Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo post pubblicato su Facebook da Lavinia Marchetti, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.
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SANITÀ AL COLLASSO, MILIARDI PER LE ARMI.
IL PAESE CHE SI “RIARMA” PER LA “SICUREZZA” È LO STESSO CHE TI LASCIA MORIRE IN LISTA D’ATTESA SE SEI POVERO. QUALCOSA NON TORNA.
Potrebbe apparire un titolo populista, argomento inflazionato, senz’altro, verissimo. Tuttavia recentemente sono capitata nelle peripezie delle liste d’attesa della gloriosa Sanità Toscana. Ben due persone a me vicine, malate, per una TAC e una Risonanza Magnetica si sono dovute necessariamente rivolgere al privato per mancanza di posti. Il bizzarro sito della regione (non facile da usare per un anziano per cui l’ho fatto io) non mi dava possibilità alcuna di visita, mi spostavo di mese in mese, a un certo punto di anni. Niente. Allarga area. Niente. A quel punto ho provato a cercare in rete. Mi aveva detto una mia ex-collega di laboratorio: “vai sul cup solidale, tanto nel pubblico non trovi”. Ok, cerco, TAC addome con Mdc, 250 euro, due giorni dopo, 40 strutture disponibili. Quindi 40 centri privati entro due giorni hanno posto. Basta pagare.
AH, LA SICUREZZA…QUANTO CI PIACE
Quando sento pronunciare la parola sicurezza, ormai, conosco già il listino. Missili da acquistare, carri armati, eserciti da preparare, frontiere da sorvegliare, armi, tante armi, per tutti i gusti. La guerra possibile (ma molto improbabile) occupa il centro della stanza. E se c’è di mezzo la sicurezza e qualche nemico del momento (la Russia, i Terroristi (quali?), i migranti, i comunisti!) i miliardi compaiono con una rapidità che in altri settori sembrava appartenere all’ordine dell’impossibile. I governi ci spiegano, non senza un certo paternalismo, che noi non possiamo capire le esigenze di un paese, che il mondo è cambiato e che dobbiamo essere pronti (per cosa? Se mai la Russia ci attaccasse? Duriamo il tempo di un lampo) e che la spesa militare rappresenta il prezzo inevitabile della pace. Si vis pacem bla bla bla.
Inevitabile. Così dicono.
Secondo le stime pubblicate dalla NATO nel luglio 2026, la spesa italiana per la difesa propriamente detta passerà dai 33,4 miliardi di euro del 2024 ai 48,3 miliardi del 2026. Quasi quindici miliardi in più nell’arco di due anni. La quota sul PIL è salita dal 1,52 per cento del 2024 al 2,10 previsto per quest’anno. Calcolata a prezzi costanti, la spesa militare italiana risulta più che raddoppiata rispetto al 2014.
Il percorso è appena cominciato. Al vertice NATO dell’Aia, nel giugno 2025, l’Italia e gli altri alleati hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5 per cento del PIL alla difesa e alla sicurezza allargata. Il 3,5 per cento andrà alle esigenze militari in senso stretto. Un ulteriore 1,5 potrà comprendere infrastrutture strategiche, reti e preparazione civile. Cinque punti di PIL. In Italia significherebbero, ai valori attuali, oltre cento miliardi l’anno, benché la cifra reale dipenderà dall’andamento dell’economia e dai criteri contabili applicati.
Anche l’Unione europea ha ormai scelto il riarmo come asse politico. Il piano Readiness 2030 apre la strada a una crescita della spesa per la difesa fino a 800 miliardi di euro. Centocinquanta miliardi arriveranno attraverso SAFE, prestiti europei destinati agli acquisti militari comuni. Gli altri 650 miliardi potranno essere mobilitati concedendo agli Stati maggiore libertà di indebitarsi per armi, munizioni e sistemi di combattimento. Non si tratta di investire per preservare la vita, ma investire per procurare la morte.
Quando si tratta di preparare una guerra futura, il debito, l’austerità (che hanno fatto più morti delle guerre) tornano improvvisamente rispettabile.
I “BEI TEMPI” DELLA SANITÀ ITALIANA
Sembrano passati secoli, ma sono solo 15 anni, ricordo bene un’altra epoca, così vicina da risultare quasi incredibile, nella quale entrare nella sanità pubblica costituiva un traguardo. All’università si lottava per conquistare un posto. Il reparto ospedaliero, legato all’università, quindi pubblico, dava prestigio perché i medici imparavano il “mestiere”, l’ “arte” e io che stavo col naso in laboratorio ne ho visti passare tanti che crescevano giorno dopo giorno. Certo, il privato aveva anche allora professionisti eccellenti e strutture molto efficienti. L’ospedale pubblico custodiva però qualcosa di diverso. Accoglieva la malattia che arrivava di notte all’improvviso. Ricordo che veniva tenuta pronta una terapia intensiva prima ancora di sapere chi ne avrebbe avuto bisogno. Il conto corrente del paziente non c’entrava nulla. C’erano sprechi. Questo è fuor di dubbio. Disservizi. Sì. Al pronto soccorso i tempi sono sempre stati lunghi. Ma non erano un girone infernale. Molti, adesso, vanno al pronto soccorso per provare a curarsi e per i medici ridotti all’osso e le infermiere (e i laboratori di analisi) diventa un incubo. Non c’è il tempo materiale per curare tutti, non con l’attenzione dovuta. E’ un massacro. Per questo assistiamo a un rovesciamento che ha qualcosa di distopico. Un tempo si cercava di entrare nel pubblico. Oggi molti cercano di fuggire o nel privato o all’estero dove pagano 3/4 volte tanto.
Tra il 2020 e il 2022 hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario nazionale 16.192 infermieri. Nel solo 2022 le dimissioni sono state 6.651. Nello stesso anno il SSN disponeva di 625.282 dipendenti, fra i quali 101.827 medici e odontoiatri e 268.013 infermieri. I medici erano già diminuiti rispetto al 2020.
La parola carenza rientra in quegli eufemismi dei nostri tempi. Sembra quasi che quelle persone siano evaporate. Erano state formate per anni, avevano superato concorsi e acquisito competenze sulle quali poggia la vita altrui. Rimaste nelle graduatorie anche un decennio e poi hanno iniziato ad andarsene. Turni massacranti, salari modesti, responsabilità enormi con pochissime difese. Certo, il vecchio ricatto della vocazione ha coperto per anni una realtà assai meno nobile, quella di chiedere a medici e infermieri di supplire con il sacrificio personale alle decisioni politiche prese altrove.
Quando parlo con medici o infermieri vedo un film distopico fatto di anziani lasciati in barella nei corridoi illuminati al neon e cartelli scoloriti. Un’infermiera che termina il proprio turno e resta perché semplicemente la sostituzione non c’è. Un medico deve visitare in fretta con la sala d’attesa piena, pur sapendo che quella fretta rende più facile perdere qualcosa, un sintomo apparentemente secondario. La persona visitata avverte quella fretta, quel dare “un’occhiata” rapida e la vive come indifferenza. Magari dodici ore di attesa per vedere un medico 3 minuti. Qualche volta lo è indifferenza e spesso nasce da un luogo nel quale il tempo della cura è stato ridotto fino al punto di diventare offensivo.
Può apparire un problema amministravo, ma è una scelta politica.
Fra il 2010 e il 2019 sono stati sottratti al Servizio sanitario nazionale oltre 37 miliardi di euro. Circa 25 miliardi derivarono da manovre esplicite di contenimento della spesa. Altri 12 miliardi corrispondono a finanziamenti programmati e poi ridotti. Il Fondo sanitario nazionale, in quel decennio, crebbe meno dell’inflazione.
Il drenaggio è continuato con forme meno drastiche. Ma c’è un motivo, infatti nel triennio 2023-2025 il Fondo sanitario è aumentato nominalmente di 11,1 miliardi, passando da 125,4 a 136,5. L’inflazione e la riduzione della quota sul PIL hanno però assorbito quella crescita. GIMBE calcola che, mantenendo il rapporto fra finanziamento sanitario e prodotto interno lordo del 2022, al sistema sarebbero spettati 13,1 miliardi in più.
Tredici miliardi lasciati per strada dalla sanità in tre anni.
Quindici miliardi aggiunti alla difesa fra il 2024 e il 2026, secondo i criteri NATO.
Un miliardo destinato alla sanità deve superare obiezioni di ogni genere dal capitale dietro la politica, i famosi “tecnici” che pongono vincoli e richiami alla sostenibilità con statistiche, tagli continui. Un miliardo destinato alle armi entra nel linguaggio della “necessità” storica. Inevitabile. Non si discute.
LA SALUTE E IL CENSO
Nel frattempo il diritto universale alla cura viene privatizzato attraverso il tempo. Chi ha denaro acquista una visita per il giorno successivo, massimo due (ho visto giusto stamani). Chi vive con uno stipendio normale chiama il CUP, o va sul sito e vede scorrere i mesi e gli anni. Quindi chi non ha 200-300 euro per il giorno dopo si dice: vabbè posso aspettare, devo pur mangiare, far mangiare la famiglia.
Nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o a un accertamento specialistico. Il 9,9 per cento della popolazione. L’anno precedente erano circa 4,5 milioni. Più di un milione di persone si è aggiunto in dodici mesi.
La parola rinuncia ci fa pensare a una scelta compiuta in piena libertà. Alcune volte si può disdire per un imprevisto. Capita. La visita privata costa duecento euro. L’affitto arriva fra pochi giorni. Il sintomo, per il momento, sembra sopportabile.
Così la prescrizione finisce in un cassetto.
La privatizzazione italiana avanza così, non c’è bisogno di abolire il Servizio sanitario nazionale. Semplicemente si divide l’accesso alle cure e viene distribuito per censo. Se puoi pagare puoi avere una diagnosi precoce, se non puoi pagare aspetti i tempi dei tagli. Però hai un carro armato nuovo di zecca pronto a marcire in qualche deposito militare.
Qualche dato
Quasi una prima visita su cinque viene effettuata fuori tempo. Fra gli esami urgenti, da eseguire entro tre giorni, il termine viene rispettato nel 76,4 per cento dei casi. Significa che quasi una persona urgente su quattro aspetta oltre il limite stabilito dalla stessa sanità pubblica.
Prendiamo un esempio pratico, la colonscopia. Nel 2026 il 69,8 per cento degli esami è stato eseguito entro la scadenza. Il dato è migliorato rispetto al 60,8 dell’anno precedente. Resta comunque un paziente su tre oltre il tempo indicato. Per la gastroscopia la quota rispettata si ferma al 71,9 per cento.
Immagino una persona alla quale il medico prescrive una colonscopia breve. Il centro prenotazioni propone una data dopo quattro mesi, ma ci sono tempi di attesa anche maggiori. La persona telefona altrove, trova le stesse attese e infine chiede quanto costa farla privatamente. A quel punto la medicina già non è più uguale per tutti e il diritto alla salute, così amato e celebrato, la “sicurezza”, le avvertenze sui pacchetti di sigarette, le infinite trasmissioni salutistiche, vengono meno.
Perché? Semplice, il tempo amministrativo entra nella malattia. Questa è la parte che nei dibattiti sulle liste d’attesa viene spesso trattata con una leggerezza insopportabile. Quattro mesi, otto mesi, possono rappresentare un semplice disagio per un controllo di routine. Ma davanti a una patologia oncologica (magari non ancora diagnosticata, ma di cui c’è un sospetto) possono separare una condizione ancora localizzata da una malattia ben più difficile da trattare.
Una revisione pubblicata sul British Medical Journal ha esaminato trentaquattro studi e oltre 1,27 milioni di pazienti affetti da sette tipi di tumore. In tredici delle diciassette condizioni analizzate, quattro settimane di ritardo nell’inizio del trattamento risultavano associate a un aumento significativo della mortalità. Per gli interventi chirurgici, ciascun mese di attesa corrispondeva a una crescita del rischio compresa fra il 6 e l’8 per cento.
Gli autori hanno tradotto quel rischio in una casistica. Ad esempio un rinvio di dodici settimane della chirurgia mammaria, esteso per un anno alle pazienti del Regno Unito, avrebbe potuto provocare circa 1.400 morti aggiuntive.
Quanti morti produce in Italia una diagnosi tardiva per inadempienze amministrative o per mancanza di personale sanitario? Manca un conteggio nazionale ovviamente. Ci sono certificati di morte, ma i mesi perduti dentro la lista spariscono. Nessuna banca dati iscrive fra le cause del decesso l’appuntamento arrivato dopo il tempo utile.
Ciò che sfugge al conteggio può essere presentato come fatalità.
MA ALLORA IL “DIRITTO ALLA SALUTE” NON RIENTRA NELLA SICUREZZA?
La politica ci propina due idee di protezione. Una guarda al nemico futuro e concentra risorse enormi nella capacità di combatterlo. L’altra riguarda persone con uno stipendio normale, dunque povere, che dovrebbero essere protette e non contano niente agli occhi dell’oligarchia che amministra. Così il riarmo ci viene presentato come una garanzia di sopravvivenza collettiva. Invece l’ospedale pubblico che già lo è lo lasciamo alla volontà dei pochi che restano e resistono, con pochi mezzi e con sempre minori garanzie.
FACCIAMO UN PICCOLO ESPERIMENTO
Vorrei che provassimo a pronunciare la parola sicurezza davanti a una persona che aspetta mesi per una biopsia. Vorrei sentirla davanti a una madre che cerca un percorso psichiatrico per il figlio e riceve un appuntamento fra mesi. Lì il pericolo è già delineato. Eppure non interviene nessuno. Si aspetta il danno. Magari quel figlio prenderà a calci qualche saracinesca, sarà bloccato e ucciso dalla polizia e se ne parlerà in tutti i TG. E si parlerà di “più poliziotti” e non di “più psichiatri e/o psicoterapeuti” nel pubblico.
Quanto basterebbe per salvare migliaia di vite reali? Non c’è una vera cifra. Conosciamo però i 37 miliardi sottratti nel decennio precedente. Conosciamo i 13,1 miliardi lasciati indietro negli ultimi anni. Sappiamo quanti esami arrivano tardi e quante persone rinunciano. I dati ci sono. Sappiamo anche che per la difesa la soglia dei cento miliardi annui, un tempo impensabile, è ormai diventata un impegno internazionale da raggiungere entro il 2035.
Questa è una scelta politica e di classe su chi vive e chi muore.
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