riparatore o “vendicativo”» (2).

Il Giudaismo talmudico è rigettato da Dio

Innanzitutto, bisogna specificare che qui si sta parlando di Ebraismo religione postbiblica e dei fedeli di essa in quanto fedeli, gli Ebrei che seguono la Cabala e il Talmud (3), non dell’etnia ebraica.

Poi, occorre precisare i termini teologici e biblici di riprovazione e maledizione; a) riprovare significa rigettare, reputare inutile, disapprovare, rompere un’amicizia. Ora, la Sinagoga talmudica, che l’Apostolo San Giovanni chiama due volte “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9), dopo l’uccisione di Cristo, è stata disapprovata, rigettata da Dio, che ha costatato la sua infedeltà al Vecchio Patto stretto da Lui con Abramo/Mosè e l’ha ripudiata per stringere una Nuova Alleanza con il “piccolo resto” o “reliquia” (Rom., XI, 5-7) d’Israele rimasta fedele a Cristo e a Mosè, e con tutte le Genti pronte ad accogliere il Vangelo (le quali in massima parte hanno corrisposto al dono di Dio, mentre solo una loro “reliquia” lo ha rifiutato, per adorare narcisisticamente se stessa tramite gli idoli che si era costruiti a mo’ di specchio). Dio ha sconfessato chi ha rinnegato il Suo Figlio unigenito e consustanziale, “Dio vero da Dio vero”. Perciò, la sana teologia ha interpretato la Scrittura e ha insegnato che il Giudaismo postbiblico è riprovato o disapprovato da Dio, ossia sino a che resta nel rifiuto ostinato di Cristo, non è unito spiritualmente a Dio, non è caro a Lui, non è in grazia di Dio.

Inoltre, b) maledire significa condannare e questa è α) sia una “maledizione oggettiva”, ossia una situazione che è costatata come disordinata e, quindi, condannata da Dio, della quale Egli dice male o “male/dice”. Infatti, Dio non può approvare, dir bene o “bene/dire” oggettivamente il rifiuto di Cristo.

Tuttavia, β) si tratta anche di una maledizione soggettiva o formale; infatti, il Padre, dopo aver costatato la sterilità del Giudaismo farisaico e rabbinico, che ha ucciso i Profeti, suo Figlio e infine gli Apostoli, la condanna e la maledice formalmente. Come Gesù che, costatata la sterilità di un fico, lo maledisse formalmente (“tu possa essere seccato!”), ossia non lo apprezzò, ma lo condannò formalmente – dopo aver costatato oggettivamente o materialmente la sua infruttuosità – proprio in quanto infruttuoso (4).

Riporto qui quanto ha scritto un’Ebrea convertita e valente studiosa di Patrologia, Denise Judant: «Occorre distinguere il Giudaismo dell’Antico Testamento dal Giudaismo postcristiano. Il primo (Antico Testamento), è una preparazione del Cristianesimo; il secondo invece (Giudaismo postcristiano o talmudico), ha negato la messianicità di Gesù e continua a rifiutare il Messia Gesù Cristo. In questo senso vi è un’opposizione di contraddizione tra Cristianesimo e Giudaismo attuale. L’Antica Alleanza è basata non solo sulla libera scelta ed elezione divina, ma anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del Patto bilaterale. Infatti, l’Alleanza non è incondizionata (Dt., XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini … maledizioni se disobbedite” (Dt., XI, 28).

L’Alleanza Antica non è unilaterale, ma è revocabile e dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo, che Egli vorrebbe anche distruggere completamente (Dt., XXVIII; Lev., XXVI, 14 ss.; Ger., XXVI, 4-6; Os., VII, 8 e IX, 6).

Dopo la morte di Cristo, il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo a “un piccolo resto” fedele a Cristo e a Mosè, che preannunciava Gesù. In séguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’Antico Testamento che Lo annunciava, il perdono di Dio si restrinse solo a “un piccolo resto”.

Da parte di Dio, diversamente che da parte dell’uomo, non vi è rottura del Suo piano, (che viene ritirato solo dopo aver costatato il suo rifiuto da parte dell’uomo: “Deus non deserit, nisi prius deseratur”), ma solo sviluppo e perfezionamento dell’Alleanza Antica, nell’Alleanza Nuova e definitiva, che darà al “piccolo resto” dei Giudei fedeli al Messia un “cuore nuovo” e si aprirà all’umanità intera … Gesù non ha instaurato una nuova religione, ha insegnato che Dio voleva la salvezza di tutta l’umanità e che la venuta del Cristo era la condizione di tale salvezza… La comunità cristiana è rimasta fedele alla Tradizione veterotestamentaria, riconoscendo in Gesù il Cristo-Messia annunciato dai Profeti. Per i Cristiani è il Giudaismo postbiblico a essere infedele all’Antico Testamento, ma vi è un “piccolo resto” fedele, che entrando nella Chiesa di Cristo garantisce la continuità dell’Alleanza (Antica/Nuova), in vista di Cristo venturo e venuto. Egli è la “pietra d’angolo” che “ha fatto di due [popoli: Giudei e Gentili] una sola cosa” [Cristiani]» (5).

La nostra ora e il nostro giudizio si avvicinano

A partire da quanto rivelatoci nel castigo di Sodoma, Tiro, Cafarnao e Gerusalemme come non pensare alla sorte che incombe sul nostro capo? Infatti, oggi un peccato simile a quello dell’incredulità che Gesù rimprovera alle città della Galilea, lo stiamo commettendo anche noi.

Si ponga mente serenamente e oggettivamente 1°) all’obbligo di vaccinazione universale con siero contenente feti abortiti, anche per andare a Messa o entrare in una chiesa; 2°) alla propaganda e soprattutto all’abominevole pratica obbligatoria del Gender nelle scuole, a partire da tre anni; 3°) alla α) proibizione della Messa di Tradizione apostolica, sostituita obbligatoriamente (anche se arbitrariamente) con un rito perlomeno ambiguo e ambivalente come il Novus Ordo Missae di Paolo VI, con la Comunione sulle mani β) eventuale prossima soppressione degli Istituti Eccelsia Dei, γ) accompagnata dalla chiusura delle chiese e dalla sospensione del culto pubblico persino a Natale e a Pasqua.

Ebbene, di questi atti di apostasia dottrinale e di degenerazione morale – purtroppo imposti illecitamente e tirannicamente dall’alto, ma largamente anche se non totalmente accettati dalla maggior parte degli uomini – ne dovremo rendere conto a Dio proprio come Sodoma corrotta (≈ Gender), Cafarnao incredula (≈ Novus Ordo Missae obbligatorio con Eucarestia sulle mani) e Gerusalemme deicida (≈ vaccini con feti abortiti) dovettero rendere conto a Dio dei loro misfatti.

Ora la Rivelazione e la storia sacra (corroborate dagli studi archeologici e dalla storia profana) ci insegnano che Sodoma fu annichilata dal fuoco, che di Cafarnao non ne resta neppure la traccia e che Gerusalemme è stata distrutta totalmente da Tito nel 70.

Come potremo sfuggire noi all’ira divina?

Il rimedio c’è sempre, infatti “Dio non abbandona se prima non è stato abbandonato”, esso è quello di Maria, paragonata dai Padri all’Arca di Noè, “Arca in qua naufragium evadimus”.

“Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiae ut misericordiam consequamur”.

NOTE

1 – Così San Paolo, poco prima di salpare per Roma ed essere giudicato come “civis romanus” da Cesare, maledisse formalmente il Sommo Sacerdote, Anania, che lo aveva fatto schiaffeggiare da un suo servo, augurandogli: “Dio colpisca te, sepolcro imbiancato!” (Atti, XXIII, 3).  In realtà Anania morì assassinato circa 6 anni dopo da un sicario nel 66 (GIUSEPPE FLAVIO, Guerra Giudaica, II, 7, 9). Perciò la maledizione dell’Apostolo delle Genti si realizzò in pieno quasi in contemporanea con la distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio (anno 70), profetizzata da Gesù poco prima di essere crocefisso, come castigo dell’incredulità giudaica e del Deicidio (Mt., XXIV, 15; Lc., XIX, 43), che erano stati maledetti formalmente il Lunedì Santo quando Gesù maledisse il fico infruttuoso (Mt., XXI, 19).

2 – A. ROYO MARIN, Teologia della perfezione cristiana, Roma, Edizioni Paoline, 6ª ed., 1965, p. 698.

3 – Il Catechismo maggiore di San Pio X, spiega che “gli Ebrei sono quelli che professano ancor oggi la Legge di Mosè; non hanno ricevuto il Battesimo e non credono in Gesù Cristo” (n. 227). Come si vede non è tanto una questione di etnia, quanto e soprattutto un problema di Fede deviata.

4 – D. JUDANT, Judaisme et Christianisme, éd. du Cèdre, Paris, 1969, pp. 88-91; ID., Jalons pour une théologie chrétienne d’Israel, éd. du Cèdre, Paris, 1975, pp. 7-15 ; pp. 33-83, passim.

5 – L. M. CARLI, La questione giudaica davanti al Concilio Vaticano II, in «Palestra del Clero», n. 4, 15 febbraio 1965, pp. 192-203.

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6 commenti su “Gesù e la maledizione del Giudaismo Talmudico. Don Curzio Nitoglia.”

  1. Nell’ articolo di Don Curzio balza agli occhi il problema principale della società cd moderna : la sola Misericordia non ripara l’errore anzi lo rafforza ed amplifica. Essa deve essere necessariamente preceduta dalla Giustizia che lo corregge. Il coacervo di leggi che chiamano impropriamente giustizia , non consente assolutamente di raggiungerne il fine. Il sistema Divino di Giustizia e Misericordia, scevro dal chi sono io per giudicare, sarebbe un’ ottima base per il rinnovamento.

  2. padre Nazzareno Maria

    ANATEMA
    Lettera ai romani
    «Optàbam enim ego ipse anathéma esse a Christo prò fràtribus meis, qui sunt cognati mei secùndum carnem»
    «Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.»
    Commento del padre M. Sales
    «3. Bramava. il greco ηὐχόμην va tradotto col condizionale bramerei. Qui si parla di un desiderio irrealizzabile. Bramerebbe, se fosse possibile e necessario o utile alla salute degli Ebrei, essere egli stesso separato da Cristo (ἀνάθεμα εἶναι αὐτὸς ἐγὼ ἀπὸ τοῦ χριστοῦ, essere anatema da Cristo) pur di vederli convertiti a Gesù Cristo. La parola anatema, traduzione dell’ebraico herem, nel V. T., significa una cosa o una persona contaminata e votata alla distruzione (Deut. VII, 1-6, 26; XX, 16-18; XIII, 15-17, ecc.). Presso S. Paolo (I Cor. XII, 3; XVI, 22; Galat. I, 8, 9) significa maledetto da Dio, destinato agli eterni supplizi (Vedi Hagen, Dict. Bib., vol. I, p. 246 e ss.). A quella guisa che Gesù Cristo, benché innocente, per nostro amore prese sopra di sé o nostri peccati, e dal Padre fu costituito peccato (II Cor. V, 21) e maledizione (Gal. III, 13) per noi, ossia vittima dei nostri peccati, anche S. Paolo, per l’amore che porta ai Giudei e il desiderio che ha della loro salute, bramerebbe, se fosse possibile, pur di vederli salvi, portare egli stesso la pena della loro infedeltà, soffrire per sempre ed essere per sempre separato esternamente da Gesù Cristo, rimanendo però a lui unito internamente per la grazia.
    Un tale desiderio, benché irrealizzabile, è segno della grande carità che ardeva nel cuore dell’Apostolo, e non ha nulla di meno conveniente. Anche Mosè concepì un analogo desiderio (Esod. XXXII, 32). Per i miei fratelli, ai quali sono legato da vincoli di religione e di sangue.» (p. 61-62)
    Cita anche Cornelio A Lapide e Don Dolindo
    San Francesco di Sales
    «Così adunque come il Salvator nostro fu flagellato, condannato e crocifisso, come uomo votato, destinato e dedicato a portare e sopportare gli obbrobri, le ignominie, le punizioni dovute a tutti i peccatori del mondo, ed a servire di olocausto generale per il peccato, fatto quasi anatema, separato e abbandonato dall’ Eterno Padre suo (MATT., XXVII, 46; Gal., III, 13), del pari eziandio, secondo la verace dottrina del grande Nazianzeno, il glorioso apostolo san Paolo bramò di essere ricolmo d’ ignominia, crocifisso, separato, abbandonato e sacrificato per il peccato dei Giudei, per iscontare per essi l’anatema e la pena da essi meritata. E come il Salvator Nostro portò i peccati del mondo in guisa che, pur essendosi fatto anatema, sacrificato per il peccato, abbandonato dal Padre, non però mai cessò di essere eternamente il Figliuolo diletto in cui il Padre si compiaceva (MATT., III, 17; XVII, 5), così l’apostolo santo bramò sì di essere anatema e separato dal Maestro per esser da lui abbandonato e ceduto alla mercè degli obbrobri e dei castighi dovuti ai Giudei, ma non perciò ebbe mai desiderio d’esser privo della carità e della grazia del suo Signore, da cui nulla pure lo poteva mai separare (Rom., VII I, 35-39) cioè bramò di essere trattato come un uomo separato da Dio ‘ma non di esserne in effetto separato, né privo della grazia di Lui chè ciò non può esser santamente desiderato.» (San Francesco di Sales, Teotimo, ossia Trattato dell’amor di Dio, traduzione di A. Fabre, vol. I, Libreria Salesiana Editrice, Roma 19282, p. 491.)
    1Cor 12,3
    «Ideo notum vobis fàcio, quod nemo in Spiritu Dei loquens, dicit anathéma Iesu.»
    «Ebbene, io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire “Gesù è anàtema”»
    Spiegazione del padre Sales
    «Anatema (Ved. n. Rom. IX, 3) a Gesù, meglio secondo il greco. Anatema, ossia maledetto. Gesù. Chiunque maledice Gesù Cristo, cioè nega o dubita della sua divinità o della sua umanità, della sua missione, della sua dottrina, ecc., non può essere mosso dallo Spirito di Dio, e se fenomeni straordinari accompagnano le sue affermazioni, non può trattarsi che di operazioni diaboliche.» (p. 160)
    1Cor 16,22
    «Si quis non amat Dóminum nostrum lesum Christum, sìt anathéma, Maran Atha.»
    «Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Marana tha: (vieni, o Signore!)»
    Spiegazione del padre Sales
    «Se alcuno non ama (gr. φιλεί, indica un amore tenero di amicizia) Gesù Cristo sia anatema, cioè sia maledetto (Ved. n. Rom. IX, 3 e I Cor. XII, 3). Maran Atha, espressione aramaica, la cui significazione non è ben certa. Probabilmente significa: Nostro Signore viene per giudicare il mondo e mandare in esecuzione la sentenza di condanna contro chi non ama Gesù; oppure secondo altri: O Signor nostro, vieni. Si tratterebbe in questo caso di una invocazione, in uso nella liturgia (Didaché, 10; Const. Apost. VII, 26), simile a quella dell’Apoc. XII, 20 “Signore Gesù, vieni”. Queste parole, come Osanna, Amen, sono passate dalle comunità di Palestina alle altre Chiese.» (p. 186)
    L’analisi svolta offre come risultato la certezza dell’univocità del significato della parola anatema usata più volte da san Paolo: anatema significa maledetto da Dio, da Gesù Cristo e dunque separato da lui. Se tale separazione interiore rimane fino al momento della morte, l’esito è quello della dannazione eterna, somma e definitiva maledizione.
    San Paolo applica questo ai giudei ma anche a tutti coloro che non amano Gesù Cristo e che dunque lo odiano, lo bestemmiano (pensiamo ad esempio al giudaismo talmudico), o che negano la sua divinità o umanità. Anche tutti costoro cadono sotto l’anatema paolino che ribadisce quello divino. Negare l’esistenza di questa maledizione, significa rigettare la Rivelazione divina.

    1Tess 2,14-16:
    «Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Gesù Cristo, che sono nella Giudea, perché avete sofferto anche voi da parte dei vostri connazionali come loro da parte dei Giudei, i quali hanno perfino messo a morte il Signore Gesù e i profeti e hanno perseguitato anche noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma ormai l’ira è arrivata al colmo sul loro capo»
    S. Tommaso d’Aquino commenta: «Non importa se furono i Romani ad ucciderlo, perché furono gli stessi Giudei che con le loro grida chiesero a Pilato di crocifiggerlo. […]. Perciò, essi non piacciono a Dio perché non operano con una Fede retta e “senza la Fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6). Infine, S. Paolo mostra che i Giudei “sono nemici di tutti gli uomini”. Infatti, sono nemici perché vietano e impediscono a noi Apostoli del Nuovo Testamento di predicare a tutti gli uomini e così ostacolano la loro conversione. […]. Così essi vivono sino a quando giungeranno al punto in cui Dio permette. Infatti, Dio – dopo la Passione di Cristo – concesse ai Giudei uno spazio di 40 anni per la penitenza, però essi non solo non si convertirono, ma aggiunsero peccati a peccati. E Dio non lo tollerò più. […]. Tuttavia, non pensare che quest’ira divina duri per 100 anni, bensì durerà “sino alla fine” del mondo, allorché la totalità dei Pagani avrà abbracciato la fede in Cristo» (Thomas Aquinatis, Super Primam Epistolam ad Thessalonicenses Lectura, Lectio II, caput 2, versiculi 15-16, in Don Curzion Nitoglia, L’Antica Alleanza non è stata mai Revocata? RISPOSTA A BERNARD MALLMANN: “L’ANTIGIUDAISMO NELLA Professione di fede della fraternità san pio x”, https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2026/05/26/lantica-alleanza-non-e-stata-mai-revocata-2/).
    Gueranger
    Parlando del martirio di Pietro, scrive: «Per il potere di quella nuova croce che si eleva, Roma oggi diventa la città santa. Mentre Sion rimane maledetta per avere una volta crocifisso il suo Salvatore, Roma avrà un bel rigettare l’Uomo-Dio, versarne il sangue nella persona dei suoi martiri, nessun delitto di Roma potrà prevalere contro il grande fatto che si pone in quest’ora: la croce di Pietro le ha delegato tutti i diritti di quella di Gesù, lasciando ai Giudei la maledizione; essa ora diventa la Gerusalemme.»

    Visto che si invitava a rifarsi a san Paolo, ho riportato tutte queste citazioni ma ne avrei ancora.

  3. Bravissimo, don Curzio!
    Un articolo di grande spessore, autorevolezza e dottrina.
    Decisamente controcorrente.
    Certo farà stracciare le vesti a tanti apostati di Roma. E naturalmente ai “conservatori” della Trad. Inc. Ma debbono farsene una ragione.

  4. Don Pietro Paolo

    Don Curzio cita fonti autorevoli e sarebbe scorretto negarlo. Ma proprio per questo occorre distinguere ciò che esse realmente insegnano dalle conclusioni che egli ne ricava.

    San Tommaso (II-II, q.76) ammette la maledictio quando il male di pena è voluto non come male in sé, ma in vista di un bene, della giustizia o della correzione; interpreta inoltre il fico evangelico anche in riferimento alla Giudea. Ma in quella questione non insegna affatto una permanente maledizione divina del popolo d’Israele: tratta delle condizioni morali della maledictio. Sono due questioni diverse.

    E non occorre appellarsi al Vaticano II. Basta san Paolo. Parlando proprio dell’Israele che non ha accolto Cristo domanda: «Dio ha forse ripudiato il suo popolo?» e risponde: «No di certo!» (Rm 11,1). Parla certamente di incredulità e di «indurimento» di una parte d’Israele, ma aggiunge: «quanto all’elezione, sono amati a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,28-29).

    La posizione cattolica deve dunque conservare entrambe le verità: il rifiuto di Cristo è oggettivamente contrario alla fede cristiana; ma non ne consegue che Dio abbia semplicemente ripudiato Israele. Non è questione di opporre Nostra aetate a san Tommaso: sarebbe piuttosto sbagliato usare san Tommaso dimenticando san Paolo.

    Anche l’espressione indiscriminata «popolo deicida» richiede molta cautela: la colpa personale non si trasmette etnicamente ai discendenti. Cristo stesso sulla Croce dice: «Padre, perdona loro», e la responsabilità della sua morte, nella teologia cristiana, riguarda in ultima analisi il peccato dell’umanità, non una razza.

    Infine, il passaggio più debole dell’articolo è proprio quello conclusivo:

    Sodoma = gender; Cafarnao = Novus Ordo; Gerusalemme deicida = vaccini.

    Queste equivalenze non vengono né da san Tommaso né da Royo Marín né dalla Scrittura: sono applicazioni personali dell’autore. In particolare, assimilare un Messale promulgato da un legittimo Romano Pontefice all’incredulità di Cafarnao, facendone quasi causa dell’ira divina, richiederebbe ben altra dimostrazione.

    Si possono criticare seriamente abusi liturgici, politiche sanitarie e teorie antropologiche contemporanee. Ma bisogna distinguere Scrittura, Tradizione e deduzioni personali.
    San Tommaso è autorevole per ciò che realmente insegna, non per ciò che altri ritengono di poter dedurre dalle sue parole.

    1. padre Nazzareno Maria

      San Tommaso altrove parla del tema della colpevolezza e della maledizione.
      San Tommaso d’Aquino:
      «Parlando dei giudei bisogna distinguere tra maggiorenti e la gente del popolo. I maggiorenti, che erano detti loro principi, certo lo conobbero, secondo l’autore delle Quaestiones Novi et Veteris Testamenti, come del resto gli stessi demoni riconobbero che egli era il Cristo promesso: “infatti essi vedevano avverarsi in lui tutti i segni predetti dai profeti”. Essi però non conobbero la sua divinità: ecco perché l’Apostolo afferma, che “se l’avessero conosciuto, mai avrebbero crocifisso il Signore della gloria”.
      Si noti però che tale ignoranza non li scusava dal delitto: perché si trattava di un’ignoranza affettata. Essi infatti vedevano i segni evidenti della sua divinità: ma per odio ed invidia verso Cristo li travisavano, e così non vollero credere alle sue affermazioni di essere il Figlio di Dio. Di qui le parole del Signore: “Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero peccato: ma ora non hanno nessuna scusa del loro peccato”. E ancora: “Se non avessi compiuto tra loro le opere che nessun altro ha compiuto, non avrebbero peccato”. Perciò si possono applicare ad essi le parole di Giobbe: “Essi dissero a Dio: Allontanati da noi, noi non vogliamo conoscere le tue vie”.
      Il popolo invece, che non conosceva i misteri della Scrittura, non conobbe pienamente né che egli era il Cristo, né che era Figlio di Dio: sebbene alcuni del popolo abbiano creduto in lui. E anche se talora essi sospettarono che fosse il Cristo, per la molteplicità dei segni e per l’efficacia del suo insegnamento, come nota l’evangelista Giovanni, tuttavia poi furono ingannati dai loro capi, al punto di non credere né che era il Figlio di Dio, né che era il Cristo. Di qui le parole di S. Pietro: “So che avete agito per ignoranza, al pari dei vostri capi”; cioè perché sedotti da essi» (S. Th. IIIª q. 47 a. 5 co.).

      San Tommaso Summa III, q. 46, a. 12:
      arg. 3
      «I Giudei furono puniti per il peccato dell‘uccisione di Cristo come assassini di Dio stesso: e sta a dimostrarlo la gravità del castigo. Ma ciò non sarebbe se la passione non avesse colpito la divinità. Quindi la passione di Cristo appartenne alla divinità.»
      Ad. 3
      «Come si dice in quel medesimo testo [cf. ad 2] (Ad. 2: «Come si legge negli atti del Concilio di Efeso [3, 10], “la morte di Cristo, quale morte di Dio», data cioè l‘unione ipostatica, «ha distrutto la morte: poiché colui che soffriva era Dio e uomo. Ma non fu la natura di Dio a essere colpita, e le sofferenze non le apportarono alcun mutamento”».), “i Giudei non crocifissero un puro uomo, ma ingiuriarono Dio stesso. Supponiamo infatti che un re si esprima a parole e che queste, scritte su una carta e indirizzate alle varie città, vengano lacerate da un ribelle che strappa quella carta. Costui viene condannato a morte non perché strappa della carta, ma perché tenta di distruggere le parole del re. Il giudeo quindi non si senta tranquillo per il fatto di avere crocifisso un puro uomo. Ciò che egli vedeva era infatti come la carta, ma quanto in essa si celava era il Verbo regale, nato [da Dio] per natura, non proferito con la lingua”.»

      San Tommaso Summa III, q. 47, a. 4:
      «Dimostrazione: Nelle circostanze stesse della passione di Cristo erano prefigurati i suoi effetti. La passione infatti dapprima ebbe un effetto salutare sui Giudei, molti dei quali dopo la morte di Cristo furono battezzati, come dicono gli Atti [2, 41; 4, 4]. In un secondo tempo poi, con la predicazione da parte dei Giudei, l‘effetto della passione di Cristo si estese ai gentili. Quindi era conveniente che Cristo cominciasse a patire per mano dei Giudei, e in seguito, consegnato da essi, portasse a compimento la passione per mano dei gentili.
      Ad. 2. La passione di Cristo fu un sacrificio in quanto Cristo volle subire volontariamente la morte mosso dalla carità. Ma in quanto la subiva dai persecutori non era un sacrificio, bensì un peccato gravissimo.
      Ad. 3. Come spiega S. Agostino [In Ioh. ev. tract. 114], i Giudei, dicendo: «A noi non è permesso uccidere nessuno», volevano intendere che ciò «non era loro permesso per la santità della festa che avevano già iniziato a celebrare». Oppure, come scrive il Crisostomo [In Ioh. 83], dissero così perché volevano ucciderlo non come trasgressore della legge, ma come nemico pubblico, avendo egli preteso di farsi re: del che essi non potevano giudicare. O perché essi non potevano crocifiggerlo, come desideravano, ma solo lapidarlo, come fecero con S. Stefano [At 7, 57 s.]. Oppure si può dire meglio che il potere di uccidere era stato loro sottratto dai Romani, di cui erano divenuti sudditi.»

      San Tommaso Summa III, q. 47, a. 5
      (In 3 Sent., d. 19, a. 1, sol. 2, ad 5; In Matth., c. 21; 1 In Cor., c. 2, lect. 2):
      «Se Cristo sia stato conosciuto dai suoi persecutori Pare che Cristo sia stato conosciuto dai suoi persecutori. Infatti:
      1. Nel Vangelo [Mt 21, 38] si legge che “i vignaioli, visto il Figlio, dissero tra sé: Costui è l‘erede; venite, uccidiamolo”. E S. Girolamo [Rab. Mauro, In Mt 6] commenta: “Con queste parole il Signore dimostra in modo evidentissimo che i principi dei Giudei crocifissero il Figlio di Dio non per ignoranza, ma per invidia. Capirono cioè che egli era colui di cui il profeta aveva predetto: ―Chiedi, e ti darò in eredità tutte le genti”. Pare quindi che costoro abbiano conosciuto che egli era il Cristo, ossia il Figlio di Dio.
      2. Il Signore [Gv 15, 24] disse: “Ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio”. Ma ciò che è visto è conosciuto chiaramente. Quindi i Giudei, sapendo che egli era il Cristo, spinti dall‘odio gli inflissero la morte.
      3. Negli atti del Concilio di Efeso [3, 10] si legge: “Come chi strappa un decreto imperiale viene condannato a morte come se avesse strappato la parola dell‘imperatore, così i Giudei che crocifissero l‘uomo visibile meriteranno il castigo come se avessero infierito contro il Verbo di Dio”. Ma ciò non avverrebbe se essi non avessero conosciuto che egli era il Figlio di Dio: poiché l‘ignoranza li avrebbe scusati. Quindi i Giudei che crocifissero Cristo sapevano che egli era il Figlio di Dio.
      In contrario: S. Paolo [1 Cor 2, 8] afferma: “Se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria”. S. Pietro inoltre così disse ai Giudei [At 3, 17]: “Io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi”. E il Signore [Lc 23, 34], mentre pendeva dalla croce, pregò: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”.
      Dimostrazione: Parlando dei Giudei bisogna distinguere tra i maggiorenti e la gente del popolo. I maggiorenti, che erano detti loro principi, certamente lo conobbero, secondo l‘autore delle Questioni del Nuovo e dell‘Antico Testamento [66], come del resto anche i demoni riconobbero che egli era il Cristo promesso: “infatti vedevano avverarsi in lui tutti i segni predetti dai profeti”. Essi però non conobbero la sua divinità: per cui l‘Apostolo afferma che “se lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria”. Si noti però che tale ignoranza non li scusava dal delitto: poiché si trattava di un‘ignoranza affettata. Essi infatti vedevano i segni evidenti della sua divinità, ma per odio e invidia verso Cristo li travisavano, e non vollero credere alle sue affermazioni con le quali dichiarava di essere il Figlio di Dio. Da cui le parole del Signore [Gv 15, 22]: “Se non fossi venuto e non avessi loro parlato non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato”. E ancora [v. 24]: “Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai fatto, sarebbero senza colpa”. Per cui si possono applicare ad essi le parole di Giobbe [21, 14]: “Essi dicevano a Dio: Allontanati da noi, non vogliamo conoscere le tue vie”. Il popolo invece, che non conosceva i misteri della Scrittura, non conobbe pienamente né che egli era il Cristo, né che era il Figlio di Dio: sebbene alcuni del popolo abbiano creduto in lui. E anche se talora essi sospettarono che fosse il Cristo, per la molteplicità dei segni e per l‘efficacia del suo insegnamento, come nota l‘evangelista Giovanni [7, 31. 41 ss.], tuttavia furono poi ingannati dai loro capi [Mt 27, 20], al punto che non credevano né che fosse il Figlio di Dio, né che fosse il Cristo. Da cui le parole di S. Pietro [At 3, 17]: “So che avete agito per ignoranza, così come i vostri capi”: cioè perché sedotti da essi.
      Analisi delle obiezioni:
      1. Le parole suddette appartengono ai vignaioli, che nella parabola rappresentano i capi del popolo, i quali riconobbero in lui l‘erede in quanto capirono che egli era il Cristo promesso nell‘antica legge. Però contro questa conclusione Pareno stare le parole del Salmo [2, 8]: “Chiedi a me, e ti darò in possesso le genti”; poiché al Cristo a cui si riferiscono viene anche detto [ib. v. 7]: “Tu sei mio Figlio, oggi io ti ho generato”. Se quindi i capi conobbero che [Gesù] era colui al quale erano state indirizzate le prime parole, ne segue che conobbero anche che era il Figlio di Dio. – Inoltre il Crisostomo [Op. imp. in Mt hom. 40] afferma: “Essi conobbero che era il Figlio di Dio”. – E S. Beda [In Lc 6, su 23, 34], commentando le parole evangeliche: “Perché non sanno quello che fanno”, scrive: “Si noti che non prega per quanti capivano che egli era il Figlio di Dio, e preferivano crocifiggerlo piuttosto che riconoscerlo”. Ma a ciò si può rispondere che essi lo conobbero quale Figlio di Dio non per natura, ma per l‘eccellenza della sua grazia singolarissima. Tuttavia si può anche dire che lo conobbero come vero Figlio di Dio inquantoché ciò risultava loro dall‘evidenza dei segni; ai quali però per odio e per invidia non vollero arrendersi, in modo da riconoscerlo come Figlio di Dio.
      2. Le parole suddette erano state precedute dalla frase: “Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai fatto, sarebbero senza colpa”; e poi si legge: “Ora invece hanno visto, e hanno odiato me e il Padre mio”. Il che dimostra che, pur vedendo essi le opere mirabili di Cristo, per odio non arrivarono a conoscere che egli era il Figlio di Dio.
      3. L‘ignoranza affettata non scusa dalla colpa, ma piuttosto la aggrava: essa infatti dimostra che uno è così intenzionato a peccare che preferisce rimanere nell‘ignoranza per non evitare il peccato. E così i Giudei peccarono non solo come crocifissori dell‘uomo Cristo, ma come crocifissori di Dio.»
      Articolo 6
      (In 3 Sent., d. 19, a. 1, sol. 2, ad 5; Expos. in Symb., a. 4 Se il peccato dei crocifissori di Cristo sia stato il più grave)
      «1. Pare che il peccato dei crocifissori di Cristo non sia stato il più grave. Infatti: 1. Non è il più grave un peccato che può essere scusato. Ma il Signore stesso scusò il peccato dei suoi crocifissori con le parole [Lc 23, 34]: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Quindi il loro peccato non fu il più grave.
      2. Il Signore [Gv 19, 11] disse a Pilato: “Chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”. Eppure fu Pilato a far crocifiggere Cristo dai suoi ministri. Perciò il peccato di Giuda che lo tradì fu più grave di quello dei crocifissori.
      3. Come afferma il Filosofo [Ethic. 5, cc. 9, 11], “nessuno patisce ingiustizia se è consenziente”; e ancora [c. 9]: “Quando uno non ne soffre, nessuno gli fa ingiuria”. Quindi nessuno fa un‘ingiuria a chi vuole subirla. Ora, Cristo patì volontariamente, come si è spiegato sopra [a. 1; a. 2, ad 2; q. 46, a. 6]. Quindi i suoi crocifissori non commisero un‘ingiustizia. Perciò il loro peccato non fu il più grave.
      In contrario: Commentando le parole evangeliche [Mt 23, 32]: “Voi colmate la misura dei vostri Padri”, il Crisostomo [Op. imp. in Mt hom. 15] scrive: “Realmente essi passarono la misura dei loro Padri. Quelli infatti avevano ucciso degli uomini, ma questi crocifissero Dio”.
      Dimostrazione: Come si è già notato [a. prec.], i capi dei Giudei conobbero [che Gesù era] il Cristo: e se ci fu in essi una certa ignoranza, fu un‘ignoranza voluta, che non poteva scusarli. Perciò il loro peccato fu il più grave: sia per il genere del peccato, sia per la malizia della volontà. La massa invece del popolo giudaico commise il peccato più grave quanto al genere del peccato, ma esso fu diminuito in parte dall‘ignoranza. Per cui spiegando le parole evangeliche: “Non sanno quello che fanno”, S. Beda [In Lc 6, su 23, 24] scrive: “Prega per coloro che non sapevano quello che facevano, operando con lo zelo di Dio, ma non secondo la scienza”. Molto più scusabile poi fu il peccato dei gentili, dalle cui mani Cristo fu crocifisso, non avendo essi la conoscenza della legge.
      Analisi delle obiezioni:
      1. La scusa pronunziata dal Signore si riferiva non ai capi dei Giudei, ma alla gente del popolo, come si è visto [nel corpo].
      2. Giuda consegnò Cristo non a Pilato, ma ai principi dei sacerdoti, i quali lo consegnarono a Pilato, secondo le parole di quest‘ultimo [Gv 18, 35]: “La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me”. Ora, il peccato di tutti costoro fu superiore a quello di Pilato, il quale uccise Cristo per paura dell‘imperatore, e anche a quello dei soldati, che lo crocifissero per ordine del preside, e non invece per cupidigia come Giuda, né per invidia o per odio come i principi dei sacerdoti.
      3. Certamente Cristo volle la propria passione, come pure la volle Dio: non volle però l‘atto iniquo dei Giudei. Perciò gli uccisori di Cristo non sono scusati della loro ingiustizia. – E poi chi uccide un uomo non fa ingiuria a lui soltanto, ma anche a Dio e alla società: come pure chi uccide se stesso, secondo quanto nota il Filosofo [Ethic. 5, 11]. Per questo Davide condannò a morte colui che “non aveva provato timore nello stendere la mano per uccidere il consacrato del Signore”, sebbene a sua richiesta [2 Sam 1, 6 ss.].»

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