La Sacra Scrittura: il Testamento del Padre per i suoi Figli. Cinzia Notaro.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla Sacra Scrittura. Buona lettura e diffusione.

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La Sacra Scrittura: il testamento del Padre per i suoi figli

«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Matteo 24,35).

Quando un padre terreno si avvicina alla fine della sua vita, lascia ai propri figli un testamento. In esso consegna ciò che possiede, le sue ultime volontà e, talvolta, le raccomandazioni più preziose.

Anche il nostro Padre celeste ha lasciato ai suoi figli un Testamento. Non un testamento fatto di beni corruttibili, destinati a consumarsi nel tempo, ma una ricchezza eterna: la sua Parola. La Sacra Scrittura è il dono più grande che Dio abbia affidato all’umanità insieme al suo Figlio Gesù Cristo e ai Sacramenti della Chiesa.

San Paolo afferma:

«Tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.»
(2 Timoteo 3,16-17)

La Bibbia non è semplicemente una raccolta di libri religiosi. È la voce stessa di Dio che continua a parlare al cuore dell’uomo. Per questo l’autore della Lettera agli Ebrei scrive:

«La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito.»
(Ebrei 4,12)

Eppure, proprio questo libro, che contiene le parole della vita eterna, è forse il meno conosciuto perfino da molti cristiani.

Quanti possono dire di aver letto integralmente almeno una volta la Sacra Scrittura?

Molti rispondono: «È troppo lunga», «Non capisco l’Antico Testamento», «Non ho tempo». Ma per leggere romanzi di centinaia di pagine, seguire interminabili programmi televisivi o trascorrere ore davanti ai social network, il tempo si trova sempre.

Come è possibile che si trovi il tempo per tutto, ma non per ascoltare Dio?

San Girolamo, uno dei più grandi Padri della Chiesa e traduttore della Bibbia in latino, scriveva:

«L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo.»

Parole che dovrebbero farci riflettere profondamente.

Immaginiamo che un padre terreno muoia lasciando un testamento ai propri figli. Tutti correrebbero a leggerlo. Nessuno direbbe: «Lo leggerò tra qualche anno» oppure «È troppo lungo».

Quando sono in gioco beni materiali, nessuno vuole perdere una sola parola. A volte si arriva perfino a litigare, a rompere i rapporti familiari e persino a commettere gravi ingiustizie per una questione di eredità.

Ma quando il Padre dei cieli ci lascia un’eredità infinitamente più preziosa, quella della vita eterna, molti lasciano il suo Testamento chiuso su uno scaffale, coperto di polvere.

Il Signore ci ha amati fino alla fine. Ha parlato attraverso i profeti, ha inviato il suo Figlio unigenito, ha istituito la Chiesa, ha donato i Sacramenti e infine ci ha lasciato la sua Parola affinché fosse lampada per i nostri passi.

Come canta il salmista:

«Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.»
(Salmo 119,105)

La Sacra Scrittura non è stata scritta soltanto perché fosse letta, ma perché fosse vissuta.

Sant’Agostino affermava:

«Quando preghi, parli con Dio; quando leggi la Sacra Scrittura, è Dio che parla con te.»

E san Gregorio Magno aggiungeva:

«La Sacra Scrittura cresce con chi la legge.»

Ogni volta che apriamo la Bibbia, è il Signore stesso che desidera incontrarci. Non leggiamo un semplice testo antico: ascoltiamo una Parola viva, capace ancora oggi di convertire i cuori, consolare gli afflitti, correggere chi sbaglia e condurre gli uomini alla salvezza.

Il problema del nostro tempo non è che Dio abbia smesso di parlare; il problema è che l’uomo ha smesso di ascoltare.

Viviamo in una società sommersa da milioni di parole. Ogni giorno veniamo raggiunti da notizie, immagini, opinioni, pubblicità e messaggi di ogni genere. Ma quanto spazio lasciamo alla voce di Dio?

Gesù stesso ci ricorda:

«Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.»
(Matteo 4,4)

L’anima non può vivere senza questo nutrimento. Come il corpo muore senza il pane, così lo spirito si indebolisce quando si priva della Parola di Dio.

Per questo il cristiano è chiamato a meditare quotidianamente la Sacra Scrittura, lasciando che essa plasmi i suoi pensieri, le sue decisioni e tutta la sua vita.

Solo così il Testamento del Padre diventa davvero l’eredità dei suoi figli.

Oggi si segue la mentalità del mondo, ma San Paolo in Romani 12,2 scrive : Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare mediante il rinnovamento della vostra mente.»

Il cristiano vive nel mondo, ma non appartiene al mondo. Gesù stesso, pregando il Padre per i suoi discepoli, disse:

«Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.» (Giovanni 17,16)

Queste parole non invitano a disprezzare il mondo creato da Dio, che è buono, ma a non lasciarsi plasmare dalla mentalità che rifiuta Dio e il suo Vangelo.

San Giovanni è molto chiaro:

«Non amate il mondo, né le cose del mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo – la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita – non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.» (1 Giovanni 2,15-17)

Il mondo, nel linguaggio dell’apostolo, è quella mentalità che mette l’uomo al posto di Dio, che considera il peccato un bene e la santità un ostacolo alla libertà.

San Paolo afferma inoltre:

«Il dio di questo mondo ha accecato la mente degli increduli, perché non vedano lo splendore del Vangelo della gloria di Cristo.» (2 Corinzi 4,4)

Con questa espressione non intende dire che il demonio sia un dio nel senso proprio, ma che molti uomini gli permettono di esercitare una signoria sulla loro vita, lasciandosi sedurre dalla menzogna e dal peccato.

Gesù lo definisce «principe di questo mondo» (Giovanni 12,31), ma annuncia anche la sua sconfitta definitiva mediante la Croce e la Risurrezione.

Il cristiano, quindi, vive una lotta spirituale. Non contro uomini e donne, ma contro il peccato e contro tutto ciò che lo allontana da Dio.

Per questo san Paolo scrive:

«La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebra.» (Efesini 6,12)

Il nemico cerca continuamente di convincere l’uomo che la felicità consiste nell’avere, nel possedere, nel dominare e nel soddisfare ogni desiderio.

Cristo insegna esattamente il contrario.

Il Regno di Dio non è costruito sull’egoismo, ma sull’amore.

San Paolo afferma:

«Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo.» (Romani 14,17)

Questa gioia non dipende dalle ricchezze, dal successo o dagli applausi del mondo. È una gioia che nasce dalla comunione con Dio.

Il mondo promette felicità attraverso il possesso.

Cristo promette la beatitudine attraverso il dono di sé.

Per questo le Beatitudini (Matteo 5,1-12) rappresentano un capovolgimento della logica del mondo: beati i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia.

La vera grandezza non consiste nell’essere serviti, ma nel servire.

Gesù stesso lo insegna:

«Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.» (Marco 10,45)

La società contemporanea, invece, propone spesso un modello diverso: l’uomo viene spinto a cercare il successo personale, il prestigio, l’apparenza e il consenso. La persona rischia di essere valutata per ciò che possiede o per l’immagine che riesce a costruire di sé, anziché per la verità della sua vita.

Anche il denaro, che in sé è uno strumento e può essere usato per il bene, può diventare un idolo quando occupa il posto che spetta a Dio. Per questo san Paolo ammonisce:

«L’amore del denaro è infatti la radice di tutti i mali.» (1 Timoteo 6,10)

E Gesù dice con chiarezza:

«Nessuno può servire due padroni… Non potete servire Dio e la ricchezza.» (Matteo 6,24)

San Giovanni Crisostomo commenta con forza:

«Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita.»

La ricchezza non è condannata in sé; ciò che il Vangelo condanna è il cuore chiuso, incapace di amare Dio e il prossimo.

La mondanità si manifesta anche quando il successo, il piacere o l’affermazione personale diventano il criterio ultimo delle nostre scelte. Il rischio è quello di perdere il senso del sacrificio, della fedeltà e del dono di sé.

Per il cristiano, invece, il modello è Cristo crocifisso. La Croce non è il fallimento dell’amore, ma la sua vittoria.

Sant’Agostino scrive:

«Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena; l’amore di Dio fino al disprezzo di sé ha costruito la città celeste.»

Questa è la grande scelta che ogni uomo è chiamato a compiere.

La Scrittura ci mette in guardia anche da un’altra tentazione: lasciarci trasportare da ogni dottrina o da ogni moda culturale.

San Paolo esorta:

«Non siate più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina.» (Efesini 4,14)

Il cristiano non misura la verità sulla base delle mode del momento, ma sulla Parola di Dio, che rimane immutabile.

Per questo la Chiesa, nei suoi duemila anni di storia, ha custodito fedelmente il deposito della fede ricevuto dagli Apostoli. Le culture cambiano, le ideologie si succedono, ma Cristo è «lo stesso ieri, oggi e sempre» (Ebrei 13,8).

Negli ultimi tempi – come insegna la Scrittura – molti si allontaneranno dalla fede. San Paolo scrive:

«Sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi… avranno l’apparenza della pietà, mentre ne avranno rinnegato la forza.» (2 Timoteo 3,1-5)

Non è un invito alla paura, ma alla vigilanza.

Ogni generazione è chiamata a rimanere salda nel Vangelo, senza lasciarsi sedurre da ciò che passa.

Il cristiano non è chiamato a seguire la maggioranza, ma Cristo.

Come insegna san Giacomo:

«Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio.» (Giacomo 4,4)

Queste parole non invitano a disprezzare gli uomini, che Dio ama e desidera salvare, ma a non fare propria una mentalità contraria al Vangelo.

La vera libertà consiste nel lasciarsi guidare dallo Spirito Santo.

Il vero successo consiste nell’essere trovati fedeli.

La vera ricchezza è possedere Cristo.

Tutto il resto passerà.

Come scrive san Giovanni:

«Il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.» (1 Giovanni 2,17)

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