Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla divinità, e sulla sua forza invisibile, ma comunque presente, che sostiene le nostre esistenze, e, in ultima analisi il mondo reale. Buona lettura e meditazione.
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L’INVISIBILE CHE TIENE TUTTO INSIEME
«In finem nostrae cognitionis Deum tamquam ignotum cognoscimus»: “Alla fine della nostra ricerca conosciamo Dio come sconosciuto”.
Tommaso d’Aquino
Parafrasando e sconvolgendo la ragione:
«Alla fine della nostra ricerca vediamo Dio come invisibile».
Per quanto mi riguarda, capita spesso che fra le parole di una frase trapeli un lampo di Luce – l’Unica! – grazie al quale ritrovo Qualcosa di familiare, una conferma di ciò che già dimora nella mia coscienza. Questa volta, la frase è di pochissime parole:
L’INVISIBILE CHE TIENE TUTTO INSIEME.
E allora, Dio è lo sconosciuto invisibile – apofatico! – che tiene tutto insieme, ciò che frantuma ogni appiglio intellettuale e verbale, dunque ogni tentativo, sempre maldestro, di appropriazione.
La breve frase attraverso la quale è trapelato il lampo di luce, fa parte del titolo dell’ottimo articolo di Gabriella Greison su avvenire.it del 13 febbraio 2026 intitolato Emmy Noether e l’invisibile che tiene tutto insieme, qui appresso proposto integralmente.
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Ogni volta che parliamo di energia che si conserva, di universo che non si disfa nel cambiamento, stiamo parlando di una donna che ha vissuto come se la verità non avesse bisogno di applausi.
Emmy Noether nasce nel 1882 e muore nel 1935. Matematica, una delle menti più potenti del Novecento, anche se per molto tempo il Novecento ha fatto finta di non accorgersene. Quando oggi diciamo che le leggi di conservazione sono il cuore della fisica moderna, stiamo dicendo una cosa semplice: stiamo vivendo dentro il teorema di Emmy Noether. È importante dirlo subito, con chiarezza, perché la sua importanza scientifica è vertiginosa: Emmy Noether dimostra che a ogni simmetria della natura corrisponde una quantità che si conserva. Se il tempo è simmetrico, l’energia si conserva. Se lo spazio è simmetrico, si conserva la quantità di moto. Se le leggi non cambiano ruotando il sistema, si conserva il momento angolare.
Tradotto: il mondo non è un caos che ogni mattina ricomincia da zero. C’è qualcosa che resta.
Ma per capire davvero Noether non basta dire cosa ha scoperto. Bisogna guardare come ha vissuto. Donna, ebrea, geniale, in un’università tedesca che non prevedeva donne. Per anni insegna senza stipendio, senza titolo, senza riconoscimento ufficiale. Quando scrive, spesso non è lei a firmare. Quando scopre qualcosa, qualcuno lo presenta al posto suo. Quando finalmente viene riconosciuta, è già troppo tardi: il nazismo la costringe all’esilio, negli Stati Uniti, dove morirà poco dopo.
Questa non è solo una biografia ingiusta. È il luogo da cui nasce la spiritualità. Perché Emmy Noether non parla mai di Dio. Non scrive testi religiosi. Non lascia confessioni. Eppure tutta la sua vita è attraversata da una domanda profondamente spirituale: che cosa resta quando tutto cambia?
Il suo lavoro matematico è una risposta silenziosa a questa domanda. In un mondo che la rifiuta, lei cerca ciò che non dipende dalle condizioni esterne. In un sistema che la esclude, lei scopre leggi che valgono sempre. Ovunque. Per chiunque. Anche per chi non ha voce.
È qui che, nella mia ricerca, io mi fermo su di lei. Perché vedo in Noether una spiritualità che non chiede spazio, ma crea fondamento. Una spiritualità che non grida, ma regge. Che non consola, ma sostiene. Noether non cerca il senso nelle parole. Lo cerca nelle strutture. Nella coerenza profonda del reale.
Nella fedeltà delle leggi a se stesse. E questo, per me, è un gesto di fede radicale: credere che esista un ordine che non dipende dal riconoscimento umano.
C’è qualcosa di struggente nella sua vita. Emmy Noether sa di essere geniale. Non lo ostenta, ma lo sa. Eppure accetta di restare ai margini. Non perché si rassegni, ma perché ciò che ama è più grande del riconoscimento. Ama la verità matematica. Ama il fatto che, anche se nessuno la vede, funziona. In lei vedo una spiritualità della permanenza. Dell’invisibile che tiene insieme tutto. Del fatto che ciò che conta davvero spesso non fa rumore. Non appare. Ma se lo togli, il mondo crolla.
Ed è per questo che oggi, ogni volta che parliamo di energia che si conserva, di leggi che restano valide, di universo che non si disfa nel cambiamento, stiamo parlando di lei. Di una donna che ha vissuto come se la verità non avesse bisogno di applausi.
E allora arrivo alle domande per voi. Semplici. Dirette. Profondamente umane. C’è qualcosa nella vostra vita che vi sostiene, anche se nessuno la vede? Avete mai sentito che ciò che fate non cambia il mondo ma lo tiene insieme? Siete mai rimasti fedeli a qualcosa anche quando non portava riconoscimento?
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«C’è qualcosa che resta quando tutto cambia […] Non appare. Ma se lo togli, il mondo crolla»: il mondo è retto dall’Invisibile, da «un ordine che non dipende dal riconoscimento umano»: come dire che tutto ciò che l’umano riesce a conoscere di tale ordine non è tale ordine, bensì ne è una descrizione, quindi una mediazione destinata a rimanere tale.
E l’Invisibile, proprio perché tale è l’Ineffabile, l’Indefinibile. Di fatto, soltanto il visibile – e tutto il sensibile – può essere nominato e definito, quindi oggetto di distinzioni. Non così per l’Invisibile, che per tenere insieme tutto il distinguibile e nominabile ha da essere Uno e Indistinto. E Sconosciuto.
Giordano Bruno:
«Da ciò segue che nell’uno tutte le cose sono indistinte, e che quelle diverse e contrarie tra loro, nel principio semplicissimo sono una sola e medesima cosa, come spesso mostrammo il massimo coincidere col minimo al principio e alla fine; giacché quello che è l’estremo del caldo è il principio del freddo, l’estremo del male principio del bene, la fine delle tenebre principio della luce».
L’esigenza di adottare nomi, aggettivi, concetti e immagini per organizzare sillogismi che cercano di prendere nella rete l’Invisibile – il «principio semplicissimo» – è un tentativo disperato che muta in condizionamento. L’Invisibile Ineffabile sfugge inesorabilmente – ma trapela! – attraverso le maglie della rete poiché è dentro e fuori di essa, ma, in fondo, né dentro né fuori.
Per essere assunta dall’Invisibile, dallo Sconosciuto, la Coscienza deve spogliarsi di ogni surrogato della Visione, ovvero di ogni conosciuto, sensazione, nome, aggettivo, concetto, immagine e sillogismo.
Jean Pierre de Caussade:
«La morte dei sensi, la loro nudità, le loro sottrazioni o distruzioni sono il regno della fede; i sensi adorano le creature, la fede adora la volontà divina».
La Verità che libera è nuda, ed esige che anche la Coscienza sia nuda.
Nudità sulla nudità.
Nudità nella nudità.
Julius Evola:
«nudità inconcepibile dell’essere puro».
La nudità del nulla, il nulla della nudità.
Nicolás Gómez Dávila:
«Il nulla è l’ombra di Dio».
Jalal al-Din Rumi:
«Se ti fai nulla, sarai trasformato in essere puro».
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16 commenti su “L’Invisibile che Tiene Tutto Insieme. L’Incredibile Storia di Emmy Noether. Il Matto.”
Caro don Pietro Paolo,
di quale “incoerenza” rimprovera il Matto, e per quale “coerenza” lei si loda?
Tutte le volte che la Istituzione ha detto, ribadito, sottolineato che la Rivelazione illumina la Chiesa – nel tempo-, con ciò auto- autorizzandosi a mutar opinione a seconda dell’andazzo politico e del ricambio di Papi, negando che si possa interpretare il concetto di coerenza e di incoerenza alla vecchia maniera, tanto meno dal CVII…Inoltre, come avrà visto, i “buoni” esempi delle ultime novità si affrettano a calare dall’alto ( o dal basso ) della sua bella isola. ll Vescovo di Palermo e l’Imam del luogo hanno concelebrato un bel matrimonio tra un “graziato” del delitto di traffico di carne umana e una “capa” di società ONG. Grossi affari -spirituali- in vista. “Tout passe, tout lasse, tout casse.”
E.C. non negando, ma nega.
Ohh, cara Adriana, è da un po’ che non la si leggeva… e ora rieccola puntuale, con il suo repertorio ben rodato.
Veniamo alla questione, però — perché, al di là delle battute, qualcosa va chiarito.
Lei parla di “incoerenza” come se la Chiesa cambiasse verità a seconda del vento. Ma qui sta l’equivoco di fondo: la Rivelazione non cambia, mentre la sua comprensione e applicazione nella storia possono approfondirsi. Non è incoerenza: è sviluppo organico. Se così non fosse, la Chiesa sarebbe morta nel I secolo, non viva nella storia.
Quanto al Concilio Vaticano II, continui pure a evocarlo come spartiacque sospetto, ma resta un concilio della Chiesa, in continuità con tutta la Tradizione. Negarlo o insinuarlo come origine di “mutazioni opportunistiche” non è spirito critico: è semplicemente una lettura ideologica.
Poi arriviamo al “caso” che lei cita. Al netto delle coloriture polemiche — “grossi affari spirituali”, “ONG”, “capa”, ecc. — le chiedo: ha davvero elementi concreti per sostenere ciò che insinua, oppure siamo nel campo delle narrazioni costruite per scandalizzare? Perché tra un incontro, un gesto, un dialogo… e una “concelebrazione” con un imam, passa una differenza non da poco. E lo sa bene.
Il problema, cara Adriana, è sempre lo stesso: si prende un fatto (spesso deformato), lo si carica di significati simbolici, e lo si usa per confermare una tesi già decisa in partenza — cioè che la Chiesa avrebbe tradito sé stessa.
Ma la realtà è meno teatrale e più solida: la Chiesa resta quella fondata da Cristo su San Pietro. Può avere pastori più o meno felici nelle scelte, certo. Ma non diventa incoerente perché non corrisponde alle nostre aspettative o ai nostri schemi.
In fondo, la sua posizione si riassume così: se la Chiesa non parla come penso io, allora è incoerente.
Capisce bene che questo non è un criterio cattolico, ma personale.
Bentornata, comunque. Anche le sue provocazioni, in fondo, aiutano a fare chiarezza.
Mi domando come impiegherebbe il tempo, caro don P.P., se non ci fossero “provocatori”
sui quali riversare a fiumi la sua struzzesca e disincarnata teologia.
Il suo spasmodico replicare per stroncare le “provocazioni” (quelle che la sua mente vede come provocazioni) fa pensare.
Caro Matto,
“struzzesca” è un neologismo assolutamente centrato, ecologico, nonchè animalista 🤣. My best compliments. 🤗
Caro don Pietro Paolo,
ideologia? e cosa c’è di più ideologico di un dogma? In aggiunta, proclamato da umani per altri umani, senza alcuna prova- nemmeno testuale- della sua “divina” verità. Io non disapprovo la Chiesa perchè agisce come io non desidero agisca. Io ne disapprovo- in toto- ( rilevabile fin dal Concilio di Nicea ) la sua presunzione istituzionale (prima ancora delle sue metamorfosi).### Se lei abbisogna di prove a proposito degli “innocentissimi” sposi, ne legga le notizie riportate dai media. Per quanto globalisti non hanno potuto tacere sulla condanna ufficiale a 30 anni di reclusione per lo sposo ( dovuta non solo alla tratta di carne umana, ma anche a quattro comprovati omicidi compiuti in sua scienza e mancata coscienza ). La grazia presidenziale, come al solito, viene concessa per spirito ( accanito ) di globalismo. Non dimentichi che l’attuale PdR è lo stesso uomo che- come vice di D’Alema (Capo del Governo)- fece bombardare Belgrado distruggendo migliaia di persone innocenti e causando la frattura di una nazione cristiana. Come vede, se vuole delle prove di quanto da me asserito, gliene ho indicato il modo per trovarle. Lei, quali prove mi dà per aver fiducia nella sua dogmatica Istituzione?### Quanto a Leone XIV che auspica una fratellanza (divina oltre che umana) con i “fratelli-cronologicamente- minori”, bisognerebbe ricordargli che ci vollero ben due guerre a Belgrado, una a Lepanto, una a Vienna (per citarne le maggiori) onde evitargli di doversi accontentare- al più- del semplice e umile ruolo da “Imam” della Garbatella ( totalmente depauperato della cinta difensiva delle sempre valide mura aureliane…- en cas de malheur- ).
Caro Matto,
nel suo scritto c’è, come spesso accade, un’intuizione iniziale non priva di fascino: che il reale non si esaurisca nel visibile, che vi sia un ordine più profondo, che l’uomo non possieda Dio come si possiede un oggetto. Fin qui, un cristiano può perfino annuire.
Ma il problema comincia subito dopo.
Perché da quell’intuizione lei non approda alla trascendenza del Dio vivo, bensì a una specie di indistinto metafisico in cui tutto scivola: il Dio ignoto di san Tommaso diventa l’“Invisibile” impersonale; l’apofasi cristiana diventa dissoluzione dei nomi; il mistero diventa confusione; la trascendenza diventa indistinzione.
Ed è precisamente qui che bisogna fermarsi.
San Tommaso, quando dice che alla fine della nostra conoscenza conosciamo Dio come ignoto, non sta affermando che Dio sia un indistinto ineffabile al quale non si possa dire nulla di vero. Sta dicendo una cosa ben diversa e molto più rigorosa: che Dio supera infinitamente i nostri concetti, ma non per questo si sottrae a ogni conoscenza reale. Dio resta incomprensibile, non inconoscibile. E soprattutto non è il Nulla, non è l’Uno indistinto, non è il “principio semplicissimo” in cui bene e male, luce e tenebre, massimo e minimo si confondono.
Questo infatti non è Tommaso. Questo è un’altra cosa.
Lei parte da una suggestione trovata in un articolo su Emmy Noether e la trasforma in una teologia dell’“invisibile che tiene tutto insieme”. Ma il salto è arbitrario. Che nella struttura del reale vi siano permanenze, simmetrie, leggi, non autorizza affatto a concludere che il fondamento ultimo sia l’Indefinibile indistinto da cui bisogna spogliarsi di ogni nome, concetto e immagine. Qui non siamo più nell’ordine della contemplazione cristiana, ma in un collage spirituale dove si accostano senza criterio san Tommaso, Giordano Bruno, de Caussade, Evola, Gómez Dávila, Rumi, come se bastasse evocare nomi alti per ottenere una sintesi vera.
Ma una giustapposizione non è una sintesi.
Anzi, proprio il ricorso a Giordano Bruno rivela il punto critico del suo impianto. Perché quando il massimo coincide col minimo, il bene col male, la luce con le tenebre, allora non siamo davanti alla profondità del mistero cristiano, ma alla dissoluzione delle distinzioni. E quando saltano le distinzioni, salta anche la verità. Perché se tutto, nel principio, è indistinto, allora nulla è veramente rivelato, nulla è veramente giudicato, nulla è veramente redento.
Il cristianesimo, invece, vive di distinzioni reali: Creatore e creatura, bene e male, grazia e peccato, verità ed errore, Dio e mondo. Se lei scioglie tutto nell’Uno indistinto, non eleva il discorso: lo svuota.
Ed è per questo che il suo richiamo alla “nudità” della coscienza finisce per essere ambiguo. Certo, la fede chiede purificazione, distacco, spoliazione degli idoli. Ma non per precipitare nel vuoto di un’esperienza pura e senza volto. La fede cristiana non conduce al nulla, conduce a Dio. E Dio non è un’assenza indeterminata: ha parlato, si è rivelato, si è fatto conoscere, ha preso carne.
Qui sta il punto che il suo testo aggira.
Il cristiano non dice soltanto che l’Invisibile regge il mondo. Dice di più, e lo dice perché gli è stato rivelato: “tutte le cose sussistono in Lui” (Col 1,17). L’invisibile che tiene tutto insieme, per la fede cristiana, non è un principio anonimo, ma il Logos eterno del Padre, manifestato in Gesù Cristo. Non un indistinto da intuire, ma un Volto da accogliere. Non una coincidenza degli opposti, ma il Figlio nel quale tutto è stato creato e redento.
Per questo la sua frase finale sulla “nudità del nulla” non è vertiginosa: è rivelatrice. Perché mostra bene dove porta il suo itinerario. Non alla teologia negativa cristiana, che custodisce il mistero senza negare la rivelazione; ma a una spiritualità di svuotamento dove, a forza di togliere nomi, immagini, concetti e parole, si finisce per togliere anche il Dio vivente.
E allora non resta più la fede. Resta un’atmosfera.
Lei scrive che “la Verità che libera è nuda”. Ma la fede cristiana direbbe diversamente: la Verità che libera ha parlato, ha un nome, ha un volto, ha una carne gloriosa. Non è muta. Non è indistinta. Non è irraggiungibile. Non è il nulla della nudità.
È Gesù Cristo.
Ed è precisamente questo che impedisce di trasformare il mistero in nebulosa e l’apofasi in vaghezza spirituale.
In sintesi: nel suo testo c’è una nostalgia autentica del Fondamento, ma c’è anche il rischio costante di scambiare il mistero con l’indistinto, la trascendenza con l’inafferrabile, Dio con una profondità senza volto. E questo, mi permetta, non è più il respiro della fede cattolica. È un’altra aria.
Non posso che ripeterle quel che ho già affermato più volte:
nella dimensione mistica, ognuno segue il proprio sentiero,
su cui nessuno può mettere bocca.
Lei, caro Matto, può seguire quello che vuole, io seguo la dottrina della Chiesa Cattolica. Però , per favore, non lanci più stilettate contro il Papa dicendo che non c’è alcun Papa perché gli ultimi hanno avuto modi e parole che “urtano “ la sua sensibilità
Mi dispiace, ma non posso esaudire la sua richiesta.
Bergoglio e Prevost non hanno “urtato la mia sensibilità”, bensì il Vangelo e la Tradizione Apostolica.
Ovviamente, caro do P.P., c’è anche la sua di sensibilità, che nemmeno mi sogno di contestare e correggere
come lei fa puntualmente nei confronti della mia.
Anche lei “può seguire quello che vuole”, ma questo non la pone né al di sopra né al di sotto di chicchessia.
Capisco che il concetto “né sopra né sotto” possa essere ostico alla sua comprensione, ma tant’è.
Caro “Matto”,
qui non è in gioco la sua “sensibilità”, ma la coerenza.
Lei rivendica di non sentirsi “né sopra né sotto”. Bene.
Ma allora si attenga a questo principio fino in fondo: chi si pone fuori dalla dottrina cattolica non ha alcun titolo per giudicare la validità dell’elezione del Papa.
È un fatto elementare.
Se lei contesta la fede della Chiesa — riducendola a un suo sistema personale, fatto di suggestioni, sincretismi e “lampi interiori” — non può poi pretendere di usare le categorie della Chiesa (validità, legittimità, successione apostolica) quando le fa comodo.
Non funziona così.
Lei non sta facendo una critica pastorale.
Lei sta facendo qualcosa di molto più grave: mette in discussione la legittimità del Papa sulla base di giudizi soggettivi, di antipatie teologiche e di ricostruzioni che non hanno consistenza ecclesiale.
E questo non è cattolico. È demolitivo.
Perché le scelte pastorali — che possano piacere o meno — non incidono sulla validità di un’elezione pontificia.
Confondere i due piani non è un errore ingenuo: è un modo per delegittimare l’autorità stessa della Chiesa.
E allora sia chiaro:
• se lei non riconosce la dottrina cattolica,
• se si muove dentro una visione spirituale alternativa,
• se si arroga il diritto di stabilire chi è Papa e chi non lo è,
lei non sta “difendendo la fede”.
Sta contribuendo a smontarla.
Non solo con le sue teorie pseudo-cristiane, ma anche con queste accuse infondate, lei si colloca oggettivamente tra coloro che indeboliscono la Chiesa che dicono di amare.
E questo è il punto decisivo.
Perché la fede cattolica non è un’opinione personale da usare contro il Papa di turno.
È una comunione reale, che passa anche attraverso l’accoglienza — non selettiva — dell’autorità che Cristo ha voluto per la sua Chiesa.
Il resto, mi permetta, non è coraggio.
È arbitrio travestito da zelo.
Caro don P.P.,
se lei la vede così … “chi sono io per giudicare?” 😜
Ah, dimenticavo: «MI CONTRADDICO, SONO AMPIO, CONTENGO MOLTITUDINI».😉
Caro Matto,
ma, in realtà, rispondevo a don Pietro Paolo (senza-rispondi-) per rilevare dalla sua risposta quanto gli sia ostico il concetto: “né sopra né sotto” al punto da non riuscire ad attribuirlo a se stesso, bensì a te. ( saltando, cangurescamente, gli ostacoli della grammatica e della logica ). 🦘
Sempre grazie, Matto senza nome, Matto nudo. Matto completo quando non avrai più parole, ma senza parole arriverai a noi lo stesso
🙏🌺
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