Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Americo Mascarucci, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sull’ordinazione episcopale compiuta a Ècone dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Buona lettura e condivisione.
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«Lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e desti i vostri cuori». Cosi papa Leone XIV si è rivolto alla Fraternità san Pio X chiedendo di sospendere le consacrazioni episcopali ed evitare di incorrere nella scomunica.
Un appello che non ha sortito effetto, visto che oggi le consacrazioni ci sono state, nonostante don Davide Pagliarani abbia ribadito il desiderio di restare in comunione con Roma e aver ringraziato il papa per la sua sollecitudine paterna.
Ma è davvero difficile restare in comunione con il pontefice nel momento in cui si vanno a consacrare vescovi senza l’imprimatur papale e adducendo motivazioni, legate chiaramente alla necessità di garantire continuità alla comunità lefebvriana, che non possono purtroppo giustificare una decisione così grave.
Si è dunque ripetuto lo scenario del 1988 che tutti speravano di evitare, quando Marcel Lefebvre fu scomunicato da Giovanni Paolo II insieme ai vescovi da lui consacrati illegittimamente, nonostante i tentativi di Joseph Ratzinger di evitare la rottura e trovare un compromesso.
Parliamoci chiaro: non si può mettere il papa alle strette dicendo “o così o così”, o “accettate le consacrazioni o noi andiamo avanti ugualmente” perché il pontefice è il successore di Pietro (prepariamoci ai commenti dei soliti sedeimpeditisti che per l’ennesima volta ci ripeteranno che Leone non è il papa perché il munus, il ministerium, le dimissioni invalide di Benedetto XVI, la declaratio, la mafia di San Gallo, i marziani, gli alieni, il demonio e via dicendo) e non può essere messo di fronte al fatto compiuto.
C’è chi ha lamentato il fatto che Leone non abbia voluto incontrare i membri della Fraternità, ma è pur vero che da parte dei lefebvriani non c’è stato alcun gesto di umiltà. Come poteva il papa ricevere in udienza chi si apprestava, quasi in segno di sfida a procedere con le consacrazioni, senza manifestare alcuna sincera volontà di un ripensamento?
Dire che si vuole la comunione con Roma violando di fatto l’imprimatur papale sulle nomine episcopali è un’oggettiva contraddizione che non può essere in alcun modo tollerata o giustificata. Così come non fu possibile giustificare a suo tempo Lefebvre, nonostante gran parte delle sue critiche al Concilio erano largamente condivise anche dentro la Chiesa. Quindi la Fraternità si dovrà assumere la responsabilità di una rottura che difficilmente potrà essere ricomposta. E ciò considerando anche il fallimento dell’operazione di riconciliazione tentata da Benedetto XVI con la remissione della scomunica ai vescovi lefebvriani e il Summorum Pontificum che liberalizzava l’uso del rito tridentino nella Chiesa.
Ma Benedetto XVI, non Francesco, chiarì senza mezze misure che la Fraternità poteva considerarsi in piena comunione con la Chiesa soltanto attraverso la sottoscrizione dei documenti conciliari. Accettare il Concilio, nella corretta interpretazione fornita da Ratzinger, ovvero nella perfetta continuità con la tradizione, era dunque condizione imprescindibile cui i lefebvriani dovevano attenersi. Il fallimento dell’operazione tentata da papa Benedetto ha dimostrato senza ombra di dubbio come la piena riconciliazione con i seguaci di Lefebvre sia di fatto sempre più difficile, considerando che proprio Ratzinger era il papa più vicino alla Fraternità.
Lo abbiamo detto e ripetuto, il Concilio Vaticano II è criticabile sotto molti punti di vista, ma non può essere rinnegato un toto, come hanno dimostrato chiaramente sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI applicandolo nella giusta interpretazione. In pratica, se Lefebvre all’epoca aveva tante buone ragioni per rifiutare il Concilio, i suoi successori sembrano perseverare in un’ostilità prettamente ideologica e strumentale, essendo maturi i tempi per una lettura obiettiva dei testi conciliari proprio alla luce del magistero di Wojtyla e di Ratzinger.
Ora è più che mai necessario che come Giovanni Paolo II, anche Leone rimetta mano alla regolamentazione del Vetus ordo, magari seguendo proprio l’esempio del suo illustre e santo predecessore, seguendo il modello dell’Ecclesia Dei e riconducendo in capo ai vescovi le decisioni circa la concessione o meno della messa tridentina, ma con spirito aperto ed accogliente e quindi integrando e incardinando il più possibile i fedeli tradizionalisti all’interno della Chiesa e delle diocesi, anche con la nomina di sacerdoti addetti all’accompagnamento e alla cura pastorale di queste anime. Non si tratta di rinnegare Francesco, ma di evitare che lo scisma dei lefebvriani possa spingere tanti cattolici legati al vecchio rito e attratti dalla tradizione a spostarsi verso un porto ritenuto più sicuro rispetto ad una Chiesa che rischia di essere percepita come escludente e discriminatoria.
Americo Mascarucci
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14 commenti su “Ordinazioni Episcopali dei Lefebvriani. Un Commento di Americo Mascarucci.”
Egregio Mascarucci,
le stava andando quasi tutto bene e poi è incappato in questo scivolone:
“C’è chi ha lamentato il fatto che Leone non abbia voluto incontrare i membri della Fraternità, ma è pur vero che da parte dei lefebvriani non c’è stato alcun gesto di umiltà. Come poteva il papa ricevere in udienza chi si apprestava, quasi in segno di sfida a procedere con le consacrazioni, senza manifestare alcuna sincera volontà di un ripensamento?”
Ecco, adesso ci spieghi per benino perché il Papa HA invece trovato il tempo di ricevere in udienza (e di acconsentirle pure una benedizione) la papessa anglicana, che si trovava già in posizione di totale disobbedienza (non solo al Papa ma a tutta la dottrina cattolica). E, se non bastasse, trattasi di persona manifestamente e orgogliosamente omosessuale (“maritata”/”ammogliata” con un’altra donna).
Non le salti in mente, caro Mascarucci, di scassarci con la solita solfa della diplomazia: la signora in questione è pure contestata persino da buona parte dei suoi (che ovviamente non saranno stati per nulla contenti di vederla ricevuta in grande stile dal capo della chiesa cattolica).
La verità è che, riguardo alla FSSPX, il Papa poteva eccome, ma ha scelto di non farlo. Avrà avuto le sue buone ragioni, ma finché queste rimangono oscure (di suo non c’è neanche una dichiarazione in tal senso, ma solo le supposizioni dei suoi difensori a prescindere), il popolo cristiano rimarrà nella confusione.
Chi guarda da fuori vede solo due cose: salamelecchi a eretici veri e bastonate a eretici presunti.
Se andiamo dietro ai personaggi dei papi e degli antipapi c’è da diventare matti. Abbiamo avuto, tra costoro, santi e grandi peccatori, e pure criminali e assassini. Il punto è sempre stato quello: questi papi del passato, santi o diavoli, rispettavano (a mio parere di incolto) i dogmi imposti fin dall’inizio dai successori di Pietro. Io sono un cattolico qualsiasi, senza studi approfonditi nelle Sacre Scritture. Ma so una cosa: che le tecniche dogmatiche non possono essere cambiate. Si possono discutere fino allo spasimo, ma non possono essere cambiate, soprattutto perchè sono scritte. E’ come se oggi un papa o un teologo ci dicesse che oltre ai quattro Vangeli fa fede anche un quinto vangelo, quello di Filippo, in cui il Cristo ha per moglie o amante Maria Maddalena. Se ne sta parlando ampiamente oggi .nella mia zona. Si fanno gite per visitare i luoghi della Valnerina (nei Sibillini) dove si troverebbe l’eremo di Maria Maddalena, che era vissuta qui e non in Francia, eccetera… E con il vangelo di Filippo si butterebbe nel cestino la castità, il sesto comandamento e via elencando. Quando, invece, la castità, per molti, è un mezzo per uscire dalla trappola della materia… Ho praticato Scientology per circa venti anni e se in soli cinque secondi sono diventato da abortista un antiabortista lo devo a Scientology e non ad un padre spirituale della Chiesa cattolica. Posso anche ammettere che sia stato lo Spirito Santo a portarmi a Scientology durante il cammino verso al Chiesa cattolica. Personalmente ho avuto vantaggi mediante le tecnologie di L. Ron Hubbard., al punto che potrei definirli “miracoli”. La regola in Scientology è che la tecnologia di L. Ron Hubbard deve essere data così come è scritta, altrimenti non funziona e non dà i risultati mentali e spirituali che ci si aspetta di avere. Se ho smesso con Scientology è solo perchè non si intromette nelle “cose” dell’Essere Supremo. Invece a me interessava andare a vedere le “cose” dell’Essere Supremo, ossia di Dio. La Teosofia mi ci ha portato. La conoscenza di alcune parti invisibili dell’individuo e il raggiungimento di certi livelli hanno fatto il “miracolo” di farmi trovare automaticamente all’interno della Chiesa cattolica (ma poteva essere nell’Islam, nel Buddhismo, nell’Induismo, eccetera)… .Il “miracolo” consiste che puoi anche essere espulso dalla Chiesa cattolica e non avere l’approvazione del Papa, ma un vescovo eretico può ordinare altri vescovi e sacerdoti che hanno gli stessi poteri, con il Cristo che attraverso quel sacerdote iniziato cambia il pane e il vino nel Suo Corpo e Sangue. I responsabili dello sfascio della Chiesa Cattolica non è causato dai Lefebvriani, ma dal caos causato dal clero di ogni ordine e grado della Chiesa cattolica ufficiale, che tirano dogmi e parola del povero Cristo di qua e di là, a piacimento. Io dico che è opera di Satana: questo è solo un atto di pietà verso il Clero per scagionarlo delle colpe. Ma questa è la verità: il marcio è in una parte del clero di ogni ordine e grado. Se leggo che il battesimo deve essere fatto in una certa maniera e vedo che, invece, viene dato a capocchia, ossia lo danno in modo difforme da come è scritto, allora indico che è proprio lì lo sfascio della Chiesa cattolica. Qui è l’inizio e la fine di tutto… Poi sta a me se rimanere dentro la Chiesa ufficiale e fare la mia battaglia, o andarmene .con i Lefebvriani. Oppure diventare musulmano, dato che ormai è l’Islam che ha il compito di mantenere vivo il ricordo di Dio nella nostra società adulterata da Satana… Da cattolico potrei dire i 99 Bellissimi nomi di Dio sgranando la corona musulmana, con al tecnica esoterica di bloccare la mente, come avviene per il Rosario a Maria. Un esoterista trova tanti dei punti più alti di comprensione con il Divino pure con l’Islam, dato che le tre religioni (Cristianesimo, Islam e Ebraismo) hanno la stessa provenienza… Per concludere: o rimettiamo Dogmi e Sacramenti per come ci sono stati dati dal Cristo e dalla Successione Apostolica, e ci salviamo, oppure siamo finiti. Spero che Leone, seppure ordinato da un papa per il quale tanta gente sbava ancora, rimetta le cose a posto Oppure siamo finiti.
L’articolo di Americo Mascarucci coglie un punto essenziale: la consacrazione di vescovi senza mandato pontificio rappresenta una ferita gravissima all’unità della Chiesa. Si può discutere di molte questioni, si possono avanzare critiche anche severe su scelte pastorali, liturgiche o disciplinari, ma non si può costruire l’unità ecclesiale rompendo la comunione con colui al quale Cristo ha affidato il ministero di confermare i fratelli nella fede (Lc 22,32).
Credo però che oggi sia necessario dire con chiarezza anche un’altra cosa. Si deve smettere di ripetere, quasi fosse uno slogan, che il Concilio Vaticano II sarebbe stato “soltanto pastorale”. Non è così. Il Vaticano II è stato un Concilio ecumenico della Chiesa cattolica e, come tale, appartiene al Magistero della Chiesa. Al suo interno troviamo anche quattro Costituzioni, due delle quali sono esplicitamente dogmatiche: Lumen Gentium e Dei Verbum. Ridurre tutto il Concilio a un semplice evento pastorale significa falsarne la natura.
Un figlio della Chiesa, proprio perché cattolico, non sceglie quali Concili accettare e quali rifiutare. Li accoglie secondo il grado di autorità con cui la Chiesa li propone e li interpreta. Questo, tuttavia, non significa affermare che ogni formulazione conciliare sia perfetta, né che ogni applicazione successiva sia stata immune da errori.
È sotto gli occhi di tutti che, in alcuni ambiti, si sono sviluppate derive liturgiche, ecumeniche, catechetiche e persino morali che hanno provocato smarrimento e divisioni. Sarebbe però un grave errore attribuire automaticamente tali derive al Concilio stesso. Piuttosto, esse devono spingere teologi, pastori e fedeli ad approfondire con rigore quei passaggi che hanno favorito interpretazioni ambigue o applicazioni non pienamente conformi alla Tradizione costante della Chiesa.
Ma questo lavoro non può essere svolto da singoli gruppi che si costituiscono giudici supremi del Magistero. Esso deve essere compiuto nella Chiesa e con la Chiesa. Se vi sono testi che richiedono chiarimenti, integrazioni o precisazioni, essi devono essere sottoposti all’autorità del Romano Pontefice, il quale, ascoltando il Collegio episcopale, un Sinodo dei Vescovi, un Concistoro dei Cardinali e soprattutto docile all’azione dello Spirito Santo, potrà eventualmente offrire quelle interpretazioni autentiche o quegli ulteriori sviluppi del Magistero che la vita della Chiesa renderà necessari. È questo il modo cattolico di affrontare le difficoltà, non la contrapposizione alla Gerarchia.
Occorre poi interrogarsi con sincerità anche su un’altra questione. Al di là dei giudizi che ciascuno può esprimere sul pontificato di papa Francesco, bisogna domandarsi perché abbia ritenuto necessario limitare il Summorum Pontificum. Le motivazioni indicate dal Papa richiamavano il rischio che, in non pochi ambienti, l’attaccamento alla liturgia tradizionale si fosse trasformato nel rifiuto della legittimità del Concilio Vaticano II e della riforma liturgica, fino a mettere in discussione la comunione ecclesiale.
Purtroppo, bisogna riconoscere che non sono mancati, e non mancano ancora oggi, coloro che manifestano un aperto disprezzo nei confronti del Novus Ordo Missae, quasi non fosse la Messa della Chiesa cattolica. E invece di Messa si tratta: validamente celebrata, realmente sacrificio di Cristo, realmente presenza del Signore nell’Eucaristia. Criticare abusi liturgici è doveroso; negare o disprezzare la legittimità della forma ordinaria del Rito Romano significa invece colpire la vita stessa della Chiesa.
Infine, credo che oggi sia necessario ribadire con forza un principio che appartiene alla fede cattolica da duemila anni: si è veramente cattolici soltanto se si rimane nella comunione e nell’obbedienza al Vescovo di Roma. Non perché ogni Papa sia impeccabile o infallibile in ogni sua parola o decisione, ma perché Cristo stesso ha affidato a Pietro il ministero delle chiavi, dicendo: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18) e ancora: «A te darò le chiavi del Regno dei cieli; tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).
Per questo motivo i lefebvriani, come ogni altro gruppo che rompe la comunione gerarchica della Chiesa, non possono dichiarare irrilevanti o nulle le conseguenze canoniche dei propri atti. Non è la Chiesa a creare arbitrariamente lo scisma; è chi, consapevolmente e pubblicamente, rifiuta un elemento costitutivo della comunione ecclesiale a porsi fuori di essa. La scomunica, quando ricorrono le condizioni previste dal diritto, non è una vendetta né un atto politico: è la dolorosa presa d’atto di una frattura già prodotta da chi ha scelto di compiere un gesto incompatibile con la piena comunione cattolica.
Per questo non provo alcuna soddisfazione per quanto è accaduto. Provo soltanto il dolore di un sacerdote che ama la Chiesa e che vede lacerarsi ancora una volta la Tunica inconsutile di Cristo. La mia preghiera è che tutti, senza eccezione, ritrovino il coraggio dell’umiltà, della verità e della piena comunione, perché nessuna battaglia in difesa della Tradizione può essere autenticamente cattolica se viene combattuta contro quella Chiesa che Cristo ha fondato su Pietro.
“Un figlio della Chiesa, proprio perché cattolico, non sceglie quali Concili accettare e quali rifiutare. Li accoglie secondo il grado di autorità con cui la Chiesa li propone e li interpreta. Questo, tuttavia, non significa affermare che ogni formulazione conciliare sia perfetta, né che ogni applicazione successiva sia stata immune da errori.”
Caro don Pipì,
Auguri in ritardo per il suo bi-onomastico!
Per quanto riguarda la storia dei concilii, molti hanno avuto una storia travagliata, con santi che prendevano posizioni opposte, tutte ben motivate.
Il Vaticano II è nella norma ed essendo “pastorale” è più che lecito discutere le sue affermazioni, anche considerando il fatto che molte di esse sono ambigue/ ambivalenti, dunque lasciate all’interpretazione e ad applicazioni pratiche più o meno corrette, più o meno lecite.
Caro Amico di don P.P.,
anzitutto la ringrazio per gli auguri, che ricambio con sincera cordialità (fra l’altro, con gioia e immutato riconoscenza al Signore, lo stesso giorno ho festeggiato l’anniversario della mia ordinazione presbiterale).
Sul punto da lei sollevato mi trova sostanzialmente d’accordo. Ritengo anch’io che il Concilio Vaticano II, proprio per la sua natura prevalentemente pastorale, contenga alcuni passaggi che nel tempo si sono prestati a letture differenti e, talvolta, anche a interpretazioni o applicazioni non pienamente conformi alla Tradizione costante della Chiesa.
Proprio per questo, però, non condivido l’atteggiamento di chi finisce per gettare l’intero Concilio nella spazzatura. Sarebbe una semplificazione ingiusta e, a mio avviso, ecclesialmente sterile. Occorre piuttosto distinguere, approfondire e chiarire.
Quei testi che risultano ambigui o ambivalenti dovrebbero essere riletti alla luce della Sacra Scrittura, del Magistero precedente e successivo e della Tradizione perenne della Chiesa, secondo quella ermeneutica della continuità più volte richiamata dal Magistero.
Come scrivevo anche nel mio precedente intervento, se questo lavoro non parte con decisione dalla Gerarchia, in modo non belligerante o polemico, dovrebbero essere teologi, pastori e fedeli a sollecitarlo con rispetto, competenza e autentico amore alla Chiesa, affinché vengano approfonditi con rigore proprio quei passaggi che hanno favorito interpretazioni divergenti o applicazioni discutibili e scandalosi.
Credo che sia ormai giunto il tempo di offrire un chiarimento autorevole che aiuti sia i cosiddetti tradizionalisti sia coloro che vengono definiti modernisti a riconoscere con maggiore precisione quale sia la genuina dottrina cattolica, che il Vaticano II non ha né inteso né potuto alterare.
È vero che il Catechismo della Chiesa Cattolica ha già compiuto un’opera straordinaria di sintesi e di interpretazione autentica. Papa Leone vi ha tentato con le catechesi del mercoledì, ma credo che non sia bastato. Tuttavia, poiché ancora oggi si continua a richiamare alcuni testi conciliari per sostenere letture contrastanti, forse non sarebbe fuori luogo un ulteriore documento esplicativo, sul modello della Dominus Iesus, che riaffermi con chiarezza il senso autentico dei punti maggiormente controversi.
Una simile opera non sarebbe una sconfessione del Concilio, ma il suo corretto inserimento nella continuità del Magistero di sempre. E credo che sarebbe un grande servizio alla verità, all’unità della Chiesa e alla pace delle coscienze.
Caro don Pietro Paolo
anche quando vorrei essere contrario finisco con l’appoggiare i suoi suggerimenti.
Vorrei peò ricordarle che la messa Novus ordo è stata sottoposta alla regia di un certo BUGNINI, cardinale iscritto alla massoneria e per questo spedito da Paolo VI in Iran (non negli USA o in Argentina).
Non bisogna dimenticarlo
Caro Torquemada,
la ringrazio del suo intervento.
Mi permetto anzitutto una precisazione storica: mons. Annibale Bugnini non era cardinale, ma arcivescovo. Quanto alla sua presunta appartenenza alla massoneria, siamo di fronte a una tesi che da decenni circola con insistenza, soprattutto sul web, ma che non è mai stata suffragata da prove storiche definitive. È bene, quindi, distinguere i fatti documentati dalle ipotesi e dalle ricostruzioni che, a forza di essere ripetute, finiscono talvolta per essere scambiate per certezze.
Detto questo, il punto decisivo non è Bugnini.
La riforma liturgica non è stata promulgata da Bugnini, ma da san Paolo VI, Vicario di Cristo, nell’esercizio della sua autorità apostolica. Nella Chiesa cattolica la potestà di stabilire e promulgare la liturgia universale appartiene al Romano Pontefice, non ai collaboratori, alle commissioni o ai consulenti che possono aver preparato gli schemi.
Anche ammettendo, per pura ipotesi, che qualche collaboratore abbia esercitato un’influenza maggiore di quanto fosse opportuno, questo non annullerebbe né la validità né l’autorità di un atto pontificio. La Sacra Scrittura ci mostra che Dio si è servito perfino dell’asina di Balaam per trasmettere un suo messaggio. Nessuno, però, ha mai pensato di invalidare il messaggio divino perché lo strumento era un’asina. Così anche nella Chiesa ciò che conferisce autorità a una legge universale non è la perfezione di chi ha collaborato alla sua preparazione, ma l’autorità di colui al quale Cristo ha affidato il governo della sua Chiesa.
Se domani un Papa ritenesse opportuno rivedere alcuni aspetti del Messale, recuperare elementi della Tradizione o correggere formulazioni che, nella prassi, si sono prestate ad abusi, fraintendimenti o interpretazioni discutibili, avrebbe piena autorità per farlo. Anzi, sarebbe nel pieno esercizio del ministero petrino. (Credo che sarebbe salutato con grande gioia di moltissimi il ripristino nella liturgia del Padre nostro nella traduzione originale e non in un interpretazione molto discutibile. Ma credo che si vuole fare passare del tempo).
In ogni caso, Ma questa autorità compete a lui soltanto.
Possiamo certamente studiare, discutere, proporre e persino auspicare una revisione di alcuni testi o rubriche, affinché siano eliminate eventuali ambiguità e valorizzati maggiormente quegli elementi della Tradizione che il tempo ha mostrato opportuno recuperare. Questo è un legittimo servizio alla Chiesa. Non è invece legittimo dichiarare illegittima una liturgia promulgata dal Romano Pontefice o sostituire il proprio giudizio a quello del Successore di Pietro.
Su questo punto valgono sempre le parole del Signore rivolte a Pietro: «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). E ancora: «A te darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).
Quando Pietro esercita ciò che rientra nella sua missione di custodire, governare e regolare la vita della Chiesa, compresa la disciplina liturgica, il cattolico è chiamato all’obbedienza ecclesiale. Questa obbedienza non esclude il desiderio di un continuo perfezionamento, ma impedisce di trasformare una legittima discussione teologica in una contestazione dell’autorità che Cristo stesso ha affidato al Principe degli Apostoli.
È proprio perché amiamo la Tradizione che dobbiamo custodire anche il principio cattolico dell’autorità. Diversamente, finiremmo per fare della Tradizione un criterio contrapposto al Papa, mentre la vera Tradizione vive proprio nella Chiesa gerarchica fondata da Cristo su Pietro.
Allora anche il cardinale Slipyj è di fatto scomunicato ???
Vedi link
https://www.aldomariavalli.it/2026/05/08/verso-le-consacrazioni-della-fsspx-il-1-luglio-a-econe-lo-stato-di-necessita-e-il-caso-del-cardinale-slipyj-1977/
Umberto,
L’articolo che lei indica è documentato, ben scritto e pone una questione storica interessante, che merita certamente attenzione. Tuttavia, credo che la conclusione cui giunge non sia dimostrata dai fatti che espone.
È vero che il cardinale Josyf Slipyj consacrò alcuni vescovi senza mandato pontificio e che non fu colpito da una sanzione pubblica. Ma da questo non discende automaticamente che il suo caso costituisca un precedente applicabile alla Fraternità San Pio X.
Anzitutto, Slipyj era il capo di una Chiesa cattolica orientale, reduce da quasi vent’anni di gulag, con una gerarchia praticamente annientata dal comunismo e una disciplina canonica propria, diversa da quella della Chiesa latina. Lo stesso autore dedica molte pagine a spiegare questa specificità. Se però il caso è così particolare, proprio per questo difficilmente può essere assunto come paradigma generale.
Inoltre, lo stato di necessità invocato da Slipyj era oggettivo e materiale: vescovi morti, imprigionati o deportati, una Chiesa costretta alla clandestinità e privata della propria guida. La FSSPX, invece, invoca uno stato di necessità di natura dottrinale ed ecclesiale, che la competente autorità della Chiesa non ha mai riconosciuto. Le due situazioni, quindi, non coincidono.
L’argomento centrale dell’articolo è però un altro: Paolo VI non sanzionò Slipyj. Ma anche questo dato, preso da solo, non basta a dimostrare ciò che l’autore vorrebbe dimostrare. L’assenza di una pena non equivale a una dichiarazione di liceità. Le ragioni del Papa possono essere state molteplici: prudenza pastorale, l’immenso prestigio morale del cardinale, la delicatissima situazione politica dell’Ucraina, la particolare disciplina delle Chiese orientali o semplicemente l’opportunità di non aggravare ulteriormente una vicenda già drammatica. Trasformare un silenzio disciplinare in un principio canonico universale è un passaggio che le fonti non consentono.
Vi è poi una differenza ecclesiologica che l’articolo tende a minimizzare. Slipyj non contestò mai il primato del Romano Pontefice, non costruì una struttura alternativa alla Chiesa, non sviluppò una critica sistematica del magistero conciliare né presentò la propria azione come una correzione della Chiesa universale. Le sue tensioni con Paolo VI nacquero all’interno della comunione ecclesiale e in difesa di una Chiesa martire, non dalla convinzione che Roma avesse smarrito la fede.
Per questo motivo ritengo che il caso Slipyj possa certamente invitare a riflettere sulla complessità delle vicende canoniche e pastorali, ma non costituisca la prova che le consacrazioni della FSSPX siano giuridicamente o ecclesiologicamente assimilabili alle sue.
Alla fine, il ricorso a Slipyj dice molto meno sulla sua vicenda di quanto dica sulla debolezza dell’argomento di chi lo invoca. Quando si è costretti a cercare un precedente eccezionale, irripetibile e legato a una persecuzione comunista per giustificare una scelta odierna, forse è proprio la prova che un vero precedente… non c’è.
Certo non si tratta di rinnegare Francesco . Si tratta di potersi svegliare da un incubo durato
12 anni
. Per il resto è un articolo ben concepito semplice e diretto , bravo
Caro Ovidio, purtroppo i sostenitori di Traditionis Custodes sostengono che, tornare indietro, vorrebbe dire rinnegare e sconfessare l’operato di Bergoglio. Per quanto il mio giudizio sul pontificato bergogliano sia profondamente critico, non si tratta qui di riconfermare o rinnegare Francesco ma salvare l’unità della Chiesa, riparando ad un errore che il papa precedente ha compiuto sotto pressione dei settori più progressisti della Chiesa e del segretario di Stato Parolin, e contro l’allora Prefetto della Dottrina della Fede Ladaria Ferrer che non voleva andare allo scontro con i tradizionalisti, e ripristinare una serena convivenza come fece a suo tempo San Giovanni Paolo II dopo aver scomunicato Lefebvre
Voglio manifestare il mio pieno supporto alla Fraternità, in questa circostanza: NON POTEVANO FARE DIVERSAMENTE!
Per quanto riguarda la scomunica, è ovviamente inefficace perché proveniente da eretici (per una dissertazione sul punto, cf. https://www.lifesitenews.com/analysis/leo-xiv-cant-excommunicate-the-sspx-or-its-bishops-heres-why/?utm_source=digest-2026-07-01&utm_medium=email ).
Una sola cosa rimprovero alla FSSPX: la distanza che hanno sempre ostentato verso altre realtà che pure sostengono tesi sostanzialmente coincidenti.
“Ora è più che mai necessario che come Giovanni Paolo II, anche Leone rimetta mano alla regolamentazione del Vetus ordo”.
Caro Mascarucci, si rende conto dell’abisso che separa la FSSPX dalla lobby sanpietrina woke-filosodomita-mondialista?
Si rende conto che il Vetus Ordo e tutto l’apparato dottrinale che lo correda è la NEGAZIONE
del corso bergoglian-prevostiano?
Ce lo vede un giubileo lgpt con una celebrazione del Vetus Ordo?
Ha mai avuto notizie di degenerazioni al limite del ridicolo causate dal Vetus Ordo, come invece è
accaduto – e accade – con il novus ordo (e il bello deve ancora venire con gli lgpt che premono?).
Perché vuol continuare ad illudersi?
Davvero crede nella possibilità di un compromesso che vedrebbe la conciliazione
di tutto e il contrario di tutto?
Tempo perso, amico mio! (Infatti Mascarucci non lo leggo più).
Fa parte di quella che il grande Chris Jackson chiama “Trad. Inc.”, cioè la falange di quelli che criticano, argomentano, cavillano, ma NEI FATTI si prestano ad essere complici degli eretici di Roma.