Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questi pensieri sull’ampiezza dell’animo umano e le sue apparenti contraddizioni interne. Buona lettura e condiviisone.
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«MI CONTRADDICO, SONO AMPIO, CONTENGO MOLTITUDINI»
Mi capita sotto gli occhi questo brevissimo aforisma del poeta americano Walt Withman, che trova pieno riscontro pratico in me, e perciò … lo copio e incollo:
«Mi contraddico. Sono ampio. Contengo moltitudini».
L’aforisma s’innalza decisamente oltre l’assillo tutto umano-terrestre del principio di non contraddizione, oltre ogni sistemazione alfabetica ed ogni pietrificante sillogismo fideistico, razionale e culturale che, per loro natura, definiscono, limitano, circoscrivono senza poter mai poter cogliere il centro. S’immagini, al riguardo, le corrente marina che ruota intorno al faro: il moto che mai può acquisire la quiete.
Auto-constatazione cosmica in cui s’annienta il dualismo inconciliabile, quindi separatore, fra Coscienza e Fenomeni, fra Contenitore e Contenuti, e – chiedo venia per l’orientalismo – fra Vuoto e Pieno; e, volendo essere pignoli, fra Creatore e Creatura. Il Fenomeno, ossia ciò che appare, ciò che si manifesta, è, sì, distinto dalla Coscienza, ma non ne è separato, altrimenti non potrebbe apparire, non potrebbe manifestarsi. Infatti, nulla può darsi fuori della Coscienza (pignoleria: fuori del Creatore). Non c’è apprendere, pensare, parlare, scrivere, agire, nascere e morire che non accadano nella Coscienza, che in sé è una e invariabile e quindi permette l’apparire, il manifestarsi della molteplicità e del variabile. Nella singolarità del Vuoto (del Creatore) appare, si manifesta la pluralità del Pieno (delle Creature). Vuoto e Pieno, Creatore e Creatura, è bene ribadire, distinti ma non separati, così anche le Creature fra di loro.
Implicitamente, Withman dice di essere ad imitazione, dello Specchio, della Coscienza Universale, della Sicceità, dell’In-sé-così-com’è, nel trascendimento di qualsiasi presa di posizione, punto di vista, schieramento, giudizio. Ad imitazione: ad immagine somiglianza.
Lo Specchio o Coscienza Universale non preferisce e non giudica, tanto è vero che «fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti»; riflette perfettamente la varietà così com’è, a cui, negli esseri umani, s’accompagna l’immediato auto-giudizio: l’assassino e il santo, il farabutto e l’onesto, l’ipocrita e il sincero, sono già giudicati dal loro stesso comportamento, e raccolgono le rispettive conseguenze senza l’intervento giudicante e punitivo dello Specchio che li riflette indiscriminatamente e senza intervenire, quindi lasciandoli liberi.
Paulo Coelho:
«Lo specchio riflette esattamente ciò che vede: non sbaglia perché non pensa».
Lo specchio non pensa, quindi non giudica, giacché il giudizio è un pensiero e per di più condizionato dalla soggettività. D’altronde, dalla notte dei tempi e nelle secolari forme conosciute, il pensiero è una necessità umana provocata dalla mancanza nostalgica di Qualcosa che si sente come la parte più intima e nobile di sé e tuttavia smarrita. Tale Qualcosa si è tentato di ritrovarlo (illusoriamente) oggettivandolo col pensiero concettuale e immaginativo, che in ogni caso si manifesta nella Coscienza, ossia nel … Qualcosa teandrico che si va cercando!
Così il “bello” (un fiore) e il “brutto” (uno sterco) il “bene” (il santo) e il “male” (il delinquente) hanno un posto alla pari nello Specchio, e ci vuole un notevole slancio apofatico per risvegliarsi a questa realtà che l’aggrumato psichico nozionistico-passionale, lo schierato, il giudicante, il dialettico belligerante, insomma l’artefatto, non può ammettere pena la sua (auspicabile) scomparsa. Gli è che lo Specchio o Coscienza Universale riflette tutto senza preferenze, ciò essendo provato inconfutabilmente da un comune specchio che, come ognuno può facilmente constatare, né afferra né respinge alcunché gli si presenti davanti, e perciò, tornando a Withman, si contraddice, è ampio, contiene moltitudini.
Afferrare o respingere sono due atti prepotenti, bellici, del tutto estranei allo Specchio o Coscienza Universale, dunque estranei anche allo Specchio o Coscienza Individuale quale Stato Interiore di Non Belligeranza.
Ecco quindi che lo Specchio o Coscienza Individuale ha da riscoprirsi quale imitazione (immagine e somiglianza) dello Specchio o Coscienza Universale che avverte: «col giudizio con cui giudicate sarete giudicati», ossia: ogni tipo di giudizio viene immediatamente riflesso dallo Specchio sul giudicante. Diciamo “immediatamente” poiché lo Specchio è Luce-Presenza cui – proprio adesso – nessun angolo di buio individualistico può sottrarsi, ragion per cui si raccoglie attimo per attimo ciò che si semina. Adesso si semina e si raccoglie: ogni pensiero, ogni parola e ogni azione confezionano il destino, ed il “giorno del giudizio” non accadrà altro che l’apposizione del Sigillo di ceralacca alla pergamena su cui ciascuno ha scritto di proprio pugno la confessione del proprio pensare, parlare e agire. Quindi del suo destino. Sigillo sull’opera angelica o demoniaca compiuta su di sé. Ognuno compie il proprio destino: più libero di così?
Padre Gabriele Amorth:
«Non è Dio che ci manda all’inferno, siamo noi che volontariamente ci andiamo».
E perciò non è Dio che ci manda in paradiso, siamo noi che volontariamente ci andiamo
“Per caso”, il giorno successivo a quanto sopra osservato, ne trovo riscontro in Fulton J. Sheen:
«“Se Dio sapeva ciò che avrei fatto, se sapeva che sarei diventato un ladro, perché mi ha creato?”. La risposta è la seguente: “Dio non ti ha creato ladro. Sei stato tu a fare di te stesso un ladro”. Noi siamo esseri suscettibili di auto-creazione, abbiamo dentro di noi il potere si scegliere i nostri atti: ciò comporta un’autodeterminazione. Quanti sostengono che resistendo alla nostra natura inferiore ci creiamo dei “complessi”, dimenticano che il complesso non si stabilisce resistendo alla tentazione, bensì cedendovi. Noi non siamo in questo mondo semplicemente come oggetti, cioè non solo le cose accadono a noi; ma siamo anche soggetti, nel senso che le facciamo accadere. Ciascuna delle nostre libere scelte forma nelle nostre vite uno schema; questo schema è il nostro carattere. Tutto quello che facciamo nel bene e nel male affonda nel nostro inconscio. Al termine della sua giornata, l’uomo d’affari trascriverà dal libro mastro tutti i debiti e i crediti della giornata. Analogamente, al termine di ogni vita umana sarà estratta dal nostro intelletto cosciente o incosciente la registrazione di ogni pensiero, di ogni parola e azione. Questa formerà il nostro giudizio».
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Difficile, anzi impossibile che un qualsiasi giudizio umano di un qualsiasi essere umano sia esente da condizionamenti psico-passionali che ne pregiudicano l’imparzialità, ciò ponendo da sempre (ed oggi più che mai) l’immane problema dell’amministrazione della giustizia. Finché non è realizzata in interiore, la salomonica giustizia resta un mito – il “già e non ancora” – , ciò esigendo la morte dell’artefatto, dell’ego, dell’aggrumato psico-passionale, del dualismo dilaniante fra il preferire “questo” e rifiutare “quello”, fra il sì e il no: «sia il vostro parlare sì, sì; no, no», precetto la cui osservanza non può prescindere da uno stato interiore neutro, emancipato dalla terrestrità, sovrumano, purificato da qualsiasi appropriazione della “verità”, da qualsiasi fissazione e schieramento, insomma libero dall’artefatto.
L’infrazione della Rettitudine costituisce l’immediato auto-giudizio di chi infrange. Per esempio, un ladro che si specchia non è giudicato dallo specchio ma da dall’immagine verace che lo specchio gli rimanda. Lo specchio, cioè la coscienza, non giudica il ladro, bensì lo mette di fronte a se stesso che resta libero di pensare e agire: peggio per il ladro che non si riconosce tale e perciò non si emenda, continuando ad alimentare il proprio vivere che infine coincide con il suo destino. Sono il pensare ed agire che, senza eccezioni, tessono attimo per attimo il destino di ognuno alla Luce-Presenza dello Specchio, e quando l’abito angelico o demoniaco sarà interamente tessuto, non potrà più essere dismesso né disfatto.
Quindi, a livello individuale, altro è il neutro rispecchiare-constatare cui segue l’eventuale impersonale discernimento, e altro è il tranciare giudizi in nome della “verità”, cui si accompagna immancabilmente il lancio della pietra, morale o fisica che sia.
Ancora una tentazione orientalista con l’evangelico Confucio:
«Attacca il male che è dentro di te, invece di attaccare il male che è negli altri».
Carl Gustav Jung:
«Solo gli sciocchi si interessano della colpa degli altri, dove non c’è nulla da modificare. La persona savia impara soltanto dalla propria colpa. E si chiede: Chi sono io, cui succede tutto questo? E guarda nella profondità del suo cuore per trovar lì la risposta a questo fatale interrogativo».
Sono dunque gli sciocchi che, invece di specchiarsi, giudicano e lanciano la pietra, ogni pietra costituendo un pezzo di stoffa dell’abito del destino che ciascuno si cuce addosso.
Passaggio cruciale junghiano: «CHI sono io, cui succede tutto questo?».
CHI sa rispondere senza ripetere a pappagallo una fredda nozione prestabilita acquisita o inculcatagli, ma per diretta conoscenza di sé? E finché non si sa CHI si è, che valore hanno tutte le giravolte intellettualistiche cultural-filosofico-religiose? Che ne è di tutte le conoscenze se persiste la non conoscenza di sé? A che serve conoscere tante cose se non si conosce CHI le conosce? E allora: CHI è il conoscente? Per non dire della squinternante, catartica, salutare domanda di Ramana Maharshi:
«CHI dice CHI?».
A ben vedere, Maharshi non propone altro che il delfico «Conosci te stesso», esortazione universale senza tempo e più che valida in questi tempi confusionari e conflittuali, non perseguibile soltanto attraverso le prescrizioni religiose, le quali, per quanto valide, carpiscono l’attenzione sottraendola alla conoscenza di sé, cioè di CHI osserva le prescrizioni e vi si identifica, restandovi catturato. La trappola sta nel vedere sé stessi, cioè la Coscienza, nelle prescrizioni, quando invece sono le prescrizioni ed essere nella Coscienza: inversione che è causa di ogni cieco fondamentalismo. Un solo esempio: “non rubare” è già nella Coscienza, ed il precetto scritto non ne è che doppione che appare nella Coscienza.
Di più, non c’è alcun Mito e alcuna Sacra Scrittura che non siano dipendenti dallo Specchio o Coscienza Universale che necessariamente li precede ab aeterno. Impossibile l’apparizione o manifestazione di un Mito o di una Sacra Scrittura senza la Coscienza Universale e, di conseguenza, senza la Coscienza Individuale, questa seconda non essendo separata dalla prima. Miti e Sacre Scritture, lo si ribadisce, appaiono, si manifestano nel tempo della decadenza, nell’intento di ricordare (platonica reminescenza) l’Età dell’Oro, il Paradiso perduto.
A proposito dello Specchio o Coscienza Universale, cedo ancora alla tentazione orientalista ricordando il concetto di Wu Ji: “senza limite”, che nella filosofia cinese indica il Vuoto Primordiale che precede ed attua la creazione dell’universo, ovvero lo Specchio illimitato in cui l’universo si manifesta, creato attimo per attimo.
E allora, anche se gradualmente, e coraggiosamente, occorre accorgersi che la migliore presa di posizione è la NON-presa di posizione, che il miglior punto di vista è il NON-punto di vista, che il miglior giudizio e il NON-giudizio. Occorre insomma rendersi conto CHI si è, ossia uno Specchio che «cambia senza cambiare» (Efrem il Siro): motivo inaccessibile all’alfabetismo razionale di cui si nutre l’ego-aggrappamento, l’aggrumato psichico, l’artefatto. Non ci si può conoscere attraverso una definizione che, per quanto raffinata, è separante poiché oggettivante, cioè ponente davanti (ob-jactum) un surrogato psico-alfabetico soltanto indicativo che occupa e riduce la Coscienza, ovvero appanna lo Specchio (nell’uomo).
Propongo un brano dal De l’infinito universo e mondi di Giordano Bruno, in cui ricorre il motivo dello Specchio o Coscienza universale, che nel brano è detta “intelletto universale”.
«L’intelletto universale è l’intima, più reale e propria facultà e parte potenziale de l’anima del mondo. Questo è uno medesmo, che empie il tutto, illumina l’universo e indrizza la natura a produre le sue specie come si conviene; e cossì ha rispetto alla produzione di cose naturali, come il nostro intelletto alla congrua produzione di specie razionali. Questo è chiamato da’ pitagorici motore … da’ platonici fabro del mondo. Questo fabro, dicono, procede dal mondo superiore, il quale è a fatto uno, a questo mondo sensibile, che è diviso in molti; ove non solamente la amicizia, ma anco la discordia, per la distanza de le parti, vi regna. Questo intelletto, infondendo e porgendo qualche cosa del suo nella materia, mantenendosi lui quieto e inmobile, produce il tutto».
Non troppo sorprendente la coincidenza fra lo Specchio che «cambia senza cambiare» (Efrem il Siro) e l’Intelletto universale che «infonde e porge qualche cosa del suo nella materia, mantenendosi lui quieto e inmobile», ciò che nipponicamente corrisponde a Fudōshin: la Mente Imperturbabile. Fudō: senza movimento.
Lo Specchio, l’Intelletto, la Coscienza Universale, la cui immagine somigliante è la Coscienza Individuale, non si muove e non è mossa, e per questo infonde ogni movimento; non ha forma, e per questo suscita tutte le forme; dalla sua sacra afonia primordiale, fonte di ogni suono, l’etereo sussurro:
«Mi contraddico. Sono ampio. Contengo moltitudini».
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5 commenti su “Mi Contraddico, Sono Ampio, Contengo Moltitudini…Il Matto.”
“Non è Dio che ci manda all’inferno, siamo noi che volontariamente ci andiamo.”
“Dio non ti ha creato ladro. Sei stato tu a fare di te stesso un ladro.”
Se l’uomo può scegliere tra il bene e il male vuol dire che il male già esiste.
Un IO al quadrato, poi al cubo, poi all’infinita potenza…
Si specchia come Narciso, ma lui senza l’ego-aggrappamento.
Non giudica nulla, se non chi lo contraddice.
Ma non è un problema, perchè si contraddice.
Senza limiti, ampio, il pieno nel vuoto, il vuoto nel pieno…
Alla fine l’IO contiene non tutto, ma -per modestia ?- moltitudini.
E’ vero che non c’è nulla che non possa essere pensato.
Anche se penso di non pensare qualcosa, sto pensando di non pensarlo.
La facoltà di pensare dice l’oltre me, ma l’IO lo chiude in sé.
Grazie per questo contributo.
Anche se sibillino:
o chiarissimo o confusissimo.
Non so discernere.
Ma va benissimo così.
Ognuno pensa e scrive quel che gli pare.
Non è meraviglioso?
siamo ai tempi del delirio universale… no?
La stringatezza può essere auspicabile.
In questo caso, però, sarebbe gradita un’esplicazione.
Sempre stringata, naturalmente.
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