Come si può Conciliare? Io non Concilio. Massimo Viglione.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il prof. Massimo Viglione, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sui recenti eventi che hanno interessato la Chiesa. Buona lettura e diffusione.

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Come si può conciliare?
Io non concilio

Dagli inizi del IX secolo, i papi hanno predicato, organizzato e a volte condotto in prima persona, spedizioni militari per respingere le invasioni islamiche della Cristianità.
A partire dalla fine dell’XI secolo, per due secoli e mezzo, tutti i papi hanno creato, organizzato, vivificato e vissuto anzitutto lo spirito di Crociata, ovvero di riconquista dei Luoghi Santi in mano agli infedeli.
Dalla seconda metà del XIV secolo, quasi tutti i papi hanno continuato, in maniera sempre più tragicamente operativa, a fare di tutto, e anche di più (spesso contro le stesse monarchie cristiane), per sventare l’invasione della Cristianità da parte dell’Islam ottomano, che comunque arrivò fino a Buda e a minacciare Vienna per ben due volte.
Si può dire che l’attività crociata sia stata la prima attività politica dei papi dei secoli tardomedievali e moderni, ancora fino alla prima metà del XVIII secolo. Basti fare i nomi, su tutti e fra tutti, del beato Urbano II dei Conti di Châtillon, di Innocenzo III dei Conti di Segni, di Callisto III Borgia, di Pio II Piccolomini, di Leone X de Medici, di san Pio V Ghislieri, del beato Innocenzo XI Odescalchi.
Papi, beati e santi crociati.
Ancora nel 1917 esisteva in Vaticano l’Ufficio della Crociata.
Oggi abbiamo un papa che va ad avallare l’invasione delle nostre terre, delle nostre proprietà, dei nostri costumi, spesso delle nostre vite spezzate dalla violenza bestiale di questi invasori impuniti, che sanno di poter fare tutto perché protetti da coloro che dovrebbero condannarli e ricacciarli.
Da Giovanni Paolo II in poi, forse con l’eccezione in parte di Benedetto XVI, i papi hanno predicato con tutte le loro forze, con un’insistenza unica nella loro specie, con un crescendo esponenziale, e garantita operatività gestionale tramite le ONG, dell’invasione islamica dell’Europa un tempo cristiana.
Ricordo perfettamente che negli anni Novanta non ci fu in pratica un Angelus di Giovanni Paolo II senza l’accenno all’accoglienza degli immigrati, che iniziavano a invaderci senza sosta.
Non parliamo poi di Bergoglio e, oggi, di Leone XIV.
Come conciliare dieci secoli di papi (ovvero, decine e decine di loro) che dicono a fanno A, con i papi recenti che dicono e fanno Z?
Non è possibile conciliare.
Esattamente come non è possibile conciliare la libertà religiosa del Concilio Vaticano II e l’affermazione bergogliana che tutte le religioni salvano con il dogma dell’Extra Ecclesiam nulla salus,
con la redenzione di Cristo, offertosi in sacrificio “per molti” (e non “per tutti”);
esattamente come non è possibile conciliare le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio con l’Amoris Laetitia di Bergoglio;
esattamente come non è possibile conciliare la condanna terribile della Chiesa di sempre, a sua volta ripresa dall’Antico Testamento (Sodoma e Gomorra), della sodomia con la nuova ideologia genderista e sodomitica delle attuali gerarchie vaticane, avallata da Leone XIV;
esattamente come non è possibile conciliare la forma monarchica e assolutamente unitaria del Primato di Pietro, su cui si fonda la Chiesa, con questo clero sinodalista;
esattamente come non si può conciliare una Messa teocentrica e sacrificale con un rito antropocentrico, relativista e filoprotestante;
esattamente come non si può conciliare la Verità con l’eresia, la fede con l’apostasia.
Chi sono i veri scismatici?
Come detto altre volte, questi sono i giorni della scelta definitiva tra il Padrone e il servo infedele.
Questo è l’unico vero criterio di scisma. Ognuno sceglie, che lo voglia o meno, se stare con Dio, che non muta mai, o con il relativismo dommatico, spirituale e liturgico del liberalismo e socialismo conciliare degli ultimi sessantacinque anni.
Io non concilio. Io resto fedele ai papi che hanno salvato per dieci secoli la nostra Europa cristiana e la nostra fede e civiltà.
Come resto fedele in tutto alla Chiesa nei suoi primi diciannove secoli.
Non concilio.

(MV)

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2 commenti su “Come si può Conciliare? Io non Concilio. Massimo Viglione.”

  1. Don Pietro Paolo

    Caro MV,

    comprendo il disagio che Lei esprime. Sarebbe poco onesto negare che molti cattolici abbiano vissuto con sofferenza alcuni accenti del magistero recente, soprattutto quando, sul piano pastorale, certe affermazioni sono sembrate sbilanciate o hanno favorito interpretazioni discutibili. Penso anch’io che, in alcuni casi, un’enfasi quasi esclusiva sull’accoglienza abbia rischiato di oscurare altri principi altrettanto importanti della dottrina sociale della Chiesa: il bene comune, il diritto-dovere degli Stati di governare i flussi migratori, la tutela della propria identità culturale e religiosa, la sicurezza dei cittadini e l’effettiva integrazione di chi viene accolto. Su questo è legittimo discutere, e credo che alcuni orientamenti pastorali abbiano avuto applicazioni che, in determinati contesti, si sono rivelate poco prudenti e persino controproducenti.

    Detto questo, però, non credo che il confronto tra i papi delle Crociate e quelli di oggi possa essere impostato come se si trattasse di una contraddizione assoluta.

    I papi medievali operavano in un contesto nel quale vaste regioni cristiane erano oggetto di conquista militare, con popolazioni sottomesse, luoghi santi occupati e regni minacciat (E oggi, almeno fino ad oggi, non siamo nelle stesse condizioni). La loro azione si collocava nel diritto alla difesa della Cristianità, che la Chiesa non ha mai negato. I papi contemporanei, invece, si confrontano prevalentemente con fenomeni migratori, crisi umanitarie e profughi. Si può discutere se abbiano insistito troppo su un aspetto e troppo poco su altri, ma non si può dire che abbiano insegnato che uno Stato non abbia il diritto di difendere i propri confini o di regolamentare l’immigrazione. La dottrina della Chiesa continua a riconoscere questo diritto.

    Il problema, semmai, è stato spesso quello dell’equilibrio tra principi e applicazioni concrete. Un principio evangelico, come l’accoglienza dello straniero, resta tale; ma la sua attuazione richiede prudenza, giustizia e responsabilità politica. Quando questo equilibrio viene meno, possono prodursi effetti che finiscono per alimentare tensioni sociali o perfino rafforzare quei fondamentalismi che si vorrebbero contrastare.

    C’è poi un aspetto che mi colpisce del Suo ragionamento. Lei richiama giustamente la natura gerarchica della Chiesa, il primato di Pietro e l’autorità del Papa. Ma proprio per questo faccio fatica a comprendere come si possa poi giungere alla conclusione che, da oltre sessant’anni, quasi tutti i Pontefici abbiano sostanzialmente tradito la fede della Chiesa.

    Se davvero la Chiesa è gerarchica e il Romano Pontefice è il principio visibile dell’unità, non possiamo trasformarlo nel primo imputato ogni volta che non condividiamo una scelta pastorale. Altrimenti il principio gerarchico viene affermato a parole e svuotato nei fatti.

    Questo non significa che ogni scelta prudenziale di un Papa sia perfetta, né che ogni documento pastorale sia irreformabile. I Papi possono adottare strategie discutibili o linguaggi che si prestano a interpretazioni ambigue. Ma da qui ad affermare che abbiano abbandonato la fede cattolica o guidato la Chiesa nell’apostasia c’è un salto che, a mio avviso, non è giustificato.

    Semmai, ciò che oggi si può legittimamente rimproverare a molti pastori non è tanto di aver parlato di accoglienza, quanto di aver progressivamente annacquato o trascurato il primo compito affidato da Cristo alla Chiesa: l’evangelizzazione.

    Oggi i non cristiani non sono soltanto in terre lontane: sono nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole. Eppure mi domando: quante iniziative concrete di evangelizzazione dei musulmani vengono promosse? Personalmente, conosco il coraggioso esempio del vescovo di Sanremo. Per il resto, vedo ben poco.

    È un paradosso che dovrebbe far riflettere: spesso sono alcuni laici e, talvolta, perfino persone che non si professano credenti a difendere pubblicamente le radici cristiane dell’Europa, la Bibbia e la figura di Gesù Cristo, mentre molti uomini di Chiesa sembrano quasi timorosi di proporre esplicitamente il Vangelo a chi appartiene ad altre religioni.

    Per questo mi permetto una riflessione. Lei critica con decisione la sinodalità; eppure, di fatto, insieme a tanti altri, esercita proprio quella corresponsabilità ecclesiale che consiste nel richiamare i pastori a ciò che si ritiene essenziale. E allora perché non mettere insieme le forze su un punto che dovrebbe unire tutti?

    Se i pastori parlano, evangelicamente, di accoglienza del migrante, bene. Ma il loro compito non può fermarsi lì. La loro missione è impedire che l’accoglienza si trasformi in uno svuotamento dell’identità cristiana dell’Europa. E questo non lo si ottiene anzitutto con le leggi o con le polemiche, ma facendo ciò che Cristo ha comandato: evangelizzare.

    Se, nella misteriosa Provvidenza di Dio – uso il termine “Provvidenza” perché Dio lo ha permesso -, tanti uomini e donne di altre religioni oggi vivono accanto a noi, la Chiesa non dovrebbe considerarli soltanto persone da accogliere, ma anzitutto persone alle quali annunciare Gesù Cristo, con rispetto, libertà e carità. Accoglienza ed evangelizzazione non sono alternative: la seconda dà il senso pieno della prima.

    Per questo, pur condividendo alcune delle Sue preoccupazioni circa gli effetti concreti di certe politiche o di certe enfasi pastorali, io non riesco a fare il passo successivo.

    Io resto con Gesù Cristo. E proprio perché resto con Gesù Cristo, resto anche con quella Chiesa che Egli ha edificato sulla roccia di Pietro e con il Papa che Dio ha posto, in questo tempo, a fondamento visibile della sua unità. Posso pregare per lui, posso auspicare maggiore chiarezza, posso anche ritenere che alcune scelte pastorali siano state imprudenti o abbiano prodotto conseguenze negative. Ma non posso costruire una fedeltà ai Papi del passato contro il Papa del presente.

    Lei conclude dicendo: «Io non concilio». Io, invece, preferisco dire: io rimango nella Chiesa. Perché la mia fedeltà non è a un’epoca della Chiesa, né a una particolare sensibilità ecclesiale, ma a Gesù Cristo, che continua a guidare la sua Chiesa attraverso il Successore di Pietro. È questa promessa del Signore, più ancora delle nostre analisi storiche, che mi impedisce di credere che la Chiesa abbia smarrito la fede. Ed è questa stessa promessa che mi invita a guardare al presente con speranza, senza rinunciare al discernimento, ma senza perdere la fiducia in Colui che ha detto: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».

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