Reportage da Sassari(gi). Benedetta De Vito. Seconda Puntata.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, la nostra Benedetta De Vito, a cui va ivostra attl nostro grazie, offre alla vostra attenzione la seconda puntata del suo reportage da Sassari(gi). Qui la prima puntata. Buona lettura e diffusione.

 

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Come si fa, ditemelo voi, a dire di aver visitato una città senza aver messo piedi e naso nel suo bel Museo? A Sassarigi (cioè la mia deliziosa Parigi sardegnola) vale la stessa regola e quindi eccoci, la Piera, l’Antonella e io, sotto un bel sole dardeggiante, in marcia prima verso la pinacoteca sassarese e poi, ripresa la macchina, al Museo Sanna. Per la pinacoteca, girar sulla sinistra a un certo capo del Corso Vittorio Emanuele (che è la spina dorsale del capoluogo del Logudoro) e raggiungere l’ex convitto gesuita Canopoleno (dal nome di Monsignor Canopolo, sassarese, gesuita, che fu nominato Arcivescovo, morendo prima di occupare la sua cattedra…) dove ora sono in mostra, per la gioia nostra, tanti bei dipinti di pittori sardi che van dall’Ottocento ai giorni nostri. Le stanze aperte, per ora, sono soltanto quattro e due sono dedicate a un gran maestro sardo Giuseppe Biasi. Lo stesso pittore  ha stupendamente affrescato la piccola stazione di Tempio Pausania che vidi, con meraviglia, molti anni orsono…

Scendiamo in ascensore per continuare la visita che si compone anche delle opere africane del maestro Biasi, il quale, per volontà del governo mussoliniano, andò a visitar l’impero. Visi neri, alcuni anche paurosi, di africani fan da cornice e danno, per così dire, la mano a certe visioni di Sardegna dove uomini e donne hanno volti, loro pure, quasi africani, intenti, scuri, drammatici. E ci sono altri maestri: Ballero, Figari, Marghinotti e ognuno ha il proprio stile e regalano la luce di ritratti di donne, vecchi e bambine di quei tempi lì. Tutti erano assai differenti dai volti che si incontrano oggi per la via:  espressioni intente, serie, concentrate. Le donne in costume, gli uomini con la berrita. In una sala, il cuore mi salta di gioia: in due teche di vetro sono custodite certe deliziose bamboline, maschi e femmine, in costume tradizionale. Sono opera di un artista che porta il nome dell’isola di Tavolara. Sul ciuco o a piedi, le bamboline di Eugenio Tavolara somigliano a quelle che comperavo, tanti anni fa, con mia madre sul corso cittadino di Olbia e che mi portavo a Roma, danzante, con quel tesorissimo da aggiungere alla teca di cristallo dove dormiva la mia collezione di bamboline in costume…

Avanti, è tempo di migrare verso altre meraviglie. Che s’aprono al mio sguardo, superato l’ingresso in stile frontone di tempio greco, del Museo nazionale archeologico ed etnografico, che si lascia cullare da un venticello fresco e se ne sta tranquillo lungo la via Roma, seduto in mezzo a un bel giardino. Ed, ecco, siamo già nelle stanze, tante, progettate da un architetto della famosa dimastia dei Busiri Vici, che mostrano la storia isolana (da 500 mila anni fa fino a l’altro ieri…),  nel suo scorrere di genti, cultura, arte e mode, per come l’ha amorosamente raccolta, in forma di bronzetti, anfore, punte di lancia, lucernai, monete, un benemerito e ricchissimo sassarese, Giovanni Antonio Sanna, proprietario della miniera di Montevecchio e collezionista. Visitare il museo accende il passato e lo rende coevo a chi lo percorre a passi leggeri, magari in compagnia di una guida. Si cammina, si indica, ci si dice che bello, meraviglia. Ecco un mucchio di monete che erano la paga di un soldato romano, oh, le ancore di piombo dei romani e guarda, guarda, c’è il Re pastore sardo con le sue belle lunghe corna. “Oh, guarda, Benedetta, ci sono gli orecchini che hai comperato in quella botteguccia della via Turritana!”. Sì, è vero, sono tali e quali ai miei e di certo appartenevano a una dama di buon gusto…

Ci fermiamo tutte e tre davanti a un cippo di confine con su una scritta monca: NURR. Già, il mistero dei nuraghe, che regalano il toponimo a un’intera zona sarda. Che cosa erano quei fortilizi e chi li ha costruiti, nessuno lo sa e se un giovane studioso cerca di darci, in amicizia, qualche dritta, parla per enigmi e io capisco ancora meno e lo ringrazio per aver squadrato per benino il mistero delle costruzioni megalitiche sarde. Si va avanti ed ecco un vaso tirrenico greco con su immagini d’amore spinto tra uomo (dai colori scuri) e donna (tutta bianca e bionda). Ma non erano tutti dall’altra sponda i greci, come ci dicevano all’università? Mah… Un altro vaso parla di guerra e di guerrieri, mentre più avanti ecco il bianco e il nero dei mosaici pavimentali romani e tutt’attorno una svastica che rappresenta il sole. Era parte del pavimento del castello del Re Barbaro di Porto Thorres che ancora oggi è in piedi e sfida vento e calura.

Torniamo a ritroso verso il presente e siamo in una saletta piccina che raccoglie i pezzi donati dalla nipote del Sanna, Zely Bertolio. C’è, tra le tante bellezze di mobilio sardo (che mia madre amava tanto) una panchetta piccina, forse per fidanzati perché sulla spalliera spicca un visetto umano, forse un piccolo guardiano immaginario che dava un occhio in più ai famigliari per tenere a bada  i due innamorati. Forse, non so…

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2 commenti su “Reportage da Sassari(gi). Benedetta De Vito. Seconda Puntata.”

  1. ….Oooops, chiedo scusa per la papera, cari amici del blog : “Il carrozzone” era cantata da Renato Zero, ovviamente…purtroppo con l’età la memoria a volte combina qualche scherzo

  2. https://www.aldomariavalli.it/2026/06/20/appello-dichiarazione-di-sostegno-alle-consacrazioni-della-fraternita-sacerdotale-di-san-pio-x/amp/. : fuori tema, se mi consente, cara Benedetta, ma l’appello è troppo importante per trascurarlo, una dichiarazione forte di fedeltà alla vera Chiesa, con contestuale rifiuto del carrozzone sinodal-conciliare…”il carrozzone va avanti da sé…” cantava una volta Caterina Caselli; mi è tornato alla mente questo passo leggendo la frase finale di Papa Prevost nell’intervista volante dell’altro ieri “noi andiamo avanti..”.; viene spontaneo rispondere, con rispetto e ossequio, ovviamente, : “non in mio nome, Santo Padre, mi raccomando, non in mio nome”

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