Cosa si Sta Facendo? Dove siamo Finiti? Giro d’Orizzonte Geo-Politico dall’Ucraina al M.O. Luca Foglia.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Luca Foglia, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste considerazioni di geopolitica. Buona lettura e diffusione.

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Nunc vero quid agitur? ubi terrarum sumus?

(Cosa si sta facendo? Dove siamo finiti?)

Cicerone, nulla di buono…

Buongiorno Marco,

ti propongo un viaggio in tre tappe che ci condurrà da fuori a dentro la Chiesa e per finire a Stilum Curiae; nell’ultimo articolo avanzerò alcune proposte concrete da condividere con chi ti segue.

Inizio subito dal quadro esterno. Chi ha poco tempo o voglia di informarsi accuratamente e si affida a giornali e tv crede che, nonostante le difficoltà, guerre ed economia stiano procedendo per il verso giusto per noi occidentali. Non è così, anzi.

Ucraina

Come già evidenziato nel corso degli ultimi tre anni, la Russia, terminata la fallimentare controffensiva dell’esercito ucraino del 2023, ha iniziato a vincere il conflitto lentamente e inesorabilmente, senza mirare alla conquista territoriale di tutta l’Ucraina.

La novità è che da giugno 2026 i bombardamenti sui siti produttivi e logistici ucraini si sono intensificati. Mosca sta premendo sull’acceleratore con lo scopo di ridurre l’ex repubblica sovietica a un semi-stato, senza un esercito e senza sbocchi sul mare.

Agli scontri in Donbas, che probabilmente verrà interamente conquistato entro fine anno, si sono aggiunti il martellamento dei depositi e delle fabbriche di armi e droni attorno a Kiev e Dnepropetrovsk, la messa fuori uso dei porti di Odessa e del Mar Nero (da cui transita quasi tutto l’export di Kiev), l’avanzamento delle truppe nelle regioni di Kharkov e Zaporozhye.

Dall’altra parte della barricata, gli attacchi in territorio russo effettuati dai droni ucraini col supporto della NATO hanno per lo più un impatto economico. Alcune raffinerie fuori uso nelle zone di confine oltre che nella regione del Volga e in Siberia hanno costretto Mosca a vietare l’export di diesel fino al prossimo anno e i cittadini russi a mettersi in coda ai distributori. Sul campo di battaglia gli effetti sono quasi nulli, mentre i morti civili e i serbatoi di stoccaggio in fiamme portano una crescente pressione sul presidente Putin per porre fine ai combattimenti con l’impiego di armi sempre più potenti, senza escludere l’utilizzo di bombe nucleari tattiche sui centri decisionali ucraini (e magari anche su quelli NATO in Polonia e Germania).

Il rischio è reale e concreto, basta leggere il professor Karaganov per rendersene conto (qui). L’Europa fa finta di niente, ma sono anni che fornisce supporto sul campo, istruttori, tecnici e dispositivi bellici all’Ucraina. La corsa al riarmo iniziata in Germania non porterà a nulla di buono; l’industria tedesca senza il gas russo a buon mercato avrà poche chance di riprendersi e una totale conversione a una economia di guerra, come durante il secondo conflitto mondiale, sarà sicuramente troncata sul nascere da Mosca. Oggi tra satelliti, radar e droni è difficile agire nell’ombra.

Un ultimo appunto su una questione controversa, ossia il numero di morti e feriti gravi; le cifre che circolano da noi sulle perdite russe sono pura fantasia; la stima più accurata, già data tempo fa, conta almeno 800 vittime al giorno ucraine contro le 100/120 russe. Vale a dire intorno al milione e mezzo per Kiev e appena sotto le 200 mila per Mosca dal 24 febbraio 2022.

Per evitare il peggio, che arriverà se si va avanti di questo passo, occorre quindi trovare una soluzione diplomatica definitiva che comprenda la sicurezza dell’intera Europa; chi potrebbe portare avanti una tale iniziativa? Vista la qualità e l’orientamento dei politici europei vedo un solo candidato, Robert Fico, il premier slovacco, molto rispettato in Russia anche per il notevole coraggio dimostrato dopo essersi beccato tre pallottole.

Non scordiamoci che di fronte abbiamo la maggiore potenza nucleare del pianeta, con un’incredibile varietà di missili ipersonici e manovrabili, ovvero non intercettabili. Nemmeno con l’aiuto degli Stati Uniti che, state pur certi, non sacrificheranno Washington per Berlino.

Medio Oriente

USA e Israele stanno soccombendo contro l’Iran. Due campagne di bombardamenti aerei a tutto gas e una su obiettivi mirati non hanno scalfito la resistenza di Teheran. Il blocco navale ancora meno. I due tentativi di operazioni di terra, uno delle forze speciali USA e uno dei curdi, si sono conclusi con ingenti perdite di mezzi e di uomini ancora prima che l’attacco iniziasse. I costi diretti hanno oltrepassato i 120 miliardi di dollari per i contribuenti americani, quelli indiretti legati all’aumento dei costi energetici gravano per circa 3/4 miliardi al giorno sull’economia globale.

Il recente allargamento del conflitto allo Yemen ha avuto similmente poca fortuna: in una settimana gli Houthi hanno messo in ginocchio il gigante petrolifero saudita Aramco e han fatto capire (assieme agli iraniani) di poter colpire gli impianti di desalinizzazione. Per i paesi del Golfo significherebbe la fine; senza acqua e senza energia dovrebbero evacuare velocemente intere città. Il Qatar sembra l’abbia capito e anche Israele, dato che sono circa due mesi che tiene i suoi aerei a terra. Al momento regge una fragile tregua, che significa niente bombardamenti così come niente navi nello stretto di Hormuz.

Un’analisi comparativa rispetto alla situazione pre-guerra e agli obiettivi di Washington e Tel Aviv chiarirà meglio la portata del disastro:

  • cambio di regime: a Khamenei senior è succeduto Khamenei junior, con l’aggravante che l’ala militare ha preso il sopravvento su quella politica;
  • fine del programma nucleare iraniano: al momento non si sa dove sia quell’uranio arricchito che prima del conflitto dell’anno scorso era sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. In uno scenario di guerra non è cosa di poco conto, secondo il professor Ted Postol del MIT, che consiglio a tutti di ascoltare qui, l’Iran, se volesse, potrebbe facilmente produrre una decina di testate nucleari in meno di un mese;
  • fine del supporto iraniano a Houthi ed Hezbollah: senza considerare che è stato sempre un aspetto sopravvalutato, i due “H” sono oggi più forti che mai, le crescenti abilità nell’uso dei missili da parte dei primi e dei droni da parte dei secondi hanno costretto Arabia Saudita e Israele a un immediato cessate il fuoco;
  • riduzione della capacità missilistica iraniana: non solo non è diminuita, ma abbiamo visto sul campo di battaglia missili sempre più precisi e non intercettabili, perfettamente integrati coi sistemi di comunicazione cinesi e russi; anche su questo aspetto consiglio gli interventi del professor Postol (qui) che dipinge un quadro assai negativo per le forze di difesa israelo-statunitensi (e anche ucraine);
  • libertà di navigazione degli stretti: chi aveva mai sentito parlare di Hormuz e Bab-el-Mandeb prima delle recenti guerre? Credo nemmeno i generali americani. Oggi tengono in scacco l’intera economia mondiale (quie qui). E non c’è modo di forzare i blocchi, ci han provato la USS Lincoln in marzo e due cacciatorpedinieri a fine aprile: han dovuto rapidamente invertire la rotta dopo il lancio di uno sciame di droni e missili da parte iraniana. I sauditi ad avvicinarsi agli yemeniti nemmeno ci pensano, li hanno bombardati per oltre un decennio e han perso. La scorta delle navi mercantili o l’intercetto di quelle legate a Tehran è parimenti una chimera; nel momento di massima concentrazione della marina statunitense, al largo di Hormuz c’erano sette navi in grado di svolgere compiti di polizia con meno di trenta elicotteri a bordo: poca roba rispetto al traffico giornaliero abituale da quelle parti (120 navi);
  • coalizioni: nel 2023 la Cina intermediò un accordo tra Iran e Arabia Saudita, che di fatto pose fine pure alla decennale guerra tra Paesi del Golfo e Houthi yemeniti; l’Iran non aveva mai attaccato direttamente Israele e gli Stati Uniti godevano di una forte presenza in tutti gli stati dell’area; oggi le basi statunitensi sono pressoché inutilizzabili per campagne aeree, a parte una in Giordania e una in Arabia Saudita, mentre l’accordo tra sciiti e sunniti appena citato è andato a farsi benedire.

Come se non bastasse, i team di negoziatori paiono incapaci di giungere a degli accordi concreti; il recente Memorandum firmato a metà giugno è stato disatteso nel giro di poco tempo. Da una parte agli Stati Uniti manca una squadra di diplomatici all’altezza: il vice presidente Vance sembra essere la vittima sacrificale mandata allo sbando senza alcuna strategia, il segretario Rubio è interessato solo al centro e sud America, i due immobiliaristi Witkoff e Kushner non verranno mai presi sul serio né dai russi né dagli iraniani. Dall’altra parte del tavolo, i diplomatici iraniani godono oggi di uno scarso appoggio sia da parte della popolazione che dell’esercito, hanno quindi margini di manovra molto ridotti. Si sono “Trumpizzati”: o si fa come diciamo noi o niente, con la sostanziale differenza che loro le carte vincenti in mano le hanno davvero.

Esiste come in Europa il rischio di una escalation nucleare: negli Stati Uniti e in Israele ci sono le elezioni in autunno e gli attuali leader sono in difficoltà, Dio non voglia che tentino il tutto per tutto.

Per concludere il quadro, al momento un ritorno a quell’accordo (il JCPOA) in vigore tra il 2015 e il 2018 sarebbe un enorme successo per l’amministrazione Trump che proprio da quel trattato si ritirò. Peccato che gli iraniani ora lo vedano come una sconfitta e di conseguenza inaccettabile.

 

Europa e Regno Unito

In Ucraina hanno assunto un ruolo guida nel sostegno a Kiev dopo il parziale disimpegno degli Stati Uniti. Purtroppo, come appena detto per il Medio Oriente, l’intervento occidentale non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Anche qui c’erano degli accordi firmati, quelli di Minsk, che se oggi tornassero in vigore sarebbero un enorme successo sia per l’Ucraina sia per l’Europa. Si è deciso di sabotarli per ammissione degli stessi leader occidentali (Merkel e Hollande su tutti) così come si è deciso di mandare a ramengo i colloqui di pace prima in Bielorussia e poi in Turchia a guerra appena iniziata. Il risultato?  Un paio di milioni di vittime, economie allo sfascio, perdita di almeno il 20% del territorio ucraino (il più ricco), centinaia di miliardi spesi tra armamenti e rincari energetici, Vecchio Continente sulla soglia di uno scontro nucleare.

Per fortuna che gli europei si sono tenuti fuori dal Medio Oriente, mentre paesi come Oman e Pakistan continuano a darsi da fare con tutte le parti coinvolte per giungere a una soluzione pacifica. In questo ambito l’Italia merita una citazione particolare: ultimamente ha deciso di fornire supporto difensivo diretto ai Paesi del Golfo, mandando circa 700 militari e soprattutto una batteria di difesa aerea SAMP-T; altre 2 sono andate in Ucraina, di queste una è stata distrutta; in totale, per la difesa della madre patria ne sono rimaste due; il governo ha cercato di fare tutto in gran segreto (come per le armi a Kiev), il parlamento non pervenuto, credo che ogni ulteriore commento sia superfluo.

Wall Street

È sempre in mezzo, ebbene sì, perché mentre il mondo dibatte sulle follie di Trump che alterna annunci di distruzioni totali di civiltà a tregue raggiunte, qualcuno, che casualmente prevede con estrema cura questi annunci, incassa un mucchio di soldi.

Mentre qualcun altro vicino al presidente incassa fior di quattrini dalle ampie partecipazioni che detiene in società di armamenti e di droni, lasciando col cerino in mano quelli che hanno investito seguendo la logica e decenni di esperienza, per esempio comprando il petrolio.

L’oro nero non sale stabilmente ormai da anni, nonostante tutto quello che sta accadendo, perché gli speculatori, col benestare del Tesoro USA, continuano a tenerne basse le quotazioni: impostano l’algoritmo e, come c’è un annuncio positivo sui conflitti, vero o falso che sia, partono le vendite. Le grandi società di trading finanziario stanno facendo dei profitti da capogiro, decine e decine di miliardi di dollari. Il grado di rischio ha raggiunto livelli mai visti prima, materie prime fondamentali o titoli azionari da trilioni di dollari hanno oscillazioni orarie a due cifre, ormai tutto è intelligenza artificiale, una tecnologia che ha bisogno di quantità spropositate di investimenti, acqua ed energia, totalmente insostenibile a questi livelli.

C’è stata una rotazione con delle prese di profitto su alcuni titoli tecnologici e sull’irreale mercato coreano, ma ovunque serpeggia ottimismo, diversi indici veleggiano ancora sui loro massimi storici. Peccato che i tassi di interesse stiano esplodendo ovunque e che tutta la “ricchezza” finanziaria sia a debito e quindi pericolosamente soggetta all’aumento dei tassi; l’esempio migliore lo sta fornendo il Giappone, fortemente danneggiato dal mancato afflusso di petrolio dal Medio Oriente, nel mezzo di una crisi valutaria che dura dal 2022 e coi tassi in costante rialzo, eppure, con un mercato azionario ai massimi storici, aiutato anche dai recenti interventi del Tesoro USA, proprio come nel 2008 a New York poco prima dello scoppio della grande crisi finanziaria.

Vale sempre il vecchio detto, in guerra come in affari: “finché la barca va lasciala andare”.

Un secolo fa questo modo di fare portò a due guerre mondiali e alla crisi del ‘29.

Che Dio ce ne scampi!

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