Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Giulio ferri, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla validità perenne e la potenza del Vangelo. Buona lettura e meditazione.
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«Anche se fossimo noi…». Il primato del Vangelo secondo san Paolo
di Giulio Ferri
Esistono versetti della Sacra Scrittura che attraversano i secoli con una forza sorprendente. Uno di questi è certamente Galati 1,8, dove san Paolo scrive parole che ancora oggi conservano tutta la loro drammatica attualità:
«Ma se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema.»
Ogni volta che rileggo questo passo provo un senso di vertigine. Paolo non si limita a mettere in guardia dai falsi maestri. Compie qualcosa di molto più radicale. Arriva a coinvolgere perfino se stesso. «Anche se fossimo noi…». È come se dicesse: non fidatevi della mia autorità in quanto tale. Fidatevi soltanto del Vangelo che vi è stato consegnato.
È una delle affermazioni più rivoluzionarie dell’intero Nuovo Testamento.
L’autorità dell’Apostolo non è assoluta. Essa è autentica solo nella misura in cui rimane fedele al deposito ricevuto da Cristo. Paolo non si pone al di sopra della Rivelazione. Vi si sottomette. E chiede ai cristiani di fare altrettanto.
Questa è una lezione che la Chiesa ha custodito lungo tutta la sua storia. Il Magistero non è padrone della Rivelazione; ne è il servitore. La Tradizione apostolica non è una materia plasmabile secondo le esigenze di ogni epoca, ma il tesoro affidato alla Chiesa perché venga custodito, approfondito e trasmesso integralmente.
Per questo motivo Galati 1,8 non è soltanto una pagina contro le eresie del primo secolo. È un criterio permanente di discernimento.
Ogni epoca conosce la tentazione di adattare il Vangelo allo spirito del tempo. Cambiano i protagonisti, cambiano le circostanze, cambiano i linguaggi, ma la tentazione rimane la stessa: rendere il cristianesimo più accettabile agli occhi del mondo, attenuandone gli aspetti più esigenti o reinterpretandone il significato.
Oggi questa tentazione assume forme diverse. Talvolta si manifesta nel desiderio di riscrivere la morale cristiana per renderla più conforme alla sensibilità contemporanea. Altre volte emerge quando il linguaggio della conversione lascia il posto a quello della semplice inclusione, oppure quando la salvezza eterna sembra arretrare sullo sfondo rispetto a temi certamente importanti, ma appartenenti soprattutto all’ordine storico e sociale.
Non intendo dire che ogni sviluppo del Magistero costituisca una rottura con la fede apostolica. La Chiesa cresce nella comprensione del deposito rivelato. Lo ha sempre fatto. Ma sviluppo non significa trasformazione della sostanza. Approfondire non significa contraddire. Esplicitare non significa sostituire.
Ed è qui che il monito di san Paolo conserva tutta la sua forza. Il criterio ultimo della fede non è la novità. Non è il consenso culturale. Non è neppure il prestigio personale di chi insegna. Il criterio ultimo rimane la fedeltà a ciò che Cristo ha consegnato agli Apostoli e che la Chiesa ha trasmesso nei secoli.
La Tradizione, in senso autenticamente cattolico, non è il culto del passato. È la trasmissione vivente della stessa fede apostolica. Per questo il credente non presta la propria adesione a una novità perché è nuova, ma alla verità perché riconosce in essa la continuità con quanto la Chiesa ha sempre creduto.
San Vincenzo di Lerino sintetizzò questo principio con parole divenute celebri: ciò che è stato creduto «sempre, ovunque e da tutti» costituisce il criterio della cattolicità. Non si tratta di immobilismo, ma della convinzione che la Rivelazione, conclusasi con gli Apostoli, non possa essere sostituita da un altro Vangelo.
È proprio questo il cuore di Galati 1,8.
Paolo non fonda la fede sulla propria persona, ma su Cristo. Non chiede un’obbedienza cieca alla sua autorità, bensì una fedeltà incrollabile al Vangelo ricevuto. Ed è una lezione che rimane attuale per ogni generazione di cristiani.
In tempi di confusione ecclesiale, quando molte voci chiedono di reinterpretare la fede alla luce delle categorie culturali del momento, il richiamo dell’Apostolo invita a un continuo discernimento. Ogni insegnamento, ogni proposta e ogni sviluppo devono essere confrontati con il deposito della fede trasmesso dalla Chiesa.
La vera obbedienza cristiana, infatti, non è adesione a una novità in quanto tale, ma fedeltà a Cristo, che la Chiesa è chiamata a custodire e ad annunciare attraverso la Sacra Scrittura, la Tradizione apostolica e il Magistero esercitato in continuità con esse.
È forse questo il messaggio più attuale di Galati 1,8: nessuna autorità nella Chiesa, Papa compreso, è al di sopra del Vangelo, della morale e della dottrina della Chiesa di sempre! E proprio in questa fedeltà la Chiesa trova, ieri come oggi la sua vera unità.
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