Pizzaballa, M.O.: Quanti Morti Decisi da un Algoritmo? Libano, Dissacrata una Statua della Madonna.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione su quanto sta accadendo in Medio Oriente, in un’ottica di attenzione ai cristiani. Buona lettura e diffusione.

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In primo luogo questa fotografia diffusa da soschretiensdorient:

libano madonna profanata

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Poi c’è questo articolo di MSN News:

Israele distrugge una scuola cristiana in Libano. Rasi al suolo almeno 50 villaggi

Le ruspe israeliane hanno demolito negli scorsi giorni la scuola cristiana del Santo Salvatore nel villaggio di Yaroun, nel distretto di Bent Jbail, nel sud del Libano. A documentarlo è Vatican News, che racconta come l’edificio ospitasse anche le abitazioni delle suore che si prendevano cura della crescita spirituale e culturale di centinaia di studenti. Un luogo di formazione e comunità, cancellato dalle pale meccaniche in poche ore.

Yaroun era già un villaggio fantasma. Durante la guerra del 2024 contro Hezbollah, Israele lo aveva parzialmente bombardato costringendo l’intera popolazione ad abbandonare case e terreni. Le ruspe sono arrivate dopo, a completare il lavoro.

La “linea gialla” e il copione che si ripete

Yaroun non è un caso isolato. Lungo quella che l’esercito israeliano chiama “zona cuscinetto” — identificata sulle mappe con una linea gialla che segue il corso del fiume Litani — si contano già più di cinquanta villaggi svuotati e demoliti. Il ministro della difesa israeliano Israel Katz aveva dichiarato esplicitamente che quella zona “la nostra forza di difesa continuerà a mantenerla dopo averla conquistata e ripulita”.

Il metodo segue sempre lo stesso schema: prima si intima alla popolazione di evacuare, poi si bombarda, infine entrano in azione i bulldozer che spianano ogni struttura. Case, scuole, chiese: ogni traccia di vita precedente viene cancellata, lasciando un paesaggio spettrale e anonimo, senza passato e senza memoria.

Le voci di chi è rimasto

Chi vive nei pochi villaggi ancora risparmiati descrive una situazione di assedio. Un testimone anonimo, raggiunto telefonicamente dai media vaticani e residente in uno dei tre villaggi cristiani ancora abitati — Debel, Ain Ebel e Rmesh — racconta: “Qui, grazie a Dio, molte strutture sono rimaste in piedi ma siamo completamente accerchiati, assediati. Non si può uscire. Quello che inizia a mancare sono latte per i bambini e medicinali“.

Dal suo villaggio si sente ogni giorno, in lontananza, il rumore incessante delle ruspe che lavorano. Un suono che è diventato la colonna sonora della distruzione sistematica di un’intera fascia del paese.

Le analogie con Gaza

Tra i testimoni oculari c’è chi non esita a tracciare un parallelo con quanto accade nella Striscia di Gaza, dove un’altra “linea gialla” divide il territorio in due, con la parte est sotto controllo militare israeliano e interdetta ai civili.

A rendere il quadro ancora più pesante sono le notizie che arrivano da diverse città nel sud-est del Libano, dove i bombardamenti israeliani continuano a uccidere civili, tra cui donne e bambini. Morti che si sommano a una distruzione materiale senza precedenti, mentre la comunità internazionale continua ad osservare in silenzio. Il bilancio attuale parla di almeno 2.659 vittime e 8.183 feriti dal 2 marzo 2026.

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Infine, dalla cortesia di Rosso Porpora di Giuseppe Rusconi la lettera pastorale del card. Pizzaballa:

PIZZABALLA/QUANTI MORTI PER DECISIONE DI UN ALGORITMO?

 

PIZZABALLA/QUANTI MORTI PER DECISIONE DI UN ALGORITMO? – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 5 maggio 2026

Nella sua prima Lettera pastorale (molto ampia, articolata, ricca di considerazioni a tutto campo) alla diocesi il patriarca Pierbattista Pizzaballa cerca di rispondere alla domanda: come vivere da cristiani a Gerusalemme oggi, in una situazione molto problematica? Nel documento, che non vuole essere un’analisi politica, ma una proposta pastorale) la riflessione sul presente della Terrasanta, la vocazione biblica di Gerusalemme, la concretezza dell’azione quotidiana nell’ambito pastorale.

Nella festa di San Marco Evangelista il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha firmato una lettera pastorale alla sua diocesi di ampiezza inusitata (32 pagine dattiloscritte) dal titolo “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa”. La lettera, resa pubblica online il 27 aprile 2026, sarà disponibile in forma cartacea in libreria dall’11 maggio (Libreria Editrice Vaticana). Il documento raccoglie, perfeziona e sintetizza le tante riflessioni offerte da Pizzaballa nel corso dei suoi anni gerosolomitani, nel contesto di una quotidianità costantemente segnata da tensioni e violenze, accresciutesi ulteriormente in misura drammatica in questi ultimi due anni e mezzoE il cardinale francescano (che spesso e ingiustamente raccoglie l’ostilità ottusa di certo mondo ebraico, anche della diaspora, su cui il suo nome ha l’effetto della muleta sul toro…sentito con le nostre orecchie: “Fanatico antisemita, Hamas in tonaca”) non raramente è stato costretto dai tristi avvenimenti ad assumere un ruolo da protagonista.

La lettera è incentrata su Gerusalemme, ma è giusto ricordare che la diocesi che Pizzaballa guida comprende i cattolici di Israele, Palestina, Giordania, Cipro (in totale circa 340mila). 68 le parrocchie, 500 i presbiteri, 1500 religiosi e religiose. Utile evidenziare che, per quanto riguarda il Santo Sepolcro, la sua utilizzazione è regolata ancora sempre da un decreto ottomano (Statu Quo) del 1852 – confermato anche dall’Accordo fondamentale del 1993 tra Santa Sede e Israele e dall’Accordo del 2000 tra Santa Sede e Organizzazione per la Liberazione della Palestina, OLP – che regola la proprietà, la gestione, la manutenzione del Luogo Santo (cui si aggiungono la Basilica della Natività a Betlemme e la Tomba di Maria a Gerusalemme) da parte delle diverse confessioni cristiane presenti (per i cattolici latini l’Ordine francescano).  Il testo presenta un’introduzione e una conclusione, una prima parte con cinque paragrafi (“Leggere la realtà: considerazioni sul presente”), una seconda parte con dieci paragrafi (“La vocazione – Il sogno di Dio chiamato Gerusalemme”), una terza parte con tredici paragrafi (“Implicazioni pastorali”). Proponiamo a chi ci legge alcuni spunti di riflessioni tratti da una Lettera non certo banale.

DALL’INTRODUZIONE

. In questi anni di ministero pastorale ho parlato a voi, alla nostra amata Chiesa di Gerusalemme, in diversi modi: attraverso le omelie, qualche breve lettera e, soprattutto, durante le visite pastorali. Sono state queste ultime, in particolare, i momenti di incontro e di condivisione con le comunità che hanno segnato la vita della Chiesa locale, e anche la mia. Mi hanno permesso di conoscere più da vicino la nostra Diocesi, e di dare espressione concreta a quell’unità tra pastore e comunità che è alla base della vita ecclesiale.

In questi ultimi anni, tuttavia, l’ennesima e tragica guerra nella quale siamo precipitati – con le sue conseguenze sulla vita di tutti noi – ci ha costretti a ripensare modi e tempi del nostro ministero, che ho cercato di proseguire per quanto possibile. Alla luce di quanto sta accadendo – e per il peso che questi eventi hanno avuto e avranno sulla vita della nostra Chiesa – sento ora il bisogno di offrire una parola più articolata e una riflessione più compiuta, e perciò, eccezionalmente, anche più lunga. Questa Lettera, quindi, non nasce per una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di analisi politica. È da leggere poco alla volta, come strumento di discernimento ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo. 

 

DALLA PRIMA PARTE: CONSIDERAZIONI SUL PRESENTE

. Prima di interrogarci sulla nostra missione di credenti, dobbiamo guardare con onestà al contesto in cui siamo chiamati a viverla. Bisogna, infatti, partire dalla realtà nella quale ci troviamo, se si vuole rispondere concretamente alla domanda che ci accompagnerà lungo tutta la Lettera: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto? (…)  

. Non è mia intenzione ricostruire la cronaca degli eventi, ma comprenderne innanzitutto la portata epocale. Il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno significato qualcosa di diverso e di dirompente per ciascuno dei due popoli di questa terra. Per i palestinesi rappresenta l’ultima, drammatica fase di una lunga storia di umiliazioni e di esodi. Per gli israeliani, invece, qualcosa di inedito: violenze che hanno fatto rivivere gli orrori accaduti in Europa ottant’anni fa.  (…)

. Quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale. Per decenni, la comunità internazionale, e in particolare il mondo occidentale, ha creduto in un ordine internazionale basato su regole, trattati, multilateralismo. Non senza un velo di ipocrisia, dichiarava che il diritto internazionale, le Convenzioni di Ginevra, le risoluzioni dell’ONU, erano strumenti imperfetti ma necessari per regolare la convivenza tra i popoli e proteggere i più deboli dalla legge del più forte. Oggi, tutti sembrano avere aperto gli occhi sulla loro debolezza, evidenziata dall’incapacità di gestire questi conflitti. In Israele e Palestina, per motivi diversi e opposti, la fiducia in quel sistema era scomparsa già da molto tempo.

. Assistiamo al ritorno dell’uso della forza come strumento ritenuto decisivo per la risoluzione delle contese, laddove essa viene ridotta quasi esclusivamente alla sua forma violenta e militare, a scapito di ogni altra possibilità fondata sul diritto, sul dialogo e sulla responsabilità verso i civili. La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile. I civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo. (…)

IL RUOLO DEI MEDIA. Il ruolo dei media e delle comunicazioni oggi è più che mai centrale. Da un lato, sono la finestra attraverso cui riceviamo informazioni da luoghi altrimenti irraggiungibili. Dall’altro, sono diventati il vettore privilegiato per la diffusione di narrazioni, spesso contrapposte, e sempre più difficili da verificare. In un conflitto come l’attuale, la guerra si conduce non solo sul terreno, ma anche con le parole e con le immagini: ogni fotografia, ogni video, ogni titolo può diventare un’arma. È reale il rischio di smarrirsi, di non riuscire più a distinguere il vero dal falso, la cronaca dalla propaganda.

LA MORTE PER DECISIONE DI UN ALGORITMO. A questo si aggiunge un altro elemento, forse ancora più nuovo e inquietante. La guerra in corso ha sollevato altri interrogativi etici a cui non eravamo preparati. Penso, in particolare, all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane. Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo? Sono domande nuove, per le quali non abbiamo ancora risposte, ma che non possiamo più permetterci di ignorare (…)  Mi sono chiesto più volte, ad esempio: quante persone in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte per “decisione di un algoritmo”? È in questo scenario che dobbiamo interrogare il vissuto della nostra Diocesi.

Senza avere la pretesa di dire tutto, proviamo a mettere ordine raggruppando intorno a cinque nuclei fondamentali le conseguenze di questo caos sulla vita di tutti noi. 

1. La dissoluzione del legame: dolore, odio e sfiducia 

. Il primo strappo è la lacerazione del tessuto delle relazioni umane. Il dolore – che merita sempre rispetto – è radicato negli animi di troppe persone (…)  C’è chi perde la vita mentre riposa tra le mura di casa, e chi invece muore coinvolto direttamente nei combattimenti. C’è chi vede la propria abitazione distrutta durante un bombardamento, e chi assiste, anno dopo anno, alla perdita della propria terra (NdR: un riferimento a quanto sta succedendo in Cisgiordania?) . Alcuni hanno vissuto condizioni di assedio, privati di beni essenziali come cibo e medicine, mentre altri affrontano la paura costante causata da attacchi terroristici. Il dolore rimane sempre dolore, e non è nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza. Pur nel rispetto delle varie situazioni e riconoscendone la complessità, tuttavia, non le possiamo considerare tutte identiche: esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato (NdR: da notare: Tra chi occupa e chi è occupato…).   Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità.

. L’odio ha scavato solchi profondi. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando egli diventa solo “il nemico”, tutto diventa lecito. (…)

. Dall’inizio della guerra la situazione economica è peggiorata ovunque. La mancanza di pellegrini ha lasciato centinaia di famiglie senza lavoro; la chiusura dei territori palestinesi ne ha paralizzate altrettante. Nelle comunità si fa fatica a fare progetti. I giovani non si fidanzano, si sposano sempre meno, non mettono al mondo figli. Anche la crisi degli alloggi per le famiglie è sempre più acuta. Molti guardano all’estero e sognano un futuro lontano dalla loro terra. L’emigrazione, ferita antica, oggi si riapre più profonda che mai. 

2. Frammentazione e paura: la tentazione delle enclavi 

. A questa dissoluzione del legame si aggiunge un fenomeno che preoccupa: la crescente polarizzazione. Non solo tra israeliani e palestinesi – che ben conosciamo – ma all’interno di entrambi i tessuti sociali. Sempre più ci si rinchiude in gruppi chiusi, in enclavi sociali dove si incontrano solo persone che la pensano allo stesso modo, che parlano lo stesso linguaggio, che condividono le stesse paure. Questa tendenza è ulteriormente rafforzata dagli algoritmi dei social media, che propinano costantemente agli utenti contenuti che confermano le loro preesistenti convinzioni, aumentando l’eco delle proprie posizioni e ampliando i divari di sfiducia, paura e sospetto tra i gruppi.

. La paura e la radicalizzazione generano frammentazione e chiusura. Ci si ritira nel proprio gruppo come in un rifugio. Si smette di frequentare chi è diverso, chi la pensa diversamente, chi appartiene a un’altra comunità, a un’altra fede, a un’altra fazione politica. (…) Ci si definisce sempre più per opposizione: siamo ciò che l’altro non è. In questo gioco di specchi, l’identità diventa rigida, difensiva, escludente.

3. Il senso di perdita: parole consumate e bene comune offuscato 

. Il terzo nucleo è il più profondo: la perdita delle coordinate che ci permettevano di orientarci. Abbiamo perso la fiducia in alcune parole. “Convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “diritti umani”, “due popoli e due stati”: questi termini, che per anni hanno nutrito il nostro discorso, oggi ci appaiono logori e svuotati di significato.

4. La sfida specifica della Terra Santa: il dialogo interreligioso in difficoltà 

Un altro aspetto amaro riguarda la relazione con le altre comunità di fede. Il dialogo interreligioso – che per anni è stato centrale nella nostra missione – è in difficoltà. (…) I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari. I testi sacri vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo. Questo abuso del nome di Dio credo sia il peccato più grave del nostro tempo. Molte istituzioni religiose sembrano avallare, anziché arginare e denunciare queste derive, dimostrando così la loro debolezza profetica. Eppure, per noi cristiani il dialogo non è un’opzione, bensì una necessità vitale

5. Il volto variegato della nostra Chiesa locale in questo disordine 

. La nostra comunità ecclesiale vive dentro questo generale disorientamento. Siamo una Chiesa che si estende su territori diversi – Israele, Palestina, Giordania, Cipro – ciascuno con la propria storia e le proprie dinamiche. (…)

. A Gaza, i nostri fratelli sono immersi in una condizione di estrema tribolazione. Hanno vissuto per anni sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza medicine. E ora vivono tra le macerie. Abbiamo perso giovani, vecchi, bambini. Eppure, la parrocchia della Sacra Famiglia e la Caritas sono stati e rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore. Nelle chiese trasformate in rifugi, centinaia di sfollati hanno condiviso la vita in tutto.

In Palestina la situazione si deteriora di giorno in giorno. Di questo abbiamo già parlato a lungo, ma gli eventi non sembrano calmarsi. È lì che si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. Aumentano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti. (…)

La comunità cattolica di espressione ebraica, in questa contesa così polarizzante, non si è sempre sentita ascoltata dalla propria Chiesa, e lo ha espresso chiaramente. I nostri fratelli e sorelle cattolici di lingua ebraica vivono una particolare solitudine ecclesiale. Sono parte di una Chiesa che forse non sentono totalmente loro. Nei prossimi mesi, cercherò occasioni per incontrare personalmente questa componente della nostra Diocesi, per ascoltarli meglio. (…)

 

DALLA SECONDA PARTE: IL SOGNO DI DIO CHIAMATO GERUSALEMME

. Dopo aver dato uno sguardo generale – e inevitabilmente approssimativo – sul nostro vissuto, comune ma così diversificato, ritorniamo alla domanda iniziale: come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto, che ora possiamo anche riformulare: qual è la volontà di Dio su Gerusalemme? Proviamo quindi a scrutare insieme l’immagine della Città Santa che Lui stesso ci offre. (…)

Quando oggi parliamo di Gerusalemme, ci concentriamo prevalentemente sugli aspetti politici, storici e sociologici. Ma non va mai dimenticato il fatto che ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre. Quando parliamo della Città Santa in questo contesto, la intendiamo, oltre che come realtà fisica, anche e soprattutto come simbolo del Popolo di Dio e della Chiesa, nata a Pentecoste nel Cenacolo.

. Ancora oggi, la comunità cristiana di Gerusalemme conserva questo carattere universale che non va confuso con una semplice dimensione “internazionale”, ma rimanda a una realtà più profonda, che viene descritta in modo esemplare negli Atti degli Apostoli. Ancora oggi la maggior parte delle Chiese ha il proprio centro ecclesiastico altrove nel mondo, ma ciascuna custodisce a Gerusalemme il suo cuore e una presenza viva. In questa città, le diverse confessioni cristiane si trovano a condividere spazio e tempo, dando vita a un cammino imperfetto ma vitale verso l’unità dei credenti. (…) Per i credenti, il legame con questa Terra implica anche un rapporto costitutivo, per quanto complesso, con l’Ebraismo e l’Islam. Qui il dialogo interreligioso, nei secoli, è divenuto per noi non solo una condizione di sopravvivenza, ma un elemento di fedeltà alla nostra identità universale.

In estrema sintesi, possiamo dire che nell’incrocio di civiltà, religioni ed etnie, Gerusalemme rappresenta un microcosmo simbolico. È paradigma del mondo in generale, e quindi racchiude in sé tutte le questioni contemporanee che affrontiamo a livello globale. Si trova al centro della contesa israelo-palestinese, certo, ma rappresenta pure le complesse interazioni tra diverse religioni e nazioni. Già solo quella che lacera questa città è una contesa con significative ripercussioni regionali e globali. Basta una passeggiata per le strade di Gerusalemme per capire quanto la città sia realmente il punto focale di numerosi altri scontri percepiti su scala mondiale: la tensione tra modernità e tradizione, democrazia liberale e conservatorismo, universalismo e particolarismo (…).

Le immagini più potenti della Scrittura che delineano l’identità profonda di Gerusalemme e di conseguenza dell’identità e della missione della nostra Chiesa sono contenute nella visione di Giovanni della Gerusalemme celeste, descritta negli ultimi due capitoli dell’Apocalisse, ai quali ora ci ispiriamo. 

1. Un Cielo Nuovo per una Città Nuova 

Ignorare questa dimensione ‘verticale’ della nostra Terra, questa sensibilità religiosa e spirituale delle comunità che le appartengono – ebraiche, musulmane e cristiane – è la ragione più profonda del fallimento degli accordi di convivenza che si sono susseguiti negli ultimi decenni. E anche i futuri saranno destinati a fallire se non si terrà conto del carattere speciale, in quanto profetico, di Gerusalemme. Essa deve essere, prima di tutto, una casa di preghiera per tutti i popoli (Cf. Is 56,7).

2. Una città che scende dal Cielo 

3. Il Tempio e l’Agnello 

. “In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22). (…)

. Questo brano dell’Apocalisse offre una lezione forte alla Gerusalemme terrena, lacerata da conflitti legati al possesso dei luoghi e alla definizione di confini esclusivi. L’ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà è diventata uno dei criteri principali di interpretazione delle relazioni tra le comunità, generando spesso divisione e violenza. Sembra quasi che, per costruire relazioni e per avere diritto di parola, sia necessario possedere, occupare, giustificare la propria presenza attraverso un territorio.

Nella Gerusalemme nuova, dunque, non ci sono luoghi da possedere, ma relazioni da costruire. Se il Dio della Città Santa non occupa spazi e non innalza barriere, allora nessuno deve sentirsi escluso. Non si può perciò usare Dio per giustificare scelte di chiusura o di esclusione.

4. La lampada dell’Agnello: un nuovo modo di vedere 

5. Lo stile di vita della città: accoglienza e memoria

6. Le porte aperte 

7. Il cuore condiviso dell’umanità 

. “Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore… E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni” (Ap 21,24.26).

. Il cuore del mondo è a Gerusalemme, come testimoniano i milioni di pellegrini che giungono da ogni dove nella Città Santa. I pellegrini sono parte della vita della città. Senza di loro, senza questo legame con il mondo, la città è incompleta: lo vediamo purtroppo molto bene in questi mesi, segnati dalla loro assenza. Questo significa che i governanti locali dovranno sempre tenere in considerazione che quanto è vissuto a Gerusalemme coinvolge la vita di miliardi di credenti in tutto il mondo. Non è solo affare privato di chi ha la grazia di vivere in quei luoghi. Gerusalemme non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma appartiene a ciascuno perché non è bottino, bensì dono, punto di riferimento comune, un patrimonio dell’umanità.  

. Il mondo ha il diritto e la responsabilità di interessarsi a Gerusalemme. Non per imporre soluzioni dall’alto, mancando di rispetto alla sovranità e all’autodeterminazione dei popoli che vi risiedono, ma per esercitare una pressione costante e discreta – diplomatica, culturale e spirituale – affinché nessuna logica di esclusione, di sopraffazione o di possesso esclusivo possa prevalere. La comunità internazionale dovrebbe garantire la missione universale di Gerusalemme, ricordando a tutti che ciò che accade tra le sue mura riguarda il cuore di miliardi di credenti e l’intera famiglia umana. 

8. La vocazione: guarire il mondo 

. Non si tratta di fare da ponte tra due parti in conflitto, come se i cristiani fossero chiamati a mediare dall’esterno. Non è questo il loro ruolo. I cristiani in Terra Santa non sono un terzo incomodo, né un cuscinetto neutrale tra israeliani e palestinesi, o un corpo separato rispetto ai loro fratelli non cristiani. Sono, piuttosto, sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo.

9. Il rifiuto 

. Questi due capitoli dell’Apocalisse che ci hanno accompagnato non sono avulsi dalla realtà. Giovanni è ben consapevole che oltre al fascino e alla bellezza contenuta nei passaggi che abbiamo presentato, esiste anche la possibilità del rifiuto. Vi sono diversi passaggi in questo senso (21,8.27; 22,11.15). Ne prendiamo solo uno ad esempio: «Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!» (22,15).

. È un linguaggio forte, al quale forse non siamo più abituati. Sta ad indicare un elemento importante: vivere nella Città Santa rappresenta una scelta e una responsabilità. Le mura della città – abbiamo detto – non difendono, ma definiscono la postura esistenziale di chi ha deciso di vivere illuminato dall’Agnello. Se si decide di abitare nella città piena di splendore e dalle porte sempre aperte, desiderosa di accogliere e di guarire, ci si assume anche la responsabilità di rifiutare tutto ciò che non appartiene a quello stile.

. Vi è una scelta da fare, uno stile da assumere. Chi lo rifiuta, non può stare dentro le mura, non può fare parte della vita della Città. Si tratta, inoltre, non solo di scegliere di vivere nella luce dell’Agnello, ma anche di adoperarsi perché le tenebre e tutto ciò che appartiene al mondo della morte non dimori nella città.

10. Una città per tutti: abitare la storia con gli occhi dell’Agnello 

. La visione della nuova Gerusalemme, in definitiva, non costituisce un invito ad evadere dalla storia, ma un’indicazione per camminare dentro la storia. È un modello, uno stile, un riferimento reale per la comunità cristiana e per tutti coloro che hanno a cuore la città terrena.

. I principi emersi – il radicamento nella realtà, la custodia del sacro, l’universalità dell’accoglienza, la forza della mitezza, il primato della relazione sul possesso, la necessità di una redenzione della memoria, l’apertura a tutte le nazioni – hanno implicazioni politiche, sociali e interreligiose immediate. Essi ci dicono che:

. Il carattere storico di Gerusalemme ci fa comprendere che la città è la patria sia degli israeliani che dei palestinesi, ed è rivendicata da entrambi come propria capitale. Tuttavia, le rivendicazioni esclusive sono in contrasto con la vocazione di Gerusalemme. Essa è piuttosto una città da condividere, un luogo di incontro. 

Il carattere religioso di Gerusalemme non può essere ignorato in nessun accordo politico. I fallimenti passati lo dimostrano. Bisogna prendere coscienza che la caratteristica principale della Città Santa è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio. 

 

DALLA TERZA PARTE: IMPLICAZIONI PASTORALI

Dopo aver riconosciuto la realtà e contemplato il futuro che ci è affidato, ora ci chiediamo: come possiamo, come comunità, vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme che scende dal cielo? Non si tratta di applicare un progetto astratto, ma di lasciarci illuminare nel nostro quotidiano, in parrocchia, in famiglia, nelle istituzioni. È un cammino lungo e faticoso, ma l’unico che può darci fiducia.

Riprendendo i contenuti presentati fino a qui, cercherò ora di delineare alcuni ambiti pastorali, in cui appare chiaro che la missione della nostra Chiesa è essere espressione concreta di questa visione che Dio ci ha rivelato.  

1. Il primato della liturgia e della preghiera 

2. Le famiglie: chiese domestiche 

3. Le scuole: laboratori del futuro 

. Le nostre scuole sono forse tra i doni più grandi che la Chiesa fa a questa Terra. Generazioni di uomini e di donne – cristiani, musulmani ed ebrei – sono passati tra i banchi delle nostre istituzioni. Questo non è un dettaglio: è una vera missione. (…) 

. Ho chiara consapevolezza dei problemi cronici – non solo finanziari – che affliggono la maggior parte delle nostre istituzioni scolastiche e accademiche. Ultimamente, a Gerusalemme emerge il problema dei permessi per gli insegnanti provenienti da Betlemme, cosa che mette a serio rischio la possibilità di mantenere salda l’identità cristiana delle nostre scuole. Anche in questo ambito, il conflitto politico riversa conseguenze dirette sulla vita della Chiesa, e dovremo fare tutto il possibile per aiutare e sostenere i nostri insegnanti, senza però farci illusioni. Ci attendono tempi duri nei prossimi anni. Ciò nonostante, una cosa è certa: con mitezza e determinazione continueremo a difendere il carattere cristiano delle nostre istituzioni. (…)

4. Gli ospedali e le opere sociali: le foglie che guariscono 

C’è un luogo in cui l’accoglienza, il dialogo e la guarigione sono già realtà vissute: le nostre opere sociali. I nostri ospedali, gli ambulatori, i centri Caritas, le mense per i poveri, le case di accoglienza. L’Apocalisse parla di un albero della vita le cui foglie «servono a guarire le nazioni»: le nostre opere sono come quelle foglie, silenziose e discrete, ma capaci di portare sollievo a chiunque ne abbia bisogno, senza chiedere la carta d’identità o il credo religioso. (…)

5. I nostri anziani: memoria viva 

6. I giovani: coraggio e profezia 

7. I nostri sacerdoti: punto di riferimento per la comunità 

8. La vita religiosa: sentinelle dell’alba 

9. Dialogo ecumenico 

Nella nostra Diocesi le famiglie cristiane sono ormai quasi tutte miste. I nostri figli vanno a scuola insieme, studiano sugli stessi libri, condividono lo stesso futuro. La vita quotidiana supera in maniera molto naturale le distinzioni confessionali rigide, mostrando una capacità di fraternità interconfessionale che siamo chiamati a custodire.

. A Gerusalemme il peso delle divisioni tra le Chiese nel mondo si manifesta in modo particolarmente concreto, nella carne stessa delle nostre comunità.

10. Il dialogo interreligioso: non un’isola ma una città 

11. Contro la cultura di violenza 

12. La fiducia: controcorrente ma necessaria 

. Nella prima parte di questa Lettera abbiamo parlato di scetticismo. È un sentimento diffuso nelle nostre comunità: scetticismo verso le istituzioni, la politica, le parole, e talvolta persino verso il futuro. Dobbiamo però riconoscere che lo scetticismo, quando diventa atteggiamento permanente, finisce per paralizzare. A questo scetticismo siamo chiamati a rispondere con la fiducia. 

. Non si tratta di un ottimismo ingenuo o di un atteggiamento che ignora la durezza della realtà. La fiducia cristiana nasce dalla fede ed è una scelta controcorrente. È la certezza che Dio non ha abbandonato la storia al caos e rimane vicino a chi soffre, a chi è perseguitato, a chi è scartato. È la convinzione che una vita spesa e donata per amore non è mai perduta.(…) 

13. L’accoglienza: il respiro dell’amore.

 

CONCLUSIONE: TORNARE A GERUSALEMME

. Il Vangelo di Luca si chiude con un’immagine bellissima: dopo l’ascensione di Gesù, i discepoli “tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24,52). Erano stati sconvolti, avevano avuto paura, avevano dubitato. Eppure, alla fine, tornano pieni di gioia.

Anche noi desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana – le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano – con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio.

Torniamo a Gerusalemme con gioia. Torniamo alla nostra vita con passione. Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città, e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita. 

Che Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Regina di Palestina e di tutta la Terra Santa, Patrona della nostra diocesi, ci accompagni in questo cammino.  

Che la benedizione di Dio Onnipotente e Padre di misericordia scenda su ciascuno di voi. 

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1 commento su “Pizzaballa, M.O.: Quanti Morti Decisi da un Algoritmo? Libano, Dissacrata una Statua della Madonna.”

  1. Beh, che un eretico o non credente abbia messo una sigaretta in bocca ad una statua della Madonna, certo non gioisco, anzi sono turbata,
    MA un certo James Martin (sacerdote gesuita) abbia rivestito la statua della Madonna con in braccio il Figlio Suo Gesù, con la bandiera LGBTQ, risultato GRANDE SCANDALO.

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