Le questioni e i problemi relativi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) sono stati oggetto di un dibattito in gran parte infruttuoso per oltre 50 anni e sono ora culminati nelle consacrazioni episcopali annunciate, che non sono ancora state approvate dalla Santa Sede. La discussione è stata alimentata dalle emozioni – spesso letteralmente cum ira et studio – ed è frequentemente condotta da individui che non hanno familiarità diretta con i documenti pertinenti o esperienza personale della FSSPX. In molti casi, la loro conoscenza è superficiale e influenzata da pregiudizi. Di conseguenza, il dibattito assomiglia spesso a un dialogo tra sordi, in cui gli stessi argomenti vengono ripetuti all’infinito senza alcun progresso significativo.
Inoltre, il dibattito elude in gran parte la questione centrale sollevata dalla FSSPX. Questa lacuna deriva da un errore metodologico fondamentale e dalla mancanza di una giustificazione basata sui fatti riguardo alle ambiguità dottrinali e liturgiche oggettive che sono al centro della controversia. In sostanza, il conflitto ruota attorno alla questione della verità.
— L’articolo continua sotto la petizione —
PETIZIONE: Appello urgente a Papa Leone XIV affinché sostenga la Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Il primo errore consiste nel trattare un concilio pastorale – in questo caso, il Concilio Vaticano II – come se fosse interamente dogmatico, presumendo che tutte le sue affermazioni debbano essere considerate definitivamente proposte e vincolanti per tutti i cattolici. Chi agisce in tal modo trascura il fatto che Paolo VI stesso affermò: «C’è chi si chiede quale autorità, quale qualificazione teologica il Concilio intendesse dare ai suoi insegnamenti, sapendo che ha evitato di emanare solenni definizioni dogmatiche che coinvolgessero l’infallibilità del Magistero ecclesiastico. La risposta è nota a chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare, in modo straordinario, dogmi dotati di nota di infallibilità» (Udienza generale, 12 gennaio 1966). Ciò vale anche per le due costituzioni “dogmatiche” del Concilio, Dei Verbum e Lumen gentium , poiché l’aggettivo “dogmatico” possiede un significato più ampio e non si limita ai dogmi intesi come insegnamenti dotati di infallibilità.
Tra gli altri 20 concili ecumenici, si trovano numerose dichiarazioni e documenti pastorali o disciplinari che oggi non sono più applicabili (ad esempio, il decreto del Concilio Lateranense IV che afferma: “Se un signore temporale trascura di purificare il suo territorio dalla sporcizia eretica, sarà vincolato dal vincolo della scomunica”), così come dichiarazioni dottrinali non definitive (ad esempio, sulla materia e la forma del sacramento dell’Ordine sacro del Concilio di Firenze) che sono state successivamente corrette dal Magistero della Chiesa. Non si può assolutizzare ogni concreta forma storica di leadership della Chiesa, perché così facendo si eliminerebbe la necessaria distinzione tra, da un lato, le immutabili e durature verità della fede ( Depositum Fidei ) e, dall’altro, le diverse modalità con cui tali verità vengono trasmesse (ad esempio, una dichiarazione pastorale, una dichiarazione dottrinale non definitiva o una definizione ex cathedra), ognuna delle quali ha un diverso grado di autorità e forza vincolante.
Oggi, tuttavia, per essere in piena comunione con la Santa Sede, è necessario accettare quelle affermazioni e quegli insegnamenti del Concilio Vaticano II che sono pastorali e certamente non definitivi nella loro natura magisteriale. Ciò solleva un interrogativo importante: perché l’accettazione incondizionata dei testi del Vaticano II viene presentata come una conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, mentre non esiste un requisito analogo per quanto riguarda gli insegnamenti pastorali, disciplinari o non definitivi dei 20 Concili Ecumenici precedenti?
Tra gli insegnamenti non definitivi del Concilio Vaticano II, ve ne sono diversi – in particolare quelli riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la collegialità – le cui formulazioni sono ambigue e difficili da conciliare con le dottrine insegnate in modo coerente dal Magistero dall’epoca dei Padri della Chiesa fino al periodo immediatamente precedente il Concilio.
Si pone inoltre la questione delle carenze rituali e dottrinali del Novus Ordo Missae . Tali preoccupazioni non possono più essere liquidate con leggerezza, come dimostra, ad esempio, la testimonianza dell’Archimandrita Bonifacio Luykx nel suo libro “A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor” (Angelico Press, Brooklyn, NY, 2025). I difetti del Novus Ordo Missae restano oggetto di seria discussione e non possono essere semplicemente ignorati. Ciononostante, la Santa Sede chiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare non solo la validità, ma anche la legittimità e la bontà della riforma liturgica introdotta dal Novus Ordo Missae .
La risoluzione della questione della Fraternità Sacerdotale San Pio X è ostacolata non solo dalla riluttanza ad affrontare, con onestà intellettuale, le questioni dottrinali di fondo e a riconoscere l’esistenza di ambiguità dottrinali che necessitano di correzione, ma anche da una mentalità malsana che si è sviluppata all’interno della Chiesa negli ultimi secoli: ovvero, il primato del legalismo o positivismo giuridico, unitamente a un eccessivo papalcentrismo che rasenta la quasi divinizzazione sia dell’ufficio che della persona del Papa.
Queste esagerazioni moderne distorcono e limitano la vita della Chiesa, subordinando il primato della purezza e della chiarezza della fede e della liturgia alle esigenze del legalismo e del papatocentrismo, un fenomeno estraneo ai Padri della Chiesa e alla grande tradizione. In questa forma esagerata di papatocentrismo, il Papa e il suo magistero, anche quando non sono strettamente dogmatici o definitivi, tendono ad essere trattati come se possedessero un carattere assoluto e quasi divino. Il clima ecclesiale è stato spesso plasmato, almeno implicitamente, da presupposti che si avvicinano a tali atteggiamenti.
La maggior parte dei commentatori sulla controversia in corso relativa alle consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane, spesso inconsapevolmente, influenzata dagli eccessi di legalismo e dall’esagerato papalcentrismo che caratterizzano gran parte della vita ecclesiale contemporanea. La legge secondo cui le consacrazioni episcopali effettuate senza autorizzazione papale – o contrarie alla volontà espressa del Papa – costituiscono un atto scismatico, era estranea all’epoca dei Padri della Chiesa. Infatti, questa legge è entrata in vigore solo nel secondo millennio. Il canone 1387 del Codice di Diritto Canonico del 1983, che proibisce la consacrazione di un vescovo senza mandato pontificio, è classificato tra le “offese contro i Sacramenti”, piuttosto che tra le “offese contro la fede e l’unità della Chiesa”, dove lo scisma è sanzionato (can. 1364). Se la consacrazione episcopale senza mandato pontificio fosse intrinsecamente scismatica, sarebbe collocata tra le “offese contro l’unità della Chiesa”. Il canone corrispondente nel Codice del 1917 fu ugualmente incluso tra i “Delitti nell’amministrazione e nella ricezione degli ordini e degli altri sacramenti” (Titolo XVI), anziché tra i “Delitti contro la fede e l’unità della Chiesa” (Titolo XI).
Dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha vissuto un clima di generale ambiguità, vaghezza e incertezza riguardo a dottrine importanti come l’unicità di Cristo Redentore, l’unicità della Chiesa cattolica, la struttura monarchica della Chiesa divinamente stabilita (a livello universale e locale) e il carattere sacrificale della Santa Messa. È inequivocabilmente evidente che coloro che hanno detenuto il potere amministrativo nella Santa Sede negli ultimi decenni, e che tuttora lo detengono, esigono dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X come condizione sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, l’accettazione del clima di fatto di ambiguità dottrinale e liturgica e di relativismo, che ha raggiunto il suo apice con l’attuale, estremamente confuso, processo sinodale in tutta la Chiesa. Dal Concilio, con alcuni dei suddetti insegnamenti ambigui, è in corso un processo per istituire, con l’autorità del Romano Pontefice, una cosiddetta “Chiesa del Vaticano II” o “Chiesa conciliare”. Questa tendenza, oggi denominata “Chiesa sinodale”, mira fondamentalmente a essere una religione relativista adattata al mondo. I tentativi di mascherare questa nuova tendenza verso una forma ambigua, relativistica e mondana della Chiesa cattolica attraverso un’ermeneutica della continuità sono disonesti e poco convincenti.
La Santa Sede richiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare dottrine formulate in modo ambiguo e non definitive come conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede e per ricevere la regolarizzazione canonica. Tra queste figurano insegnamenti riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso (inclusa, ad esempio, l’affermazione della Lumen Gentium 16 secondo cui i musulmani, insieme ai cattolici, “adorano l’unico e misericordioso Dio”), la collegialità episcopale (intesa in un modo che sminuisce la struttura monarchica della Chiesa divinamente istituita) e le riforme liturgiche associate al Novus Ordo Missae . La Santa Sede richiede inoltre alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di riconoscere formalmente le dichiarazioni e gli insegnamenti dei Papi post-conciliari che appartengono al cosiddetto magistero autentico e quotidiano. Tra questi, ad esempio, alcune affermazioni contenute in Amoris Laetitia che minano seriamente e addirittura contraddicono la Divina Rivelazione; il permesso formale di Papa Francesco per le persone divorziate e risposate di ricevere la Santa Comunione; e la Dichiarazione sulle benedizioni per le coppie dello stesso sesso, Fiducia Supplicans .
Se si esamina con onestà intellettuale la straordinaria crisi che ha afflitto la Chiesa dal Concilio in poi — insieme alle ambiguità e al relativismo dottrinale, liturgico e pastorale che l’hanno accompagnata — allora l’esistenza e l’attività della Fraternità Sacerdotale San Pio X possono essere viste, in una prospettiva di lungo termine e alla luce della storia bimillenaria della Chiesa, come un’opera della divina provvidenza e come una fonte di aiuto per la Chiesa durante una crisi di portata senza precedenti.
Nella lettura dei recenti documenti pubblicati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Padre Davide Pagliarani, in particolare la Dichiarazione di Fede Cattolica e il suo Messaggio alla Fraternità e ai suoi fedeli (allegati qui di seguito), non si può non notare uno spirito profondamente cattolico, permeato da una vera fede nel primato papale e da una devozione filiale verso la persona del Sommo Pontefice.
Il problema che la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad affrontare non è difficile da comprendere. La Santa Sede richiede che la Fraternità accetti, senza obiezioni sostanziali, alcuni insegnamenti oggettivamente ambigui e non definiti del Concilio Vaticano II, affermazioni ambigue del magistero papale post-conciliare e oggettive lacune dottrinali e rituali nel Novus Ordo . Eppure Dio non ha mai richiesto l’accettazione di dottrine poco chiare o formulate in modo ambiguo, e nel corso della sua storia la Chiesa ha sempre agito di conseguenza.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X considera uno dei suoi scopi essenziali quello di invocare, con parrhesia , un ritorno all’assoluta chiarezza e purezza dottrinale che la Chiesa ha sempre cercato di preservare nel corso dei secoli. In passato, i Pontefici Romani hanno sopportato persecuzioni, martiri e persino scismi piuttosto che tollerare la minima ambiguità nell’espressione della fede. Tra gli esempi più significativi si annoverano il rifiuto del termine ambiguo homoiousios ; il rifiuto dell’Henotikon , che, pur non essendo formalmente eretico, minava la chiarezza della dottrina cristologica e facilitava la diffusione del monofisismo; e il rifiuto delle ambigue formulazioni cristologiche di Papa Onorio I (+638). Diversi Papi condannarono Onorio I postumo, non per eresia, ma per ambiguità dottrinale e per aver favorito la diffusione dell’eresia. L’unità non è, di per sé, il criterio ultimo di verità. La storia della Chiesa conosce numerose situazioni in cui sono esistite tensioni tra la tradizione e l’effettivo esercizio dell’autorità ecclesiastica.
Il fatto stesso che certi insegnamenti del Concilio Vaticano II, unitamente alla riforma liturgica, abbiano dato luogo – e continuino a dare luogo, sia in teoria che in pratica – a un indebolimento della chiarezza dottrinale, obbliga il Papa, seguendo l’esempio di molti dei suoi eroici predecessori, a chiarire e, ove necessario, emendare tali insegnamenti. Ciò deve essere fatto con una rinnovata precisione e chiarezza dottrinale tale da non lasciare spazio ad interpretazioni ambigue o erronee. A questo proposito, il seguente principio, che da tempo guida i Romani Pontefici, rimane più attuale che mai: «In un Sinodo (Concilio) non si può mai tollerare l’ambiguità, la cui gloria principale consiste soprattutto nell’insegnare la verità con chiarezza ed escludere ogni pericolo di errore» (Pio VI, Auctorem fidei ).
La tragedia della situazione attuale è che la Santa Sede richiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare l’attuale stato di ambiguità dottrinale e liturgica come conditio sine qua non per la piena comunione e la regolarizzazione canonica. Durante la controversia monotelita, quando papa Onorio I adottò una posizione ambigua, il santo Patriarca Sofronio di Gerusalemme inviò a Roma il suo suffraganeo, Stefano, vescovo di Dor, con l’incarico di recarsi alla Sede Apostolica, dove si trovano i fondamenti della dottrina ortodossa, e di non cessare di pregare e supplicare finché le autorità non avessero esaminato e condannato il nuovo errore. Il vescovo Stefano rimase a Roma per 10 anni, perseverando in questa missione fino a quando non assistette alla condanna dell’eresia da parte di papa Martino I al Concilio Lateranense del 649. In un certo senso, la Fraternità Sacerdotale San Pio X sta svolgendo oggi un ruolo simile, sollecitando incessantemente la Santa Sede a porre fine alla situazione di ambiguità e incertezza dottrinale e liturgica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha ripetutamente dichiarato di non avere altro scopo se non quello di formare le anime affidate alla sua cura pastorale affinché diventino buoni cristiani e veri figli e figlie della Chiesa Romana. In definitiva, si dovrebbe essere grati alla Fraternità San Pio X per questo ruolo, e certamente lo saranno i futuri Papi.
5. La soluzione pastorale del Papa al problema della Fraternità Sacerdotale San Pio X
La Santa Sede dovrebbe tenere in debita considerazione la Dichiarazione di Fede Cattolica e il Messaggio ai Fedeli emanati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e riconoscere tali documenti e atti come sufficienti e conformi alle condizioni minime per la comunione ecclesiale. Una scomunica in questo momento aprirebbe una nuova, inutile e evitabile ferita nel Corpo Mistico di Cristo.
Alla luce di questi documenti e atti della FSSPX, il Papa, con il suo cuore paterno, potrebbe fare un’eccezione e permettere le consacrazioni episcopali attraverso un gesto pastorale di vera generosità. Imponendo la scomunica ai vescovi consacranti e consacrati, il Sommo Pontefice punirebbe implicitamente anche i fedeli della FSSPX – una parte del suo gregge – che lo amano e lo riconoscono sinceramente, ma che, a causa di quello che percepiscono come un autentico dilemma di coscienza, non vedono altra alternativa se non quella di continuare ad essere assistiti pastoralmente dalla FSSPX, per la cui esistenza l’episcopato rimane indispensabile, in particolare per l’amministrazione dei sacramenti dell’Ordine sacro e della Confermazione.
Pertanto, unicamente per il bene delle anime e per il bene della Chiesa, la Fraternità Sacerdotale San Pio X chiede al Sommo Pontefice di mostrare comprensione, nelle circostanze attuali, per la sua necessità di avere vescovi e di consentire le consacrazioni episcopali. Purtroppo, nonostante quello che considera un oggettivo dilemma di coscienza, la Fraternità Sacerdotale San Pio X è, per la maggior parte, caratterizzata come scismatica e orgogliosa.
Con spirito di magnanimità, il Sommo Pontefice, da vero padre, potrebbe costruire un ponte verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X, questa parte del suo gregge, e consentire le consacrazioni episcopali in via eccezionale, al fine di favorire un clima in cui, attraverso una maggiore fiducia reciproca, si possa trovare con pazienza e gradualità una soluzione alle questioni dottrinali e ai corrispondenti assetti giuridici. La Chiesa sinodale dei nostri giorni dovrebbe essere capace di tale ampiezza e generosità pastorale. Alla luce delle numerose e generose dichiarazioni e iniziative ecumeniche degli ultimi decenni, dovrebbe altresì dimostrare la sua capacità di affrontare un grave problema ecclesiale attraverso il dialogo, la pazienza e la comprensione all’interno della Chiesa cattolica.
Di recente, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha affermato che, riguardo alle deviazioni dei vescovi tedeschi, la Santa Sede non desidera che le divisioni degenerino in misure punitive, sottolineando che i problemi all’interno della Chiesa dovrebbero, ove possibile, essere risolti pacificamente. Perché questo approccio non dovrebbe essere applicato anche alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, che non rinnega alcun dogma, riconosce il primato del Papa, prega per lui e gli professa devozione filiale, pur conservando solo ciò che la Chiesa ha creduto e celebrato universalmente fino al Concilio? Allo stesso tempo, il Cammino Sinodale Tedesco ha avanzato chiare deviazioni dottrinali che promuovono di fatto eresie e persino posizioni blasfeme. Perché, dunque, si dovrebbe dare importanza alla riconciliazione e al dialogo paziente in un caso e non nell’altro?
Se quest’anno il Papa dovesse pronunciare una scomunica, un nuovo anatema, nei confronti dei vescovi consacranti e consacrati, ciò passerebbe alla storia della Chiesa come un errore di eccessiva severità pastorale. Le generazioni future e i futuri Papi se ne pentirebbero. Perché il Papa dovrebbe fare oggi ciò che le generazioni future potrebbero rimpiangere domani? Non dovremmo forse imparare dalla storia? Il Papa, in quanto Sommo Pontefice, non è forse chiamato soprattutto a essere costruttore di ponti?
Allegati:
1) Intervista al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 5 febbraio 2026; https://fsspx.news/en/news/interview-superior-general-priestly-society-saint-pius-x-57064
2) Un messaggio ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 7 marzo 2026: https://fsspx.org/en/news/episcopal-consecrations-what-fr-pagliarani-told-members-society-saint-pius-x-59250
3) Dichiarazione di fede cattolica indirizzata a Sua Santità Papa Leone XIV da Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Società Sacerdotale di San Pio X, del 14 maggio 2026: https://sspx.org/sites/default/files/documents/2026-05-14_declaration_of_catholic_faith_en.pdf
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13 commenti su “Mons. Schneider: le Scomuniche alla FSSPX Sarebbero un Errore Storico. Life Site News.”
Il problema di Mons Schneider è la chiarezza con se stesso e la coerenza. Dalle sue ultime uscite pubbliche, ci si dovrebbe aspettare di vederlo ad Econe alle consacrazioni del primo luglio, come vescovo co-consacrante o almeno come “pellegrino”. Ma non credo che succederà… Come finora non risulta la sua adesione formale alla Fraternità, che sarebbe auspicabile, date le sue esternazioni.
Ma sembra che il presule kazako voglia tenere il piede in entrambe le staffe: niente affiliazione alla Fraternità, in modo da evitare scomuniche; sostegno e “concorso esterno”, dalla comoda posizione di terzietà.
Poverino, non si è accorto che i lefebvriani considerano la sua ordinazione sacerdotale e consacrazione episcopale quantomeno “dubbia”, se non addirittura “nulla”…
“…ormai la tesi di don Jean-Michele Gleize, teologo della FSSPX e docente di teologia dogmatica a Ecône, sulla dubbiosa validità di quattro sacramenti novus ordo, non riguarda solo una corrente minoritaria. «Precisamente – scrive don Gleize – le loro [dei vescovi “conciliari”] intenzioni sono dubbie nella misura esatta in cui sono dubbi i nuovi riti riformati da Paolo VI. Sappiamo che sussiste un dubbio, riguardo alla validità, per i due sacramenti dell’estrema unzione e della cresima, a causa della materia. Esiste un dubbio anche per il sacramento dell’Eucaristia, per la Messa, a causa dell’ambiguità del nuovo rito, che può distorcere l’intenzione del celebrante. Per quanto riguarda il sacramento dell’Ordine, la problematica, se di problematica si tratta, è analoga a quella della Messa: non si può giudicare la validità se non caso per caso, in base alle celebrazioni concrete».
La Fraternità, in sostanza, concepisce se stessa come l’unica realtà nella quale questi sacramenti sono certamente validi. Anche nelle realtà che celebrano i sacramenti in rito antico il dubbio è tutt’altro che assente, a causa di una possibile invalidità a monte dell’ordinazione episcopale di colui che ha conferito gli ordini maggiori.”
[https://lanuovabq.it/it/dalla-san-pio-x-una-professione-di-fede-integra-e-incoerente]
Vedi il seguente articolo, che enuncia con chiarezza tutta la problematicità della San Pio X:
https://blog.messainlatino.it/2026/06/la-fsspx-i-problemi-della-sua-attuale-posizione.html#more-77356
Caro complottasti, è quanto abbiamo più volte ribadito.
L’articolo offre una riflessione seria e, nel complesso, equilibrata. Ha il merito di distinguere il legittimo amore per la Tradizione cattolica da un certo atteggiamento esclusivista che, in alcuni ambienti della FSSPX, ha finito per identificare la fedeltà alla Tradizione quasi esclusivamente con l’appartenenza alla Fraternità stessa. È proprio questo il punto più problematico: quando si arriva a guardare con sospetto o a delegittimare altre realtà tradizionali pienamente cattoliche, si rischia di impoverire la stessa causa che si vorrebbe difendere.
La Tradizione non appartiene alla FSSPX, ma alla Chiesa. Nessun istituto, per quanto benemerito possa essere stato nella difesa della liturgia tradizionale e di importanti aspetti della dottrina, può presentarsi come l’unico custode autentico della fede o come l’unica garanzia di continuità della Chiesa. È qui che la Fraternità dovrebbe interrogarsi con maggiore umiltà, soprattutto oggi che intende procedere a nuove consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, un gesto che inevitabilmente rischia di aggravare una ferita già esistente nella comunione ecclesiale.
Al tempo stesso, farei una precisazione all’autore. Non si può affermare che Roma abbia ormai accettato o consideri compatibile con la comunione ecclesiale il cosiddetto “cammino sinodale” tedesco. È vero che molti giudicano gli interventi della Santa Sede insufficienti o troppo prudenti, ma il processo è ancora aperto e la Chiesa non ha espresso un giudizio definitivo. Finché ciò non avverrà, è più corretto parlare di una situazione irrisolta che di una piena accettazione.
In conclusione, il richiamo rivolto alla FSSPX è condivisibile: la difesa della Tradizione non può trasformarsi in autosufficienza ecclesiale. La vera Tradizione cattolica vive nella Chiesa, con la Chiesa e per la Chiesa. Se la Fraternità desidera davvero servire la Chiesa, dovrebbe evitare ogni deriva autoreferenziale e compiere passi concreti verso una piena comunione visibile con il Successore di Pietro,
Anche io, un signor nessuno, dal basso dei miei ragionamenti trovo assolutamente inconcepibile la situazione con la Fraternità, alla luce di tutto quello che succede nella Chiesa. L’ inflessibilità sul Vat 2, Pastorale non Dogmatico, mentre mollezze e silenzi su scivoloni Dottrinali e eresie imperversano, pongono un serissimo problema di approdo finale del processo postconciliare che , erodendone la Dottrina, cambierebbe la fede
Da come si esprime è chiaro che Mons. Schneider ha fatto propria non solo la causa, ma anche l’atteggiamento impositivo degli scismatici recidivi — tutti fedeli al (presunto…) Papa…
https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome
… con belle (ma vuote) parole, mentre le loro azioni manifestano palese infedeltà e ribellione.
Per cui Roma ‘deve’ fare questo e quello, perché io, vescovo, giudico così anche contro il giudizio del Romano Pontefice… non sarebbero, piuttosto, i membri della FSSPX e i vescovi simpatizzanti che ‘devono’ (o dovrebbero…) per primi prendere in dovuta considerazione le decisioni e i decreti di coloro che riconoscono come gerarchicamente superiori a loro?
Se un uomo volesse ‘costringere’ l’Altissimo a concedere una certa grazia, ma al contempo trasgredisse l’eterna Legge, sarebbe praticamente impossibile che tale grazia venisse concessa ‘sic et simpliciter’; anche se la richiesta (di per sé) fosse legittima, per ottenere il favore divino più importante ancora del contenuto della richiesta è l’atteggiamento interiore del richiedente: superbo piuttosto che umile, assertivo piuttosto che ubbidiente. E se pure tale grazia fosse nell’ordine delle cose e venisse infine concessa anche a un empio, tale concessione sarebbe inevitabilmente accompagnata da una maledizione — proprio per il grave peccato di superbia del postulante.
Tornando al caso specifico, se ‘Papa’ Leone XIV cedesse al bullismo della FSSPX ciò segnerebbe un grave precedente che andrebbe a minare l’autorità pontificia: a quel punto ciascuna congregazione ‘indipendentista’ potrebbe, similmente, arrogarsi il diritto di fare quello che gli pare e piace ‘per la salvezza delle anime’ in barba all’autorità della Santa Sede — e tanti saluti alla Chiesa gerarchica con Pietro a capo degli apostoli, ossia la Chiesa così come fu istituita da Gesù.
PETIZIONE: Appello urgente a Papa Leone XIV affinché sostenga la Fraternità Sacerdotale San Pio X ????????????
Ho letto bene??????????
No comment!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Mi piace molto tutto il commento, compresi i punti interrogativi ed esclamativi. Anche se mi permetto di aggiungere solo 3 parole scritte su un lenzolo che immagino di veder sventolare dalla finestra principale di p.zza San Pietro: “Andrà tutto bene”
👍😉
Il testo di mons. Schneider contiene una parte giusta: Roma deve ascoltare, dialogare, chiarire, non trattare tutto con automatismi burocratici. È vero che non ogni frase del Vaticano II ha lo stesso peso dogmatico. È vero che alcune questioni meritano chiarimenti. Ed è anche vero che una nuova scomunica sarebbe pastoralmente dolorosa.
Ma il punto decisivo resta un altro: nessuna crisi autorizza a costituire una successione episcopale parallela contro la volontà espressa del Papa. Il can. 1013 dice che nessun vescovo può consacrare un altro vescovo senza mandato pontificio; il can. 1387 prevede per consacrante e consacrato la scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.
Qui non si tratta di “papolatria”, ma della struttura cattolica della Chiesa. Il Papa non è un ornamento giuridico: è principio visibile di unità. Si può discutere, chiedere chiarimenti, criticare formule ambigue, domandare correzioni; ma non si può dire: “Poiché Roma non mi ascolta, io mi do i vescovi da solo”.
Schneider teme un errore storico da parte di Roma. Io temo invece l’errore storico di trasformare una ferita reale in una giustificazione permanente dell’irregolarità. La FSSPX professa molte verità cattoliche, prega per il Papa, ama la Tradizione: tutto questo va riconosciuto. Ma proprio per questo dovrebbe evitare l’atto che più contraddice la comunione visibile con Pietro.
Il paragone con i tedeschi regge solo fino a un certo punto. È scandaloso che certe derive dottrinali vengano tollerate. Ma un abuso non diventa criterio per giustificarne un altro. Se alcuni in Germania sbagliano sulla dottrina, non per questo la Fraternità può sbagliare sull’obbedienza ecclesiale.
La soluzione migliore sarebbe che il Papa trovi una via paterna, magari concedendo ciò che può concedere senza ambiguità. Ma se la FSSPX procede senza mandato, la responsabilità della ferita non ricade solo su Roma. Ricade anche su chi sceglie di compiere un atto sapendo che la Chiesa lo proibisce gravemente.
In sintesi: dialogo sì, chiarimenti sì, generosità sì; ma consacrazioni episcopali senza mandato pontificio no. Perché la Tradizione cattolica non si salva creando una Tradizione senza Pietro.
“È vero che non ogni frase del Vaticano II ha lo stesso peso dogmatico”.
Ma … cosa c’entra il Vaticano con la Chiesa?
Le frasi del Vaticano avrebbero un “peso dogmatico”?
Eccolo l’ingrippo: Cristo ha fondato la Chiesa, non il Vaticano.
Ma gli uomini della Chiesa ne ha saputo fare una sciagurata cosa sola!
Chiedo venia: ho letto e commentato senza gli occhiali ed ho
letto “Vaticano” in vece di “Vaticano II”.
Tuttavia la svista non annulla la domanda:
Cristo ha fondato la Chiesa o il Vaticano?
Gli uomini della Chiesa ne ha saputo fare una sciagurata cosa sola!
E il Papa (se c’è?) parla come capo della Chiesa o del Vaticano?
Caro Don
Colgo l’occasione di rispondere trasversalmente ad alcuni post che ci hanno visti duellare.
Premessa necessaria: io la trovo un bravo sacerdote e la vedo quasi come in una missione che si è posta di difendere la Chiesa. E questo è veramente apprezzabile, anche perché lei riconosce che qualche problemone esiste dentro le logge vaticane (Chiamiamole così invece che Chiesa).
Però a volte mi mette sulla penna cose che io non ho scritto.
Chiedo scusa se nella fretta serale non ho espresso in modo preciso il mio pensiero.
È vero. Ho scritto “… credo più ai messaggi di Fatima che a tutta la Chiesa”… Era più corretto dire “… a tutta QUESTA Chiesa”. Ma credo che si capisse. Se non è successo ne faccio ammenda. E, comunque, a tutta questa Chiesa significa che qualcuno di questa Chiesa è apprezzato ed ammirato da me.
Lei fa riferimento a Mt 16,18. Ma è scontato. Ma il Catechismo della Chiesa cattolica non dice che TUTTA la Chiesa sarà travolta dagli inferi, e come hanno puntualizzato sia Paolo Vi che Benedetto XVI rimarrà solo un piccolo gregge, da cui rinascerà lo splendore universale della Chiesa di Gesù Cristo. E la maggior parte del gregge dove sarà andato?
E se la FSSPX fosse quel piccolo gregge? Guardi che non lo sto dichiarando in modo dogmatico…
Lei mi ricorda che “Il Catechismo insegna che, prima della venuta di Cristo, la Chiesa attraverserà una prova finale” Mi permetta di aggiungere che il Signore verrà come un ladro di notte, e – me lo lasci pensare – lei in fondo crede che non avverrà nel suo, nel mio, nel nostro tempo. Un giorno… Un giorno verrà…
Leggendo tante frasi pronunciate da cardinali e da un certo PAPA noi crediamo troppo alla Madonna e – magari – si dovrebbe distruggere Fatima (Cardinale Ravasi: Chiesa Cattolica Romana!)
Ho, da poco, letto alcuni libri su Santa Bernardette. Mi sono commosso. L’esperienza personale di Lourdes (per esempio) e le Grazie ottenute mi hanno prodotto un profondo amore per la Madonna: la mia Mediatrice, indegno come sono di rivolgermi al mio Signore e mio Dio.
Ma oggi, al tempo di Bergoglio, – caro Don – come sarebbe stato accolto il messaggio di Lourdes? Non mi dica come al tempo di Bernardette, perché saprebbe di mentire.
FATIMA. Non ci credevo; e mia Madre – una meravigliosa donna di FEDE – a spiegarmi le apparizioni e la “notte luminosa” a cui aveva assistito…
Sono solo trent’anni (io ho 74 anni e mia madre era già morta) che sono diventato seguace di Fatima, dopo un’esperienza di una sera. Un’esperienza vissuta da solo e che non voglio raccontare.
Mi dice che “[ a Fatima ] i Papi vi sono andati a pregare proprio perché riconoscono il valore spirituale del messaggio. Ma nessuno di loro ha mai insegnato che Fatima autorizzi a dichiarare decaduti i Pontefici o a rompere la comunione ecclesiale. Ma io non ho mai scritto che un Papa va considerato decaduto. Ho solo scritto che un recente Papa ha espresso parole e insegnamenti che – non sono il solo a dichiararlo – sono chiaramente eresie e apostasie.
Lei dubita de La Salette. Glielo passo. E allora perché La Chiesa tollera che lassù su quel monte (io ci sono stato) si sia costruita una Chiesa e un Monastero in ricordo delle apparizioni?
Lei mi dice “La Salette. Anche ammettendo, per ipotesi, l’autenticità delle parti più controverse, nessuna rivelazione privata può essere interpretata contro ciò che Cristo ha promesso: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16,18)”.
In parte l’ho già commentata ma sembra che lei si sia scordato una frase di Gesù: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla Terra, troverà ancora la fede?”
Ma la mia frase “[gli uomini di Chiesa ] Usano le apparizioni come gingillini per i bambini nella culla?” non ha meritato commenti da parte sua. Pazienza.
Io riconosco la Chiesa come Santa Edificazione voluta da Gesù, ma mi sembra che la parola del nostro Salvatore oggi sia messa di continuo in discussione ed alterata a piacimento.
Sentir dire che tutte le religioni sono uguali e tutte portano a Dio non mi è facile da accettare, per quanto non voglia giudicare. Ma il Vangelo di Giovanni mi pare che dica cose diverse e sia assolutamente da preferire alla Chiesa. Anche quella antica. E lo posso gridare perché per quasi 2000 anni la Chiesa a quelle parole si è inchinata con assoluta devozione. E questa frase la ripeto con decisione anche se sono alla fine della serata e non credo che lei la vorrà contestare.
Per quanto io la stimi molto, provi ogni tanto a vedere le cose da una prospettiva diversa. Se in fondo tanti eretici possono avere la sfrontataggine di vederle come Dio, a noi che siamo piccolini ci sarà permesso di spostare leggermente il punto d’osservazione.
Non sono un seguace della FSSPX ma mi piacerebbe che fossero accettati pienamente affinchè possa anch’io correre dietro a loro.
Ma in fondo anche lei condivide le parole di Mons. Schneider. Per fortuna
Caro Torquemada,
Rinnovo il mioringraziamento anzitutto per il tono rispettoso e per le parole di stima. Il confronto è sempre più utile quando nasce dalla ricerca sincera della verità e non dalla volontà di demolire l’altro.
Permetta però alcune precisazioni.
Lei dice di credere non “a tutta la Chiesa”, ma “a questa Chiesa”. Comprendo ciò che intende, ma è proprio questa distinzione che mi lascia perplesso. La Chiesa di Cristo non è un’altra rispetto a quella che oggi vive sotto Leone XIV. È la stessa Chiesa fondata dagli Apostoli, composta da santi e peccatori, da pastori santi e da pastori fragili. Se ogni generazione decidesse quale sia la “vera Chiesa” e quale no, finiremmo inevitabilmente per costruircene una su misura.
Richiama poi il “piccolo gregge”. Ma il piccolo gregge non è mai stato identificato dalla Chiesa con un gruppo canonico particolare. Potrebbe essere formato da fedeli presenti nella FSSPX, nelle parrocchie, nei monasteri, nelle missioni, nelle famiglie cristiane e in tanti luoghi che solo Dio conosce. Spero che in questo piccolo gregge ci sia io e anche lei. . Ridurlo a una realtà specifica significa dire ciò che né il Vangelo né il Magistero hanno mai insegnato.
Lei cita Paolo VI e Benedetto XVI. È vero: entrambi hanno parlato di una Chiesa che attraversa una grave crisi. Ma nessuno dei due ha mai affermato che la Chiesa visibile avrebbe cessato di essere la Chiesa di Cristo o che si dovesse cercarne un’altra. Al contrario, hanno invitato i fedeli a rimanere saldamente nella comunione ecclesiale proprio nei tempi della prova.
Quanto al ritorno del Signore, non credo affatto che sia lontano. Potrebbe essere questa notte. La Chiesa vive da duemila anni nell’attesa del suo Signore. Ma proprio perché potrebbe tornare in qualsiasi momento, Cristo non ci ha autorizzati a stabilire preventivamente quale gruppo rappresenti il “resto fedele”. Questo giudizio appartiene a Dio.
Lei richiama Lourdes, Fatima e La Salette. Anch’io amo profondamente la Madonna e considero Fatima uno dei più grandi doni che il Cielo abbia fatto alla Chiesa. Ma proprio Fatima ci insegna qualcosa di decisivo. I tre pastorelli offrirono sacrifici, penitenze e preghiere per il Santo Padre, mai contro di lui. Suor Lucia ricorda continuamente questa intenzione. La Madonna non li educò a diffidare del Papa, ma ad amarlo, a pregare per lui e a soffrire per lui. Questo particolare oggi viene spesso dimenticato.
Lei richiama alcune affermazioni di papa Francesco che hanno suscitato turbamento, come quelle contenute nel Documento di Abu Dhabi. Comprendo che quella formulazione abbia creato difficoltà. Tuttavia è altrettanto vero che, quando mons. Athanasius Schneider chiese direttamente un chiarimento al Papa, Francesco precisò che la pluralità delle religioni è voluta da Dio in senso permissivo, non come volontà positiva allo stesso modo in cui Dio vuole la rivelazione in Cristo. Si può discutere se la frase iniziale fosse felice o meno, ma non è corretto ignorare il chiarimento successivo e continuare a presentarla come una professione di indifferentismo religioso.
Quanto a La Salette, è bene distinguere. Il santuario e l’apparizione del 1846 sono riconosciuti dalla Chiesa. Questo, però, non significa che siano automaticamente approvate tutte le versioni successive del cosiddetto “segreto”, sulle quali gli stessi studiosi cattolici hanno evidenziato problemi storici e testuali. La prudenza, in questi casi, non è mancanza di fede, ma rispetto per il discernimento della Chiesa.
Lei cita la domanda di Gesù: «Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Certamente. Ma questa domanda non significa che la Chiesa perderà la fede. Significa che la fede sarà duramente provata. Se la Chiesa venisse meno nella fede, sarebbe smentita la promessa di Cristo: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa». Le due parole del Signore non si contraddicono: si illuminano reciprocamente.
Lei scrive poi che il Vangelo è da preferire perfino alla Chiesa. Mi permetta di osservare che questa contrapposizione non è possibile. La Chiesa è stata fondata e voluta da Cristo. Ed È stata proprio la Chiesa a custodire, discernere e trasmettere il Vangelo lungo i secoli. Non esiste un Vangelo autentico contro la Chiesa che lo ha consegnato al mondo. Cristo non ha detto di scrivere un libro evangelico, e se l’ha voluto, perché ispirato, non ha lasciato il libro senza una Chiesa; ha fondato una Chiesa che, ispirata dallo Spirito Santo, avrebbe scritto e custodito fedelmente la sua Parola.
Infine una parola sulla FSSPX. Anch’io auspico sinceramente una piena riconciliazione. Sarebbe una grazia per tutta la Chiesa. Condivido molte osservazioni di mons. Schneider sulla necessità di affrontare seriamente alcune questioni dottrinali e liturgiche. Ma proprio perché desidero quella riconciliazione, non posso anticiparla dichiarando già risolta una situazione canonica che, oggettivamente, non lo è ancora. L’unità della Chiesa non nasce da convinzioni personali, ma dalla piena comunione con il Successore di Pietro.
La ringrazio ancora per il dialogo. Continui pure a interrogarsi e a cercare sinceramente la verità. Le chiedo soltanto una cosa: non permetta che l’amore, giustissimo, per Fatima, Lourdes o altre apparizioni private la porti, senza accorgersene, a dubitare della promessa di Cristo. Perché la Madonna non è mai venuta a sostituire la Chiesa, ma a richiamarla con forza al Vangelo, alla conversione e alla fedeltà a suo Figlio. E proprio per questo, ogni autentica devozione mariana conduce sempre alla comunione ecclesiale, mai lontano da essa.