Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione queste riflessioni sull’enciclica di papa Prevost, di cui ringraziamo di cuore l’autore. Buona lettura e meditazione.
§§§
L’ombra di Pelagio su Magnifica Humanitas? Una lettura critica dell’enciclica di Leone XIV
di Giulio Ferri
Tra le molte critiche rivolte all’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, una delle più gravi e teologicamente significative riguarda una possibile tendenza pelagiana che attraverserebbe il documento.
Si tratta di un’accusa pesante. Forse la più pesante che si possa formulare sul piano dottrinale dopo quelle riguardanti il modernismo.
Per questo motivo occorre anzitutto chiarire i termini della questione.
Pelagio, monaco britannico del V secolo, insegnava che l’uomo possiede in se stesso le risorse necessarie per compiere il bene e raggiungere la perfezione morale. La grazia divina, nella sua prospettiva, non era strettamente necessaria alla salvezza. Il peccato originale veniva sostanzialmente ridimensionato e la natura umana appariva molto meno ferita di quanto insegnasse la tradizione apostolica.
Contro questa visione si levò con forza sant’Agostino.
Per il grande vescovo di Ippona, l’uomo è realmente libero, ma è una libertà ferita. Senza la grazia preveniente di Dio non può salvarsi. Senza Cristo non può guarire la propria natura decaduta. Senza la redenzione il progetto umano rimane inevitabilmente incompiuto.
Da allora il pelagianesimo è diventato qualcosa di più di una semplice eresia storica.
È una tentazione permanente.
La tentazione di credere che l’uomo possa salvarsi da solo.
Naturalmente nessuno trova questa affermazione formulata esplicitamente nell’enciclica di Leone XIV.
Il problema è più sottile.
Esso riguarda la struttura complessiva del documento.
Leggendo Magnifica Humanitas, colpisce anzitutto la straordinaria fiducia riposta nella capacità dell’umanità di costruire un ordine più giusto attraverso la cooperazione, il dialogo, la partecipazione, la governance etica delle tecnologie, la solidarietà globale e la responsabilità condivisa.
Sono temi nobili.
Sono temi in larga parte condivisibili.
Ma il problema teologico nasce quando ci si domanda: quale ruolo occupa la grazia soprannaturale in questo processo?
In molte pagine dell’enciclica si parla dell’uomo, delle sue responsabilità, delle sue possibilità, delle sue scelte storiche.
Molto meno si parla della sua radicale dipendenza dalla grazia.
L’impressione che ne deriva è quella di un documento attraversato da un forte ottimismo antropologico.
Ora, l’ottimismo non è di per sé pelagiano.
Il cristianesimo stesso è profondamente ottimista perché fondato sulla vittoria di Cristo.
Ma esiste una differenza decisiva.
L’ottimismo cristiano nasce dalla redenzione.
L’ottimismo pelagiano nasce dalle capacità dell’uomo.
Ed è qui che emergono le prime difficoltà.
L’enciclica descrive dettagliatamente i pericoli dell’intelligenza artificiale, delle concentrazioni di potere economico, delle disuguaglianze sociali e delle strutture oppressive.
Ma dedica molto meno spazio a quella che per la tradizione cattolica è la radice di ogni crisi: il peccato.
Questo silenzio è significativo.
Perché se il male viene presentato prevalentemente come problema strutturale, tecnologico, economico o culturale, allora la soluzione tende inevitabilmente a diventare anch’essa strutturale, tecnologica, economica o culturale.
La prospettiva cambia radicalmente.
Non si tratta più anzitutto della conversione del cuore.
Si tratta della trasformazione dei sistemi.
Il rischio di una deriva pelagiana appare proprio qui.
L’uomo contemporaneo viene invitato a costruire una civiltà più umana, più inclusiva e più solidale.
Ma raramente gli viene ricordato che egli stesso porta dentro di sé una ferita che nessuna riforma sociale può guarire.
Agostino avrebbe probabilmente posto una domanda semplice:
chi guarirà il cuore dell’uomo?
Nessun algoritmo.
Nessuna governance etica.
Nessuna struttura partecipativa.
Nessuna agenda globale.
Soltanto la grazia.
Un secondo elemento merita attenzione.
Nel documento emerge continuamente il tema della fraternità universale.
Anche questo appartiene certamente al patrimonio cristiano.
Ma nel Nuovo Testamento la fraternità non nasce semplicemente dall’appartenenza comune al genere umano.
Nasce anzitutto dalla filiazione divina ottenuta in Cristo.
Quando questa distinzione si attenua, il rischio è che la fraternità venga pensata in termini prevalentemente umanistici.
La conseguenza è importante.
L’umanità non appare più come una famiglia che deve essere redenta.
Appare come una famiglia che deve semplicemente organizzarsi meglio.
Qui il parallelismo con il pelagianesimo diventa più evidente.
Pelagio non negava la bontà.
Negava la necessità radicale della redenzione.
L’enciclica non arriva certo a questo punto.
Ma talvolta sembra parlare come se il problema principale dell’umanità fosse l’assenza di cooperazione piuttosto che l’assenza della grazia.
Un terzo aspetto riguarda la figura stessa di Cristo.
Leggendo Magnifica Humanitas, emerge con forza un Cristo maestro di umanità, promotore della dignità della persona, difensore dei poveri e criterio etico della convivenza globale.
Tutte dimensioni autenticamente evangeliche.
Ma appare meno evidente il Cristo redentore che salva l’uomo dal peccato.
Meno evidente il Cristo che chiama alla conversione.
Meno evidente il Cristo che parla del giudizio.
Meno evidente il Cristo che libera dalla schiavitù spirituale.
Il risultato è una cristologia fortemente orientata all’umanizzazione dell’uomo e meno alla sua divinizzazione.
Eppure la tradizione cattolica ha sempre insegnato che il fine ultimo non è semplicemente diventare più umani.
È partecipare alla vita stessa di Dio.
Sant’Atanasio lo riassumeva in una formula celebre:
“Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse partecipe della vita divina.”
Questa prospettiva soprannaturale appare relativamente debole nell’impianto complessivo dell’enciclica.
È qui che molti critici vedono una possibile forma di neopesagianesimo.
Non il pelagianesimo classico.
Non la negazione esplicita della grazia.
Ma una sua progressiva marginalizzazione.
Paradossalmente alcuni osservatori potrebbero rivolgere oggi la stessa domanda a Magnifica Humanitas.
Quando il linguaggio della cooperazione globale occupa più spazio del linguaggio della redenzione, quando la dignità naturale dell’uomo appare più centrale della sua vocazione soprannaturale, quando la trasformazione delle strutture riceve maggiore attenzione della conversione delle anime, il rischio non è tanto l’eresia formale.
È qualcosa di più sottile.
Una lenta antropologizzazione del cristianesimo.
Personalmente non direi che Magnifica Humanitas sia un testo pelagiano.
Sarebbe una conclusione teologicamente eccessiva.
Direi però che il documento presenta alcuni accenti che possono favorire una lettura antropocentrica della fede.
E la storia della Chiesa insegna che il pelagianesimo nasce sempre così.
Non dalla negazione improvvisa della grazia.
Ma dal suo graduale oscuramento.
Quando l’uomo occupa troppo spazio nel discorso teologico, Dio non scompare immediatamente.
Semplicemente si allontana verso lo sfondo.
Ed è precisamente in quel momento che l’antica tentazione di Pelagio torna a bussare alla porta della Chiesa.
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
***
Stilum Curiae lo trovate anche qui:
https://www.instagram.com/sanpietrotos/
https://www.facebook.com/marco.tosatti/
https://www.facebook.com/profile.php?id=100063593462822
www.linkedin.com/in/marco-tosatti-77b42a21
https://x.com/MarcoTosatti
***

