Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Antonello Cannarozzo, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su Yves Congar e il suo ruolo nel plasmare la Chiesa di oggi. Buona lettura e diffusione.
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Yves Congar e la sua ‘Rivoluzione d’ottobre’ nella Chiesa
La tradizione era per lui un ostacolo alla vera trasformazione (in peggio) che attendeva, sempre secondo lui, la Chiesa da due millenni e fedele a questa sua missione con grande capacità riuscì, almeno in parte per ora, a raggiungere il suo scopo. Per fortuna la Chiesa è di Cristo e non degli uomini
Antonello Cannarozzo
Oggi, a distanza di più di sessant’anni, sono ben visibili i danni creati dal Concilio Vaticano II con le sue riforme, ma sarebbe meglio dire con le sue rovine ancora fumanti, grazie all’aiuto di coloro che si impossessarono dell’assise conciliare nel silenzio colpevole dell’allora Chiesa ufficiale e di chi doveva proteggerla, per arrivare alla tragica babele odierna di cui il Sinodo, tutt’ora in atto, ne è il suo confuso risultato.
Tornando alle cronache di allora, poche, ma eroiche, furono le voci, delle quali tratteremo in un altro articolo, che si alzarono contro le critiche alla Dottrina, alla Fede e sul caos liturgico che di lì a poco si sarebbe infiammato con il più classico ‘liberi tutti’: liberi di reinterpretare la dottrina, liberi di contestare, liberi di portare avanti la rivoluzione all’interno della Chiesa, liberi di scardinarne la fede, liberi di perseguitare chi si opponeva, ieri come oggi, a questa tragica deriva.
Tra i responsabili di questa caduta, abbiamo già scritto su questo blog raccontando figure come Taillerand de Chardin o di Henry de Lubac per comprendere, almeno in parte, le idee che attualmente resistono nella Chiesa, nei seminari, negli Ordini e, purtroppo, anche tra i semplici fedeli.
Tra queste figure non poteva certo mancare quella del domenicano Yves Congar, un vero ‘schiacciasassi’ della tradizione nel suo significato più profondo il cui obiettivo era di riportare tutto, lo scriviamo per sintetizzare, ad una visione antropologica sociale della religione senza alcuna visione di trascendenza e, dunque, una Chiesa avviata verso un Dio umanizzato e sempre mutevole attraverso gli effimeri progressi della modernità.
Il futuro teologo era nato il 13 aprile del 1904 da una famiglia della borghesia francese nella cittadina di Sedan, ancora giovanissimo entrò nell’Ordine dei frati domenicani imponendosi, ben presto tra i suoi superiori, come attento studioso di teologia e di filosofia e nel 1929 venne ordinato sacerdote.
Proseguì gli studi in Belgio, dove approfondì la conoscenza dei testi classici, biblici, patristici e medievali, tanto da essere ritenuto, tra gli studiosi del tempo, un vero esperto della materia.
Il principio dell’ecumenismo
In quegli anni ebbe come superiore Dominique Chenu, una figura fondamentale per il giovane Congar, che lo contagiò con il suo entusiasmo per il movimento ecumenico, allora già avviato tra protestanti e ortodossi, tanto che per il suo esame di “lettorato”, il grado prima della “licenza”, l’argomento prescelto fu proprio quello sull’ “L’unità della Chiesa” ispirandosi ai lavori di un altro sacerdote tedesco Johann Adam Mohler, vissuto agli inizi del XIX secolo e considerato un innovatore della teologia cattolica come sul concetto di Chiesa e dei suoi dogmi, fautore, inoltre, di un moderno irenismo teso ad approfondire gli elementi comuni nelle differenti confessioni cristiane.
Grazie a due viaggi di studio in Germania, per il giovane domenicano furono un’occasione per conoscere in maniera approfondita le dottrine protestanti, soprattutto la figura di Martin Lutero del quale indagherà, come dirà lui stesso, la “profondità del suo pensiero che richiedevano un lavoro di ricerca e di comprensione” rimanendo colpito dall’intuizione che poneva questo ‘nemico’ della Chiesa sul primato della Grazia e delle Scritture, tema che ritroveremo ricorrente nell’ opera di Congar, insieme ad un vero e proprio odio per Roma, degno ‘erede’ di Lutero, intesa come espressione di potere.
Scrive nel suo diario “Da quindici secoli Roma lavora per impadronirsi – sì, per impadronirsi, per accaparrarsi – di tutti gli aspetti di direzione e di controllo. C’è riuscita. Si può dire che dopo il 1950 il lavoro era compiuto. Ma ora arriva un papa che minaccia di togliere loro alcuni posizioni. La Chiesa sta per avere la parola” ed ancora “Conosco la storia (…). Mi è evidente che Roma non ha mai cercato e non cerca che una cosa: l’affermazione della propria autorità. Il resto non l’interessa che come materia sulla quale esercitare questa autorità (…). Ad esempio, se Roma si interessa al movimento liturgico con 90 anni di ritardo su tale movimento, è perché questo non esista senza di Roma e perché non sfugga al suo controllo”. Scritti che certo non hanno bisogno di commento.
Sono anche gli anni in cui parteciperà a “riunioni di amicizia franco-russa” tra cattolici e ortodossi e fu in una di queste assise che incontrò lo studioso padre Fernand Portal, promotore di una collaborazione che avrebbe portato, nell’idea dei suoi fautori, a una riunificazione tra Roma e Canterbury attraverso le “Conversazioni di Malines” che furono per l’epoca, siamo negli anni ’20 del secolo scorso, un evento unico nella Chiesa, dove teologi anglicani e cattolici, con l’autorizzazione delle rispettive autorità ecclesiastiche, aprirono un confronto sulle questioni fondamentali come, ad esempio, la figura del papa con le varie definizioni dogmatiche.
Molti di quei temi dibattuti sono ancora attuali, specialmente all’interno dell’attuale Chiesa, mettendo le basi per ciò che diventerà di lì a qualche decennio grazie proprio all’ecumenismo, la futura Chiesa globalista.
Torniamo a Congar, dopo l’ordinazione sacerdotale, svolse fin da subito un’attività assai intensa come relatore e pubblicista, divenendo nel 1931, professore di dogmatica presso la scuola teologica superiore domenicana Le Sauchoir ed è in questo periodo che si impegna sul superamento, come accennato, della divisione tra i protestanti e il mondo cattolico.
Cristiani disuniti
Qualche anno dopo pubblica una delle sue opere più importanti Cristiani disuniti, edita nel 1937, ancora oggi una pietra miliare del cammino ecumenico, un testo influenzato anche dall’invito che fece al famoso teologo evangelico riformato Karl Barth per un ciclo di conferenze.
Congar si avviava ormai ad una carriera folgorante stimato tra le figure più preminenti della Chiesa, ma tutto fu interrotto dall’improvviso scoppio della seconda guerra mondiale.
Richiamato nel corpo militare sanitario, venne catturato dai tedeschi e trascorse il resto del conflitto nel castello di Coldiz in Germania, divenuto un campo di concentramento, dove apprese della condanna ecclesiastica del suo “maestro” Chenu, da parte di Roma.
Una storia che colpirà molto il giovane Congar e che vale la pena di raccontare avendo ripercussioni indelebili proprio sulla sua vita.
Agli inizi del XX secolo il cosiddetto movimento ecclesiale Nouvelle Théologie nata nel solco del Modernismo e formato prevalentemente da teologi francesi e tedeschi, desiderava un ritorno alla Sacra Scrittura e ai padri della Chiesa, ma da loro reinterpretati, contestando l’egemonia della teologia imperante: la Scolastica.
Era un pericolo per la Fede e illuminati papi, come Leone XIII e san Pio X, comprendendone il pericolo spirituale combatterono in tutti i modi queste nuove idee, purtroppo senza riuscirci e i suoi frutti sono sotto gli occhi di tutti.
I fautori di questo movimento erano , inoltre, per un rinnovamento della teologia che tenesse conto, non più solo la spiritualità offerta dalla Chiesa, ma anche delle conquiste e delle richieste dello spirito moderno, così, alla solidità del pensiero millenario cattolico si contrapponeva l’evanescenza di concetti sempre cangianti con le effimere conquiste scientifiche, ma senza alcun afflato spirituale.
La loro accusa alla teologia tradizionale, fondamento di una sana dottrina con la sua stabilità di pensiero non era più visto come una certezza per la fede, ma come mancanza energia per una ricerca continua senza, ovviamente, alcun un obiettivo concreto, coinvolgendo anche una dura critica al Magistero per una “spiritualità che deve trovare strumenti adeguati alla propria esperienza religiosa“, come affermava lo stesso Congar.
Quest’ultimo problema potrebbe sembrare quasi irrisorio, vista la molteplicità dei problemi, era invece fondante, infatti, proseguendo con questo principio la fede diventava una semplice esperienza religiosa senza più alcun bisogno di aderire agli articoli di fede o alle verità dogmatiche rivelate.
Il domenicano Mariano Cordovani, Maestro dell’allora Sacro palazzo apostolico, scrisse che “l’enfasi posta dagli studiosi di Le Saulchoir sul contesto storico, avrebbe finito col fare della teologia una forma di antropologia culturale, priva di un reale contatto con il suo divino oggetto di studi, la Rivelazione” e di fatto condannò anche la loro definizione sul ruolo del teologo. Ciò significava che, seguendo questo ragionamento avremo avuto un cattolicesimo del “dopo-Riforma”, dal sapore protestante e, aggiungiamo noi, mai profezia fu più esatta.
Yves Congar raccolse l’eredità del suo maestro Chenu e negli anni del dopoguerra si avvicinò ad esperienze considerate eretiche dalla Chiesa pacelliana come, tra le altre, i cosiddetti preti operai tanto che dovette intervenire l’autorità ecclesiastica contro i “cattolici di sinistra” francesi proibendo questa esperienza e Congar – come anche altri domenicani – fu sospettato di “modernismo” e gli fu proibito di insegnare e di scrivere.
Trascorse il suo “esilio” di tre anni dal 1954 al 1957 a Gerusalemme e come bibliotecario a Cambridge, infine a Strasburgo, ma ciò non gli impedì di continuare i suoi studi sull’ ecumenismo e la frequentazione di chi la pensava come lui.
L’importanza del dialogo
Non dimentichiamo che la sua tesi di laurea fu incentrata sull’unità della Chiesa e una delle sue prime opere fu “Cristiani disuniti, principi di un ecumenismo cattolico” e, successivamente, con il libro “Cristiani in dialogo”, del quale riportiamo alcune affermazioni che ci illuminano sul suo pensiero: “Mi è apparso ben presto che l’ecumenismo non è una specializzazione, che esso comporta un movimento di conversione e di riforma che sono coestensivi con la vita di tutte le comunioni cristiane. Mi è parso ugualmente chiaro che, per ognuno, il lavoro ecumenico va compiuto innanzi tutto a casa propria, presso i suoi. Per noi in particolare si tratta di far girare la Chiesa cattolica di qualche grado attorno al proprio asse, verso quella convergenza e quella unanimità che è possibile con le altre confessioni sulla base di una fedeltà più profonda e più leale alla nostra Fonte unica e alle nostre fonti comuni. Di qui il mio programma, che ho tracciato già in” Cristiani separati” e che è stato successivamente messo in opera in altri miei lavori.”
In pratica una melassa dove emerge una pseudo Chiesa ben distante dalla Dottrina millenaria e dove non si capisce più cosa sia in realtà se non un grave disordine di idee, se tali si possono ancora definire.
Ma la crisi della Chiesa, purtroppo, andava avanti. Come era allora attuale san Pio X quando affermava dolorosamente che “Gli artefici di errori non cerchiamoli, oggi, tra i nemici dichiarati. Essi si nascondono nel seno stesso e nel cuore della Chiesa”. Era tristemente vero, purtroppo fu una voce che gridava nel deserto, infatti, dopo qualche decennio, i suoi successori post conciliari dettero loro in mano le chiavi della dottrina stessa con ciò che ne seguì e, come fu per de Chardin e per de Lubac anche Congar venne “resuscitato” da due suoi grandi estimatori, e non poteva essere differente, Giovanni XXIII ed in seguito da Paolo VI
Venne nominato consulente teologico della Commissione preparatoria e, nel corso del Vaticano II, collaborò alla stesura del “Messaggio al mondo”, prendendo parte alla redazione dei principali documenti, come la “Dei Verbum” sulla divina Rivelazione, la “Gaudium et spes” sulla Chiesa nel mondo d’oggi, la “Lumen gentium”,la dogmatica sulla Chiesa, Paolo VI lo inserì tra gli esperti per seguire i lavori del Concilio tanto che nel 1965 lo fece membro anni dopo della Commissione Cattolica per il Dialogo con la Federazione Luterana.
Fu certamente una vittoria del neo modernismo, tanto che l’Osservatore Romano scriveva in quegli anni: “[Congar] dà inizio, in modo discreto, a una fase privilegiata di mobilitazione spirituale e intellettuale (ma anche, soprattutto, tattica)”, tanto discreta che lui stesso, nel novembre 1963, definì senza imbarazzo il Concilio “la Rivoluzione d’ottobre nella Chiesa”, un triste paragone per il cristianesimo.
Gli anni della malattia
Ma la vita aveva in serbo una dolorosa sorpresa per il teologo francese. Proprio quando per Congar tutto sembrava aver finalmente coronato il suo successo di grande intellettuale cattolico, il destino lo colpì con una grave malattia alla spina dorsale che lo costrinse negli anni su una sedia a rotelle.
Una situazione che, ad onore del vero, visse con grande dignità e chi gli fu vicino afferma della sua determinazione a non abbattersi mai. Per questo non rallentò la voglia di lottare attraverso i suoi lavori, i suoi interventi e la sua presenza nella nuova politica vaticana.
In quegli anni, contrariamente da altri personaggi del Concilio, vide positivamente le tante correnti ‘ideologiche’ nella Chiesa che considerava come una crescita e così lo ritroviamo assertore della teologia della liberazione e dei nuovi movimenti spirituali, o presunti tali, che si affacciavano sul palcoscenico ecclesiastico.
Per i due papi post conciliari – Roncalli e Montini – egli aveva dato un contributo decisivo ai lavori della grande assise della Chiesa tanto che lo stesso Paolo VI dichiarò che il pensiero di questo domenicano aveva esercitato un grande influsso su di lui e sul Concilio, ciò nonostante, poco tempo dopo, con grande sincerità non esitò a denunciarne le contraddizioni e i primi deludenti risultati di tanto sforzo.
Nel discorso del 7 dicembre 1968, al Seminario lombardo, il papa affermò con sofferenza: “La Chiesa si trova in un’ora di inquietudine e di auto-critica… si direbbe persino… di auto-demolizione”!… e ancora, nel suo discorso all’apertura dell’udienza generale del 15 luglio 1970 dichiarò: “L’ora presente… è ora di tempesta! Il Concilio non ci ha dato, per ora, in molti settori, la tranquillità desiderata, ma piuttosto, ha suscitato turbamenti…”. Parole terribili, ma nulla rispetto al il più celebre discorso di Paolo VI pronunciato il 29 giugno del 1972, festa di San Pietro e Paolo, riferendosi alle prime crepe della Chiesa. Affermava con sincero dolore di avere la sensazione che “…da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”. Amaramente constatava che dopo tante speranze aperte del Concilio, c’era piuttosto il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Ormai, dichiarava:” Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita”, consapevole che era entrato il dubbio nelle coscienze, ed “è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce”. Dalla scienza, che tanto aveva fatto sperare come evoluzione di un percorso “…è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare pessimismo: “Non so, non sappiamo, non possiamo sapere”. La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno”.
Abbiamo trascritto queste parole perché sono l’esatto risultato del Concilio, già pochi anni dopo la sua chiusura, con le sue conseguenze osservate da un protagonista come Montini che, pur avendo analizzato con grande acume il male non ebbe poi il coraggio di segnalarne le cause e, soprattutto, di agire di conseguenza.
Fu definito il papa del dubbio, del tormento, ma davanti a tanta inadempienza dei propri doveri, per noi rimane solo un don Abbondio e di cui molti nella Chiesa si approfittarono. Infatti, nonostante il buon rapporto personale con il papa, Congar non esitò le sue critiche al post-Concilio, per cui tanto si era speso; i suoi risultati erano stati troppo cedevoli davanti alle vere riforme, rimanevano, infatti, in piedi molte tracce di una tradizione da abolire.
Una religione assolutamente umana
Per fare un esempio, tra i tanti, del suo atteggiamento verso il tema delle riforme e di come la Chiesa, nonostante il Concilio manteneva ancora le sue forme esteriori espresse il suo grave disappunto per la solenne giornata di chiusura dell’assise conciliare definita, senza il minimo rispetto per il papa e di ciò che rappresentava, era solo una messa in scena e i gesti di Paolo VI erano troppo solenni tanto da dire che: “C’era là solo il papa. Era in trono come un sovrano. Tutto era riferito a lui. Sembrava essere meno nella Chiesa quanto piuttosto al di sopra di essa”. Non sopportava la solennità dello sfarzo barocco che rendeva il papa un monarca rinascimentale, come lo definiva non comprendendo che tutto era a maggior gloria di Dio.
Ma già qualche anno prima lo stesso giudizio lo aveva dato su una udienza tenuta da Giovanni XXIII definita “L’espressione sfarzosa di un potere monarchico” ed ancora “gusto decorativo un po’ teatrale, barocco” – inoltre – “… questo avvenimento della vita della Chiesa, che io amo, ma che vorrei meno “Rinascimento”, meno costantiniana”.
La sostanza divina della Chiesa, quindi, per lui doveva essere ripulita da ogni patina antica per dare un rivestimento nuovo, moderno e assolutamente umano.
Abbiamo segnato volutamente queste parole in grassetto perché crediamo sia la sintesi di tutto il suo vero pensiero, l’uomo al posto di Dio, per il quale quest’ultimo non necessita alcun Magistero della Chiesa, non avendone questa né autorità né competenza e non essendo istituita per questo, ma solo per rendere divine le cose umane, per cui Dio, [di cui Congar credeva esserne il perfetto interprete] non s’era mai sognato di rendere mondana e umanistica la Chiesa.
Le sue parole mostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, uno spirito superbo e inconsistente che vuol solo creare una “nuova religione” in cui conta l’impegno sociale, l’obbedienza agli uomini al posto della Fede e del culto divino.
In questi concetti rivediamo affermazioni di qualche decennio dopo sotto il caotico pontificato di papa Francesco che vedeva la Chiesa solo come un ospedale da campo, ma senza le medicine della Chiesa di sempre (la vita sacramentale) ormai abbandonate, solamente un’emergenza per le azioni umane, un continuo dialogo ecumenico liberale, un gioco di aperture e tattiche diplomatiche per non citare i tanti e inutili procedimenti pastorali con una Riforma che vuole seppellire la secolare santità della Chiesa.
Gli elogi alla sua teologia del disfacimento
Per concludere vogliamo segnalare un articolo della rivista paolina “Jesus” dell’ottobre 1990, che illustra bene lo spirito che animò le riforme conciliari, definendo Congar “Un mostro della teologia” e “uno dei grandi di cui si ha tanta nostalgia”. A questa nostalgia rispondiamo come egli espose giudizi erronei su Lutero, sul Concilio che non era andato fino in fondo nel cambiamento, o meglio, nella distruzione della Chiesa, sulla conciliazione o anche una resa verso i protestanti, per arrivare a negare persino l’esistenza dell’Inferno, del quale affermava: “di non credere affatto”, portando come spiegazione che “l’inferno del castigo eterno non è possibile, poiché Dio si è rivelato come Amore, quindi, se c’è un inferno che cosa vuol dire? E che cosa vuol dire eterno? Che non ci sono più giorni né tempi. Nella nostra vita, non possiamo assolutamente rappresentarci l’altra vita. San Paolo, d’altronde, lo dice molto bene: “quelle cose che occhio non vide né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (I Cor.2,9). Non abbiamo alcuna esperienza e, quindi, nessuna idea dell’aldilà”. Ci permettiamo di fare osservare che basta leggere un semplice catechismo, ovviamente pre conciliare, per contestare tanto acume di pensiero.
Certamente di un teologo così, lo scriviamo come semplici fedeli di Santa Romana Chiesa, non abbiamo certo alcuna nostalgia. Per fortuna la Chiesa è di Cristo e non certo degli uomini.
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