Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Americo Mascarucci, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione quetse riflessioni uslle recenti esternazioni di Vito Mancuso su Gesù. Buona lettura e diffusione.
§§§
Gesù non voleva morire, Cristo sì. Gesù era attaccato alla vita, mentre Cristo voleva invece che tutto si compisse.
Lo sostiene il teologo Vito Mancuso, autore del volume “Gesù e Cristo” che opera una netta separazione fra il Gesù storico e il Cristo teologico, il personaggio vissuto nella storia e quello a suo dire costruito dalla teologia.
Per Mancuso il grido di Gesù sulla croce, quel chiedere al padre perché lo abbia abbandonato, sarebbe la prova concreta che Gesù non voleva morire e che si sentiva abbandonato da Dio che gli negava di assistere al trionfo del suo regno, che nell’ipotesi mancusiana, coincideva con la liberazione di Israele dall’oppressione romana.
Il Gesù storico dunque aveva lottato perché la liberazione di Israele coincidesse con il trionfo del regno di Dio contro il paganesimo, ed era stato condannato dai romani a morire sulla croce proprio per il suo impegno politico.
Il grido di dolore di Gesù sulla croce per Mancuso è dunque un grido di disperazione, quasi un’ultima richiesta di aiuto a Dio perché lo salvi e lo faccia vivere.
Mancuso contrappone al Gesù che rifiuta la morte e vorrebbe scendere dalla croce per salvarsi, il Cristo che invece è consapevole del proprio destino e offre la propria vita in sacrificio per liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato.
Un Cristo che si offre in olocausto e che quindi sa perfettamente di non poter vivere, perché morire rappresenta il senso della sua breve, ma intensa, vita terrena.
Per Mancuso i Vangeli sono un inno alla vita, attenuato però dalla volontà degli evangelisti di evidenziare come Cristo fosse proiettato sin dall’inizio verso la morte, consapevole del proprio destino e per nulla intenzionato a sottrarsi al suo essere “agnello sacrificale”.
Non sembra dunque esistere in Mancuso alcuna concreta possibilità che l’uomo Gesù, pur consapevole della propria sorte, abbia comunque avvertito il peso della sofferenza umana (essendosi Dio fatto uomo in tutto e per tutto) invocando il padre di allontanare da lui il doloroso calice.
Un ultimo scatto di umanità che ha dimostrato come fino all’ultimo istante della sua vita, Cristo sia stato simile agli uomini, condividendo i dolori e la sofferenza della croce, e urlando il proprio dolore, non per salvarsi la vita, ma per invocare il padre di sostenerlo nel trapasso. Secondo Mancuso i Vangeli, nel tentativo di unire il Gesù storico al Cristo teologico, cadrebbero in evidente contraddizione, proprio nel presentare Gesù che implora il Padre di non abbandonarlo e di farlo vivere, e il Cristo invece padrone della situazione e per nulla turbato, sapendo perfettamente che presto tutto sarebbe finito e si sarebbe manifestato il trionfo con la resurrezione.
Un altro ulteriore passo dunque verso quella scissione che, nelle intenzioni di Mancuso, dovrebbe portare a rifondare la teologia cristiana sul “gesuanesimo”, ovvero sul Gesù storico, quindi sull’uomo nato, vissuto e morto, che ha lottato per l’affermazione del regno di Dio identificato con Israele e con la salvezza del popolo ebreo.
Non quindi sul Cristo che ha spiegato “il mio regno non è di questo mondo” e che il popolo d’Israele ha rifiutato proprio perché non rispondente ai canoni del messia atteso.
Benedetto XVI affermava che anche il tradimento di Giuda era da collegare alla grande delusione nel non riconoscere in Gesù il liberatore atteso dal popolo, ma il Cristo che invitava ad amare i propri nemici e che alla liberazione politica anteponeva una liberazione spirituale, identificando l’oppressore nel peccato.
Un cristianesimo quello del teologo Mancuso straordinariamente umano e svuotato del mistero pasquale, fondato sul mito di un Che Guevara ante litteram che è morto da martire per un ideale di libertà e di giustizia. Ma se Gesù nella storia è morto da sconfitto e Cristo è in realtà risorto soltanto sul piano teologico, dove sarebbe la salvezza offerta da Dio al mondo per il tramite di Gesù Cristo?
Mancuso questo lo sa ed è per questo che nel suo Gesù separato da Cristo sembra rispecchiarsi l’ennesimo tentativo di trasformare il cristianesimo non più in una religione, ma in una semplice corrente spiritualistica, senza più quelle verità di fede, quei dogmi e quel misticismo che tanto disturbano il pensiero unico contemporaneo, che vorrebbe un Gesù addomesticato da utilizzare unicamente come testimonial di battaglie ideologiche e mondialiste.
Americo Mascarucci
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
***
Stilum Curiae lo trovate anche qui:
https://www.instagram.com/sanpietrotos/
https://www.facebook.com/marco.tosatti/
https://www.facebook.com/profile.php?id=100063593462822
www.linkedin.com/in/marco-tosatti-77b42a21
Marco Tosatti (@MarcoTosatti) / X
***


5 commenti su “Che Povero Cristianesimo, Quello di Vito Mancuso. Umano e senza Mistero. Americo Mascarucci.”
CONSIDERAZIONE
La tesi di Vito Mancuso — la separazione tra “Gesù” e “Cristo” — non è affatto una novità, ma la ripresa, in forma aggiornata, della vecchia teologia liberale che oppone il Gesù storico al Cristo della fede (da David Friedrich Strauss a Rudolf Bultmann).
Ma è proprio qui il punto decisivo.
La fede cattolica non conosce due soggetti — un Gesù umano da una parte e un Cristo “costruito” dalla teologia dall’altra — ma un solo soggetto: il Verbo incarnato.
“Il Verbo si fece carne” (Gv 1,14).
Questo significa che:
• non esiste un Gesù che pensa una cosa e un “Cristo” che ne pensa un’altra;
• non esistono due centri interiori;
• non esistono due volontà in conflitto tra loro come se fossero due persone.
Separare Gesù da Cristo significa, in realtà, ricadere — magari senza accorgersene — in una forma di neo-nestorianesimo: due soggetti, due coscienze, due linee interiori divergenti.
Ma la Chiesa, fin dal Concilio di Calcedonia, ha definito con chiarezza:
una sola Persona, due nature, senza confusione e senza divisione.
⸻
Il punto più fragile della costruzione di Mancuso emerge proprio nei testi evangelici che egli interpreta come “contraddittori”.
Nel Getsemani:
“Padre, se è possibile, passi da me questo calice”.
Qui non c’è un uomo che rifiuta la morte contrapposto a un Cristo che la accetta.
C’è la vera umanità di Cristo, che prova una naturale repulsione per la sofferenza e la morte, unita però alla piena obbedienza:
“Però non come voglio io, ma come vuoi tu”.
Non è contraddizione: è il mistero dell’unità tra volontà umana e volontà divina.
E lo stesso Cristo lo afferma con chiarezza nel Vangelo di Giovanni:
“Io do la mia vita… nessuno me la toglie: io la do da me stesso” (Gv 10,17-18).
Parla qui un unico soggetto:
non un Gesù che subisce e un Cristo che decide,
ma il Figlio che, nella sua vera umanità, offre liberamente la vita.
Allo stesso modo, il grido della croce:
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
non è un grido di disperazione, ma l’inizio del Salmo 22, che si apre nel dolore e si conclude nella fiducia.
È il Figlio che entra fino in fondo nell’abisso della condizione umana, senza mai perdere la comunione col Padre.
⸻
L’idea poi di un Gesù politico, impegnato nella liberazione di Israele dal dominio romano, è una riduzione storicamente fragile e teologicamente arbitraria.
Gesù stesso afferma:
“Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36).
Ridurlo a una figura rivoluzionaria significa proiettare categorie moderne su un evento che le supera radicalmente.
⸻
Ma il nodo decisivo è un altro: la salvezza.
Se Cristo non è realmente il Figlio di Dio incarnato, morto e risorto:
• la croce diventa una tragedia;
• la risurrezione un simbolo;
• la fede un’etica.
E allora la domanda resta inevitabile:
dove si trova la salvezza reale dell’uomo?
San Paolo è chiarissimo:
“Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede” (1Cor 15,14).
La prospettiva di Mancuso, pur animata da intenzioni di dialogo con la modernità, finisce per svuotare il cristianesimo del suo nucleo:
• il peccato non è più una realtà da redimere,
• la grazia non è più dono,
• la salvezza non è più un evento reale.
Resta solo una spiritualità umanistica.
⸻
Ed è qui che risuonano con forza le parole della Seconda Lettera a Timoteo:
“Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina… ma si cercheranno maestri secondo le proprie voglie… rifiutando la verità per volgersi alle favole”.
In fondo, il punto è proprio questo:
non si vuole più un Dio che salva, ma un pensiero che consola.
Ma un pensiero non redime.
Solo Cristo salva.
⸻
Conclusione
Separare Gesù da Cristo non è un progresso della teologia, ma il suo smantellamento.
Perché se Gesù non è il Cristo — vero Dio e vero uomo — allora non resta più il Salvatore, ma solo un uomo tra gli uomini.
E un uomo, per quanto grande, non salva il mondo.
Operazione evidentissima, utilizzando la posticcia scissione fra il Cristo e Gesù, di riduzione al livello solo umano del Redentore, annullandone di fatto il Sacrificio. Questo rimanda il pensiero ad una nota e potente consorteria d’ ispirazione levantina che ancora oggi non Lo considera il Messia. Comunque, a mio modesto avviso, il teorizzatore, scisso anch’egli in Vito, Mancuso e ” teologo ” dovrà trovare una sintesi fra i tre.
Quello che non si capisce è perché vi ostinate a chiamarlo teologo.
… Il mio regno non è di questo mondo…
… Tu mi sei di scandalo, perchè non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini…
… Io Sono…
No, Gesù non è solo un uomo, anche se è un vero uomo, e dai vangeli emerge nitidamente. Gesù soprattutto ci rivela che Dio è amore.
Non un amore generalgenerico, non un sentimento astratto, che mi fa “sentire bene”…
E’ un Dio personale, anzi tripersonale, Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Non una formula dogmatica, ma l’inesprimibile che si esprime come possiamo, fin dove riusciamo, attingendo alla sapienza degli uomini.
Un mistero che non si cela del tutto, tenebra luminosissima di un silenzio segreto (così Dionigi, lo pseudoaeropagita).
Gesù, vero Dio e vero uomo, vero uomo e vero Dio, è mite e umile di cuore: portando la croce, sfinito dalla flagellazione, non ha vantato superpoteri da esibire, ma ha accettato che Simone di Cirene lo aiutasse a portarne il peso umanamente insostenibile in quello stato.
Simone di Cirene è uno costretto dagli eventi, buttato nella mischia a condividere con Gesù condannato lo strazio e la vergogna.
Si sarà lamentato, avrà detto parole poco belle, come quasi ognuno di noi quando una croce ti viene buttata addosso, improvvisa.
Però poi è rimasto, giungendo con Gesù fino al Golgotha. Come l’avrà guardato Gesù? Che cosa gli avrà detto?
Immaginiamoci Gesù, preoccupato per lui, come per tutti quelli attorno alla croce, che lo ringrazia…
Il Cireneo portando quella croce DIETRO a Gesù ha ricevuto un onore che avrà inteso solo dopo…
I suoi figli, Alessandro e Rufo, evidentemente noti tra i primi cristiani, testimoniano di un incontro con la croce che ha dato frutto.
Simone di Cirene porta la croce dietro a Gesù. Un agricoltore che tornava dai campi. Coinvolto “per caso”…
Chissà se Mancuso può immaginarsi la scena, sporca e sudata, ma profumata di Cielo e non di terra.
Simone l’agricoltore è lì per caso, ma sta dove non stanno gli altri, più preparati e in dovere di farlo. Anche i Mancuso spretatisi.
Simone l’agricoltore non compie un atto di bravura o di coraggio. Non faceva parte di un gruppo di volontariato.
E’ l’atto di umiltà del Salvatore nel farsi aiutare durante la redenzione del genere umano, volontà di Dio, a volerlo lì.
Un atto di umiltà nel non eccedere esibendo superpoteri. Lì Gesù è crocrfisso come tanti crocefissi dal peccato che avvelena il creato.
Non l’ha scelto Gesù, ma l’hanno costretto i suoi crocefissori! Tutta la storia è saldamente nelle mani di Dio.
Per Gesù non è il fisico a contare di più, bensì lo spirito: è quello che nell’indebolimento del corpo conserva l’ardore dell’anima…
Capito Mancuso? Il vero coraggio non consiste di performance atletiche, abilità e sforzo: è pura obbedienza.
Il piano di Dio è di associare ogni uomo alla sofferenza redentrice della Sua croce, dell’Agnello di Dio immolato fin dalla fondazione del mondo.
Un piano eterno in cui l’uomo qualunque, capitato lì, è destinato a condividere una croce. Ogni croce è anche QUELLA CROCE.
Gesù cammina davanti, il Cireneo dietro, portando in due la stessa croce.
Non lo si fa gratificati o volentieri… Non c’è l’applauso mondano o la medagli al valore.
Beato chi non si ribella e sta lì, con Cristo, al Suo seguito.
Lo capiremo dopo, quando la morte sarà sconfitta dalla vita.
Serve un cuore più contrito, caro Mancuso. Il peccatore non deve solo pentirsi, ma piangere al pensiero che Gesù porta la croce per tutti.
Anche per me. Anche per te. Per i miei e i tuoi peccati.
Che fanno male, come i flagelli e i chiodi sulla carne viva.
Pietro pentito è il primo Papa. Il Papa è Papa perchè è un peccatore contrito di cui Gesù legge il cuore e sa che versa lacrime sincere.
Forse Giuda ha solo ammesso di aver sbagliato, restituendo i soldi, pensando di chiudere così la transazione con chi l’aveva pagato.
Umiliarsi e piangere contriti è qualcosa di diverso. Pietro lo fa.
Allora con Gesù che porta la croce per tutti, per salvarci, a contare è il pentimento vero. Non quello che chiude alla pari.
Quello che capisce che il debito sarebbe impagabile, ma trova chi ti guarda e dice, pago io per te.
Basta quello sguardo per convertirsi?
Oppure ancora faremo socio-politica, psico-teologia, antropo-centrismo, ragionando secondo gli uomini?
Dio guarda al pentimento del peccatore, non alla spunta che fa sulla lista…
La Grazia eccede i nostri conteggi, perchè nessuno di noi è lì a saldare un debito che potrebbe pagare davvero.
La Via Crucis, dove c’è il Cireneo, che non vanta il teologare dei Mancuso, è lasciarsi tirare dentro lì. In questa Chiesa anche, così com’è.
L’unica cosa che conta è la Volontà di Dio di salvare un peccatore dal cuore contrito. Dio ha fatto un dono immenso all’uomo, dall’eternità.
Non chi si vanta di spiegare perchè Dio non sarebbe Dio, Gesù non sarebbe Cristo e il mio peccato non sarebbe un peccato.
Anche i peccatori che incontriamo sono in quella luce differente e se ci fanno soffrire vanno visti dentro l’onore della croce da portare.
Anche un Mancuso, secondo Dio e non secondo categorie umane che mi spingerebbero a fare la lista dei buoni e dei cattivi.
Anche i nostri pasticci vanno rivisti dentro un Amore che non dovremmo mai offendere, addolorandoci di farlo.
Simone l’agricoltore ha passato circa tre quarti d’ora portando la croce con Cristo… A molti di noi sono concessi anni e anni.
Buona Pasqua!
Capito Mancuso & C.? La storia non la fanno le idee degli uomini.
Gesù si è sostituito ai peccatori. Vedi il battesimo nel Giordano. Succede anche ai mistici di caricarsi di croci altrui.
La ‘perdita’ del Padre sulla croce è un prezzo che ha guadagnato la fede a molti, forse pure a noi. Come fa Mancuso a non capire? Forse è povero davvero nel suo cristianesimo.
I commenti sono chiusi.