Shakspeare non era Shakespere, Ma John (Giovanni) Florio. Ma Guai a Dirlo…Agostino Nobile.

Marco Tosatti

 

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Agostino Nobile, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla reale identità del bardo di Avon, e sul perché esse vengono ostracizzate oltre Manica. Buona lettura e diffusione.

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john florio nobile

Shakspere non era Shakespeare

 

Immaginate cosa ne sarebbe della nostra cultura se domani scoprissimo che il padre della lingua italiana non era italiano. Oltre a dover cambiare i testi scolastici, gli studiosi che per secoli hanno contribuito alla diffusione di questo falso sarebbero professionalmente e culturalmente spacciati.

Ma l’aspetto più drammatico sarebbe senz’altro l’umiliazione del popolo italiano. Per fortuna, oltre ad aver dato i natali a decine di geni in tutti i campi del sapere, disponiamo di una vasta documentazione che attesta la nascita, la vita, la morte e le opere dell’italianissimo Dante Alighieri.

Ebbene, su William Shakespeare la situazione è esattamente opposta a quella dell’autore della Divina Commedia. Esiste una documentazione altrettanto vasta, ma che smonta una bufala colossale, quella secondo cui il cosiddetto Bardo di Stratford avrebbe scritto 37 testi teatrali e 154 sonetti.

So bene che questa affermazione farà storcere il naso a molti. Del resto, da quattro secoli storici, intellettuali e le scuole del pianeta Terra ci ripetono che le opere di Shakespeare sono state scritte da Shakespeare. È quindi più che comprensibile lo sgomento, i sospetti e, non ultimo, la voglia di gettare questo articolo senza proseguirne la lettura. È come ricevere una lettera in cui qualcuno scrive che tua madre non è tua madre, ma una terziaria cistercense della Borgogna.

Eppure, a nutrire forti dubbi o a non credere affatto che Shakespeare sia l’autore delle più celebri opere teatrali inglesi troviamo, tra gli altri, Henry James, Mark Twain, Walt Whitman, James Joyce, Jorge Luis Borges, Eugenio Montale, John Huston, Charlie Chaplin. Nel 1847 Charles Dickens, scrive: «La vita di Shakespeare è un bel mistero, e tremo ogni giorno che qualcosa non venga alla luce». Henry James: «Sono “in un certo senso” ossessionato dalla convinzione che il divino William sia la più grande e riuscita frode mai perpetrata ai danni di un mondo paziente».

Di seguito sintetizzo in libertà alcuni commenti e articoli di Lamberto Tassinari, già docente di lingua e letteratura italiana presso l’Università di Montreal, autore della documentata ricerca John Florio: The Man Who Was Shakespeare (2009).

Chi è William Shakespeare? Il suo vero nome è Shakspere, attore non particolarmente famoso e impresario teatrale. Il nome è presente nell’atto di nascita, in quello di matrimonio e nell’atto di morte. Il nome Shakespeare è uno pseudonimo creato da John Florio, tanto che metà delle opere sono firmate Shake-Speare col trattino in mezzo, all’epoca molto usato negli pseudonimi.

Di William Shakspere non ci è pervenuta alcuna lettera, nessun carteggio, una cosa incredibile per un autore e un intellettuale di quel periodo. Sono rimasti solo un po’ di contratti immobiliari, di vendita di grano, multe per non avere pagato le tasse e sei firme, tutte scarabocchiate, macchiate, sporche, fatte da uno che evidentemente non è abituato a scrivere. Aveva due figlie, una sapeva appena scrivere, l’altra firmava con la croce.

Non sono ipotesi, è tutto documentato. Per difendere i loro dogmi gli stratfordiani dicono che a quell’epoca solo le ragazze di buona famiglia, aristocratiche, venivano educate. Ma un autore di una cultura vastissima e multiforme che non insegna alle figlie a leggere e scrivere è una assurdità.

Alla morte di Shakspere un antiquario della zona ha disegnato un busto funebre che ritrae un borghese grassottello con un sacco di grano, perché lui commerciava grano. Intorno al 1760, quando le opere di Shakespeare furono riconosciute per la loro genialità, è stato rifatto con una faccia più nobile, meno da borghesotto di campagna, ma soprattutto è stato tolto il sacco di granaglie, sostituito da una carta e una penna d’oca a indicarne la natura di scrittore.

Un’altra cosa impossibile è che un uomo come lui non possedesse un libro, nemmeno la Bibbia; non ci sono libri nel suo testamento, e i libri a quel tempo erano un valore. John Florio possedeva una libreria di 340 novelle e libri italiani, spagnoli, francesi e latini, e un numero ancora maggiore di testi in inglese. Nella sua lettera testamentaria cita titolo per titolo questi 340 libri che lascia alla famiglia dei conti Pembroke.

Le opere firmate Shakespeare sono in gran parte riprese dalla novellistica italiana, opere che all’epoca non erano ancora state tradotte in inglese ma erano presenti nella biblioteca di Florio. Per fare qualche esempio, Otello fu sviluppato a partire da una raccolta di novelle di Giambattista Giraldi Cinzio (Ferrara 1504-1573), Giulietta e Romeo da opere di Giambico, Senofonte Efesio, dalle Metamorfosi di Ovidio e dalla Divina Commedia, Il mercante di Venezia da una novella di Giovanni Fiorentino, autore trecentesco.

Chi era Giovanni/John Florio?
I documenti anagrafici attestano che nacque a Londra nel 1552. Suo padre, Michelangiolo Florio, toscano, era un importante predicatore dell’ordine francescano convertito al calvinismo. Della madre non si hanno notizie certe. Arrestato durante la Controriforma, fu imprigionato per circa due anni a Roma, a Tor di Nona. Grazie alle sue amicizie e all’intervento di Cosimo de’ Medici, riuscì a fuggire e a rifugiarsi in Inghilterra. Quando il cattolicesimo fu restaurato, scappò nuovamente, questa volta a Soglio, Svizzera, portando con sé il piccolo John, allora di appena due anni. Quando John aveva diciannove anni, nel 1571, i Florio tornarono a Londra. Dopo sei anni John pubblicò il suo primo libro, First Fruits (Primi frutti); nel 1591 seguirono Second Fruits e una raccolta di 6.000 proverbi italiani, molti dei quali compaiono nelle opere di Shakespeare.

John Florio è il grande traduttore di Montaigne e di Boccaccio, e per quasi sedici anni il segretario personale della regina Anne moglie di Giacomo I. Nella sua straordinaria biblioteca “shakespeariana” c’è la lista di quello che Florio ha letto per il suo dizionario, tra l’altro, tutto Aretino, Machiavelli e tutto il teatro italiano del Cinquecento.

Dato che in Italia gli anglofili rappresentano una bella fetta della popolazione, ricordiamo che la lingua inglese del Cinquecento era particolarmente limitata. Fu grazie al contributo di John Florio, che nel 1598 pubblicò il primo dizionario italiano-inglese, A World of Words, la lingua inglese fu arricchita con migliaia di nuove parole derivate da etimologie italiane, latine, greche e francesi. Possiamo quindi affermare che la lingua inglese, oggi parlata internazionalmente, deve molto a uno scrittore impregnato di letteratura e cultura italiana.

Gli elementi che sostengono la paternità di John Florio.

– John Florio e il padre Michelangelo sono eruditi come pochi lo erano in Inghilterra: arti, scienze, letterature, dalla teologia alla botanica, dalla medicina alla falconeria, dal diritto alla marineria. Una conoscenza enciclopedica, proprio come quella che dimostra di possedere “Shakespeare”. Certamente nessuno conosceva le letterature continentali come John che le insegnava avendole lette nelle lingue originali (italiano, francese e spagnolo). Frances Amelia Yates, autrice di una fondamentale biografia di John Florio (1934) lo definisce la summa della cultura dell’epoca.

– Lo stile e il linguaggio di William Shakespeare e John Florio sono identici. La stessa ampollosità, lo stesso uso esagerato di metafore, tutte le stesse figure retoriche, lo stesso spirito, lo stesso senso poetico, lo stesso uso estensivo dei proverbi. Inoltre formano le parole nello stesso modo. La verifica è facile: basta leggere i testi introduttivi delle opere di erudizione, il dizionario A Worlde of Wordes (1598), la traduzione dei Saggi di Montaigne (1603) e i First (1578) e Second Fruits (1591), due vivacissimi e colti libretti didattici bilingui italiano/inglese. Infine, prova fondamentale, migliaia di parole e frasi scritte prima da Florio si ritrovano poi nelle opere di Shakespeare.

– Quando leggiamo le traduzioni di Florio, si capisce immediatamente che si tratta di un’opera eccezionale. Non solo per l’”idea” missionaria di tradurre in Inghilterra in un momento così cruciale per lo sviluppo della cultura inglese, che è in sé un fatto straordinario, ma soprattutto per la qualità della scrittura di Florio. Anche nelle traduzioni, Florio dimostra di essere un grande scrittore, un poeta vicinissimo a “Shakespeare”. Per T.S. Eliot la traduzione del Montaigne è un classico delle lettere inglesi.

– L’impressionante conoscenza della Bibbia e delle liturgie, cattolica e protestante, che “Shakespeare” mostra di possedere si accorda perfettamente con la biografia di John Florio. Il padre Michelangelo e il figlio John, considerati finora due protagonisti minori della piccola diaspora eretica e protestante italiana, sono in realtà i primi grandi diffusori e promotori della cultura italiana all’estero.

– Nel testamento (da confrontare con quello mediocre dello Shakespere di Stratford che si trova su internet) John Florio lascia all’amico e protettore Lord William Pembroke la sua biblioteca di libri italiani, francesi e spagnoli. Oggi questi 340 volumi sono tutti scomparsi, volatilizzati, e non è difficile immaginare il motivo.

– La grande conoscenza di autori italiani di cui alcuni non tradotti in inglese. Il primo è Giordano Bruno. La presenza del pensiero di Giordano Bruno e del suo lessico nelle opere di “William Shakespeare” è flagrante. Ma tuttavia negata o ignorata dai dotti. Si tratta, a ben vedere, di una presenza “fisica”, intima, proprio una condivisione di idee, di gusti. Una prossimità inspiegabile se si pensa all’uomo di Stratford, ma naturale e normale se si pensa che John Florio e Giordano Bruno che sono stati due anni e mezzo insieme ospiti dell’ambasciatore francese a Londra dal 1583 al 1585. I rimandi dell’uno all’altro sono numerosi nelle loro opere.

– La conoscenza approfondita della musica sorprende in “Shakespeare”, eppure è incontestabile: John Florio era un musicista e lavorava a corte anche con questo ruolo di selezionatore di musicisti.

– John Florio è stato maestro e amico di altissimi aristocratici e per sedici anni Groom of the Privy Chamber (Gentiluomo della Camera Privata) presso il re Giacomo I. William Shakspere è figlio di contadini analfabeti che non ha mai messo piede fuori dall’Inghilterra.

– Tutti quelli che appaiono essere, nella anemica biografia dell’uomo di Stratford, degli “amici” del drammaturgo, sono in realtà gli storicamente ineccepibili amici di John Florio. Da lord Southampton a William Pembroke, presunti padrini di William Shakspere, in realtà storici allievi e protettori di John Florio. Il celebre drammaturgo e critico letterario Ben Johnson (1572-1637), considera Florio un maestro, a cui scrive una dedica autografa: “To his loving Father and worthy Friend Master John Florio. Ayden of his Muses” (Al suo amato Padre e degno Amico Maestro John Florio. Ayden delle sue Muse.)

– William Shakespeare dimostra un’indiscutibile sensibilità italiana. Gli esempi abbondano. Sedici opere teatrali hanno argomenti italiani. Mostra di conoscere benissimo la lingua italiana di cui ha letto opere nell’originale, compresi il difficile Giordano Bruno, Ariosto, Aretino (un altro degli ispiratori maggiori del Bardo) e, prova tra le prove, a volte Shakespeare si ispira all’originale italiano piuttosto che alla disponibile traduzione inglese.

– Ambientazione italiana: Molte opere di Shakespeare sono ambientate in Italia, come “Romeo e Giulietta” (Verona), “Otello” (Venezia), “La bisbetica domata” (Padova), “I due gentiluomini di Verona”, “Molto rumore per nulla” (Messina), e “Giulio Cesare” (Roma). Queste opere contengono numerosi riferimenti a città, costumi e cultura italiana dell’epoca che gli inglesi ignoravano.

Si comprende meglio perché un genio della musica come Giuseppe Verdi provasse un’affinità drammaturgica con Shakespeare/Florio, tanto da trarre ispirazione da tre drammi shakespeariani per le sue opere: Macbeth, Otello e Falstaff. Quest’ultima, in particolare, si basa principalmente su Le allegre comari di Windsor, con alcuni elementi tratti anche da Enrico IV.

Perché John Florio non ha firmato le sue opere?

Nell’epoca elisabettiana i traduttori non venivano visti come dei professionisti ma come scrittori che rubavano opere da altri. La maggior parte dei traduttori erano italiani, francesi e spagnoli che erano arrivati come protestanti scappati dalle guerre. Essi avevano la possibilità di insegnare la propria lingua o fare i traduttori. Gli inglesi vedevano questi nuovi arrivati come degli usurpatori che rubavano il loro lavoro. E se consideriamo che in questo periodo storico gli scrittori che non pubblicavano rischiavano la fame, si capisce meglio il motivo per cui si facevano la guerra e addirittura si ammazzavano. Robert Green e Tomas Nash, per esempio, tra i primi ad accusare Shakspere di rubare gli scritti all’ “absolute Johannes Factotum” (John Florio). Nonostante fossero scrittori di talento finirono per strada. Robert Green morì alcolizzato. Il più grande e famoso dell’epoca era proprio John Florio e, probabilmente, non voleva rischiare di fare una brutta fine.

Perché si perpetua la bufala su Shakespeare?

Penso che ci siano abbastanza motivi per cui i sovrani britannici e la classe politica si adoperano per nascondere la verità su John Florio.

Il primo è di natura identitaria: evitare un’umiliazione di portata storica. Il secondo motivo riguarda la credibilità culturale del Regno Unito: anche se la Gran Bretagna ha dato i natali a grandi scrittori, senza Shakespeare il peso della sua tradizione letteraria perderebbe molto del suo prestigio.

Il terzo motivo è economico. Una volta stabilito la paternità di John Florio, chi visiterebbe la tomba di un attore di secondo piano, per giunta mercante di grano, spacciato per secoli come un genio della letteratura inglese? Il quarto motivo riguarda la reputazione accademica: ammettere l’inganno metterebbe in discussione secoli di studi e opere di centinaia di esperti che hanno dedicato la propria carriera a Shakespeare.

Pare evidente che, chiunque osi mettere in dubbio la paternità letteraria di Shakespeare rischia non solo l’ostracismo accademico, ma anche la perdita del lavoro. Saul Frampton, docente presso l’Università di Westminster, ha affrontato il cosiddetto “mistero Shakespeare-John Florio” in due articoli pubblicati sul Guardian nel 2013. Forse per evitare di attirare troppe polemiche, Frampton ha ipotizzato che Florio si sia limitato a un lavoro di editing sulle opere di Shakespeare, una sorta di revisione linguistica che avrebbe semplicemente “sistemato” i testi. Un’ipotesi, questa, poco credibile se non addirittura insostenibile: senza i numerosi riferimenti culturali e linguistici italiani, infatti, molte opere shakespeariane perderebbero gran parte del loro senso e della loro coerenza.

Dopo la pubblicazione di quegli articoli, Frampton non ha più affrontato l’argomento, probabilmente messosi in allerta dopo le reazioni delle autorità britanniche. Non tanto per le analisi condotte, quanto per aver menzionato esplicitamente John Florio, un tema evidentemente sensibile e da evitare assolutamente in qualsiasi contesto. Del resto, John Florio rimane una figura pressoché sconosciuta al grande pubblico, e così deve restare.

Agostino Nobile

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12 commenti su “Shakspeare non era Shakespere, Ma John (Giovanni) Florio. Ma Guai a Dirlo…Agostino Nobile.”

  1. A F.B.Y (& increduli). Ciò che lei definisce libretto, nell’edizione francese corrisponde in realtà a un volume di 380 pagine. Non devo essere io a fare chiarezza, ma coloro che mettono in dubbio il prof Tassinari. Io ho elencato le sue tesi documentate, sta a voi detrattori dimostrare, con dati altrettanto documentati, che Tassinari sbaglia. Non bastano le congetture e i bla, bla, bla. Pochi esempi. Le figlie di Shakespeare erano analfabete. Vi sembra logico che un padre del genere non insegnasse loro a leggere e a scrivere? Se il cosiddetto Bardo non è mai uscito dall’Inghilterra, come ha fatto a conoscere luoghi e città italiane? Perché le maggiori opere sono ambientate in Italia? Perché nel suo testamento non risultano lascite di libri? Provate a investigare i fatti descritti da Tassinari che ho riportato nell’articolo. Credete più ai cosiddetti specialisti o ai grandi scrittori che dubitano o negano la paternità di Shakespeare? Henry James, Mark Twain, Walt Whitman, James Joyce, Jorge Luis Borges, Eugenio Montale, John Huston, Charlie Chaplin. Nel 1847 Charles Dickens, scrive: «La vita di Shakespeare è un bel mistero, e tremo ogni giorno che qualcosa non venga alla luce». Henry James: «Sono “in un certo senso” ossessionato dalla convinzione che il divino William sia la più grande e riuscita frode mai perpetrata ai danni di un mondo paziente».
    Le discussioni possono essere piacevoli e costruttive, ma quando ricevo commenti così privi di contenuti è una perdita di tempo. Meraviglia che non sappiate ancora che il modo migliore per creare confusione è quello di produrre falsi, come quello che Shakespeare era siciliano o citare Marlowe, Francis Bacon ecc. Gli specialisti che cercano di confutare i documenti riportati da Tassinari, utilizzano la stessa formula, scrivendo: “è probabile che” oppure “è un po’ complesso”. Prima di scrivere l’articolo ho consultato molti siti, anche di lingua inglese e francese. Se non utilizzano le formule “è probabile che” e “è un po’ complesso”, confermano quanto afferma il professor Tassinari. Se qualcuno avesse la cortesia di inviarmi documenti (non commenti di specialisti) che contraddicono queste informazioni, non avrei nessun problema a rivedere quanto ho scritto.

  2. Cari Signori,
    ma con tutto il bailamme che c’è in giro, non vi impegnate un po’ troppo
    per una questione che, con tutto il rispetto, non riveste che un’importanza piuttosto modesta?

  3. Professoressa E.R.

    Buongiorno Tosatti , lei sa chi sono anche preferisco confidenzialità.

    Da due secoli si disposta su questo tema su Shakespeare. Sigmund Freud e John Looney attribuirono al conte di Oxford . Zeigler e Hoffman attribuirono a Marlowe . Altri persino a Francis Bacon ( non è credibile)
    Il prof Tassinari è solo l’ultimo a ricercare interpretazioni vecchie consumate e superate da
    Altri studiosi . Il titolo GUAI A DIRLO .. farebbe ridere gli studiosi di Shakespeare Grazie

  4. Le tesi o ipotesi di Tassinari ( noto solo per questo libro…) son state notoriamente smontate e smentite da membri accademici più credibili.
    Comunque lei signor Nobile scrive ciò che ha scritto solo per aver creduto a un libretto ?
    Invece di disprezzare icommenti perché non risponde?

    1. A F.B.Y (& increduli). Ciò che lei definisce libretto, nell’edizione francese corrisponde in realtà a un volume di 380 pagine. Non devo essere io a fare chiarezza, ma coloro che mettono in dubbio il prof Tassinari. Io ho elencato le sue tesi documentate, sta a voi detrattori dimostrare, con dati altrettanto documentati, che Tassinari sbaglia. Non bastano le congetture e i bla, bla, bla. Pochi esempi. Le figlie di Shakespeare erano analfabete. Vi sembra logico che un padre del genere non insegnasse loro a leggere e a scrivere? Se il cosiddetto Bardo non è mai uscito dall’Inghilterra, come ha fatto a conoscere luoghi e città italiane? Perché le maggiori opere sono ambientate in Italia? Perché nel suo testamento non risultano lascite di libri? Provate a investigare i fatti descritti da Tassinari che ho riportato nell’articolo. Credete più ai cosiddetti specialisti o ai grandi scrittori che dubitano o negano la paternità di Shakespeare? Henry James, Mark Twain, Walt Whitman, James Joyce, Jorge Luis Borges, Eugenio Montale, John Huston, Charlie Chaplin. Nel 1847 Charles Dickens, scrive: «La vita di Shakespeare è un bel mistero, e tremo ogni giorno che qualcosa non venga alla luce». Henry James: «Sono “in un certo senso” ossessionato dalla convinzione che il divino William sia la più grande e riuscita frode mai perpetrata ai danni di un mondo paziente».
      Le discussioni possono essere piacevoli e costruttive, ma quando ricevo commenti così privi di contenuti è una perdita di tempo. Meraviglia che non sappiate ancora che il modo migliore per creare confusione è quello di produrre falsi, come quello che Shakespeare era siciliano o citare Marlowe, Francis Bacon ecc. Gli specialisti che cercano di confutare i documenti riportati da Tassinari, utilizzano la stessa formula, scrivendo: “è probabile che” oppure “è un po’ complesso”. Prima di scrivere l’articolo ho consultato molti siti, anche di lingua inglese e francese. Se non utilizzano le formule “è probabile che” e “è un po’ complesso”, confermano quanto afferma il professor Tassinari. Se qualcuno avesse la cortesia di inviarmi documenti (non commenti di specialisti) che contraddicono queste informazioni, non avrei nessun problema a rivedere quanto ho scritto.

  5. GiorgioBenello jr. Ripeto quello che ho scritto al sig Rob de matt: Se lei possiede più documentazione del Prof Lamberto Tassinari la prego di smentire punto per punto quello che ho riportato nell’articolo. Grazie

  6. Gentile Rob de matt Se lei possiede più documentazione del Prof Lamberto Tassinari la prego di smentire punto per punto quello che ho riportato nell’articolo. Grazie

  7. A GiorgioBenello jr. Mi scusi, ma sono costretto a una replica. Intanto, come dimostra ampiamente l’articolo, la ricerca non l’ho fatta io ma il prof Tassinari (e non è il solo). Lei sembra il classico coniglio da tastiera che pensa di smentire con una battuta un docente di lingua e letteratura italiana presso l’Università di Montreal, che ha studiato per anni e a fondo libri e documenti relativi ai personaggi trattati. Le prove, più che abbondanti, riportate dovrebbero perlomeno far riflettere. Evidentemente, la razionalità e la capacità di analisi non fanno parte delle sue caratteristiche. Comunque può dormire tranquillo, le assicuro che la sua battuta affascinerà molti coniglietti.

  8. Perché “GUAI A DIRLO “?
    Son più di due secoli che si dice . Che potesse anche essere siculo ( Florio ) perché no? Anzi
    qualcuno sostiene che fosse un avo di Pippo Baudo . Poi a metà ‘800 i produttori del
    Marsala Florio han sostenuto il nome Florio per fare risonanza al Brand …

    1. Caro “roba da matti” condivido . Qualcuno analizzando l’albero genealogico di Dario Fo
      ha trovato un suo ascendente di trecento anni fa che si credeva Shakespeare e aveva portato a teatro “ Funny mystery in UK” . Ma il pubblico gli ha lanciato cavolfiori ( cauliflowers)
      e poi la Corona gli ha fatto fare un weekend alla Tower . Insomma , in sintesi rispettosa, che vale anche per me . Il numero di pensionati relativamente giovani ha aumentato esponenzialmente il numero di pubblicisti, scrittori, esperti di tutto , che ci deliziano dopo aver letto le Parole Incrociate ; vero nome di Shakespeare : comincia con F e finisce con O

  9. GiorgioBenello jr.

    La ipotesi di Nobile è la cosiddetta interpretazione italiana-sicula della secolare “questione shakespeariana “ . Curioso che Nobile non abbia anche ricordato le più ben note e credibili ( di Florio) ipotesi del conte di Oxford o Francis Bacon o Marlowe … da questo commento del signor Nobile si può capire come si costruisce la storia . Chissà per quale fine… mah!

I commenti sono chiusi.

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