Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul modo in cui il nostro cervello funziona. Buona lettura e diffusione.
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DELLA FORMA MENTIS
Come introduzione, a proposito della forma mentis e dell’osservazione liberatrice di sé (se non ci si libera non si può essere liberati), propongo uno scarnificante brano di Pirandello tratto da La carriola in Novelle per un anno.
«Chi vive, quando vive, non si vede: vive … Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina, perché ogni forma è una morte. Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi più da qualla forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credon d’essere vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che altri gli hanno data: la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è più in essa, perché se fosse, noi non la vedremmo; la vivremmo, questa forma, senza vederla. E morremmo ogni giorno di più in essa, che è già per sé una morte, senza conoscerla. Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire».
George Ivanovitch Gurdjieff: «L’uomo è una macchina: tutto ciò che fa, tutte le sue parole, convinzioni, opinioni, abitudini sono i risultati di influenze e impressioni esterne. Per “fare”, bisogna essere».
Certamente, dopo il pesante “antipasto” pirandelliano, l’acuta osservazione del visionario russo di origine greca può provocare fastidio e perplessità (mascherati da disinteresse e sufficienza): guardarsi dentro e scoprire di essere una macchina è un atto che già al solo proporsi appare indisponente, minaccioso, e suscita una ritrosia difensiva ben illustrata dalle famose tre scimmiette: “non vedo, non sento, non parlo”. Se questa fosse la … macchinosa reazione iniziale, quanto proposto di seguito risulterebbe incomprensibile e quindi inutile. Dopo tutto, la macchina è comoda: fa tutto da sola e dispensa da qualsiasi impegno.
Sulla difficoltà del comunicare Nietzsche non può essere smentito: «Non basta ancora, per capirsi a vicenda, che si usino le stesse parole: bisogna usare le stesse parole anche per la stessa specie di esperienze interiori (innere Erlebnisse), bisogna alla fine avere in comune con l’altro la propria esperienza».
Nietzsche mette a nudo l’impossibilità di capirsi e vicenda, anche tra coloro che, solo in apparenza, la pensano allo stesso modo, ciò per il fatto che pensarla allo stesso modo in maniera assoluta è impossibile data la soggettività individuale con cui viene vissuta ogni singola esperienza su questa terra. Anche nell’ambito cattolico la disintegrazione è palesissima e, occorre dirlo, grottesca: un solo Cristo ma varie fazioni e singoli che se Lo accaparrano (o se lo dimenticano?) secondo la propria FORMA MENTIS. E infatti, anche la religiosità è compresa, tornando a Gurdjieff, fra «i risultati di influenze e impressioni esterne».
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Da frasilatine.it: «“Forma mentis” è una locuzione latina che si riferisce all’atteggiamento o alla mentalità individuale di una persona nei confronti della vita e delle sue sfide. Indica l’insieme di abitudini mentali, schemi di pensiero e modalità di azione di un individuo o di un gruppo. Non rappresenta uno stato mentale temporaneo, ma una struttura mentale profondamente radicata, influenzata da educazione, esperienze e cultura.
In filosofia, la locuzione è usata per analizzare come le influenze culturali e sociali modellano il pensiero e le azioni di una persona o di una collettività. In psicologia si collega al concetto di mindset, ovvero alla predisposizione mentale con cui una persona affronta situazioni e prende decisioni.
La forma mentis è spesso associata al condizionamento mentale.
Alcuni esempi: Collettività: un’educazione improntata alla praticità può creare una forma mentis pragmatica, orientata alla risoluzione dei problemi. Individuo: una persona cresciuta in un ambiente accademico sviluppa una forma mentis analitica e razionale».
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Ad integrazione di quanto sopra, vale la pena di considerare un termine che vi entra a pieno titolo: eggregora, che l’etimologia fa derivare dal greco gregoreo vegliare, vigilare.
La suggestione di fondo dell’eggregora è che un pensiero intensamente partecipato da un gruppo di persone, così come un sentimento, possa generare un’entità autonoma, una concrezione-energia di quel pensiero o di quel sentimento. Questa entità autonoma e invisibile – non esente da dissidi interni – influenza i comportamenti, i pensieri e le emozioni dei membri del gruppo, e può crescere o indebolirsi in base all’attenzione e all’energia che a sua volta riceve dai partecipanti.
Vi è da precisare che se l’eggregora costituisce un ente protettivo degli affiliati, v’è il rovescio della medaglia: il suo potere (potere!) più o meno palesemente coartante. Perciò il gregàrio, dal lat. gregarius, der. di grex gregis “gregge”; propr. “del gregge, che fa parte del gregge” (treccani.it), non è esente da tale pericolo.
Ogni enunciato ed immagine di qualsiasi natura è una forma che penetra nella mente e la occupa. Più precisamente, ogni forma mentis è composta da una selezione “shakerata” del coacervo di enunciati ed immagini che irrompono, alla lettera, nella mente del soggetto. Tale “cocktail” costituisce sia la forma definitiva che il soggetto stesso, per lo più inconsapevolmente, conferisce alla propria mente, sia l’esclusivo nutrimento che automaticamente si prepara, mentre altri “cocktails” vengono bollati a priori come insipidi o addirittura velenosi.
Allorché si radicalizza, tale forma prende a pilotare il pensare e l’agire del soggetto che così diventa un automa, una «macchina che per nascosti congegni si muove, onde sembra muoversi da sé, quasi abbia vita» (etimo.it). Di conseguenza, tramite il linguaggio – e il comportamento – ogni forma mentis proietta all’esterno il suo contenuto, quindi i suoi limiti.
Ludwig Wittgenstein, secondo il quale il vero essere non lo si può dire, ma solo dirne, ne era consapevole: «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo».
Lo stesso in Arthur Schopenhauer: «Ogni uomo prende i limiti del proprio campo visivo per i limiti del mondo».
In tal modo la mente del soggetto non è libera ma costretta in una forma e da questa condizionata. Come l’acqua del ruscello che scorre limpida viene chiusa in una bottiglia perdendo freschezza ed energia, così la mente, a causa della forma che la incapsula e la soffoca, assume una visione stereotipata di sé e del mondo altrettanto limitata.
Dario Canil: «Che tu lo sappia o no, che tu ci creda o no, che tu lo voglia o no, i tuoi pensieri e le tue parole determinano la tua realtà, la creano letteralmente».
Così, quando si leggono scritti o si ascoltano parole da altri, cioè i loro linguaggi e quindi i loro limiti, si è indotti a scegliere e comporre il proprio linguaggio che crea anch’esso il relativo mondo limitato. Di qui la necessità di un linguaggio (e, prima, di un pensiero) consapevole del suo limite e che pertanto si esprima sempre ipoteticamente.
Una determinata forma mentis non può vedere ed ammettere altre possibili forme, e si ostina a credere – credere! – che il mondo e le cose debbano andare come essa ritiene. La mente in-formata non sa di sé, essa è costantemente distratta poiché rivolta all’esterno per giudicare, ancora una volta automaticamente, ciò che accade a seconda che corrisponda o meno alla propria forma. Così ogni forma mentis è per l’essere umano un forte impedimento a guardare in sé attraverso il libero e sincero auto-sguardo, che permetterebbe di rendersi conto dell’occupazione coartante e limitante esercitata dalla forma che lo costringe, dal “cocktail” che lo sbronza.
Chiaro, poi, che le proiezioni di una determinata forma mentis si troveranno sempre in conflitto più o meno totale con le proiezioni di altre forme. E se «ogni forma è una morte», come nota Pirandello in incipit, allora il conflitto sarà fra morte e morte.
Anche la forma mentis cattolica ecclesiastica, dato che lo si ammetta o no esiste una cattolicità laica di più vasto orizzonte, ecumenica (non ecumenista!), non cessa di essere una della tante. Un’eggregora legittima, quella ecclesiastica, ma sempre una fra le altre, costituita anch’essa da enunciati ed immagini cui, com’è previsto nella forma medesima, si presta fede per gratuita grazia ricevuta, e perciò non per decisione umana, ciò escludendo la responsabilità personale dell’esserle fedeli o infedeli. Un dono lo si riceve per volontà del donatore, non del donatario.
I dogmi e la dottrina magisteriale organizzatavi intorno è un’enunciazione in concetti e parole che in quanto significanti non possono essere il Significato, bensì soltanto indicarlo. La dottrina è descrizione che si riferisce ad Altro da se stessa. A rigore, non la dottrina è divina bensì il suo Significato. Il cartello che indica il santuario non è il santuario. La fede nella dottrina, cioè nel significante, è legittima e va rispettata, ma altrettanto legittima è la consapevolezza che essa è un indice e non l’Indicato, un’allusione e non l’Alluso, ciò rendendo plausibile l’aspirazione, fruendo della facoltà contemplativa, a superare «in spirito e verità» la lettera dei significanti, cioè degli indici, delle allusioni, per l’unione con il Significato, con l’Indicato, con l’Alluso. Ed è appena il caso di precisare che quanto appena osservato non può riferirsi alla forma sovversiva del “magistero” bergoglian-prevostiano che ha deviato dagli insegnamenti di Cristo – che non sono una forma! – e perciò dalla Tradizione apostolica.
Inutile dilungarsi sul potere e la massiccia influenza che l’eggregora ecclesiastica, una miscela tutt’altro che limpida di spiritualità e mondanità, ovvero di Chiesa e Vaticano, ha esercitato attraverso i secoli, e ancora esercita malgrado le scosse terapeutiche che l’affliggono specialmente di questi tempi. Scosse che, verosimilmente, riguardano tanto la forma mentis rigida conservatrice quanto la forma mentis dissolutrice progressista, i due corni del dilemma ben espressi dalla lettera Y: l’uno I che si biforca nel duale V e addirittura nel plurale, sicché l’ut unum sint resta una chimera, con buona pace di coloro che, nel mezzo della baraonda, si approntano la propria oasi secondo la propria forma mentis.
Piuttosto, v’è un’importante osservazione riguardo all’aristotelico-scolastico “adaequatio rei et intellectus”, concepito come “corrispondenza tra la cosa e l’intelletto”, cioè “corrispondenza tra la realtà e la sua immagine linguistica e concettuale”. Infatti, la formula può essere intesa anche come un vedere il mondo così com’è, vale a dire prima della riduzione mediatrice analitica descrittiva che ne fa l’intelletto stesso, ossia prima del surrogato dialettico-onomastico. Sennonché, il mondo così com’è (il “pieno”) può vederlo soltanto la mente anch’essa così com’è (cioè “vuota”): Pieno e Vuoto distinti ma non separati. Si tratta della visione immmediata, pura, primordiale, unitiva, senza forma, spirituale, super-religiosa, giacché spiritualità e religione possono anche non coincidere in tutto e per tutto.
Hugh MacDiarmid: «Dobbiamo essere umili. Siamo così facilmente vanificati dalle apparenze, che non ci accorgiamo che queste pietre sono un tutt’uno con le stelle».
Lucio Anneo Seneca: «La terra è un solo paese. Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino».
Louis–René des Forêts: «L’universo è una presenza reale soltanto per chi gli è umilmente eco».
Carl Gustav Jung: «La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima».
Il mondo risultante dall’analisi e dalla descrizione non è il mondo-in-sé, esattamente come la mente-in-sé non è quello che se ne può dire , e che inevitabilmente promana dalla forma che la domina, cioè dal “cocktail” che la inebria. Il tragico sta nel sostituire le forme rappresentative del mondo e della mente al mondo così com’è e alla mente così com’è. Ci si arresta alle forme – composte di parole e concetti – circa il mondo e la mente, per l’imporsi dell’intelletto che invece è subordinato alla mente. Così la mediazione rappresentativa intellettuale diventa, ad un tempo, oggetto di fede e muro invalicabile; la mediazione dell’intelletto si fa dispotico e arido intellettualismo, e perciò stereotipa ed illusoria astrazione. Meno che mai pura visione. Meno che mai puro essere.
George Ivanovitch Gurdjieff: «La “conoscenza mentale” non serve mai ad altro che a diminuire la possibilità di acquisire la “conoscenza dell’essere».
Appena vista, la montagna è immediatamente nella mente. Montagna e Mente, distinte ma non separate, si conoscono a vicenda, sono un non-due extra-temporale, sicché l’intervento concettuale-descrittivo dell’intelletto non può darsi che a posteriori, calato nel tempo, dipendente dal tempo, e perciò subordinato e limitato. Di fatto, senza la Mente, l’intelletto non avrebbe di che occuparsi.
L’immediato è il non-mediato dall’espressione in concetti e parole. Infatti, Giorgio Colli nota preziosamente come l’immediato finisca dove inizia il discorso che ne rappresenta il tradimento, la distorsione, la contraffazione:
«È nella natura dell’espressione di dover lasciar cadere qualcosa, di svelare soltanto in modo incompiuto e imperfetto. Ciò che viene spremuto è più ricco della spremitura […]. L’espressione non è che la ripercussione, lo specchio, di qualcosa che è fuori del tempo, poiché il tempo nel suo complesso esprime la sfera delle immediatezze che sono sempre lì».
Ancora Louis–René des Forêts: «Arriva un momento in cui la conoscenza acquisita ostacola il viaggio»,
e ancora, attualissimo: «Sono in silenzio perché esausto da tanti eccessi: queste parole, tutte queste parole senza vita che sembrano perdere persino il significato del loro suono spento».
Ogni forma mentis è un sistema, ossia, in senso lato, un «aggregato di proposizioni su cui si fonda una dottrina» (etimo.it), quindi sistematica è la sua visione, sistematico è il suo prodotto, sistematico il potere che esercita. E poiché ogni sistema è uno dei tanti, ecco che non può porsi come esclusivo se non per un atto di fede, che religiosamente, lo si ribadisce, dipende dalla gratuita grazia ricevuta e non dalla volontà e dalla ragione, quest’ultima ponendosi a posteriori della grazia come tentativo di giustificazione dell’atto di fede. Di più, proprio il sistema in quanto tale, dunque l’organizzazione che ne consegue, è inabile a ri-formarsi se non in ordine ad elementi che … la lasciano intatta.
E qui sorge la libera domanda laica, ovviamente eretica allo sguardo sistematico ecclesiastico: Cristo, cioè la Via che non è un sistema, la Verità che non è un sistema, la Vita che non è un sistema, la Luce che non è un sistema, aveva una forma mentis ed è venuto per imporre un sistema demandandone l’istituzione organizzata a dei mortali? O non piuttosto per liberare da ogni forma e sistema che, al fine, sono di escogitazione umana? Dov’è nel Vangelo la giustificazione dell’istituzione e del sistema? Cristo ha forse detto ai suoi discepoli: «organizzatevi in un’istituzione»? Non ha invece detto: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno»? Non sembra che questo precetto sia stato rispettato. Anzi, gli annunciatori si sono organizzati.
Forse che nell’intenzione di Cristo vi era anche lo stato del Vaticano, ovvero un regno di questo mondo? Ma non ha detto che il Suo regno non è di questo mondo? Ossia: per offrirsi alla Luce e farsene cogliere, occorre essere ferreamente in-formati e in-truppati in un sistema ecclesiastico-vaticano (dove finisce la Chiesa e inizia il Vaticano e viceversa?), o non piuttosto dis-informati e de-sistemati, insomma liberi da ogni implicazione terrena? La Verità che libera passa esclusivamente attraverso la mediazione di un’istituzione terrena che non ha giustificazione nel Vangelo? Ed era un Matto anche un certo Francesco di Assisi che non pensava neanche alla lontana alla costituizione di un Ordine?
Benedetto XVI, volume VIII/1 della sua Opera omnia, Chiesa: segno tra i popoli. Scritti di ecclesiologia e di ecumenismo: «Francesco d’Assisi non fu propriamente il fondatore di un Ordine, quantomeno non lo volle essere. Sapeva che il compito che lo attendeva era molto più radicale: egli voleva raccogliere un novus populus che seguisse il Discorso della montagna sine glossa, trovando in esso la sua unica e immediata “regola”. Questo per Francesco significava esattamente l’opposto della “fondazione di un Ordine”: egli si è sempre opposto appassionatamente a inserire il suo nuovo popolo nel già noto schema giuridico-ecclesiastico di un “Ordine”».
E ancora: nello stato contemplativo-unitivo impera la sola Pura Luce o persiste il sistema sillogistico organizzato dall’istituzione? Ed il sistema organizzato dall’istituzione può stabilire (in basso) cosa può accadere nell’ambito contemplativo-unitivo (in alto)? Ed è davvero lecita la storicizzazione organizzata del Mito e del Mistero? Cosa resta del Vangelo se viene dimenticata la sua valenza mitica e mistica dando così la stura ad un conflittuale materialismo dialettico?
Al riguardo, dolcemente mistico il sufi Rumi: «L’amore e l’amata restano velati e nascosti / Non incolparmi se chiamo “Ragazza” il divino».
Sotto questi versi trovo questo commento:
«Il vero amore non entra nei nomi … quando l’anima si avvicina molto, il linguaggio fallisce».
Salvator Dalì: «Si dice che quando una persona guarda le stelle è come se volesse ritrovare la propria dimensione dispersa nell’universo».
Dice che per ritrovarsi nella sua universale essenza, la persona guarda, cioè contempla le stelle; non dice che si mette a leggere un libro, magari di astronomia, in cui l’intelletto s’impélaga nell’onomastica (onomastikḗ [tékhnē] “arte del denominare”) per spaccare con l’intelletto il capello in quattro, consolidando l’ingombrante e spadroneggiante forma mentis.
Stessa nota in Gustave Flaubert, che in poche parole suggerisce un tema di profondissimo significato: «La mente umana è paragonabile a una farfalla che assume il colore delle foglie su cui si posa … si diventa ciò che si contempla. Credo che se guardassimo sempre il cielo finiremmo per avere le ali».
La farfalla che assume il colore delle foglie su cui si posa è la mente che assume la forma di ciò che la occupa. Sennoché il cielo non ha una forma, ragion per cui, da Matto, dico che se guardassimo sempre nell’informe buio del nostro cielo interiore, finiremmo per trovare la Luce che «brilla nelle tenebre»!
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4 commenti su “Della Forma Mentis. Il Matto.”
Caro Matto,
anche se so bene che il mio intervento Le dispiacerà, continuo a pensare che il problema del Suo ragionamento stia nel fatto che parte da un’osservazione vera per giungere ad una conclusione falsa.
È vero che ciascuno di noi possiede una propria forma mentis, che siamo influenzati dall’ambiente, dalla cultura, dall’educazione e dalle esperienze vissute. Nessun cattolico serio lo nega.
Ma da questo non segue che la fede cattolica, i dogmi, la Chiesa e la Rivelazione siano semplicemente una forma mentis tra le tante.
Quando Lei riduce la dottrina ad un sistema di enunciati, il dogma ad un semplice indicatore e la Chiesa ad una delle tante eggregore collettive, finisce inevitabilmente per collocare la Rivelazione sullo stesso piano di qualsiasi costruzione umana.
Il cristianesimo, invece, afferma qualcosa di molto diverso: che Dio è realmente entrato nella storia, si è realmente rivelato e ha realmente fondato una Chiesa visibile.
Certamente il Mistero supera ogni formulazione umana. Ma da ciò non consegue che tutte le formulazioni si equivalgano o che la dottrina sia un ostacolo alla verità. Al contrario, è proprio perché esiste una verità oggettiva che possiamo distinguere tra realtà e fantasia, tra fede e opinione, tra contemplazione e suggestione.
Lei contrappone continuamente Cristo all’istituzione, la spiritualità alla dottrina, la contemplazione alla Chiesa. Ma nei Vangeli è Cristo stesso che sceglie gli Apostoli, conferisce loro autorità, fonda la sua Chiesa e promette di assisterla.
Per questo continuo a pensare che il Suo problema non sia un eccesso di dogma, ma una certa sfiducia verso l’Incarnazione. Perché se Dio si è davvero fatto uomo, allora il divino può manifestarsi anche attraverso parole, sacramenti, dottrina e istituzioni, pur con tutti i limiti degli uomini che le amministrano.
E forse il rischio più grande non è avere una forma mentis cattolica, ma credere di essersene liberati mentre si è semplicemente passati ad un’altra forma mentis, meno visibile ma non meno condizionante della precedente. In fondo, anche l’idea di essere finalmente “oltre tutte le forme” è essa stessa una forma. E spesso una delle più difficili da riconoscere.
Perché il suo commento dovrebbe “dispiacermi”?
Lei la pensa così ed io ne prendo atto.
Voglio dire: prendo atto della sua forma mentis
dalla quale non può evadere.
In quanto al “mio problema”, lei si sbaglia di grosso.
Infine, lungi da me, imbarcarmi in una disputa dialettica che
lascia, il tempo che trova.
Come già le dissi, se non ricordo male, ognuno segue la propria Via,
e su ciò il giudizio non è di competenza umana.
Meno che mai dei teologi.
Caro Matto, Gesù nel Vangelo si è rivolto solo a Pietro per dirgli:
“Tu sei Pietro, e su questa Pietra edifichero’ la Mia Chiesa”
E papa Pio XII, in Mystici Corporis Christi spiega:
“Cristo, pur continuando a governare in modo arcano la Chiesa direttamente da sé, “visibilmente” però la dirige attraverso “colui” (Pietro) che rappresenta la Sua persona (!) poiché, dopo la sua gloriosa ascensione in cielo, non la lasciò edificata soltanto in Sé, ma anche in Pietro, quale “fondamento” visibile.
◾Che Cristo e il Suo vicario costituiscono un solo “CAPO”, lo spiegò solennemente il Nostro Predecessore Bonifazio VIII.. d’immortale memoria con la sua Lettera Apostolica “Unam Sanctam”:
…”La Chiesa ha un solo Corpo ed una sola testa, non due, come se fosse un “mostro,” cioè Cristo e Pietro, vicario di Cristo e il successore di Pietro;…a meno che non si pretenda, come i Manichei, che ci sono DUE PRINCIPI; il che noi affermiamo FALSO ed ERETICO”…
◾Si trovano quindi in un pericoloso “errore” coloro i quali ritengono di poter aderire a Cristo, Capo della Chiesa, pur non aderendo fedelmente al Suo (legittimo) Vicario in terra. Sottratto infatti questo visibile Capo e spezzati i visibili vincoli dell’unità, essi “oscurano” e deformano talmente il Corpo Mistico del Redentore, da non potersi più né scorgere né raggiungere il porto della salute eterna.
▪️Ecco perché, per salvare la chiesa dalla grande impostura in atto, è assolutamente necessario riconoscere BXVI quale ultimo e legittimo Vicario di Cristo ed obbedire alle sue indicazioni profetiche date nel lontano 1969 ad un piccolo Resto fedele, al quale chiede di abbandonare le strutture “occupate” (Vaticano) dall’esercito nemico e celebrare nelle case dei fedeli, perché la Chiesa di Cristo non é quella massonica bergo-prevostiana che da 13 anni usurpa la cattedra di S. Pietro.
La chiesa di Cristo oggi é quella Spirituale obbediente all’ultimo vero papa BXVI:
«… Alla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto…Non sarà più in grado di abitare gli “EDIFICI”…
🔥 SARÀ UNA CHIESA PIÙ “SPIRITUALE”… povera e diventerà la Chiesa degli indigenti»…
http://www.korazym.org/65921/la-profezia-di-ratzinger-del-1969-sul-futuro-di-una-chiesa-della-fede-e-quel-piccolo-gregge-di-credenti
Dunque, se è vero che, come spiegava Leone XIII in Satis Cognitum, che “la salute della Chiesa dipende dalla dignità al Sommo Pastore” …
ne consegue che, se vogliamo davvero che Gesù torni a governare “VISIBILMENTE” la Sua Chiesa e liberarla dalle mani dei nemici, è assolutamente neccessario che qualche Cardinale di S. R. Chiesa ridia la dignità rubata all’ultimo vero papa BXVI, (che mai ha abdicato) dichiarando ufficialmente:
“VERE PAPA BXVI MORTUUS EST!
Dichiarazione di legittima Sede Petrina vacante (oltre che usurpata) che darà loro il” diritto” di indire un valido Conclave (art. 37- 33- 9 UDG) ed eleggere il legittimo successore di BXVI.
E se mi sbaglio correggetemi.
Cara Gabriela,
prendo atto del suo punto di vista e lo rispetto.
Mi permetto di invitarla a riflettere sul fatto che
che la sua è una dissertazione teologica fra le tante.
Riguardo al “correggetemi”, me ne guardo bene,
onde evitare di mettere altra carne al fuoco,
visto che quella già straripante dalla griglia
e ancora cruda.