Ricordi e Immagini da una Sardegna d’Antan. Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione questi ricordi della “sua” Sardegna. Buona lettura e diffusione.

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Finita la scuola, salutata sister Kevin e la bidella Iolanda, appesa nell’armadio la divisa bianca e blu dell’Istituto Mater Dei, nel balzo improvviso dell’estate, era tempo, per me e per tutta la famiglia, di partire per la Sardegna. Mentre le mie compagne di classe si scambiavano appena un ciao rosa, sapendo che si sarebbero ritrovate di lì a poco, in luglio o in agosto, sul litorale romano o al più toscano – a Santa Marinella, ad Ansedonia, al Circeo – io sola, nella pancia di una grande nave, abbandonavo la Penisola, tagliavo i ponti con il Continente e solcavo il Tirreno per raggiungere la Sardegna e lì poi Cala Girgolu. “Ma che è in Africa, timbuctu-uh-uh?”, mi prese in giro una volta la Lisa Ruggeri, che andava in vacanza (e se ne vantava) solo a Cortina e a Portofino. No, è in Italia, risposi e lei, facendo spallucce, con una smorfietta di disgusto sulle labbra  emise un“ah”  e poi via di corsa verso il suoi lidi liguri, incurante del mio “in Sardegnaaaa”, che si srotolava  nel vuoto come una stella filante di carnevale.

Partivamo dunque per tre lunghi mesi e Civitavecchia, odorosa di salso,  di corde bagnate, di vernice rugginosa, illuminata dalla luna e dalla luci del porto, era l’ultima frontiera prima della traversata che cominciava con la partenza della nave alle undici di sera e  terminava alle cinque del mattino quando una voce in altoparlante entrava in cabina e ci svegliava, avvertendoci che ci s’avvicinava al porto di Olbia.  Io già in cabina fin dalle dieci della sera prima, con un panino per cena, dormivo di filo, sognando la mia baia solitaria, d’oro e d’azzurro, baciata dal sole che sorgeva, giocondo, dall’aldia bianca, che però era verde…

Ma il viaggio, a dire il vero, iniziava molto prima, cioè al pomeriggio precedente l’imbarco, quando occorreva “caricare” la Peugeot amaranto di mio padre che, per l’occasione entrava a marcia indietro fin dentro il vialetto di ghiaia della casa romana. S’aprivano il cofano e  il viavai famigliare. Erano urli incrociati, piedi matti, su e giù per le scale con valigie, borse, sacchetti. “Hai preso la muta?”, un fratello all’altro. Pinnemaschereeboccaglio venivano contate e ricontate da mio padre, ingegnere. Marco s’occupava dei suoi soldatini. “Non scordarti la pidocchiosa!”, mia madre a mia sorella. Intendeva, per chi non lo sapesse, una maglia blu, a lupetto, né pesante né leggera, in stile marinaro, che era la divisa estiva di tutti noi fratelli de Vito e che serviva, giunti alla riva sarda, di mattina presto, a proteggerci dal freddino aurorale.

Pidocchiosa, kway alla vita, scarpette da ginnastica, pantaloncini corti, borracce e panini al prosciutto: si partiva e la macchina color vino di mio padre si trasformava in un carrozzone circense. In testa portava una piccola torre di valigie e sui sedili di dietro noi, tutti piccoli, tutti biondi,  a salutare – almeno io – i pini secolari  che, altezzosi, seguitavano a perdersi coi rami verdi in cielo. Addio, addio,  li salutavo e loro agitavano le chiome al vento, ignorandomi beati nel ponentino romano. Nel cuore avevo un solo cruccio: le bambole orfane di me a Roma, coperte da un bianco lenzuolo. Ma Giovannino era con me… Dentro l’auto paterna vigevano le leggi piramidali delle famiglie antiche: ai finestrini, uno per parte, sedevano i gemelli, i fratelli maggiori, Marco e Sabina, i mediani, seguivano in seconda fila e io al centro seduta sul poggia gomiti che veniva sceso per farmi accomodare, risultando così, piccola come ero e in santissima ironia, la più alta tra i fratelli che mi superavano in statura e in anni.

“Quanto manca?”, era il ritornello che s’udiva di continuo mentre mio padre, faccia all’asfalto, guidava verso il Grande raccordo anulare, che era per me il sogno di un pianeta lontano, ma in realtà  solo un cordone d’asfalto. Fari bianchi, fari rossi, la notte vellutata scendeva solenne sul nostro viaggio e pian piano mi sentivo addormentare. “Ma vuoi star dritta!”, protestavano i miei vicini, dandomi spintoni, urtandomi, e facendosi lontani, tenendo una mano premuta contro il mio fianco. Uffa, uffa, mamma, Betta mi sta addosso! Dormivo, io,  sballottolata e incurante degli strepiti. S’arrivava.  E mentre mio padre parcheggiava la vettura nel ventre della Tirrenia, secondo le severe direttive degli addetti in tuta, paladini dell’ordine, noi salivamo le scale bianche, che avevano bordi altissimi e gradini bassissimi e molto larghi. La nave ci inghiottiva, Roma addio.

Poi, ecco, la gioia di ritrovarmi in cabina. Tutto era piccolo, fatto apposta e su misura per me. C’era il mio piccolo letto, una cuccia appunto, c’era un bagnetto piccolo così, c’era uno specchio e intorno aveva tante lampadine che, tutte accese, rendevano diva una bambina come me. E c’erano tanti marinai, piccoli, medi e grandi,  che salutavano festosi. Buon viaggio, buon viaggio! Io, in braccio il bambolotto, salutavo, sentendomi una contessa. Ma i saluti di quegli uomini in divisa candida, così eleganti con i bottoni d’oro, erano tutti per mia mamma che, bellissima, alta come l’albero di una goletta, il passo morbido, percorreva  i corridoi nel suo elegante portamento di donna d’altri tempi e mamma di molti figlioli. Entrava lei, entravamo noi dietro come tanti paperini, fiduciosi. La notte di pece e lo sciabordio delle onde sottostanti cullavano il passaggio a un altro mondo, un mondo ancora integro e tutto sardo.

Col sole appena sorto, al bar della nave dove il cappuccino sapeva di latte a lunga conservazione, il naso schiacciato contro i vetri appannati e forse sporchi, avvistavamo le isole e la costa. S’usciva sul ponte, con la pidocchiosa.  Il vento stirava le rughe e i capelli arruffati dalla notte. “Tavolara”, gridavano i gemelli e tutti a indicare la bella signora rosa e celeste che dal mare emergeva come un presagio di estate e di felicità. E all’arrivo, oh meraviglia, l’odore di Sardegna! Tutti lo gridavamo, deliziati, e il primo rubava il posto al secondo che però insisteva: “L’odore di Sardegna” e così via fino a me che lo ripetevo, quando nessuno più ascoltava. Che importa. Quell’olezzo speciale, un misto di sale e di mirto, l’abbraccio del mare e della terra,  inalato a piene narici da tutti quanti e con gran gusto, mi carezzava l’anima. Era così, una poesia. Pigiati di nuovo in macchina percorrevano il nastro d’argento dell’Orientale sarda fino a piegare sulla destra prima di Vaccileddi e la strada diventava di terra, bianca la chiamava mio padre e lo era bianca, luceva accecante sotto il dardo del sole sorto da poco e nuovo nuovo.

L’odore di Sardegna, allo sbarco – ora che sono trascorsi più di cinquant’anni e che Tavolara è diventata scenario per infiniti selfie – lo sento solo di maggio, quando arrivo fuori stagione a chiudere la casa per il lungo inverno. Già, sono belli e unici i miei viaggi in solitaria d’ottobre. quando la Sardegna, vuota di turisti, torna quella di quand’ero giovinetta! Guido e mi perdo, a finestrino aperto, nel suo caro respiro profumato che corre con me lungo l’orientale e poi fino a casa. Ma ora, suvvia, dopo tanta poesia e zucchero e miele, ecco per finire un pizzico di sale in forma di prosa. E sono io, l’ex bambina delle righe quassù, ora donna fatta, già nei suoi primi anta, in una traversata fuori stagione verso l’isola. S’apre il sipario e andiamo qui sotto a cominciare.

Me ne stavo, dunque, tutta sola soletta, a far la mia bella traversata in traghetto, Civitavecchia-Olbia, in compagnia dei miei pensieri e delle mie stupidezze, seduta su un divano color porpora nel bar della Moby lines, deserto per via della bassa stagione, osservando dalla vetrata di poppa le fatine del sole danzar sulle onde quando, tutt’un tratto, un certo signore, lasco, quadrato, in camicia bianca (un poco troppo aperta sul petto per il miei gusti e per la sua età) e un facciotto tutt’uno con la corrente del mondo, un quattro quarti di cordialità fatta e vestita, mi domanda a bruciapelo: “E’ libero?”.
“Certo”, rispondo con la mia consueta buona creanza, mentre lo sguardo vaga sui tanti divanetti vuoti…
Lui si siede in faccia a me e io proseguo, zitta e mosca, ben attenta a non incrociare il suo sguardo cupido di parole, gli occhi mansi, allegri, trionfanti di chiacchiere.
Resisto più di una volta agli attacchi incrociati dei lumi suoi, decisa a tenere il naso nel libro neanche stessi studiano a memoria “In morte del fratello Giovanni”. Lui, sospirando con lo sguardo, la bocca tappata a forza dal gelo mio, si legge tutto il quotidiano, compresa la pubblicità dei materassi…
Verso le sette di sera, quando la tenebra è scesa a vestir a lutto mare e cielo, il mio dirimpettaio, denti affilati di coraggio, parte con un: “Lei è sarda, signora?”.
La diga è rotta. Il benedetto silenzio pure. In rapida successione, in uno scilinguagnolo che te lo raccomando, vengo a sapere che si è appena operato all’anca a Grottaferrata, che si è rifatto i denti di sopra e che gli sono costati una tombola, che ha tre figli e sette nipoti (tutte femmine eccetto il più piccolo…), che in Sardegna – manco a dirlo – ha amici, anzi fratelli, a mazzi, che tutti lo vogliono e che tutti lo cercano. Io taccio e sorrido, con quella buona educazione che sa tanto di martirio. E lui prosegue, come in un monologo teatrale. Finalmente attracchiamo. L’altoparlante chiama chi ha la macchina a scendere nei garage.  Libera. Mi alzo, gli tendo una mano, afferro la sua con due delle mie, tanto è l’entusiasmo di troncar la conoscenza e: “E’ stato davvero un piacere!”, mento. E cerco si sfilarmi. Ma lui, con un guizzo dispettoso negli occhi, mi fa: “Eh no, prende il traghetto di domenica tre, vero? E’ l’ultimo della stagione. Ci rivediamo domenica, allora, stesso posto…”.
Passano i giorni. Devo partire. Decisa a non farmi trovare dal garrulo, metto in atto la mia strategia. Alle nove e trenta sono sul ponte a morir di vento. Alle undici nell’altro bar, quello dei bambini, tutto pieno di Titti e Silvestro. Sono lì, a tu per tu con Gogol, felice di averla fatta franca, quando d’un tratto, lui: “Buongiornissimo, l’ho cercata per tutta la nave”.  Sorrisone. Nooo. Così, al contrario di Orazio, fui tradita da Apollo.

Ah dimenticavo, la Lisa Ruggeri ha preso una casa, una bellissima casa, in Sardegna, non so dove, ma so che a Portofino non va più da un pezzo…

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