Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un tema che lo affascina da molto tempo. Buona lettura e condivisione.
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DELLA DIVINA ASSENZA DI PENSIERO
Carl Gustav Jung: «Dio è un mistero, e tutto ciò ne diciamo di Lui viene detto e creduto dagli esseri umani. Quando parlo di Dio intendo sempre l’immagine che l’uomo ha fatto di Lui».
Impossibile smentire Jung: l’immagine che l’uomo, dicendone, si fa di Dio non è Dio. Tale immagine è una composizione mentale che l’uomo si appronta con quanto ascolta, legge e osserva, e che si pone tra la Coscienza e la Divinità. In una prima fase della ricerca spirituale la composizione mentale, cioè l’immagine, esercita un’utile mediazione, ma va da sé che essa debba essere trascesa nella Divina Assenza di pensiero, se l’unione tra Coscienza Umana e Coscienza Divina, entrambe spirituali e quindi senza forma, ha da realizzarsi.
La Divinità è laddove il pensiero e la parola non possono giungere, e perciò non possono che limitarsi ad ipotizzarla, e l’ipotesi, per quanto verosiimile, non è Ciò che ipotizza. La Divinità è Una e non si può davvero conoscerla, o, meglio, non si può esserne conosciuti, soltanto leggendone, credendovi, pensandovi e descrivendone, riducendola ad uno sparpagliamento in parole da cui si desume un’improbabilissima immagine. Conoscere non significa “sapere” bensì essere. Si possono “sapere” e citare a menadito tutti i Libri sacri senza avvicinarsi di una spanna alla Divinità. Anzi c’è il pericolo di scambiare ciò che è scritto della Divinità per la Divinità in Sé. Il “sapere” è fatto di concetti e parole, il conoscere è unione immediata fra conoscente e conosciuto. Il pensiero (e chi lo esprime) è un mediatore destinato a rimanere tale, quindi una volta esaurito il suo pur necessario compito orientativo, deve decantare. La Divinità è Una, infinitamente oltre la rappresentazione fatta per mezzo di miriadi di pensieri e parole. Ecco perciò la necessità di trascendere ogni immagine nella Divina Assenza di pensiero.
Per quanto ispirato, l’annuncio della Divinità non è la Divinità. Il presentatore dice: “ecco a voi Pinco Pallino” e subito Pinco Pallino incede sul palcoscenico, invece il teologo dice: “ecco a voi Gesù Cristo” che subito … se ne resta dietro le quinte. L’omelia e la dissertazione, per quanto profonde (oggi una rarità) non restano che una sequela di parole relative a Qualcosa che inesorabilmente sfugge loro, ciò che è dimostrato proprio dal loro esprimersi, dal tentativo di dirne. Le parole suppliscono insufficientmente ad una Mancanza che mai possono integrare. Le parole raccontano Ciò che non possono afferrare. Le parole non possono ghermire la Parola per renderla presente, anche perché Essa … è già presente – IO SONO – e non necessita di argomentazione. Le parole possono soltanto rammentare timidamente che la Parola c’è, ma che esse la possono soltanto indicare senza poterla vedere, ed indicandola ne fannno un’immagine.
La prosa e la poesia ispirate s-velano la Divinità e al tempo stesso la ri-velano, restando inadeguate mediatrici. Credere nella mediazione è soltanto il primo passo verso l’esser conosciuti dalla Divinità. C’è una percezione che nasce prima della mediazione del pensiero, quindi il pensiero è subordinato alla percezione che è opera della Coscienza. È la Coscienza che percepisce. Per questo è bene propiziarsi la Divina Assenza di pensiero, grazie alla quale, nella percezione reciproca, Coscienza e Divinità, l’Io e il Tu, realizzano il loro (ri)conoscersi nell’immediato connubio.
Un sottile pungente sentore – qualcosa di più che la fede nella Sacra Scrittura – può indurre a sospettare che l’uomo, in illo tempore, cioè in un passato impossibile da stabilire, “scientificamente” s’intende, in … milioni di anni!, abbia cominciato a pensare soltanto in seguito al suo smarrire lo stato contemplativo-unitivo con la Parola, decandendo così dal Mito alla storia; stato arcaico per il quale viveva in armonia con se stesso e con la Divinità. Armonia in atto, quindi non necessitante di essere pensata e ancor meno indottrinata e catechizzata. La figura del mediatore era di là da venire, ma che poi si sarebbe moltiplicata per l’imposizione-dissipazione conflittuale dell’immagine della Divinità: dell’immagine, si ribadisce, non della Divinità in Sé.
L’Amore non è pensiero, è atto. L’Amore è conoscenza in atto. Un pensiero d’Amore presuppone l’atto d’Amore. L’atto d’Amore rende superfluo, o al più facoltativo, il pensiero d’Amore. Le parole «ti amo» sono impronunciabili o false senza l’atto d’Amore che ha il suo culmine nel bacio. Come poetizza Cyrano a Rossana, il bacio è un «apostrofo rosa fra le parole ti amo», ed è l’apostrofo che rimane, silente, rendendo superflue le parole «ti» e «amo».
Così, lo stato aureo divenne l’oggetto del rammarico nostalgico espresso dal pensiero e dalle parole con le quali si cominciò a ricordarlo approntandone un’immagine. Per la riconquista occorre un atto ultra-cogitativo, un dis-indentificarsi da qualsiasi mediazione, un liberarsi di qualsiasi immagine, appunto un atto d’Amore col quale ci si supera, abbandonando la zavorra di tutto ciò che si “sa” per assurgere di nuovo all’essere che già si è.
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Una necessaria prima domanda: c’è consapevolezza che il pensiero, sia concettuale che immaginativo, è creatore di un mondo astratto? Religiosamente, filosoficamente, scientificamente, politicamente e via dicendo, il mondo pensato è un coacervo di astrazioni che si proiettano sul mondo reale per costringerlo in un ordine altrettanto astratto, mentre invece il mondo è già in ordine: si stilano enunciati, codici e regolamenti, peraltro non condivisi e cause di conflitto, entro cui inquadrarlo. Impresa destinata al fallimento, come la contemporaneità palesemente dimostra.
Paul Evdokimov: «L’Occidente manifesta universalmente la necessità di definire, l’Oriente non solo non ne sente il bisogno ma anzi ha necessità di non definire».
Soprattutto in Occidente, non c’è la consapevolezza che il pensiero è un’astrazione. Ci si sente vivi soltanto pensando in continuazione ed esternando l’immagine del proprio mondo astratto parlando e scrivendo. Si demanda cartesianamente l’essere al pensare: se si pensa si è, se non si pensa non si è. L’essere viene subordinato al pensare, cosicché bisognerebbe ammettere un’assurdità: mentre ci si trova in un sonno profondo senza pensare e parlare, non si è, invece da svegli (si fa per dire), quindi pensando e parlando, si è. Qui, una seconda domanda: se prima non si fosse, come si potrebbe pensare? Come si potrebbe dormire? Chi sarebbe il pensatore? Chi sarebbe il dormiente?
E qui, un amichevole strattone salutare alla mente fideistico-raziocinante raggelata nell’immagine auto-prodotta. Abbandonando il petulante istinto a prepararsi la risposta mentre si legge, ci si concentri al massimo:
Angelo Silesio: «Mundus pulcherrimum nihil – Mondo, bellissimo nulla».
Qui soccorre il carbonato di ammomio da annusare per non svenire:
il pensiero e la parola pretendono di imporre il loro ordine astratto al nulla dal quale traggono il loro nulla!
Roba da Matti, eh? Soltanto che i Matti non hanno bisogno del carbonato di ammomio; la Follia li rapisce e li conduce molto lontano dalle bordate scomunicanti e dileggianti dei Sani di mente.
Gli è che l’essere è fontale, mentre il pensare è scorrevole. E donde parte il pensiero – il dis-scorrere – se non dall’essere? E dove ritorna se non nell’essere? Il flusso continuo e ipnotico del pensiero, non importa se banale o forbito, con cui abitualmente ci si identifica, e a cui segue un irresisitibile automatico parlare, induce a ritenere di essere. Più intenso è il flusso e più ci si illude di essere. Più articolata l’immagine e più ci si aggrappa per sentirsi “in sicurezza”. Più precisamente, l’affermazione di sé attraverso il proprio pensiero induce ad illudersi di essere: più ci si afferma e più si è, meglio, si crede di essere.
Ma c’è l’inverso, l’impopolare inverso: sono, dunque penso; non facendomi ipnotizzare dal pensiero rimango sveglio, mi accorgo di non essere il mio pensiero, ne vedo la sua natura transeunte e mi sottraggo al suo flusso restando fermo, presente, la mia Coscienza non se ne lascia coinvolgere, come lo specchio è immobile e imperturbabilmente – senza scheirarsi – riflette il mobile. Così, nella Divina Assenza di pensiero, posso pensare per esprimere niente più che un’ipotesi; che per quanto “vicina” alla verità resta appunto un’ipotesi, ciò che sta immancabilmente sotto la Verità e mai può raggiungerla. Così, l’esprimere ipotesi è nient’altro che un gioco disinteressato, dimentico del micidiale “avere ragione”, sordo all’insidiosa vocina che dice “è come dico io”.
L’essere è presenza: io sono. Il pensiero scorre circolando dalla presenza (alfa) alla presenza (omega). E non potrebbe essere altrimenti: non si può pensare – e agire – che nel presente, in questo momento, adesso, che è l’unico (non)tempo reale: tutto accadde adesso, accade adesso e accadrà adesso. Anche il ricordo e la previsione non possono darsi che adesso. Lo scorrere del pensiero crea lo scorrere del tempo, ma questo doppio scorrere non può darsi che nello stare dell’essere. Possiamo evadere dall’essere soltanto illusoriamente. Siamo nella preziosa prigionìa dell’essere, la fortuna più grande che si dissipa nella “libertà” del pensare e parlare (forse anche qui occorre un’annusatina dei carbonato di ammonio).
Eckhart Tolle: «La dimensione spirituale più profonda non può essere trovata nel futuro. Nel momento in cui la cerchi da qualche parte più avanti, ti allontani dall’unico posto in cui esiste. Adesso».
Insidiosa, pertanto, l’escato-logia, cioè la riflessione sui destini ultimi dell’essere umano e dell’universo. Logia, discorso, studio: siamo di nuovo nel dominio del pensiero, dell’immagine, dell’astrazione prefiguratrice ipotetica del futuro che ancora non è, a cui si subordina l’essere che invece già è. Si attende il treno che è già in stazione. Il nostro futuro è adesso. Noi già siamo. Invece l’escatologia induce a credere che saremo. Sennonché «io sono» non è soggetto a cambiamento. L’essere non cambia, semmai si adatta, che è tutt’altra cosa, dacché il vero adattamento è in potere dell’essere che ne rimane libero. Lo specchio si adatta al colore che rispecchia ma non ne resta macchiato.
Pensando, si crea il proprio mondo, ossia un’astrazione concettuale-verbale- che riempie la propria testa. Fuori della testa il mondo è già così com’è, nulla gli manca e nulla gli è di troppo; ciò che se ne pensa è una proiezione testarda che illusoriamente lo riplasma descrivendolo secondo l’intendimento del soggetto che lo pensa, ipnotizzato dal proprio pensiero che proprio non è, bensì acquisito e inculcato da altri. D’altra parte, esisterebbe il pensiero senza un’oggetto da pensare? Il pensiero necessità di un oggetto ch gli è fornito dalla Coscienza che lo percepisce. Coscienza che per essere non necessita di alcun oggetto, e per la quale gli oggetti costituiscono un attentato alla sua purezza e libertà. Come fanno gli schizzi di melma sullo specchio. Melma che però non può che scivolar via.
Vi è da ribadire un punto di decisiva importanza: pensando, ognuno utilizza pensieri concettuali e immaginativi non suoi, bensì assorbiti fin dal primo giorno di nascita; pensieri inculcati o assorbiti di propria iniziativa da altri a mezzo di parole parlate e scritte, che a loro volta hanno subìto il medesimo processo di trasmissione astratta. Attraverso la selezione operata fra tutto ciò che gli è stato inculcato, ognuno crede quel che ritiene di dover credere e crea il proprio mondo intellettualoide ritenendolo il mondo ideale e proiettandolo sul mondo reale. Allo stesso modo si crea un’immagine di Dio. Tale proiezione, quale che sia, non cessa di costituire un’astratta coltre gettata sul mondo reale che invece è già così com’è.
Anche la Divinità è così com’è ed è già nella nostra Coscienza con la Sua essenziale Unità. Per conoscerla ed esserne conosciuti, ogni immagine mediatrice deve decantare, posto che costituisce soltanto una più o meno dignitosa approssimazione e quale illusoria prova di essere.
Rainer Maria Rilke: «Necessaria è una cosa sola: solitudine, grande solitudine interiore. Volgere lo sguardo dentro di sé e per ore non incontrare nessuno; questo bisogna saper ottenere».
Anche Rilke, manco a dirlo, doveva essere un Matto: come si fa a proporre un restare soli per ore? Si tratta di una prassi apofatica che genera l’istintivo timore di non incontrare nessuno e restare con … Se stessi! Il Se stessi che, come la Divinità, non corrisponde ad alcuna immagine che se ne può fare. Il Se stessi che è muto e libero, e non gradisce la grandine parolaia che gi umani gli fanni piombare intorno.
Divina Assenza di pensiero: non penso, dunque sono. L’Alluso si può conoscere soltanto se decantano le allusioni. Il Significato si può conoscere soltanto se decantano i significanti. Allusioni e significanti costituiscono l’atrio del Luogo dalle «molte dimore». Ci si può accontentare di permanere nell’atrio, ma c’è anche chi vuole accedere nel tempio.
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13 commenti su “Della Divina Assenza di Pensiero. Il Matto.”
Il MISTERO DI DIO È INCOMPRENSIBILE ALL’UOMO E AI SANTI, una realtà nota solo a Dio che può rivelarla, è il disegno di salvezza degli uomini, per Paolo il MISTERO DI DIO , ,nascosto nei secoli ma rivelato agli Apostoli e Profeti, l’annuncio della salvezza universale, MISSIONE affidata da Dio a GESÙ per la salvezza
Il MISTERO è Colui che si nasconde dietro l’immagine che l’uomo ha fatto di Lui
Dio non essendo una fantasia o solo una immaginazione del pensiero, è una REALTÀ VISIBILE TANGIBILE umana cristiana Divina, che si identifica nel VERBO FATTO CARNE , GESÙ CRISTO Figlio unigenito di DIO Padre che attraverso lo SPIRITO,DIO, si incarna nel seno della Vergine Maria , si identifica nella natura umana mantenendo la natura divina.
La legge umana e la legge divina insieme, per camminare nella giusta strada verso il Regno di Dio nostra salvexza.
L’uomo creato da Dio non solo materia ma Spirito , il Soffio della vita di Dio che da vita agli esseri viventi di tutto il Creato, ha in sé la stanza del cuore dove risiede tutto l’amore di Dio, il Cuore il centro da cui. Parte la nostra volontà di conoscere l’autore della nostra vita, che è solo AMORE
Se non apriamo questa porta al MISTERO DI DIO,
IL MISTERO RIMANE SEMPRE MISTERO
IL PENSIERO UMANO CHE NON VA OLTRE L’IMMAGINAZIONE È IL MATTO ! L’IMMAGINE DI UN DIO ASSENTE
GUAI FERMARSI ALLA SOlA RAGIONE !
CHI ESERCITA QUESTA APERTURA SPIRITUALE È la necessità della FEDE per incontrare DIO, l’autore della vita , attraverso la Fede ci uniamo a Dio VERO NELLA SS TRINITÀ,UNICO DIO.
DELLA DIVINA ASSENZA DI PENSIERO, il MATTO ! PERCHÉ NON ACCETTA LO SPIRITO DI DIO IN CRISTO UOMO E DIO.
GIUSTIFICAZIONE DEL PENSIERO CRISTIANO MODERNISTA ANTICRISTICO
ragione
Don P.P. ha “compreso il vero problema”.
Va benissimo!
Si tratta di una legittima comprensione di chi
sta nella gabbia d’oro.
Nulla da eccepire!
E si capisce che NippoMatto costituisca
una figura balorda contro cui mettere in guardia.
Assolutamente d’accordo!
Tempo addietro composi un articolo il cui titolo
ripeteva il poeta americano Walt Withman:
“mi contraddico, sono ampio, contengo moltitudini”.
Confessione di una magnifica universalità!
Credo possa bastare.
Essere nella gabbia e nel contempo fuori di essa
è qualcosa che don P.P. non può concepire:
la sua mente legittimamente ingabbiata
non glielo permette.
Ma va bene così!
Sta bene lui e sta bene NippoMatto!
Caro Nippo,
la mia mente, se proprio vogliamo usare la sua immagine, è sì “ingabbiata”, ma volontariamente: nella Rivelazione di Gesù Cristo, nella fede cattolica e nella comunione della Chiesa. È una “gabbia” che non imprigiona, ma dona quella libertà dei figli di Dio di cui parla san Paolo e che, nel corso dei secoli, ha reso veramente liberi milioni di uomini e di santi.
Lei, invece, invita continuamente a uscire da ogni confine, da ogni dogma e da ogni appartenenza, fino a dissolvere la distinzione tra la fede ricevuta e le proprie elaborazioni interiori.
La domanda allora è semplice: in quale gabbia vuole rinchiudere chi la legge? In quella delle sue intuizioni personali? Della “coscienza cristica”? Di una spiritualità senza Chiesa, senza dogmi e, soprattutto, senza un criterio oggettivo di verità?
La fede cattolica non imprigiona l’uomo: lo custodisce dall’illusione di scambiare la propria voce per quella di Dio. Ed è una differenza tutt’altro che secondaria.
“in quale gabbia vuole rinchiudere chi la legge?”.
Ma dice sul serio?
Ma cosa ha letto nei miei articoli?
Glielo dico io: lei, come sempre, ha letto e legge le sue risposte, altrimenti
non avrebbe scritto un’amenità del genere.
Fuori della gabbia ecclesiastica c’è un mondo che lei ignora.
Dovrebbe perciò moderarsi nel suo meccanico reagire.
IO SONO è dentro e fuori la gabbia.
Caro Matto,
proprio perché “Io Sono” è infinito, non è rimasto un’idea indistinta diffusa nell’universo. Si è fatto carne in Gesù Cristo. È questo il cuore del cristianesimo.
San Paolo afferma che «in Lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9). Dio si è lasciato incontrare in un corpo, in una storia, in una Chiesa.
Certo, «lo Spirito del Signore riempie la terra e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce» (Sap 1,7). Ma lo stesso Spirito ha costituito la Chiesa come Corpo di Cristo, che san Paolo chiama «pienezza di Colui che porta a compimento ogni cosa» (Ef 1,23), e che la Prima Lettera a Timoteo definisce «colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15).
Per questo la Chiesa ha sempre professato: Extra Ecclesiam nulla salus. Non perché Dio sia prigioniero della Chiesa, ma perché è Cristo ad aver voluto che la pienezza dei mezzi della salvezza fosse affidata al suo Corpo, che è la Chiesa. Dio può operare anche oltre i confini visibili della Chiesa, ma nessuno si salva prescindendo da Cristo e dalla sua Chiesa, bensì sempre per mezzo di Lui e, in modo misterioso, mediante essa.
Visto che lei continua a insinuare che io viva in una “gabbia”, le ricordo che quella che lei chiama con disprezzo “gabbia” è la Chiesa cattolica. Cristo non l’ha mai definita così: l’ha voluta, fondata e chiamata suo Corpo e sua Sposa.
Se per lei appartenere al Corpo di Cristo è una prigionia, allora il problema non è la Chiesa, ma l’idea di Chiesa che lei si è costruito.
C’è anche l’eventualità che la Chiesa stessa sia una costruzione degli addetti ai lavori.
E, per favore, non faccia l’americano attribuendomi falsità.
Io, la gabbia non l’ho mai disprezzata e ripetutamente ne ho riconosciuto la legittimità,
compresa la sua permanenza in essa, caro don P.P.
Soltanto che, cosa per lei è inconcepibile, c’è un immenso fuori della gabbia.
Anche la sua affermazione: “Se per lei appartenere al Corpo di Cristo è una prigionia …”
è capziosa dal momento che ho scritto: ” Siamo nella preziosa prigionìa dell’essere, la fortuna più grande che si dissipa nella “libertà” del pensare e parlare”: non posso farci niente se lei ha i binari sotto i piedi,
che la tengono incatenato all’onomastica e le precludono anche la minima intuizione.
Leggendo questo scritto si comprende finalmente il vero problema.
Enrico Nippo si presenta come severo giudice della Chiesa, del Papa e del Magistero, accusandoli di aver tradito il cattolicesimo. Eppure, se si esamina con attenzione ciò che egli stesso scrive, ci si accorge che è proprio il suo pensiero ad allontanarsi profondamente dalla fede cattolica.
Il cristianesimo non insegna affatto che occorra superare la Rivelazione per approdare a una presunta “Divina Assenza di pensiero”. Non insegna che i dogmi siano semplici immagini mentali da oltrepassare. Non insegna che la Scrittura, il Magistero, la Chiesa e i sacramenti siano soltanto mediazioni provvisorie destinate a dissolversi nell’esperienza soggettiva della coscienza.
Questa non è la fede cattolica.
È una costruzione filosofica personale, nella quale si mescolano Jung, Eckhart Tolle, Rilke, Evdokimov, Silesio e altre correnti di pensiero, fino a produrre una spiritualità che assomiglia molto più a una sintesi tra psicologia, filosofia e misticismo orientale che al Vangelo di Gesù Cristo.
Il centro della fede cristiana non è la coscienza che scopre il divino dentro di sé. Il centro è un fatto storico: il Verbo si è fatto carne. Dio non è rimasto nel silenzio ineffabile, ma ha parlato. Non ci ha lasciato nell’indeterminatezza del Mistero, ma si è rivelato in Gesù Cristo, ha fondato la Chiesa, ha istituito i sacramenti e ha affidato agli Apostoli il compito di custodire fedelmente questa Rivelazione.
Nippo, invece, finisce per contrapporre l’esperienza interiore alla fede della Chiesa, quasi che il credente più cresce spiritualmente e meno abbia bisogno della dottrina, del Magistero e perfino delle parole della Rivelazione.
È una posizione che non appartiene alla tradizione cattolica.
Ed è singolare che chi accusa continuamente il Papa e la Chiesa di non essere più cattolici proponga, senza quasi accorgersene, una visione della fede che di cattolico conserva ben poco.
I grandi mistici della Chiesa – da san Giovanni della Croce a santa Teresa d’Avila, da santa Caterina da Siena a san Pio da Pietrelcina – non hanno mai contrapposto l’esperienza mistica alla Chiesa. Più si univano a Dio, più amavano la Chiesa, il Papa, la liturgia, i sacramenti e la dottrina. Mai hanno pensato di correggere la Rivelazione o di sostituirla con le proprie intuizioni spirituali.
Qui, invece, si intravede un’altra logica: quella secondo cui il pensiero personale diventa il criterio ultimo della verità. È una pretesa che rischia di trasformare la fede ricevuta dagli Apostoli in una costruzione soggettiva, dove ciascuno elabora il proprio cristianesimo secondo le proprie categorie filosofiche.
Il paradosso è evidente. Nippo rimprovera alla Chiesa di essersi allontanata dal cattolicesimo, ma è lui che propone una spiritualità estranea ai suoi fondamenti. Critica il Magistero, ma sostituisce ad esso le proprie elaborazioni. Contesta la Tradizione, ma ne crea una nuova, costruita sulle proprie convinzioni.
La fede cattolica non ha bisogno di essere reinventata. Ha bisogno di essere creduta, vissuta e amata. È abbastanza ricca da condurre l’uomo all’unione con Dio senza dissolvere la Rivelazione nel silenzio, senza sostituire Cristo con la coscienza e senza trasformare la Chiesa in un ostacolo da superare.
Quando una riflessione porta a ridimensionare l’Incarnazione, la Rivelazione, il Magistero e la Chiesa per esaltare un’esperienza interiore personale, non siamo più davanti a un approfondimento del cattolicesimo, ma a un suo progressivo svuotamento.
Egregio Don P.P. Concordo pienamente con quanto da lei scritto e aggiungo un bel pensiero di Socrate che nei confronti del Matteo ho fatto mio.:
“C’è un limite oltre il quale la sopportazione cessa di essere una virtù.”
Hai ragione, a patto che si riconosca che la sopportazione è reciproca.
Mice verrai a dirmi che tu e don P.P. siete esempi di santità!
Caro Matto,
nessuno ha mai sostenuto di essere un esempio di santità. La santità la lasciamo giudicare a Dio, non ai commentatori.
Quanto alla sopportazione reciproca, sono d’accordo: vale per tutti. Ma proprio per questo sarebbe utile che anche lei la esercitasse verso chi non condivide le sue idee, invece di liquidare ogni dissenso con sarcasmo e provocazioni.
Il punto, infatti, non è chi sia più santo, ma chi porti argomenti. E su quelli, finora, preferisco confrontarmi.
Il bove che dice cornuto all’asino.
Carl Gustav Jung: «Dio è un mistero, e tutto ciò ne diciamo di Lui viene detto e creduto dagli esseri umani. Quando parlo di Dio intendo sempre l’immagine che l’uomo ha fatto di Lui».
No: Dio si è rivelato in Cristo.
Impossibile smentire Jung: l’immagine che l’uomo, dicendone, si fa di Dio non è Dio. Tale immagine è una composizione mentale che l’uomo si appronta con quanto ascolta, legge e osserva, e che si pone tra la Coscienza e la Divinità.
Cristo è esattamente il Verbo incarnato, l’Immagine. E Jung è clamorosamente smentito.
In una prima fase della ricerca spirituale la composizione mentale, cioè l’immagine, esercita un’utile mediazione, ma va da sé che essa debba essere trascesa nella Divina Assenza di pensiero, se l’unione tra Coscienza Umana e Coscienza Divina, entrambe spirituali e quindi senza forma, ha da realizzarsi.
Chi non è contro di me è per me. Chi non è con me è contro di me. Capita la sfumatura?
La fede cristiana non è dimostrabile, ma non capirne proprio i fondamentali questo sì.
La sua replica non fa un grinza. Grazie.
Ma che l’immagine del Trascendente resti qualcosa
che va trascesa, non può essere contestato
da chi, legittimamente, ne fa un punto d’appoggio irrinunciabile.
E ciò non è in contrasto con la fede cristiana positiva,
bensì ne è un complemento anagogico, come i mistici testimoniamo.
Angelo Silesio: “Immensurabile è, ben sappiamo, l’Altissimo, eppure un cuore umano tutto lo può contenere”.
L’immagine è preziosa ma è circoscritta in una misura,
e tale misura non è che uno scampolo dell’Immensurabile.
La contemplazione dell’immagine può proiettare oltre la sua misura.