Sub-Creazione, Fantasia e Stupore. Un Messaggio di Tolkien. Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, a cui va un grande grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un grande autore, Tolkien, la creazione, e come sia possibile collaborare con essa. Buona lettura e meditazione.

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SUB-CREAZIONE, FANTASIA E STUPORE

 

«Non tutto quel che oro brilla, / Né gli erranti sono perduti; / Il vecchio che è forte non s’aggrinza, / Le radici profonde non gelano; / Dalle ceneri rinascerà un fuoco, / L’ombra sprigionerà una scintilla; / Nuova sarà la lama ora rotta, e re quei ch’è senza corona». (Gandalf)

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«L’immaginazione è un dono dato da Dio agli uomini per aiutare a liberare ciò che è stato rinchiuso nella prigione della nostra possessività. Per questo deve essere sorprendente, per questo non può essere realistica, per questo ci devono essere mostri, draghi, hobbit, tutto ciò che ci rende estranei a ciò che già conosciamo. Questo aiuta a comprenderlo meglio e a recuperare, dice Tolkien, uno sguardo sulla realtà che sia puro, di sorpresa, perché l’unico vero sguardo sulla creazione è uno sguardo di stupore».

Giuseppe Pezzini

 

Questo brano, specialmente l’apofatico «tutto ciò che ci rende estranei a ciò che già conosciamo», per il recupero di «uno sguardo di stupore», mi ha particolarmente colpito, spingendomi a proporre l’intera intervista a Giuseppe Pezzini pubblicata il 19 Aprile 2024 su omnesmag.com/it/su.

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D – Che cos’è la “sub-creazione”, un termine coniato da Tolkien?

 

È necessario comprendere il prefisso “sub”, nel senso che la parola “creazione” sappiamo già cosa significa, “creare qualcosa di nuovo”, qualcosa che non esisteva prima, e questo è importante, non significa solo “riorganizzare” le cose. Con il prefisso “sub”, però, significa che, quando una creatura crea, lo fa sotto l’autorità di un altro. C’è un’autorità superiore a lui, un Creatore che è colui che dà veramente l’essere a tutto, perché l’uomo non è capace di dare effettivamente l’essere al nulla.

Tolkien dice all’inizio del Silmarillion, dove vediamo come il concetto di subcreazione viene introdotto molto chiaramente, che gli Ainur, gli artisti e i subcreatori per eccellenza nell’universo tolkieniano, collaborano al disegno di Eru, l’unico Dio creatore del mondo di Tolkien, ma l’essere della loro creazione non è dato da loro, ma da Dio. Si potrebbe usare l’immagine del parto: la donna dà alla luce un bambino, ma l’anima, l’essere del bambino, non è dato dalla donna. Questo significa “sottocreare”: creare sotto l’autorità di un altro. Ma, inoltre, e questo è anche un significato del prefisso “sub”, significa farlo “per conto”, come si direbbe in inglese, per ordine di un altro: la subcreazione è qualcosa che ci è stato affidato. Quindi, potete farlo perché un altro, che è il Creatore con la c maiuscola, vi ha affidato questo compito.

Nel Signore degli Anelli, Gandalf a un certo punto dice a Denethor che lui [Gandalf] è un amministratore, un guardiano, una persona a cui è stato affidato un compito. Nella subcreazione, devo accettare che l’essere non è dato da me, ma, positivamente, lo faccio perché mi è stato affidato questo compito. Quindi, è anche una vocazione, non solo un hobby personale, un capriccio, ma un compito che mi è stato dato e al quale devo rispondere. La sub-creazione è l’invito alla creazione.

D – La sua conferenza si intitola “Avranno bisogno di legna”: subcreazione ed ecologia integrale in Tolkien”. Qual è il concetto di “ecologia” nell’opera di Tolkien?

Etimologicamente, in greco “ecologia” è lo studio dell'”oikos”, che è soprattutto la casa, intesa come mondo naturale. Ma, più precisamente, l’ecologia, sviluppando il significato etimologico, è lo studio delle relazioni tra le creature. L’ecologia, per Tolkien, non è solo, in senso stretto, il rapporto con la natura, ma il rapporto tra tutte le identità viventi nel mondo. Credo che in Tolkien la natura non vada intesa come qualcosa di statico, come una roccia.

L’oggetto dell’ecologia riguarda tutto ciò che cresce, è lo studio della relazione tra tutto ciò che cresce nel mondo, e l’ecologia è strettamente legata all’idea di subcreazione, perché il subcreatore è sempre un giardiniere. Al giardiniere è stata affidata la crescita di una pianta, di un campo, ma i semi in questo campo sono stati piantati da qualcun altro, e quindi il compito del subcreatore è quello di occuparsi della crescita di questi altri elementi.

Ecologia significa prendersi cura delle vite che ci sono state affidate, quindi non è solo rispetto o contemplazione della vita di altre creature, ma è la relazione che gli esseri viventi hanno con gli altri esseri viventi. E questa relazione è sempre subcreativa, cioè ha lo scopo di aiutarci a crescere, è sempre uno sviluppo. Questo è molto interessante, perché ci sono alcune visioni ecologiche che concepiscono l’ecologia come un “disimpegno”, una passività, “lascio che le cose facciano il loro corso”.

L’ecologia cerca di aiutare la natura a svilupparsi. Lo vediamo, ad esempio, nel rapporto tra gli Ents e gli alberi, ma anche Merry e Pipino crescono letteralmente dopo il loro incontro con gli Ents. Anche Gandalf è un ambientalista, potremmo dire che il suo oggetto sono gli hobbit. Il suo compito è quello di prendersi cura delle altre creature. Il legame tra gli hobbit e Gandalf è ecologico e anche subcreativo, perché i due sono legati.

D – Lei ha commentato in alcune occasioni che Tolkien riteneva che la funzione della fantasia fosse quella di “recuperare la meraviglia della realtà”. Qual è la teoria dell’immaginazione di Tolkien?

Tutte queste questioni, infatti, sottocreazione, ecologia e immaginazione, sono collegate, da diversi punti di vista. Che cos’è l'”immaginazione”? Tolkien la chiama “fantasia”. Anche lui usa la parola immaginazione, ovviamente, ma nel saggio “Sulle fiabe”, il termine che usa è “Fantasia”. Significa, dice Tolkien in una lettera, usare le nostre capacità date da Dio per collaborare alla creazione. Quando subcreiamo, lo strumento cognitivo che usiamo è l’immaginazione, stiamo creando un mondo alternativo, o meglio, stiamo aggiungendo un ramo all’albero del mondo, che è un’altra immagine che Tolkien usa: la creazione di Dio come se fosse un albero gigantesco e la subcreazione come se fosse un ramo all’interno di questo albero.

L’albero della creazione, o l’albero della realtà, come lo conosciamo, ha un certo punto subcreatore: cresce una nuova pianta che all’inizio sembra essere diversa dall’albero. Questa pianta nasce dall’immaginazione, è diversa dalla realtà, non è mimetica, non è uno specchio di ciò che già esiste, è qualcosa di nuovo, ma poi, con il tempo, il subcreatore capisce che in realtà questa pianta che sembrava diversa è in realtà un ramo nascosto dell’albero.

Un aspetto importante è che l’immaginazione non può necessariamente utilizzare le regole realistiche del mondo, nel qual caso sarebbe un’altra cosa. L’immaginazione, per sua natura, confonde: le foglie verdi le fa diventare rosa, i cieli grigi o blu le fa diventare viola, e questa perturbazione degli elementi della realtà è il cuore dell’immaginazione. Questo sconvolgimento degli elementi della realtà è il cuore dell’immaginazione. E perché è così importante? Tolkien lo dice bene nel saggio “Sulle fiabe”: perché aiuta a “defamiliarizzare” la realtà.

La grande tentazione dell’uomo è quella di possedere la realtà, di credere che sia qualcosa che già conosce. Il grande rischio che l’uomo, la creatura, corre di fronte alla creazione è quello di perdere la meraviglia. Per usare un’immagine, è come se qualcuno raccogliesse ciò che c’è nella realtà e lo mettesse nella sua capanna, nel suo “deposito”, come Smaug, il suo “tesoro”: lo so già, lo capisco già, lo so già, lo conosco già.

L’immaginazione è un dono dato da Dio agli uomini per aiutare a liberare ciò che è stato rinchiuso nella prigione della nostra possessività. Per questo deve essere sorprendente, per questo non può essere realistica, per questo ci devono essere mostri, draghi, hobbit, tutto ciò che ci rende estranei a ciò che già conosciamo. Questo aiuta a comprenderlo meglio e a recuperare, dice Tolkien, uno sguardo sulla realtà che sia puro, di sorpresa, perché l’unico vero sguardo sulla creazione è uno sguardo di stupore.

L’immaginazione umana aiuta a recuperare questo sguardo ribaltando le regole della realtà, e lo fa all’interno di un’esperienza subcreativa, non separata dal grande albero della creazione, ma come un nuovo ramo aggiunto ad esso.

D – Tolkien afferma nelle sue lettere che non aveva un piano prestabilito quando scriveva. Lei ha detto che “la cosa più cattolica de Il Signore degli Anelli è il suo processo di composizione”. Può commentare questa idea?

Sì, questo è un elemento importante dell’idea di letteratura di Tolkien. Come la subcreazione è analoga alla creazione nel senso che crea qualcosa di nuovo, così la subcreazione è analoga alla creazione nel senso che è gratuita. Questo significa che – lo dice bene Tolkien in una lettera – quando Dio ha creato le cose, lo ha fatto per pura gratuità, è un puro atto di misericordia. E questo, a livello di letteratura, significa che anche la letteratura deve essere un dono gratuito, non ci deve essere alcun calcolo dietro. Il vero scrittore, il vero artista, non usa la letteratura o l’arte per manipolare le menti dei lettori. Dio non fa così con la Creazione, non l’ha creata per manipolare l’uomo, ma come dono. Anche la letteratura, la sottocreazione, deve essere un puro dono.

Più concretamente, significa che Tolkien non ha scritto con un progetto, con una strategia comunicativa, con un’ideologia, nemmeno cristiana. Lo ha fatto come un atto gratuito di affermazione della bellezza. Arte e letteratura sono soprattutto l’espressione di una ricerca della bellezza. Ma questa ricerca, proprio perché è subcreativa, e quindi perché partecipa all’unica creazione, ha, come la creazione stessa, una funzione misteriosa, nascosta, che nasce dalla sua gratuità. La creazione attrae, genera domande nell’uomo, proprio perché non ha questa intenzione.

Tolkien lo dice in una lettera a una ragazza, che la creazione e la realtà esistono innanzitutto per essere contemplate, come qualcosa di gratuito. Ma è proprio per questo che ci si comincia a chiedere da dove venga. La domanda di senso, per essere veramente significativa, nasce da un’esperienza di gratuità.

Per tornare alla sua domanda, Tolkien non scrive con una strategia, non vuole riaffermare valori, non cerca nemmeno di esprimere la sua esperienza cristiana. Tolkien vuole fare della buona letteratura, ma, nel farlo, proprio perché lo fa gratuitamente, la sua letteratura diventa piena di significato, e questo significato deve essere riconosciuto in modo libero dai lettori.

 

 

Per questo Tolkien è contrario all’allegoria, non perché i suoi testi non abbiano potenzialmente un significato allegorico, cioè un rapporto con la realtà primaria, con i valori cristiani. Ma questo rapporto è un dono, è qualcosa che “accade”, è quel legame che la pianta ha con il grande albero, è un dono che viene da un altro, non è il punto di partenza dell’artista. Altrimenti la letteratura non sarebbe letteratura, sarebbe filosofia, e non sarebbe nemmeno arte, perché l’arte non ha questa funzione. La subcreazione non esprime cose che si conoscono già, è una nuova esperienza, che potremmo definire euristica, di scoperta di qualcosa che non si conosce. Infatti, per Tolkien l’avventura subcreativa è un viaggio in un altro mondo, e quindi non ha una strategia: sta scoprendo qualcosa che non gli appartiene.

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23 commenti su “Sub-Creazione, Fantasia e Stupore. Un Messaggio di Tolkien. Il Matto.”

  1. Don Pietro Paolo

    Signora,

    vedo che, oltre a teologia, ecclesiologia, demonologia e discernimento degli spiriti, possiede una cultura davvero enciclopedica: adesso scopro che è particolarmente ferrata anche in materia di gabinetti, spazzole, sterco, puzze e deiezioni. Complimenti: ciascuno, evidentemente, parla con maggiore competenza degli ambienti che frequenta più assiduamente.

    Quanto al mio «olfatto», non si preoccupi. Funziona abbastanza bene da distinguere un argomento da un insulto e una confutazione da una sequela di volgarità. Nel Suo intervento, purtroppo, dei primi non avverto traccia; delle seconde, invece, l’odore arriva fin troppo chiaramente.

    Continui pure a distribuire incarichi nella Geenna e a stabilire chi appartenga a Satanasso. Io preferisco lasciare a Dio il giudizio sulle anime. Lei, se proprio desidera continuare a occuparsi di servizi igienici, faccia pure: mi pare un campo nel quale mostra una familiarità decisamente superiore a quella che manifesta con la teologia.

    De gustibus, appunto.

    1. la signora di tutti i popoli

      Carissimo, in una tesi di laurea veniva citato un antico testo tedesco sull’uso del clisma nei conventi francescani. Sebbene possa avere degli effetti benefici sul corpo, caro don pp, io però la invito a non esagerarne l’uso: per la stipsi spirituale non serve.
      Dovrebbe meditare sulla sua posizione nel Blog: lei certo ha tanto di quel tempo a disposizione che fra la noia e l’ozio, padre dei vizi, riesce a metter lingua in ogni articolo e di ogni articolo in ogni commento e di ogni commento si prende sempre l’ultima parola. Questo le é concesso, per raccomadazione o per pietá? Forse un giorno lo sapremo.
      Se non spetta al lettore giudicare l’amministrazione del Blog, peró spetta difendersi dalla sua azione deleteria e distruttiva delle scatole umane.
      Dunque in questo luogo lei sará sempre soggetto alle migliori definizioni che possano chiarire quello che lei é, e lo sfacelo che lei fa di ció che rappresenterebbe..
      Lei non é amato perché semplicemente non ama; lei da fastidio e rompe le scatole ma sarebbe comunque accettabile se almeno dimostrasse un po’ di amore reale, concreto per Dio e per il prossimo. Le sue parole suonano subito false anche se sembrano spinte da zelo cristiano verso i fratelli; quelle verso Dio poi suonano come bestemmie, e ogni volta che Lo nomina lei lo fa invano. Non sono io a dirlo fra i suoi lettori.
      Quanto a me, è vero, rispetto a lei ho molti titoli e inoltre molta dimistichezza con gli aspetti giuridici e dottrinali della religione cattolica, ho una discreta conoscenza del vero Magistero e un piú alto livello di intelligenza. Ma non sono qui per ricordarle il suo zero culturale e i limiti intellettivi di cui lei non puó aver tutta la colpa. Quello che lei ha di peggio, oltre la sua piccola persona intellettuale, per tacere della enorme puerilitá, sta nella giá accennata sua stitichezza spirituale, nei piu grandi difetti spirituali: mancanza di amore e di umiltá e soprattutto di fede. La mancanza di caritá (che trasuda anche in ogni commento tronfio contro ogni lettore) l’ha spinta a tradire Dio aderendo ad un falso papa. Sono fatti suoi certo quale siano i fini che vuole raggiungere, ma lei sa, poiché la vita é breve, che ogni piccolo potere che le sarà concesso non giustifica la morte dell’anima e che il Diavolo nell’inferno non premia i suoi fedeli… e soprattutto non giustifica la sua presenza asfissiante fra noi.
      Il tradimento, perché lei ha tradito, é dovuto appunto alla sua decisione di servire il capo di una falsa chiesa. La mancanza di fede poi é la causa della sua decisione a servire il Male. E lí, sebbene l’Amore Divino sia sempre pronto a tendere la mano, la sua mancanza di fede la rifiuta… ma noi perché dobbiamo pagare per le sue colpe?
      Lei, inserendosi abusivamente in un blog cattolico, si è lamentato che la nostra Adriana, dalle “modeste imprese investigative” si esprima dietro al “suo pavido e vigliacco anonimato”… la amica del Blog, che non ha bisogno di essere difesa, le ha risposto con eleganza di cui lei d. pp non è capace. Una signorilità, che mette in luce le sue carenze di carità su evidenziate ma anche probabilmente dei bassi e volgari natali, o peggio il tradimento della buona educazione e dei propri genitori.
      Insomma su di lei si potrebbe fare una serie di telefilm: “Il tradimento é il mio mestiere”.
      Se dovessi definire il suo comportamento globale, non lei che è un santo, direi che non è di un consacrato, nè di un uomo peró si adatta bene alla chiesa del todos todos, dove tanti sono accetti come sono e il pentimento non é richiesto… ma in questo blog sarebbe bene che i todos ne siano fuori.

  2. Don Pietro Paolo

    Cara Adriana,

    vedo che continua a confondere ciò che è ineffabile con ciò che è indicibile. La teologia cattolica ha sempre insegnato che Dio supera infinitamente la nostra intelligenza, ma non per questo è impossibile parlare di Lui. Se così fosse, dovremmo cestinare la Sacra Scrittura, i Concili, i Padri della Chiesa, san Tommaso d’Aquino e perfino il Catechismo. Questo, forse, può permetterselo Lei insieme al Suo maestro nipponico; certamente non un sacerdote cattolico.

    L’ineffabilità non impone il silenzio: impone l’umiltà. Possiamo dire di Dio ciò che Egli stesso ha voluto rivelare, sapendo che nessuna parola Lo esaurisce. Ed è penso quello che ho fatto io. Ma forse avrei dovuto seguire gli insegnamenti del Divino Maestro di non dare le cose sante ai porci…

    Lei afferma poi che parlerei «senza possedere alcuno strumento per dimostrarne la veridicità». Mi permetta: quali sarebbero questi strumenti? La fede cattolica non si dimostra come un teorema di geometria; si accoglie sulla base della Rivelazione divina, custodita e autenticamente interpretata dalla Chiesa. Un sacerdote non inventa i dogmi: li riceve, li custodisce e li annuncia.

    Quanto all’«anguilla», appellativo con cui il Suo maestro ama etichettarmi, Le confesso che il paragone mi diverte. L’anguilla, per definizione, sguscia via. Io, invece, sono qui, con nome e cognome, a firmare ciò che scrivo e ad assumermene la responsabilità. Chi, invece, preferisce nascondersi dietro uno pseudonimo, improvvisarsi detective e spostare continuamente il discorso dagli argomenti alle persone, difficilmente può impartire lezioni di coerenza.

    Scriva pure, mi punzecchi quanto desidera. Francamente mi ha stancato. La lascio volentieri al Suo vocabolario erudito, alle Sue metafore zoologiche, alle Sue modeste imprese investigative e al Suo pavido e vigliacco anonimato.

    Ogni bene.

    1. “Francamente mi ha stancato” dice lo Struzzo di Utopia ad un’interlocutrice.
      Non sembra, visto che continua col suo martellante dottrinismo astratto
      che la sua lobby ha palesemente abbandonato ed anzi avversa.🤣🤣🤣

    2. Caro Don:
      “Rem tene, verba sequentur” ( Catone il censore ). Mi auguro non sia necessario tradurglielo. Ma se l’uomo non tiene, se non può possiede la “res”, intesa come argomento sostanziale,( e, in questo caso è lei stesso ad ammettere che così è ) le “narrazioni” sulla medesima ( che viene presentata -ontologicamente- come unica ), non possono che essere esempi di pura retorica, fasulli e ingannatori, o, per essere generosi, semplici esempi variopinti di “dissonanza cognitiva”.

  3. Adriana carissima,

    Anche se “non è cattolico”, come subito rileverà lo Struzzo di Utopia,
    ritengo valga la pena di … istruirsi.

    Dal Post Ambasciata del Giappone in Italia

    Il wabi-sabi (侘寂) è uno dei concetti più profondi e affascinanti della cultura giapponese, una filosofia estetica che celebra l’imperfezione, la transitorietà e l’autenticità delle cose. Radicato nel pensiero zen, il wabi-sabi ci invita a guardare oltre l’idea convenzionale di perfezione per scoprire la bellezza nei segni del tempo, nelle asimmetrie e nelle piccole imperfezioni della vita quotidiana.
    Il termine si compone di due parole: wabi (侘び), che richiama la semplicità, la solitudine e l’intimità della natura, e sabi (寂), che si riferisce alla bellezza che emerge con il passare del tempo e l’invecchiamento. Questo ideale si riflette non solo nell’arte e nell’architettura, ma anche nella vita di tutti i giorni. Un vaso di ceramica con una crepa riparata con l’antica tecnica del kintsugi (金継ぎ), dove si usa oro o argento per valorizzare le fratture, è un perfetto esempio di wabi-sabi: la rottura non viene nascosta, ma diventa parte della storia dell’oggetto, arricchendolo di significato.
    Il wabi-sabi si manifesta anche negli ambienti. Una casa arredata con materiali naturali, dove legno e pietra mostrano i segni dell’usura, crea un senso di pace e connessione con la natura. Questo stile si traduce in interni minimalisti, dove il vuoto è visto non come assenza, ma come spazio per respirare e riflettere.
    A livello spirituale, il wabi-sabi ci insegna ad accettare l’impermanenza di tutto ciò che ci circonda. Nulla è eterno, nulla è perfetto: le foglie che cambiano colore in autunno, una tazza di tè con una superficie irregolare, o una parete con una patina di vecchiaia. Questa visione ci incoraggia a vivere il momento presente, apprezzando la bellezza nelle cose semplici e nell’effimero.
    In un mondo che spesso esalta il consumismo e la perfezione superficiale, il wabi-sabi rappresenta un ritorno all’essenza. È un invito a rallentare, a osservare con occhi nuovi ciò che ci circonda, e a trovare la pace nella semplicità.

  4. Non Metuens Verbum

    Lo stesso concetto è nella Pro-Creazione, l’uomo genera i suoi figli facendo le veci, per delega, del Creatore.
    Ed ecco perché la perfetta e perpetua Verginità di Maria: Dove il Creatore interviene direttamente, non c’è bisogno né spazio per l’intervento di un genitore delegato.

  5. Caro Matto (detto anche ” Enrico “),
    dopo le tante tue pagine dedicate a manifestare il tuo sincero obbrobrio nei confronti della pagina scritta (prigione delle menti), ti abbandoni all’elogio di un letterato- botanico, glottologo, filologo, ideatore di linguaggi vero/falsi antichi, uno scrittore che più sofisticato di così era arduo trovare. (N.B. a proposito: attento alle traduzioni di Ottavio Fatica che travisano molto spesso, ahimè, il significato originario delle parole scelte con somma cura dall’autore)-
    Insomma, te ne “innamori” (all’Amore non si comanda), nonostante l’onnipresente Manicheismo che permea le sue opere.
    E, in effetti, sarebbe “carino” che tu mi chiarissi se è il contenuto a soddisfare la tua sete di ascesi, oppure la forma peculiare dei suoi scritti
    Te lo domando perchè ho sempre provato un’istintiva diffidenza nei confronti di quegli autori che vengono esaltati perchè presto usati come bandiera di parte…di qualsiasi parte..
    In luogo delle mie misere parole ti lascio (completi) gli stringati, ma profondi pensieri di uno che fu scrittore, critico d’arte.e sociologo: di un vecchio Maestro che dell’anima e dell’umanità aveva una grande esperienza.
    ” L’Artista è il creatore di cose belle. Rivelare l’Arte e nascondere l’Artista è il fine dell’Arte. Il critico è colui che può tradurre in diversa forma o in nuova sostanza la sua impressione delle cose belle.
    Coloro che trovano brutti significati nelle cose belle sono corrotti senza essere affascinanti. Questa è una colpa. Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro c’è speranza. Essi sono gli eletti; per loro le cose belle significano solo bellezza.
    Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o sono scritti male. Questo è quanto. La vita morale dell’uomo è parte del contenuto dell’artista, ma la moralità dell’Arte consiste nell’uso perfetto di un mezzo imperfetto.
    Nessun artista ha interessi morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico.. Nessun artista è mai morboso. L’artista può esprimere qualsiasi cosa.” ( Prefazione al “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde- autore cattolico- ).
    Con affetto e considerazione, A.

    1. Carissima, come sai applico il principio che compare nell’Imitazione di Cristo:
      “non voler sapere chi l’ha detto ma poni a ciò che è detto”.
      Detto tra noi, non so quanti sono i cristiani che lo applicano.
      Ritengo siano pochissimi.
      Direi che a soddisfarmi è il contenuto, anche se
      da filonipponico non sono affatto insensibile alla forma,
      secondo un altro importante principio: la forma è sostanza.
      Non sono un’Artista, ma non per questo non sono in grado (parlo per me)
      di individuare, seppur secondo le mie modeste competenze e possibilità,
      i tratti (i tratti, dico, e quindi il resto di un’opera può restarmi indifferente)
      di un “dottrina non scritta” e quindi … apofatica 😁

      1. Caro Matto,
        apofatica come una immagine che rispetti l’wabi shabi. E’ un peccato che non possa riprodurla qui. La perfezione dell’imperfezione.

  6. la signora di tutti i popoli

    Non posso esprimere giudizi su un testo che non conosco…il mio tempo residuo è poco e non credo che avrò questa possibilità.
    Ma caro Matto con sincerità le dico che ho apprezzato il suo articolo, sia nella godibile costruzione in lingua italiana sia chiaramente in ciò che vuole dirci e, aldilà della mia ignoranza del libro, sul valore da lei richiamato su creazione e Creatore.
    Ma senza poter dire il perché e il percome ho apprezzato un’altra cosa che mi appare sempre piú chiara quando leggo i suoi articoli. Vedo un credente alla ricerca di Dio ed é una ricerca sincera, originale per coloro che arricciano il naso sui modi adoperati. Una ricerca personale e perció nessuno puó metterci bocca… ma soprattutto onesta senza altri fini che uno sguardo cristallino e buono come il suo potrá mai rivelare. Grazie di tutto.

    1. La ringrazio.
      Lei ha centrato il bersaglio.
      Ma è (era) necessario che altri (in questo caso lei),
      rilevasse ciò che ha rilevato.
      Non potevo “auto-certificarmi” 😊

  7. Don Pietro Paolo

    Considerazioni:
    * L’espressione «tutto ciò che ci rende estranei a ciò che già conosciamo» non è affatto “apofatica”. L’apofatismo riguarda il mistero di Dio, che supera ogni concetto umano; qui si tratta semplicemente dello “straniamento” proprio dell’arte e della letteratura.
    * È inesatto affermare che l’immaginazione «non può essere realistica». La fantasia autentica non si oppone alla realtà, ma la illumina da una prospettiva nuova. Se si separasse dalla verità dell’essere, degenererebbe in pura evasione o arbitrio.
    * La frase secondo cui Dio avrebbe creato il mondo come «puro atto di misericordia» è teologicamente imprecisa. La creazione è anzitutto un atto di bontà e di amore gratuito; la misericordia presuppone invece una condizione di miseria, che appartiene all’ordine della redenzione più che a quello della creazione.
    * Sostenere che Dio abbia creato senza alcuna finalità è contrario alla dottrina cattolica. Dio crea liberamente, senza bisogno di nulla, ma tutto è ordinato alla manifestazione della sua gloria e al bene delle creature.
    * Dire che Tolkien «non cercava nemmeno di esprimere la sua esperienza cristiana» è un’affermazione eccessiva. Tolkien rifiutava l’allegoria intenzionale, non il significato cristiano dell’opera. Egli stesso definì Il Signore degli Anelli «un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica».
    * L’idea che il vero artista non debba avere alcuna intenzione comunicativa è una forzatura. L’arte non è propaganda, ma possiede sempre un’intenzionalità: il desiderio di comunicare il vero, il bene e il bello.
    * Anche il concetto di “ecologia” viene esteso oltre misura fino a comprendere qualsiasi relazione tra esseri viventi. Nella prospettiva cattolica il fondamento dell’ordine del creato non è semplicemente la relazione tra le creature, ma il loro rapporto con il Creatore, da cui ogni relazione riceve senso e misura.
    * Infine, identificare quasi completamente la sub-creazione con il semplice “far crescere” rischia di ridurre l’arte a un’attività biologica o naturalistica. La sub-creazione, invece, è anzitutto partecipazione analogica alla creatività divina attraverso l’intelligenza, la libertà e la bellezza, sempre nella dipendenza dal Creatore.

    In sintesi: il punto debole di questo articolo è la tendenza a trasformare. alcune intuizioni estetiche in formulazioni teologiche assolute. Il nucleo tolkeniano, però, rimane sostanzialmente cattolico

    1. Esimio don P. P.,
      lei continua imperterrito a parlare dal basso,
      ripetendo monotonamente – e freddamente – la dottrina.
      E’ bene che lei non s’immischi in faccende apofatiche
      dato che non ne mastica niente, preso com’è
      dall’affermarsi attreverso l’impugnare la dottrina.
      Definirei il suo modo di fare un “correzionismo” petulante
      e contro producente.
      Forse sarebbe il caso che cominciasse a sciorinare,
      oltre la verità che presume di possedere e che scarica
      impietosamente su chi la legge,
      tutto ciò che non comprende, tutto ciò di cui non è sicuro,
      tutto ciò che la tormenta, ciò che sarebbe immensamente
      più utile del suo asfissiante “apostolato”.

      1. Don Pietro Paolo

        Chi si crede custode delle profondità, invece di confutare gli argomenti, distribuisce giudizi sulle persone che lo mettono in difficoltà. E chi pontifica sull’ineffabile con tanta sicurezza rivela, di solito, di non averne compreso nemmeno l’alfabeto.

        1. Lasci perdere, caro Struzzo di Utopia,
          Lei non mi può mettere in difficoltà per la semplice ragione
          che si pone su un piano diverso – molto, molto diverso! – dal mio.
          Tra noi due non può esservi alcuna comunicazione.
          A ognuno il suo.

        2. Don Pietro Paolo

          Cara Adriana,

          se c’è qualcuno che ha bisogno di un nuovo paio di occhiali, temo che non sia io.

          Non mi sono mai proclamato custode dell’ineffabile; sarebbe una pretesa piuttosto curiosa. Cerco semplicemente di custodire ciò che un sacerdote è chiamato a custodire: il deposito della fede della Chiesa.

          Ho detto soltanto che quanto scrive Enrico non è conforme alla dottrina cattolica. Se un insegnamento contraddice la fede della Chiesa, non diventa cattolico perché lo si presenta con parole suggestive. Chiamare le cose con il loro nome non significa giudicare le persone, ma esercitare il discernimento.

          San Paolo è molto chiaro: «Annuncia la Parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento» (2 Tm 4,2). È esattamente ciò che un sacerdote è tenuto a fare, anche quando qualcuno preferirebbe che tacesse.
          Quanto all’«autoritratto», temo che abbia guardato nel suo specchio credendo di affacciarsi alla mia finestra.

          1. Carissimo Don,
            se è “ineffabile” come si può parlarne? Quanto allo specchio, lei sbaglia di grosso. Non mi sono mai impancata a parlare- apoditticamente- di Assoluto, o di Dogmi trinitari, senza possedere alcuno strumento per dimostrarne la veridicità. E’ un compito che lascio a lei.

          2. la signora di tutti i popoli

            De gustibus.
            Curiosa affermazione: d pp lei eserciterebbe il “”discernimento”? Non sia ridicolo!
            Lo strame del Diavolo rimane tale anche se si veste di bianco e questo suo discernere
            in cosa consisterebbe? Apra il naso piuttosto e senta la puzza di cacca! Nel cesso della ex Santa Sede forse lo spirito della Pachamama le ha indicato Prevost al posto dello spazzola vicino alla tazza? La spazzola è molto più utile per scacciare Prevost e lei invece ha invertito i ruoli, stia attento che piú che il “discernimento” é il suo olfatto che non funziona !
            Cosa le ha promesso Satanasso in cambio per difendere il suo sterco? D pp il Diavolo non puo prometterle la salvezza o vuole funzioni dirigenziali nella Geenna? Per me le fará spalare le deiezioni dei dannati per l’eternitá, può essere un buon premio per un prete masochista, ma che gusti!!

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