La Terribile Visione Profetica di Leone XIII si Compie nella Chiesa di Oggi. Mons. Carlo Maria Viganò.

 

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione l’omelia pronunciata dall’arcivescovo Caro Maria Viganò in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo. Buona lettura e condivisione.

§§§

 

DILIGIS ME?

nella festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

 

 

Si diligis me, pasce oves meas.

Non enim pascit oves qui non diligit Christum.

Mercenarius est qui non diligit, sed suum quærit,

non quæ Jesu Christi.

 

Se mi ami, pasci le mie pecore.

Infatti non pasce le pecore chi non ama Cristo.

È un mercenario chi non ama, ma cerca il proprio interesse,

non quello di Gesù Cristo.

 

Sant’Agostino

 

 

Con la solennità odierna dei Santi Apostoli Pietro e Paolo la Santa Chiesa ci pone dinanzi al mistero tremendo del mandato affidato da Nostro Signore al Principe degli Apostoli. A riparazione del triplice rinnegamento nel Pretorio, Egli chiede a Simon Pietro una triplice professione di amore, dopo essere apparso ai discepoli sul lago di Tiberiade. Mi ami tu? Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore (Gv 21, 15-19). È su queste parole del Maestro — insieme a quelle pronunciate a Cesarea di Filippo, Tu sei Pietro (Mt 16, 17-18) che si fonda il Papato cattolico.

 

Il Signore edifica la Sua Chiesa su Pietro, ordinandogli di pascere il Suo gregge, di amare il Suo Corpo Mistico e il suo Capo Divino dello stesso amore soprannaturale — la Carità — che è senza condizioni e che giunge a dare la vita per gli amici (Gv 15, 13). Un mandatum intrinsecamente eroico, che fa di Pietro e dei suoi Successori i legittimi Vicari di Cristo in terra; e che per le implicazioni che comporta nel governo della Chiesa e nella salvezza delle anime richiede, come imprescindibile condizione, l’unione coerente della Verità e della Carità. Tanto è il potere dato da Dio a un uomo, tanta la potestà regale e sacerdotale che Cristo riversa nel Papato. E quanto più il Sommo Pontefice si distingue per la propria individualità — il papa buono, il papa del sorriso, il papa globe-trotter, il papa teologo, il papa delle periferie — tanto meno echeggia la voce del Maestro nelle sue parole.

 

Oggi l’ordine che il divino Legislatore ha voluto dare al Papato Romano e alla Sua Chiesa è sovvertito proprio da chi siede ai vertici dell’istituzione. Il tradimento non è dissimulato, ma ostentato senza ritegno, nella folle convinzione di avere ormai raggiunto lo scopo, di essere a poca distanza dallo sciagurato traguardo della dissoluzione della Chiesa Cattolica, per sostituirla con un’entità di matrice massonica asservita all’Anticristo. Ubi sedes beatissimi Petri, et Cathedra veritatis ad lumen gentium constituta est — scriveva papa Leone XIII nel suo Esorcismo — ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ; ut, percusso pastore, et gregem disperdere valeant. Dove il Signore ha posto la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità per illuminare i popoli, lì i Suoi nemici hanno posto il trono dell’abominazione e della loro empietà, perché dopo aver colpito il Pastore, possano disperdere il Gregge.

 

Le parole profetiche della visione di Leone XIII possono aver lasciato forse sgomenti e increduli i contemporanei di quel Papa, e così è stato fino a Pio XII. Ma cent’anni dopo, esse si rivelano tanto inquietanti quanto precise, e completano il monito della Vergine Santissima a La Salette: Roma perderà la fede e diverrà la sede dell’Anticristo. E cos’è questa, se non l’abominazione della desolazione di cui parlano il Profeta Daniele (Dan 9, 27; 11, 31; 12, 11) e lo stesso Vangelo (Mt 24, 15 e Mc 13, 14)? Cos’è, se non la desolazione della Città santa (Ap 11,2) e la Grande Meretrice (Ap 17, 1-18), seduta sui sette colli, ubriaca del sangue dei Santi, che simboleggia ogni forma di apostasia e di falsa religione che si allea con il potere politico contro la Chiesa?

 

Chi se non la sede dell’Anticristo e il trono dell’abominazione fulminerebbe la scomunica a quei Vescovi che non intendono avvallare il tradimento di Roma e che denunciano la rivoluzione conciliare da oltre sessant’anni? Potremmo mai concepire, come Cattolici, che sia un Papa, un Vicario di Cristo, a comminare sanzioni canoniche a chi impugna le eresie del Vaticano II? E che l’intero Episcopato avvalli e incoraggi deviazioni dottrinali e morali, anziché contrastarle energicamente?

 

Una stolida miopia induce molti conservatori a rifugiarsi nella casistica di manuali scritti e pensati in tempi di normalità, cercandovi la soluzione ad una crisi unica, biblica, apocalittica, escatologica; e ad escludere categoricamente che un eretico non decada dal Papato, e che gli ci si possa appena resistere, riconoscendogli autorità e potestà. Essi non comprendono che la promessa del divino Redentore a San Pietro — Portæ inferi non prævalebunt — presuppone comunque un conflitto tremendo in cui la Sinagoga di Satana sembrerà prevalere, e la Chiesa Cattolica verrà data per morta. Presuppone un’apostasia generale che riguarda non solo gli agnelli — ossia i neofiti e i Cattolici fragili e insicuri — ma l’intero gregge, con i suoi pastori sostituiti dolosamente da mercenari e lupi feroci. Ed è tremendamente vero: le potenze dell’inferno certamente non prevarranno contro la Chiesa di Cristo, ma dimostrano di aver già conquistato un’altra chiesa – anzi un’altra religione – che si vuole fondata non su Pietro, ma su una reinterpretazione ecumenica e sinodale del Papato alla luce del documento bergogliano “Il Vescovo di Roma. Primato e Sinodalità nei dialoghi ecumenici e nelle risposte all’enciclica Ut unum sint”.

 

Quando Simone fece la propria professione di fede – Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) – il Signore gli rispose subito dopo: Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli (ibid., 17). La Verità appartiene a Dio, e solo chi pensa e agisce secondo Dio parla con le parole di Verità. Per questo Pietro è beato. Ma è anche homo peccator per sua stessa ammissione (Lc 5, 8), meritevole di essere trattato dal Signore come il tentatore nel deserto: Via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! (Mt 16, 23). E il primo modo di pensare secondo gli uomini è rifiutare la Croce: Signore, non ti accada mai una cosa del genere! (Ibid., 25).

 

Ma non è appunto “pensare secondo gli uomini” e contraddire la Croce e il Sacrificio redentore di Nostro Signore, affermare che tutte le religioni sono sentieri che conducono a Dio? Non è “pensare secondo gli uomini” affermare con Amoris Lætitia che la morale si deve adattare alle voglie degli uomini, e che con Fiducia Supplicans la Chiesa deve ratificare i vizi più turpi, anziché additare alle anime la via stretta che conduce al Cielo? Non è vanificare la Passione di Nostro Signore sostenere una fratellanza universale che prescinde dalla paternità divina in Cristo?

 

La Chiesa è santa e indefettibile, certamente. Santa e indefettibile è la Cattedra del Beatissimo Pietro. Ma l’indefettibilità di chi è investito del Supremo Pontificato non è una sorta di “pilota automatico” che costringe il Pontefice a fare e dire ciò che vuole Nostro Signore. Il libero arbitrio gli consente di rispondere ed assecondare l’azione della Grazia di stato, ma anche di sottrarsi ad essa, rifiutandosi di compiere la volontà di Dio e usurpando la Sua sacra autorità per lo scopo opposto a quello stabilito da Gesù Cristo. Ciò rende odiosa l’autorità dei Vescovi che pretendono dai fedeli un’obbedienza che è buona e legittima solo se chi la esercita è a sua volta sottomesso ed obbediente al Capo del Corpo Mistico, Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Fare dell’obbedienza un idolo — trasformare cioè in fine un mezzo ordinato — rappresenta un abuso intollerabile da parte di chi pretende dai sudditi un assenso acritico e servile, proprio nel momento in cui si sottrae alla suprema autorità di Dio e si arroga il diritto di decidere cosa del Depositum fidei meriti di essere conservato e cosa possa essere modificato. La sinodalità — così come formulata da Prevost nei suoi molteplici interventi — crea la base dottrinale alla rivoluzione permanente che porterà il Vaticano II alle sue estreme conseguenze, ovvero alla dissoluzione dell’edificio cattolico per come lo conosciamo — l’ennesima battaglia vinta dalle porte degli Inferi, in una guerra in cui alla fine esse non prevarranno, in cui alla fine il Cuore Immacolato trionferà, in cui alla fine l’Anticristo sarà ucciso da San Michele Arcangelo, in cui alla fine Nostro Signore precipiterà Satana nell’abisso. Alla fine. E nel frattempo, mentre i codardi consegnano le armi e si arrendono al nemico, altri conseguono la vittoria finale sotto le insegne di Cristo Re.

 

Chi non deplorerebbe un generale che, avendo le armi e le truppe per sconfiggere l’avversario, deliberatamente ne impedisse l’uso, abbandonasse a se stessi i soldati e lasciasse saccheggiare e devastare la fortezza dopo averne spalancato le porte altrimenti inviolabili? Come lo si potrebbe considerare legittimo rappresentante di un sovrano, che ha tradito in tutto e al quale nega i titoli regali per compiacere i suoi nemici?

 

Riconoscere legittimità a chi usurpa il Papato per demolirlo e distruggere con esso la Chiesa, trasforma il Pontificato in un monstrum autoreferenziale, lo trasforma nel trono dell’abominazione e di ogni empietà – secondo le parole di Leone XIII. E contraddice la Sacra Scrittura, dal momento che Nostro Signore stesso, per riammettere Pietro nel ruolo che con il rinnegamento aveva perduto, gli ha chiesto una triplice professione di Fede e di Carità. Se l’apostasia dei lapsi in tempi di persecuzione poteva comportare la loro esclusione dal corpo ecclesiale e una severa penitenza a vita, quale penitenza dovrebbe essere imposta a Papi e Vescovi che e tradiscono il Mandato ricevuto e apostatano dalla Fede Cattolica?

 

La Fraternità San Pio X fa benissimo ad appellarsi allo stato di necessità per conferire le Consacrazioni episcopali senza il mandato papale. E se oggi il loro venerato Fondatore fosse ancora tra noi, di sicuro egli considererebbe queste Consacrazioni come indispensabili non solo alla sopravvivenza della Fraternità, ma anche e soprattutto alla difesa – per tutta la Chiesa – del Depositum Fidei, del Sacerdozio e della Messa Cattolica, garantendo una Successione Apostolica non inficiata da riti dubbi e da dottrine ereticali. Sarebbe infatti ben poco cattolico avere maggior sollecitudine per il proprio Istituto che non per l’intero corpo ecclesiale; e lo stato di necessità invocato per il bene delle anime perderebbe legittimità, se dovesse riguardare solo la salus Fraternitatis.

 

Se già all’epoca di Giovanni Paolo II l’Arcivescovo Lefebvre denunciava le deviazioni conciliari, oggi egli non potrebbe non denunciare con maggior forza l’apostasia sinodale. Cedere alle minacce o alle lusinghe di Roma si è già dimostrata una scelta rovinosa e perdente: lo sanno bene i transfughi della Fraternità San Pietro, per i quali le promesse fatte prima che abbandonassero Ecône sono state in gran parte disattese.

 

Dopo Traditionis Custodes — tuttora in pieno vigore — sarebbe ancor più sconsiderato dar seguito all’invito che il cardinale Müller ha lanciato al Concistoro di questi giorni: replicare il meccanismo ricattatorio del Motu Proprio Ecclesia Dei che concede libertà liturgica in cambio dell’addomesticamento dottrinale e morale al Vaticano II e alla sua versione sinodale.

 

Ancora una volta la quinta colonna del neomodernismo rappresentata dal conservatorismo ratzingeriano di alcuni ben noti Porporati impone l’accettazione del Concilio e della Messa montiniana come condicio sine qua non della comunione ecclesiastica, facendo eco a Leone che proprio pochi giorni fa ha riconosciuto come la minacciata scomunica alla Fraternità San Pio X non sia motivata da una questione canonica, quanto da una ragione dottrinale non negoziabile: l’accettazione del Vaticano II e della via sinodale. Tutto questo ti darò, se prostrato accetterai il Vaticano II e il Novus Ordo.

 

Sant’Agostino così commenta le parole del Vangelo: Si diligis me, pasce oves meas. Non dixit: Pasce tuas, sed meas. Pasce ergo meas, si me diligis: non sicut tuas, sed sicut meas. Quære in eis gloriam meam, non tuam; dominium meum non tuum; lucra mea, non tua. Se mi ami, pasci le mie pecore. Non ha detto: Pasci le tue, ma le mie. Pasci dunque le mie, se mi ami: non come se le considerassi tue, ma come mie. Cerca in esse la mia gloria, non la tua, la mia signoria, non il tuo dominio; le anime che ho riscattato, non il tuo vantaggio personale.

 

Preghiamo, fratelli carissimi, per la Santa Chiesa. Preghiamo e prepariamoci a combattere per lei, affrontando i nemici che vi si sono infiltrati e che oggi ne tengono il timone dirigendo la Barca di Pietro verso gli scogli. Sosteniamo pubblicamente quanti conducono questa battaglia con coraggio, spesso venendone perseguitati e ostracizzati. Non smettiamo di proclamare il Vangelo nella sua interezza, perché il silenzio di tanti, troppi pavidi finisce con l’essere complicità e non suona molto diverso dal rinnegamento di Pietro: Non lo conosco. Ci accompagnino in questo tempo di prova e di disvelamento i Principi degli Apostoli, in onore dei quali offriamo alla Maestà divina la Vittima immacolata. Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum. Amen.

 

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

 

 

Viterbo, 29 Giugno MMXXVI

Ss.rum Petri et Pauli Apostolorum

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3 commenti su “La Terribile Visione Profetica di Leone XIII si Compie nella Chiesa di Oggi. Mons. Carlo Maria Viganò.”

  1. caro Mons. Viganò, ma di cosa stiamo parlando.
    Ha riconosciuto l’ivalidità del concistoro del 2013 ma ci ingannò tutti dicendo che Bergoglio era il Papa. Mah!!!
    Ci spieghi il rapporto che avuto con il diacono Jorge Sonnante nella deep church…magari quello che afferma il diacono sono tutte favole, io cito solo.

    Saluti e dica la verità
    Francesco

  2. Don Pietro Paolo

    Mons. Viganò apre la sua riflessione con una pagina evangelica tra le più alte del Nuovo Testamento: «Simone di Giovanni, mi ami tu?… Pasci i miei agnelli… Pasci le mie pecore». È un testo che richiama ogni Papa, ogni vescovo e ogni sacerdote alla responsabilità di amare Cristo prima ancora di guidare il suo gregge. Su questo non si può che concordare.

    Condivido anche la convinzione che il ministero petrino non sia un potere mondano, ma un servizio che esige fedeltà alla verità, umiltà, sacrificio e disponibilità a dare la vita per Cristo. La storia della Chiesa dimostra che i Papi non sono immuni da limiti personali, errori prudenziali o decisioni discutibili. Nessun cattolico serio ha mai sostenuto il contrario.

    Il problema nasce quando da questa premessa si passa a sostenere che Roma abbia perduto la fede, che il Papato sia divenuto il trono dell’Anticristo, che il Concilio Vaticano II rappresenti una rivoluzione ereticale e che l’intero episcopato cattolico sia sostanzialmente complice dell’apostasia. È qui che il discorso esce dall’ambito della critica ecclesiale per entrare in una visione incompatibile con la dottrina cattolica sulla Chiesa.

    Cristo non ha promesso che ogni Papa sarebbe stato impeccabile, né che ogni scelta pastorale sarebbe stata perfetta. Ha promesso però che la sua Chiesa sarebbe rimasta fondata su Pietro e che le porte degli inferi non avrebbero prevalso contro di essa. Questa promessa non riguarda la santità personale del Pontefice, ma la permanenza della Chiesa come realtà visibile, gerarchica e apostolica.

    Se ogni volta che un Papa compie atti discutibili o pubblica documenti controversi si conclude che ha perso il Papato o che è divenuto strumento dell’Anticristo, il criterio ultimo della comunione ecclesiale non è più Cristo che parla attraverso la Chiesa, ma il giudizio soggettivo del singolo fedele. È esattamente questo il rischio che percorre tutto il testo di mons. Viganò.

    Anche su Fiducia supplicans occorre evitare sia l’apologetica acritica sia la polemica assolutizzante. Il documento afferma chiaramente di non voler modificare la dottrina cattolica sul matrimonio, che resta quella di sempre: l’unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna. Sarebbe quindi inesatto sostenere che la Chiesa abbia cambiato il proprio insegnamento.

    Allo stesso tempo, non si può negare che il documento presenti una tensione interna. Da una parte ribadisce la dottrina tradizionale; dall’altra introduce la possibilità di benedizioni pastorali rivolte a coppie che vivono in situazioni oggettivamente irregolari. Pur precisando che non si tratta di una benedizione dell’unione né di una sua equiparazione al matrimonio, il rischio di confondere la benedizione delle persone con quella della loro situazione concreta è apparso evidente a molti pastori e teologi.

    Le differenti applicazioni adottate dalle Conferenze Episcopali dimostrano che la questione non è immaginaria. Alcune hanno accolto il documento, altre ne hanno limitato fortemente l’applicazione, altre ancora hanno preferito non applicarlo per evitare scandalo e disorientamento nei fedeli. Ciò conferma che esistono reali problemi pastorali e comunicativi, che meritano di essere affrontati con chiarezza.

    Per questo una critica rispettosa e teologicamente argomentata è pienamente legittima. Ma altra cosa è trasformare tali difficoltà nella prova che Roma abbia perso la fede o che il Papa sia divenuto il capo di un’altra religione. La storia della Chiesa conosce documenti pastorali, decisioni disciplinari e persino formulazioni poco felici che hanno richiesto chiarimenti successivi. Nessuno di questi casi ha mai autorizzato a dichiarare decaduta la Sede di Pietro.

    Lo stesso vale per il Concilio Vaticano II. Alcuni suoi testi possono essere discussi nella loro interpretazione, e non pochi studiosi hanno chiesto chiarimenti su alcuni passaggi. Ma una cosa è chiedere precisazioni; altra è affermare che un Concilio ecumenico approvato dal Romano Pontefice abbia ufficialmente insegnato l’eresia. Questa conclusione non appartiene alla fede cattolica.

    Ancora più problematica è l’approvazione delle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio come soluzione ordinaria alla crisi. Lo stato di necessità non può diventare un principio permanente che svuoti di fatto il primato di Pietro. Diversamente, ogni gruppo ecclesiale potrebbe appellarsi a una propria valutazione della crisi per giustificare atti contrari alla costituzione gerarchica della Chiesa. Sarebbe la fine dell’unità visibile voluta da Cristo.

    Vi è poi una contraddizione difficilmente superabile. Mons. Viganò richiama continuamente Sant’Agostino e il Vangelo di Giovanni per affermare che il pastore deve amare Cristo e pascere le sue pecore. Ma se il Successore di Pietro viene dichiarato usurpatore, se Roma diventa la sede dell’Anticristo e se la quasi totalità dei vescovi viene considerata apostata, allora non resta più la Chiesa visibile fondata da Cristo, ma soltanto una minoranza che si autodefinisce l’unica fedele. Questa, però, non è l’ecclesiologia cattolica.

    La storia dimostra che la Chiesa ha attraversato crisi ben più gravi: eresie dilaganti, papi moralmente indegni, scismi, persecuzioni, confusioni dottrinali. Eppure nessun santo ha mai sostenuto che la Chiesa di Cristo fosse ormai un’altra religione o che il Papato fosse divenuto il trono dell’Anticristo.

    San Pietro stesso ha rinnegato il Signore, è stato corretto pubblicamente da san Paolo ad Antiochia ed è rimasto un uomo fragile fino alla fine della sua vita. E tuttavia Cristo non gli ha revocato il mandato. Gli ha chiesto una sola cosa: «Mi ami tu?». Su quell’amore, e non sulla perfezione personale di Pietro, Cristo ha continuato a edificare la sua Chiesa.

    Per questo il vero significato del «Diligis me?» non consiste nel cercare ogni giorno le prove che il Papa non sia più Papa, ma nel ricordare a ogni pastore che l’autorità nella Chiesa è autentica solo quando nasce dall’amore per Cristo e conduce a Lui. La risposta cattolica alla crisi non è costruire una Chiesa alternativa, ma amare abbastanza la Chiesa da rimanervi dentro, soffrendo per le sue ferite, correggendo gli errori quando necessario, senza mai spezzare quella comunione visibile che Cristo stesso ha voluto fondare su Pietro.

    1. Buongiorno . Quando leggo gli interventi di don Pierino Paolo , lunghi e noiosi , penso sempre che voglia prenderci in giro.,. Per non usare l’altra espressione più comune…
      Unica consolazione è che nessuno lo legge fino in fondo per noia , pensando che un” SOFISTA” come lui dovrebbe scrivere su Avvenire piuttosto . Grazie don Pierino

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