“La Chiesa non Può Tacere. Scomunica per Chi Promuove la Guerra”. Mons. Ricchiuti, Pax Christi.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Avvenire, che ringraziamo per la cortesia. Un articolo che dovrebbero leggere, credo, tutti i catto-sionisti che difendono e sostengono a occhi ben chiusi la politica di Netanyahu e del suo governo terrorista. Buona lettura e diffusione.

§§§

«La Chiesa non può tacere. Chi promuove la guerra va scomunicato»

 

L’arcivescovo Giovanni Ricchiuti (Pax Christi): «L’appello di Leone contro la guerra è stato coraggioso e realistico, sabato ci metteremo in preghiera e in ascolto del Papa. Come comunità cristiana saremo lievito di speranza. La tregua di Hormuz? Non mi fido dell’Americano, questa mi sembra solo la pace dei petrolieri»
Mai più la guerra. L’appello di papa Leone è forte. Ma quanto è realistico sul piano storico?
È fortissimo. Ed è realistico. Perché – ci risponde il presidente di Pax Christi, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti – se l’Americano giunge a dichiarare che una civiltà sarà cancellata dalla storia dell’umanità, ecco, siamo alla follia. Bene ha detto Leone XIV: inaccettabile. Dichiarazioni di questo tenore sono inaccettabili nella forma e nella sostanza. Il Papa è coraggioso. E ci provoca quando nel messaggio per la pace cita sant’Agostino: chi ama la pace ama anche i nemici della pace; ma l’amore per il nemico è anche amore per la verità, il cristiano non risponde con schiaffi, ma con amore per la verità evangelica. Il resto viene dal diavolo. Il Papa, dunque, ha fatto benissimo a lanciare questo appello e addirittura ha temporeggiato, perché da troppo tempo l’Americano si lascia andare a queste “dichiarazioni”. Accompagnate dai missili.
Perché lo chiama l’Americano?
Chiamare per nome è riconoscere l’umanità di qualcuno. Chi parla così è innominabile. Che nome ha chi parla così? Dobbiamo amare l’uomo Donald Trump ma anche dire la verità sull’Americano che sta distruggendo il mondo.
Le parole del Papa sull’Iran sono forti e ancora più forte è la destinazione dell’appello. Non il presidente Trump ma il Congresso degli Stati Uniti. Quindi l’Americano è “perso”?
Così sembra. E una domanda sorge spontanea. Gli statunitensi dove sono? Migliaia di loro sono scesi in piazza, è vero, ma la domanda diventa di ora in ora più stringente: quand’è che repubblicani e democratici convergeranno nel riconoscere la pericolosità dell’Americano per l’umanità? Il Congresso deve uscire dal silenzio e votare l’impeachment.
Questioni internazionali e questione morale: si dice spesso che la Chiesa è uno Stato – e lo è – con una sua diplomazia. Ma la pace fa emergere l’importanza dello stile diplomatico…
Soprattutto su questi problemi come guerra e migranti che muoiono in mare, ho sempre ribadito una convinzione. Io non ho nulla da dire sul fatto che la Chiesa come Stato vaticano deve avere canali diplomatici. Il Papa riceve agnelli e lupi. A papa Francesco che lodava l’azione diplomatica risposi tuttavia, personalmente, che la Chiesa ha bisogno anche di profezia. Più profezia e meno diplomazia, se la seconda ci porta a esser reticenti.
Nella Domenica delle Palme papa Leone ha parlato di mani che grondano sangue. Ha ricordato che “questo è il nostro Dio, un Dio che rifiuta la guerra”. Si potrebbe arrivare alla scomunica del presidente Trump?
Il Papa si è rivolto ai cattolici impegnati in politica, dicendo che devono promuovere la pace. Il magistero dei Papi è chiaro. Un cattolico se promuove la guerra – vende armi, distrugge, ecc. – andrebbe scomunicato. In Pax Christi è in corso un’esplorazione teologica in questo senso.
Qualche trumpiano potrebbe accusare il Papa di “ingerenza” esattamente come è stato fatto in Italia sui valori della vita e della famiglia?
La Chiesa come comunità che nasce dalla sequela di Cristo non può tacere e non deve tacere su temi gravi per il popolo. Checché ne pensino i politici. Noi seminiamo, siamo e saremo lievito di speranza e di pace come ha detto il Sinodo. Siamo ingerenti? Sì, perché non ingeriamo certe cose.
C’è la storia e c’è la cronaca: c’è il ruolo della Chiesa e ci sono le bollette dell’energia che schizzano alle stelle. Questa distanza tra i valori e la cruda vita di tutti i giorni la vivono tutte le generazioni – anche nel Medioevo i potenti duellavano e i poveri morivano di fame – ma nella società digitale, dove si può vedere tutto, non si “sente” un uomo che muore. Come evitare che anche l’appello alla pace abbia la volatilità di un post sui social?
Il rischio è questo. Ritengo che l’impegno per la pace o è concreto oppure – come diceva don Tonino Bello – non si può ridurre a un vocabolo, dev’essere un vocabolario di cui cercare la concretizzazione ogni giorno, ritrovando il senso antropologico, oltre che cristiano, di una società rispettosa della vita dei poveri. Fructum iustitiae pax. La pace è frutto di giustizia. Il frutto è qualcosa di concreto.
Annunciando la veglia per la pace in San Pietro, il Pontefice ha rilanciato il ruolo del dialogo contro la forza. Sicuramente moltissimi aderiranno, ma lei considera la preghiera uno strumento sufficiente dinanzi alle inutili stragi cui stiamo assistendo?
Capisco la domanda. Capisco che molti possano chiedersi se la preghiera “serve” o basta ma penso che dobbiamo tornare a esser lievito. Non abbiamo fiducia nella preghiera perché siamo ancora “massa”. E noi stessi ci crediamo meno di quello che la realtà direbbe, perché ci conformiamo alla mentalità mondana. La preghiera è domanda ma è anche ascolto e Pax Christi per prima dovrà mettersi in ascolto del Papa e della Chiesa, sabato prossimo.
Abbiamo vissuto per decenni una pace in cui – ci è stato detto – c’era meno libertà e più disuguaglianza. La fine dei blocchi, la globalizzazione, i Paesi emergenti… oggi ciascuno fa da sè e chi, come l’Europa, cerca di salvare uno spazio al diritto, deve piegarsi alla logica della prevaricazione. Esiste una via forte e storica alla pace e alla cooperazione tra i popoli?
Vedo molta rassegnazione ma una via reale ci deve essere e va trovata. Un giornalista scrisse: “Non sono i pacifisti illusi, è la politica che continua a sbagliare”. Se c’è una via reale, adesso, è quella di manifestare per far capire ai politici che la loro ragion d’essere è tessere relazioni e non spezzarle. Chi crede nella pace non si stanca di ascoltare questi appelli, per quanti siano. E tanti saranno, finché non tacciono le armi.
Come valuta la tregua per Hormuz?
Delle parole dell’Americano non ho fiducia. La tregua? Serve la pace per tutti, non solo per i commerci. Questa mi sembra che sia solo la pace dei petrolieri.
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13 commenti su ““La Chiesa non Può Tacere. Scomunica per Chi Promuove la Guerra”. Mons. Ricchiuti, Pax Christi.”

  1. Permettetemi di rispondere a Don Pietro Paolo:

    Di fronte alla chiesa “massonica” al potere da 13 anni in Vaticano, e in mancanza del legittimo successore di Pietro BXVI, i veri sacerdoti di S. Romana Chiesa hanno il dovere di uscire dalle chiese “occupate” e celebrare la S. messa nelle “catacombe,” per obbedienza a Cristo e al Suo ultimo Vicario BXVI:

    « Alla CRISI odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. NON SARÀ PIÙ IN GRADO DI ABITARE GLI EDIFICI che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali» … ripartirà da PICCOLI GRUPPI, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la Fede al centro dell’esperienza.

    « Sarà una Chiesa più SPIRITUALE, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. SARÀ POVERA E DIVENTERÀ LA CHIESA DEGLI INDIGENTI ».

    … Essa farà questo con fatica.
    Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso, perché dovranno essere “ELIMINATE” la ristrettezza di vedute “SETTARIA” e la “CAPARBIETÀ POMPOSA”.
    Si potrebbe predire che tutto questo richiederà tempo.

    A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili… Si deve fare i conti con grandi sommovimenti.
    Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, che è già morto, ma la CHIESA DELLA FEDE.
    Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa.
    Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

    JOSEPH RATZINGER

    https://youtu.be/rnrFDmuFe2M?si=q4GgMdQ99LlbMmbD

  2. Sentire qualcuno che parla dell’Europa come “spazio di diritto” francamente mostra come i più impallinati con il Concilio siano i meno adeguati a cogliere i segni dei tempi. A meno che questi segni non siano le laute mance che piovono sulle ONG tramite certi filantropici globalismi… allora, se lo spirito è quello, gli spiritosi possono permettersi le loro battute.

  3. Non mi risulta che Trump sia cattolico (credo sia Calvinista). La Chiesa Cattolica ha il potere/dovere di scomunicare chi non fa parte di essa (protestanti)?

  4. Don Pietro Paolo

    Non trovando dove rispondere, cerco spazio qui…Mi si perdoni e Mi dispiace … rispondo qui a Veronica Cireneo circa il post sulla Messa tridentina celebrata nelle case.

    Il testo proposto, pur animato da un linguaggio devoto e da intenzioni soggettivamente sincere, descrive un gesto che non può essere banalizzato né romanticizzato: la celebrazione abituale della Santa Messa in ambito domestico, al di fuori delle condizioni previste dalla Chiesa e in contrapposizione alla disciplina vigente, non è un semplice atto di pietà, ma un segnale ecclesialmente grave.

    Questa trovata “goliardica”, mi si permetta di dirlo con franchezza, non giova affatto a quanti sinceramente desiderano il ripristino di Summorum Pontificum.

    Anzi, produce l’effetto contrario.

    Non si tratta qui di discutere la legittima sensibilità verso la forma liturgica antica, che la Chiesa ha riconosciuto e regolato. Si tratta, piuttosto, di prendere atto che quando si organizza stabilmente un culto parallelo, si cerca un sacerdote disposto ad agire fuori dal quadro ecclesiale ordinario e si parla di “liberazione” della liturgia come se la Chiesa fosse un’oppressora, si è già oltre la semplice preferenza liturgica.

    Si entra in una logica di contrapposizione alla Chiesa visibile.

    La Chiesa non è un ostacolo da aggirare, ma il luogo stesso in cui Cristo ha voluto rendersi presente. E la liturgia non è proprietà privata di gruppi o movimenti, ma atto pubblico della Chiesa, regolato dalla sua autorità.

    A questo si aggiunge un elemento spesso dimenticato, ma decisivo: la stessa cosiddetta “tradizione” che si pretende di difendere non ha mai autorizzato prassi di questo tipo. Nel rito antico, codificato dopo il Concilio di Concilio di Trento e disciplinato dal Missale Romanum di San Pio V, la celebrazione della Messa non era lasciata all’iniziativa privata. Essa richiedeva un luogo sacro, un altare consacrato o benedetto, e — nel caso di celebrazioni in ambito non pubblico — un esplicito permesso dell’autorità ecclesiastica.

    Non esiste, nella tradizione liturgica cattolica, l’idea di una Messa organizzata in casa su iniziativa dei fedeli, al di fuori della giurisdizione della Chiesa.

    Per questo motivo, si impone una constatazione tanto semplice quanto scomoda: chi oggi invoca la tradizione per giustificare celebrazioni autonome finisce, di fatto, per contraddire proprio quella tradizione che afferma di difendere. Perché la tradizione non è solo un rito, ma anche disciplina, gerarchia, obbedienza.

    Richiamare le “catacombe” in questo contesto è un paragone improprio e fuorviante: i cristiani dei primi secoli non si sottraevano alla Chiesa, ma alla persecuzione. Qui non c’è persecuzione, ma una disciplina ecclesiale che non si accetta.

    E quando si smette di accettare la disciplina della Chiesa in nome di una propria visione — per quanto nobile possa apparire — si compie un passo pericoloso: quello di porsi, di fatto, al di sopra della Chiesa.

    Non serve proclamare uno scisma formale quando, nei fatti, si costruiscono spazi autonomi, si legittimano prassi parallele e si alimenta una narrazione in cui la Chiesa diventa il problema da superare.

    La vera fedeltà non consiste nel ricreare la liturgia secondo la propria sensibilità, ma nel rimanere dentro la comunione ecclesiale, anche quando costa, anche quando non coincide con le proprie preferenze.

    Perché una Messa celebrata contro la Chiesa, anche se formalmente valida, ferisce ciò che la Messa stessa edifica: l’unità del Corpo di Cristo.

    E su questo, un cattolico non può permettersi ambiguità.

    1. Veronica Cireneo

      Reverendo don Pietro Paolo…giusto per caso mi imbatto nel suo commento che appare pacato, ma non tranquillo. Sono lieta di risponderle. Ascolti bene. Grazie

      1) Da come si esprime, si evince che non è al corrente delle motivazioni e delle condizioni che ha la nostra iniziativa “Messa e Cenacoli”, quindi lei insegna che non parrebbe prudente un intervento tanto dettagliato, in certi tratti anche fuori luogo. (Si aiuti leggendo meglio l’articolo di riferimento, indicato nell’ introduzione).

      2) La citata superiorità alla Chiesa, che erroneamente ci attribuisce, esiste nella sua interpretazione, ma non corrisponde alla realtà (come vedrà nel punto 3)

      3)Casi legittimi di Messa domestica:
      – sacerdoti fuori diocesi di passaggio che vogliano celebrare la messa (anche se sappiamo che nessun prete è obbligato a celebrare nei feriali, ma un Prete Vero senza Messa quotidiana non può proprio vivere) che trovino una casa che gli permetta di farlo, non viola nessuna legge della Chiesa.
      Non so se è al corrente. ma va detto che alcuni, i più seri, viaggiano portandosi dietro la pietra dell’Altare. Ne ho vista una con i miei occhi…in una celebrazione privata

      – È anche autorizzato a celebrare nelle case un sacerdote che vada presso l’abitazione di un fedele ammalato a cui sia impossibile recarsi in Chiesa. E questa è storia!
      Sant’Annibale Maria di Francia che celebrava in una casa di Corato, (non le dico da chi, cerchi se le interessa) lo conferma.

      Sia lieto don Pietro Paolo
      Cristo Regna!

      1. Don Pietro Paolo

        Gentile Signora Cireneo,

        la ringrazio per il tono apparentemente cortese: consente di chiarire, senza alzare la voce, ciò che invece nel merito resta confuso.

        Vengo ai punti.

        1) Informazione e prudenza
        Lei mi invita a “informarmi meglio”. È sempre un buon consiglio, che accolgo volentieri. Tuttavia, proprio leggendo con attenzione la vostra iniziativa, emerge un problema reale: non basta evocare buone intenzioni perché un atto diventi ecclesialmente corretto. La prudenza, che lei giustamente richiama, non consiste nel giustificare a posteriori una prassi, ma nel verificarne la conformità alla disciplina e alla comunione della Chiesa.

        2) La questione della “superiorità”
        Non le attribuisco intenzioni interiori. Mi limito a rilevare un dato oggettivo: quando gruppi di fedeli organizzano celebrazioni secondo criteri propri, al di fuori dell’ordinamento ordinario e senza un chiaro riferimento all’autorità ecclesiastica, il rischio non è teorico ma concreto — quello di porsi, di fatto, come criterio alternativo.
        E questo, nella Chiesa cattolica, non è un dettaglio secondario.

        3) I casi da lei citati
        Qui è necessario essere precisi, perché è proprio sulla precisione che si gioca la verità delle cose.
        • Sacerdoti di passaggio e Messe private
        È vero: un sacerdote può celebrare in forma privata anche fuori da una chiesa, ma non in modo arbitrario né trasformando l’eccezione in prassi organizzata. La celebrazione eucaristica non è un atto “portatile” svincolato dal contesto ecclesiale: resta sempre inserita in un ordine, che non è facoltativo.
        • La pietra d’altare
        Il fatto che alcuni sacerdoti portassero con sé una pietra consacrata appartiene a un contesto disciplinare ben preciso, oggi largamente superato nelle forme attuali. Citarlo come giustificazione generale rischia di essere più suggestivo che pertinente.
        • Celebrazione presso un malato
        Certamente: la Chiesa lo prevede. Ma proprio questo esempio mostra la differenza decisiva: si tratta di casi straordinari, motivati da una necessità reale, non di iniziative promosse come modello ordinario o, peggio, come alternativa implicita alla vita liturgica parrocchiale.
        • Annibale Maria di Francia
        Invocare i santi richiede sempre cautela: essi operano dentro l’obbedienza ecclesiale, non come giustificazione di prassi parallele. Altrimenti si finisce per usare i santi contro la Chiesa, il che è paradossale.

        Il punto, in fondo, è uno solo.
        La Messa non è semplicemente “valida”: è ecclesiale. E ciò che è ecclesiale non nasce dall’iniziativa privata, ma dalla comunione visibile con la Chiesa e i suoi pastori.

        Trasformare eccezioni legittime in un sistema organizzato — per quanto animato da devozione — non rafforza la Tradizione: la indebolisce, perché la separa dalla sua sorgente viva, che è la Chiesa stessa.

        Con rispetto, ma con altrettanta chiarezza:
        non tutto ciò che appare “più tradizionale” è, per questo, più cattolico.

        Cristo regna, sì — ma nella sua Chiesa, non accanto ad essa.

        1. Veronica Cireneo

          Quindi lei stesso, conferma che siamo nel giusto. Anche perché ovviamente restiamo nell’ambito dell’eccezione.

  5. Don Pietro Paolo

    Leggendo l’intervista all’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, colgo anzitutto una preoccupazione reale e condivisibile: la Chiesa non può tacere davanti alla tragedia della guerra. Su questo non vi è dubbio. Il Vangelo della pace obbliga la coscienza cristiana a parlare, sempre.

    Tuttavia, proprio per amore della verità, è necessario evitare confusioni che rischiano di indebolire la stessa testimonianza ecclesiale.

    Si afferma che “chi promuove la guerra andrebbe scomunicato”.
    Ma qui occorre fare una distinzione essenziale.

    La scomunica non è uno strumento politico né una sanzione morale generica contro il male nel mondo. È una pena ecclesiastica che riguarda i fedeli cattolici e ha un fine preciso: richiamare alla comunione chi da essa si è separato con atti gravi.

    Per questo motivo, non ha senso parlare di scomunica nei confronti di chi non appartiene alla Chiesa cattolica.
    Non si può escludere dalla comunione ecclesiale chi in quella comunione non è inserito.

    Diverso è il piano morale.
    Qui la Chiesa ha non solo il diritto, ma il dovere di parlare con chiarezza: promuovere la guerra, alimentare violenza e distruzione, è un male grave che interpella la coscienza di ogni uomo, credente o non credente.

    Ma proprio per questo, è importante non trasformare la scomunica in uno slogan.
    Usarla in modo improprio significa svuotarla del suo significato e ridurla a strumento retorico.

    La forza della Chiesa non sta nella minaccia di sanzioni indiscriminate, ma nella verità che annuncia e nella coscienza che richiama.

    Per questo, mentre condividiamo l’urgenza di un appello forte alla pace — come quello di Papa Leone XIV —, è necessario custodire anche la precisione del linguaggio ecclesiale.

    Perché la chiarezza, in tempi confusi, è già una forma alta di carità.

  6. Luca Francesco PERSICO

    L’Europa cerca di salvare uno spazio al diritto?! Ah! Ah! Ah!, Le grasse risate… L’Europa chi? La Von Der Leyen? La Kallas? La Metsola? La commissione europea? L’Europa della NATO? L’Europa dell’Ucraina ingiustamente attaccata? L’Europa che approva e difende Netanyahu? Ma per favore… E poi, ancora a citare l’abominevole Tonino Bello?! Mah!

  7. Ricchiuti riconosce valido l’asse auto-scomunicato Bergoglio-Prevost?
    Tragicomico!

  8. Sempre le solite tirate da ignorante sul Medioevo e i poveri “migranti”, rifiutandosi di chiamarli con il loro vero nome: deportati vittime di organizzazioni criminali con l’assenso dei governi occidentali. (Vedi decreto Meloni per accoglierne altri 500.000 in tre anni). E anche questo è reato di complicità, egregio Monsignore.

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