Garlasco, Ranucci e Legge Elettorale: Distrazione di Massa (Obiettivo Russia…)? Matteo Castagna.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Matteo castagna, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni, e un’ipotesi…Buona lettura e diffusione.

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E se i casi Garlasco, Ranucci e legge elettorale fossero armi di distrazione di massa delle grandi manovre contro la Russia?

 

di Matteo Castagna

L’obiettivo di sostenere lo sforzo militare contro la Russia sembra essere passato in secondo piano. Nel corso del conflitto, l’Ucraina è divenuta il territorio cuscinetto che accoglie le necessità emerse sul campo di battaglia e le capacità industriali europee, dando vita ad un sistema produttivo strategico-militare sempre più interdipendente.

Secondo il giornale francese Le Monde, il sistema di navigazione del missile sviluppato dalla società ucraina Fire Point utilizza da oltre un anno tecnologie messe a disposizione da Macron, che fornisce anche sistemi anti drone, strumenti d’intelligence ad altri importanti elementi per l’industria della Difesa ucraina.

Il “Flamingo”, con gittata 3.000 chilometri, è il più recente risultato della cooperazione diretta tra progettazione ucraina e tecnologie occidentali. “Sebbene continui a presentare limiti operativi, il progetto dimostra la capacità dell’industria ucraina di sviluppare rapidamente nuovi sistemi d’arma con componentistica europea” – sostiene la rivista Pravda Ucraina.

Oggi, le aziende europee aiutano Kiev con grandi investimenti economici, attrezzature e infrastrutture, mentre Zelensky mette a disposizione un patrimonio di esperienza operativa, che nessun altro Paese del continente possiede. Da dove arriva quest’unicum? Appare più che probabile che ci siano voluti almeno 5 anni, prima con gli USA di Joe Biden e poi coi “Volenterosi” nel continuare la guerra ad oltranza contro la Russia, per trasformare un Paese noto per il grano, nell’ industria bellica operativamente più forte d’Europa.

Questo lavoro, non certo concluso, ma profondamente importante, andava mantenuto riservato, altrimenti chi avrebbe mai creduto ai vari proclami di pace provenienti dalla Ue? Per forza che ogni sforzo diplomatico serio è saltato. Si potrebbe spiegare la corsa di Boris Johnson a fermare l’accordo di Istanbul tra Putin e Zelensky, a fronte di un investimento simile, per una finalità bellica importante, preparativa di un attacco organico al Cremlino!

E, allora, si spiegherebbe anche perché, in Italia, sempre defilata ma dialogante coi “Volenterosi”, si è attivata da tempo l’arma di distrazione di massa su altre notizie, divenute un bombardamento quotidiano di ripetizioni e piccole novità, così costanti e martellanti, che, oramai si parla del caso Garlasco, di Ranucci e della legge elettorale, quasi servissero a malcelare una possibile costruzione dei presupposti per scatenare una guerra con conseguenze di vasta scala…magari a pensar male si fa peccato, ma molte volte, ci si azzecca…

Secondo Armida Van Rij del “Chicago Council on Global Affairs”, l’Ucraina può vantare un ciclo di innovazione medio di circa sei settimane, grazie all’ampia autonomia negli acquisti riservata alle sue unità operative, “consentendo la diversificazione dei fornitori e lo sviluppo di un ecosistema industriale vario”.

Secondo il noto think tank americano “Council on Foreign Relations”, nel 2025 l’Ucraina ha prodotto ben 4 milioni di droni e punta a raggiungere 7 milioni di unità nel 2026. Secondo l’ucraina “Brave 1”, i capitali pubblicamente annunciati nelle aziende ucraine della Difesa sono passati da appena 1,1 milioni di dollari del 2023 a oltre 105 milioni del 2025. I miliardi europei, perciò, sono andati a finire, solo in parte, in corruzione, racket, cessi dorati, ville di lusso, escort, yachts e polvere bianca…

“Paradossalmente, proprio il Paese vittima dell’invasione russa è quello che ha saputo trasformare la guerra nella più potente accelerazione della propria industria” – osserva la rivista di geopolitica online Lumina. In contemporanea, il conflitto prolungato ha messo in evidenza tutti i grandi limiti della base industriale europea, evidenziando la divisioni, la lentezza e, soprattutto, la quasi totale dipendenza dal fornitore statunitense, che Trump si è stufato di foraggiare, senza ricevere in cambio adeguate compensazioni.

Kiev, a furia di vertici apparentemente terminati con continui flop coi leader europei, è diventata partner indispensabile per il rafforzamento dell’industria europea della Difesa. Perciò, il tanto dibattuto “riarmo”, che, peraltro, farebbe sforare molti Stati dal Patto di Stabilità, diverrebbe così un mero specchietto per le allodole, funzionale a mantenere il più possibile nel basso profilo questa strategia, il cui fine è la guerra su larga scala contro Putin, che scatenerebbe la reazione dei suoi storici alleati, Corea Del Nord e Cina in primis, sino ad arrivare al martoriato Medio Oriente.

L’obiettivo è costruire una filiera produttiva, attraverso “joint venture” tra aziende ucraine e occidentali, facendo della reciproca dipendenza un elemento stabile della futura architettura di sicurezza (o attacco?) del continente. Nell’aprile 2026 l’Ucraina ha sottoscritto intese intergovernative con i tre Paesi baltici, Germania, Norvegia, Paesi Bassi e Italia, con nuovi programmi dedicati soprattutto alla produzione di droni. Inoltre, molte aziende ucraine avevano già trasferito parte delle proprie attività in Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, sfruttando la compatibilità tecnologica ereditata dalla comune esperienza nel blocco sovietico.

Non è un caso che i fondi europei destinati al settore ucraino dei droni siano passati da 400 milioni di euro nel 2022 a 1,6 miliardi nei soli primi quattro mesi del 2026. Con il progressivo ridimensionamento dell’impegno americano, la tecnologia militare sviluppata in Ucraina diventa uno degli strumenti attraverso cui Kiev rafforza il proprio peso negoziale nei confronti degli alleati, anche sul terreno dell’integrazione europea.

Infatti, il 15 luglio, Ursula von der Leyen ha ribadito nella capitale ucraina che i due dossier, quello della cooperazione industriale e quello dell’ingresso nell’Ue, procedono di pari passo. E Zelensky l’ha premiata con tanto di imposizione di una medaglia. Ma la popolazione ha attivato la protesta nei suoi confronti, anche se in Occidente se ne parla nei trafiletti, se si dà la notizia.

Ma non è tutto così facile e scontato. L’aumento della produzione non basta a superare gli ostacoli economici e demografici. Il Pil reale rimane ancora oltre il 20% al di sotto dei livelli del 2021, milioni di cittadini hanno lasciato il Paese e il 74% delle imprese denuncia una grave carenza di personale qualificato.

Oltre il 70% della spesa pubblica del 2025 è stato destinato allo sforzo bellico (compresi approvvigionamento, salari dei soldati, amministrazione) comprimendo ulteriormente le risorse disponibili per il resto dell’economia. Soprattutto, esistono settori nei quali Kiev non dispone ancora di un’autonomia tecnologica sufficiente. La difesa aerea è il punto debole più evidente.

L’intensificarsi degli attacchi russi rende la questione sempre più urgente. I missili balistici lanciati da Mosca sono passati dai soli 74 del 2023 a quasi 600 nel 2025 e, qualora il ritmo attuale dovesse mantenersi, sono destinati ad avvicinarsi a quota 900 nel 2026. L’attacco missilistico del 6 luglio scorso, per la prima volta, ha visto la totalità dei missili balistici russi andati a segno. Una conferma che le scorte potrebbero essere esaurite o estremamente limitate.

Lockheed Martin, principale fornitrice dei missili intercettori Patriot, ha consegnato nell’ultimo anno appena 620 unità Pac-3 a livello globale, mentre l’Ucraina ha già impiegato oltre 1.600 intercettori dall’inizio del conflitto.

I tentativi di Kiev di costruire una propria alternativa non sembrano riuscire. Come nel caso dei Flamingo, anche qui la soluzione ai limiti tecnici è stata individuata nella cooperazione europea. Per migliorare le proprie capacità tecnologiche, Fire Point ha avviato colloqui con la tedesca Hensoldt e la francese Thales per i sistemi radar, con l’italiana Leonardo per le tecnologie di scoperta, tracciamento e acquisizione dei bersagli, e la norvegese Kongsberg per le soluzioni di comando e controllo.

“La convinzione che la produzione di sistemi d’arma sul territorio nazionale e il rafforzamento dei rapporti con Kiev possano garantire un’espansione permanente della capacità manifatturiera è illusoria. Al termine del conflitto, il rischio è che l’Europa scopra di aver sostituito una dipendenza con un’altra, senza aver realmente costruito la propria autonomia strategica” – conclude, a ragione, Giulio Caravaggio, analista geopolitico e militare di Pescara, che collabora con la sempre più interessante rivista Aliseo di cui fa parte Lumina.

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