G@z@, Cisgiordania. Diario di un Gen*oci*dio 18-25 Luglio. Lavinia Marchetti.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie sincero, sul suo profilo substack, che vi consigliamo di visitare. Aggiungiamo che abbiamo visto come sui siti online di Repubblica, Stampa e Corriere non vi sia una linea relativa a questi tragici fatti; segno evidente e rivelatore di un elemento: e cioè dei poteri finanziari e lobbystici a cui rispondono i grandi giornali di “informazione”. Abbondanti i cronaca nera e altre distrazioni di massa. Buona lettura e condivisione.

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Niente ci può distrarre da un genocidio

Gaza, diario di un genocidio 18-25 luglio

 

 

DIARIO DI UN GENOCIDIO

Gaza e Cisgiordania, 18-25 luglio 2026

Avevo chiuso questo diario stanotte. Come di consueto la mattina riapro le agenzie e c’era un altro morto, Suhail Haji, deceduto per le conseguenze di un bombardamento precedente nel quartiere Zeitoun. Intanto i carri armati dell’esercito terrorista israeliano sparavano ancora verso Khan Younis e i bulldozer avanzavano a Deir al-Balah. La giornata palestinese era appena cominciata e la mattanza pure.

Gli avvenimenti italiani sembrano scollegati da Gaza, ma come ho già scritto mille volte Gaza è un “laboratorio” dove si sperimenta una nuova forma di gestione delle popolazioni, (leggasi poveri, che aumenteranno a dismisura). Ciò che oggi da noi sembra inverosimile molto presto accadrà e Gaza ne è solo un esempio estremo, appunto, una sperimentazione, un laboratorio per ciò che funziona e per ciò che non funziona. Quindi ripercorriamo l’ultima settimana in quella prigione a cielo aperto.

18 luglio. Un appartamento, una famiglia

Sabato 18 luglio due attacchi israeliani hanno ucciso almeno nove palestinesi a Gaza City. Nel quartiere al-Nasr un missile ha colpito un appartamento. Cinque persone della stessa famiglia sono morte, fra loro tre figli dagli otto ai diciotto anni. Altri bambini sono rimasti feriti. A Zeitoun un secondo attacco ha ucciso quattro persone. L’esercito israeliano ha parlato di uomini e infrastrutture di Hamas, ovviamente. E altrettanto ovviamente senza rendere pubblici elementi capaci di collegare le persone morte all’obiettivo dichiarato.

«Infrastruttura». Ecco una di quelle parole orwelliane che rendono tutto tollerabile alle élite europee, un po’ meno, per fortuna, alle popolazioni europee. Parole che fanno un lavoro sporco egregio.

Lo stesso giorno è morto Fadi Hamdallah al-Naasan, diciassette anni, di al-Mughayyir. Era stato colpito a una gamba durante un’incursione avvenuta l’11 luglio nella sua casa. Il proiettile appartiene a una settimana, la morte a quella successiva. Nei resoconti sembrano due fatti diversi.

19 luglio. Ventuno pecore e due uomini morti

La domenica sera alcuni coloni sono entrati a Deir Jarir, a est di Ramallah, sostenendo di cercare bestiame rubato. Soldati e poliziotti li hanno scortati come d’abitudine, in questa perfetta sinergia. Quando gli abitanti si sono radunati per proteggere il proprio bestiame e la propria terra, sono partiti gli spari. Sono morti Odeh Farajna, cinquantatré anni, membro del consiglio del villaggio e proprietario di un negozio di fiori, e Abdul Adel Rashid Abu Mukh, ventisei anni.

Il padre del ragazzo ha raccontato che i coloni portarono via ventuno pecore di sua proprietà. Altre cinquanta furono sottratte a un altro abitante. Un filmato esaminato dal Guardian mostra un colono che conduce una pecora protetto da quattro soldati. Immagine rivelatrice di come “funzionano le cose” da quelle parti.

Mi sono soffermata su questa scena perché contiene quasi tutto. Osserviamo assieme la sequenza tipica

– Si entra armati in un villaggio palestinese

– Si porta via il bestiame

– Se gli abitanti reagiscono, la loro reazione diventa la prova del pericolo che rappresentano

– A quel punto interviene l’esercito e “protegge” i coloni

– Il colono arriva come aggressore e si ritrova proprietario da proteggere e vittima

Nelle stesse ore, ad al-Tuwani, furono incendiate abitazioni e una moschea. Le fiamme raggiunsero campi e oliveti. Altrove vennero colpite altre proprietà. La stampa colloca spesso fatti simili nelle righe finali solo perché manca un numero abbastanza alto di cadaveri. Eppure una famiglia può essere espulsa anche senza funerale. Basta incendiare il raccolto, magari bloccare una strada verso scuola. Poi, quando quella famiglia partirà, e partirà perché vengono meno le condizioni di base per vivere, qualcuno parlerà di “trasferimento volontario”.

Sempre il 19 luglio il movimento dei coloni Nachala ha promosso una marcia verso Gaza per chiedere il ritorno degli insediamenti nella Striscia. Ministri e parlamentari della maggioranza avevano annunciato sostegno. Bezalel Smotrich ha salutato i partecipanti, Shlomo Karhi ha sostenuto apertamente il progetto coloniale. Mentre le cancellerie europee ripetevano la parola “ricostruzione” larga parte del governo israeliano discuteva già di chi avrebbe occupato le rovine con la bava alla bocca in stile fumetto.

20 luglio. L’ospedale dove dormivano gli sfollati

Lunedì due missili hanno raggiunto l’ospedale al-Yaman al-Saeed di Jabalia, usato anche come rifugio. Le fonti sanitarie hanno riferito di due morti e sedici feriti, in gran parte bambini. Il luogo dovrebbe servire a curare. A Gaza deve anche accogliere chi ha perduto la casa. Il bombardamento ha messo assieme, nello stesso edificio, il malato e lo sfollato.

A Beit Awwa, a sud-ovest di Hebron, le forze israeliane hanno demolito l’abitazione di Ahmad Yasser Masalmeh, lasciando senza casa nove persone. Fra loro c’erano bambini. La motivazione era quella consueta, mancava il permesso di costruzione. Permesso che per i palestinesi dell’Area C è quasi impossibile ottenere. Se chi fa le leggi è anche colui che colonizza, il proprietario sarà sempre in una posizione illegale.

Le fotografie mostrano alcune donne sedute sulle rovine. Mi sono chiesta che cosa significhi ricevere una notifica amministrativa mentre si guarda la propria casa finita come un deserto di calcinacci. La legalità dell’occupazione ha questa forma assai disciplinata tipica delle finte democrazie. Ti mandano un documento, un messaggio e poi ti demoliscono tutto e si appropriano del tuo terreno.

Negli stessi giorni l’Alta Corte israeliana ha respinto il ricorso di cinque organizzazioni che chiedevano di riaprire il percorso sanitario fra Gaza e gli ospedali della Cisgiordania o di Gerusalemme Est. Fra i ricorrenti figurava Hussain Mattar, trentanove anni, malato di cancro. Aveva bisogno di una chemioterapia assente nella Striscia. La Corte ha suggerito di rivolgersi a paesi terzi. Gli ospedali adatti si trovano a poche decine di chilometri. Il malato viene non gentilmente invitato a cercare un continente disponibile a curarlo.

21 luglio. Amira, Salma, Feryal e Naeem

Alle tre del mattino un attacco ha colpito la casa della famiglia al-Masri, nel quartiere al-Sabra di Gaza City. Sono morti Firas al-Masri, sua moglie Salsabeel e i loro quattro figli. Amira aveva sei anni. Salma nove. Feryal undici e Naeem tredici. Dormivano, ha raccontato il padre di Firas. La casa ha preso fuoco.

Ho scritto i nomi perché «famiglia di sei persone» è aberrante, quante ne abbiamo contate in 3 anni? I numeri servono, certo. Senza i numeri qualcuno riuscirebbe persino a sostenere che tutto questo sia episodico. Però Amira aveva sei anni e Salma ne aveva nove, di vita ne avevano vista poca fino a quel momento e quella poca era di morte e distruzione. Mi chiedo se magari avessero litigato, o si fossero abbracciate, o ignorate o magari lasciato qualcosa in disordine prima di addormentarsi. Di loro resterà quasi soltanto l’età e i nomi. Il bombardamento ha distrutto anche gran parte di ciò che permetteva di raccontarle.

L’esercito ha confermato l’attacco e ha dichiarato che cercava un membro di Hamas, strano eh? L’identità dell’obiettivo e le prove relative alla sua presenza sono rimaste fuori dalla comunicazione pubblica. Più tardi altri attacchi hanno portato il bilancio della giornata ad almeno dodici morti.

Nello stesso giorno Reuters ha raccontato la ricerca quotidiana dell’acqua. Più dell’ottanta per cento della rete idrica e della capacità di desalinizzazione risultava fuori uso. Per molti abitanti erano disponibili meno di sei litri al giorno, mentre prima della guerra la quantità media era di circa ottantacinque. Sei litri, e dentro ci sta anche lavarsi. Possibilmente senza ammalarsi perché tutto a Gaza è contaminato.

Questa morte impiega più tempo e fotograficamente non fa vendere i giornali. Nessuna esplosione, soltanto diarrea e infezioni. Un bambino si indebolisce e si ammala, a volte muore, ma il nesso con l’acquedotto distrutto si perde e la morte finisce sotto una diagnosi altra. Non saranno conteggiati nelle morti per genocidio.

22 e 23 luglio. La tregua e la fame promossa di grado

Il 22 luglio il bilancio delle autorità sanitarie aveva superato 1.160 palestinesi uccisi dall’entrata in vigore della tregua dell’ottobre 2025. Due giorni più tardi Associated Press avrebbe indicato oltre 1.185 morti. I conteggi cambiano durante la scrittura. Sembrano i contatori del gas delle nostre case.

La parola tregua modifica il modo in cui percepiamo queste persone. Sotto una guerra dichiarata, mille morti costituiscono una “normale” campagna militare. Gli stessi mille, dopo un cessate il fuoco, si sminuzzano in violazioni e presunti obiettivi.

Il 23 luglio l’Integrated Food Security Phase Classification ha pubblicato la nuova analisi sulla fame. Alcuni titoli hanno annunciato che la carestia era finita. Tecnicamente, le condizioni della fase più estrema risultavano attenuate. Nel rapporto intero si leggeva che più di 1,2 milioni di persone continuavano a vivere almeno in una condizione di crisi alimentare acuta. Entro dicembre il numero potrebbe superare 1,4 milioni, circa il sessantasette per cento della popolazione.

In sostanza, la catastrofe è stata riclassificata come “crisi”. Ho immaginato il sollievo delle madri che non possono sfamare i bambini nell’apprendere questo slittamento di classificazione.

I programmi alimentari rivolti alle donne incinte e a chi allatta si sono ridotti. I fondi calano mentre il costo degli interventi cresce. Israele dichiara di avere consentito l’ingresso di enormi quantità di cibo, le organizzazioni umanitarie continuano a descrivere ostacoli nella consegna e nella distribuzione. Israele ha stabilito che basta dare la colpa ad Hamas e si risolve il problema. Come d’abitudine.

Il 23 luglio Itamar Ben-Gvir è entrato nel complesso di al-Aqsa con migliaia di nazionalisti invasati terroristi, protetti dalle forze israeliane. Ha scritto che gli ebrei presenti si sentivano «padroni». Scelta interessante. Padrone designa chi entra, decide e misura la libertà altrui, colui che possiede il diritto (delle armi). Il giorno stesso emergeva anche la prospettiva che due grandi banche israeliane interrompessero i rapporti con gli istituti palestinesi, mettendo a rischio stipendi e commerci dell’Autorità nazionale palestinese. L’occupazione usa i fucili e i conti correnti.

24 luglio. Tell

Venerdì mattina decine di coloni sono entrati nel villaggio palestinese di Tell, vicino a Nablus. Human Rights Watch, dopo avere intervistato testimoni e verificato sei filmati, ricostruisce due incursioni successive. Nella prima sarebbero state attaccate alcune case, un colono armato avrebbe ferito un palestinese. Circa mezz’ora dopo il gruppo sarebbe tornato, stavolta insieme a soldati israeliani. La colluttazione è degenerata. Un palestinese ha sottratto un’arma a un colono e ha sparato. Alla fine erano morti quattro palestinesi e due israeliani, uno dei quali soldato in servizio.

La versione dell’esercito fornisce, come ovvio, un’altra versione. Alcuni civili israeliani, descritti come escursionisti, sarebbero stati attaccati in un’area nella quale agli israeliani è vietato entrare, un palestinese avrebbe preso l’arma a un addetto alla sicurezza e aperto il fuoco. I responsabili palestinesi locali sostengono invece che i coloni stessero cercando di entrare in due abitazioni. Le immagini mostrano una situazione caotica e uomini armati fra i coloni, al momento non ci si capisce niente.

Comunque due israeliani sono morti. Certo è che se il racconto comincia dal momento in cui un palestinese afferra un fucile, i coloni diventano vittime di un attacco improvviso. Se comincia dalle case assalite, quella stessa azione appare dentro uno scenario diversa. Raccontare dall’inizio dovrebbe essere il minimo sindacale del giornalismo. Invece sembra sempre una posizione estremista.

Dopo i morti, Israele ha annunciato una vasta operazione militare. L’area di Nablus è stata chiusa con posti di blocco, sono state sospese le licenze dei soldati e due palestinesi feriti sono stati arrestati dentro un ospedale. Fonti palestinesi hanno accusato i militari di avere aggredito il personale del pronto soccorso. Netanyahu e il ministro Katz hanno ordinato incursioni nei villaggi, insieme alla demolizione di una casa. Smotrich è andato oltre e ha chiesto di svuotare le località palestinesi vicine, costruendovi nuovi insediamenti.

Eccola, la risposta «appropriata», secondo il ministro. Alcuni coloni entrano in un villaggio, segue una sparatoria con morti palestinesi e israeliani, il governo propone di espellere gli abitanti palestinesi e costruire colonie. Sembra proprio un metodo, un metodo con una storia lunga 80 anni.

Nel pomeriggio e durante la sera sono seguiti attacchi dei coloni in numerosi villaggi. A Sarra e Urif sono state incendiate abitazioni. Automobili e terreni agricoli sono stati danneggiati altrove. A Far’ata sette palestinesi sono rimasti feriti, alcuni da arma da fuoco, nella zona di al-Mu’arrajat un uomo è stato accoltellato alla schiena dopo che la sua automobile si era guastata. Perfino la stampa israeliana ha parlato di devastazioni compiute dai coloni in più di dieci villaggi.

Human Rights Watch ha usato parole che in Europa si pronunciano sempre un quarto d’ora troppo tardi, rischio di atrocità di massa.

24 luglio. Mona e la casa di Maghazi

A Gaza, nello stesso venerdì, Mona Madi Thabet, cinquantasei anni, è morta per le conseguenze di un bombardamento che aveva distrutto la sua abitazione in al-Jalaa Street la sera precedente. Nel campo profughi di Maghazi un attacco ha colpito una casa dopo un ordine di evacuazione. Quattro persone sono rimaste ferite, fra loro due donne. L’edificio è stato distrutto e numerose abitazioni circostanti hanno subito danni, decine di famiglie sono fuggite in preda al panico.

L’ordine di evacuazione viene spesso presentato come assoluzione preventiva. Avvertire significa, secondo questa logica, avere salvato chiunque fosse abbastanza in forze da capire dove andare. Forse a molti non è chiaro, ma a Gaza una famiglia può ricevere l’ordine di uscire da un edificio e ritrovarsi in una strada dove un altro quartiere è già sotto bombardamento.

Nello stesso giorno il Programma alimentare mondiale ha annunciato che, senza oltre 420 milioni di dollari, dovrà ridurre ancora gli aiuti a Gaza e in Cisgiordania. Il WFP sostiene circa il settanta per cento degli abitanti della Striscia. A luglio l’assistenza economica per 75.000 persone è già stata tagliata del venticinque per cento, 220.000 famiglie hanno visto dimezzare le razioni. Da ottobre i tagli potrebbero diventare molto più estesi.

La chiamano “stanchezza dei donatori”. Poverini, si sa, dopo un po’ i genocidi stancano. Una formula quasi tenera. Il mondo sarebbe stanco di finanziare il cibo per chi è stato privato dell’acqua e della possibilità di uscire. Mi chiedo quanto debba essere stanco chi aspetta quel sacco di farina.

25 luglio. Il giorno è appena cominciato

Alle prime ore del mattino è arrivata la notizia della morte di Suhail Haji, deceduto per le conseguenze di un precedente attacco israeliano a Zeitoun. Nello stesso quartiere sono stati segnalati razzi illuminanti e bombardamenti, con spari provenienti dai carri armati a est. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco anche verso al-Qarara, a nord-est di Khan Younis. A Deir al-Balah sono proseguite incursioni con mezzi pesanti e bulldozer.

Sono fatti riferiti da una fonte palestinese e richiederanno conferme indipendenti. Alle 8.45 del mattino manca ancora un bilancio completo della giornata. Lo scrivo perché la precisione conta, anche davanti a un crimine gigantesco. Anzi, soprattutto allora. La cautela serve a evitare una falsità, e non ad attenuare ciò che è già visibile.

Due territori, lo stesso presente. Considerazioni sparse sulla settimana

Gaza e Cisgiordania vengono raccontate come due crisi diverse. A Gaza ci sarebbero i resti di una guerra (genocidio, genocidio!). In Cisgiordania una disputa fra coloni, esercito e popolazione palestinese. Tenerli separati aiuta molto chi governa entrambi gli spazi.

A Gaza si restringe l’area nella quale due milioni di persone possono vivere. Si spostano i blocchi della cosiddetta linea gialla, nuovi muri si spostano, nuove barricate di terra restringono lo spazio, si demoliscono edifici nella zona controllata dall’esercito e si rende la vita dipendente da aiuti sempre più scarsi. In Cisgiordania il processo procede attraverso avamposti e incendi. Arrivano poi le ruspe, con la pratica amministrativa in mano. Cambia solo l’intensità. Il risultato perseguito si somiglia terribilmente: meno palestinesi su una quantità maggiore di terra.

Il bambino israeliano viene giustamente raccontato con il nome e la scuola frequentata. Quello palestinese arriva spesso come cifra fornita dal ministero di Hamas, quindi già accompagnato dal sospetto. Amira aveva sei anni e Naeem tredici. Erano fratelli. La loro casa ha preso fuoco mentre dormivano. Basta? No, a quanto pare non è abbastanza. Infatti in Europa continuiamo a discutere della prudenza delle parole. Nel frattempo i ministri israeliani chiedono di svuotare villaggi palestinesi e costruirvi colonie. Gli Stati europei dispongono di accordi commerciali e relazioni militari, e scelgono quasi sempre la dichiarazione con la parolina magica (da tre anni, un po’ troppi no?) “preoccupazione”. Preoccupatissimi, da 80 anni.

Fine. Si ricomincia domani.

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