Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul conflitto in corso in Medio Oriente, e le sue ricadute nel nostro Continente. Buona lettura e diffusione.
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Secondo una persona coinvolta in contatti diretti e di alto livello con Teheran, i funzionari iraniani sono diventati riluttanti persino a discutere la riapertura dello Stretto di Hormuz, poiché sono concentrati sulla sopravvivenza all’offensiva israelo-americana.
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e gli attentati contro alti funzionari iraniani, tra cui l’uccisione del capo della sicurezza Ali Larijani, segnano un’escalation che sta rallentando i tentativi di far riprendere la navigazione commerciale. In pratica, ciò significa che Regno Unito e Francia hanno pochissime chance positive nello scortare le navi attraverso lo stretto, una volta terminata la guerra.
Questa è più che una sensazione perché è condivisa in tutta Europa e in Medio Oriente. I funzionari stanno perdendo fiducia nel fatto che Stati Uniti e Israele abbiano un piano di uscita e prevedono conseguenze economiche più critiche. Giovedì a Bruxelles, i leader dell’Unione Europea hanno espresso preoccupazione per un prolungato aumento dei prezzi.
Questa valutazione rappresenta un dato preoccupante per l’Europa, che sta cercando di ridurre i costi energetici, ricostruire le proprie forze armate e aumentare la pressione sulla Russia, affinché ponga fine alla guerra in Ucraina. Nessuno di questi sforzi può funzionare se lo Stretto di Hormuz continua a paralizzare l’economia. Appare che questo attacco all’Iran sia stato davvero precipitoso, a causa delle insistenze di Netanyahu nei confronti dell’amico Trump, a fronte di un’emergenza atomica o di attacco da parte del regime degli Ayatollah ad Israele che, persino alti rappresentanti dell’Amministrazione USA affermano di non aver contezza.
Le ulteriori speculazioni avanzate da alcuni commentatori nel corso di queste settimane, tra cui la necessità di coprire ricadute personali sul Presidente americano dallo scandalo emerso dalla desecretazione di gran parte degli Epstein files, non appare sufficiente a porre i presupposti di un attacco all’Iran di questa portata che ha per conseguenza diretta una crisi di portata considerevole, che imbarazza il mondo intero.
“La vera sfida, ora, è affermare la posizione dell’Europa in questo mondo sempre più complesso e garantire che possiamo tenere il passo, sia in termini di capacità di difesa che di approvvigionamento energetico” – ha dichiarato giovedì il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Tutto ciò è possibile solo con un’economia forte”, che, però, a rigor del vero, è ciò che in questo momento manca.
All’inizio della guerra, l’Iran comunicò agli intermediari regionali la propria disponibilità a discutere una tregua a condizione di ricevere garanzie che non ci sarebbero stati ulteriori attacchi contro il Paese.
Quella possibilità ora sembra irraggiungibile. La guerra, che dura da un mese, ha causato la morte di oltre 4.200 persone e ha bloccato il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, un punto strategico per circa un quinto dei flussi globali di petrolio e gas naturale liquefatto. I prezzi del petrolio Brent hanno mantenuto la loro tendenza al rialzo, chiudendo al livello più alto dalla metà del 2022.
La crisi sta esacerbando le preoccupazioni globali sull’approvvigionamento energetico, soprattutto dopo i bombardamenti di South Pars da parte di Israele e gli attacchi di Ras Laffan da parte dell’Iran, due importanti impianti del gas. Gli attacchi a Ras Laffan escludono il Qatar dalla lista dei fornitori affidabili per almeno un paio d’anni. Giovedì, la Banca Centrale Europea ha dichiarato che un’interruzione prolungata porterebbe l’inflazione nella zona euro al 6,3% e innescherebbe un inizio di recessione.
“Questo è un chiaro esempio delle conseguenze globali di questa guerra” – ha dichiarato giovedì il primo ministro svedese Ulf Kristersson. “Naturalmente siamo preoccupati, e lo sono ancor di più tutti i paesi che dipendono fortemente dalle forniture di gas” – riferisce Bloomberg.
Il terrore è che, se gli iraniani continuassero a distruggere le infrastrutture, la riapertura dello Stretto non avrebbe un impatto significativo, finché non saranno effettuati i lavori di riparazione. E questo sarebbe un gran guaio.
I paesi dell’UE concordano sul fatto che la crisi del gas innescherà una guerra finanziaria con l’Asia per le forniture di gas naturale liquefatto, il che significherà anni di inflazione elevata. Inoltre, priverà i mercati globali del previsto calo dell’offerta di GNL. Per l’UE, ciò solleva interrogativi sulla possibilità che il continente possa effettivamente abbandonare definitivamente la dipendenza energetica dalla Russia, come ritorsione per l’invasione dell’Ucraina.
La prevista eliminazione graduale del gas russo si basava sull’aspettativa che l’UE potesse ottenere maggiori forniture dal Medio Oriente e dagli Stati Uniti. Inoltre, secondo fonti a conoscenza della questione, cresce il rischio che il previsto divieto di importazione di petrolio russo venga rinviato. Si tratta di un regalo enorme per Vladimir Putin, che sta già beneficiando dell’aumento dei prezzi globali del petrolio, i quali contribuiscono a finanziare la sua guerra in Ucraina.
Anche se Stati Uniti e Israele trovassero un modo per ritirarsi dalla guerra, si teme già che le navi si rifiuterebbero comunque di attraversare Hormuz, ha affermato un alto funzionario europeo. “Nutro molta preoccupazione per gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente”, ha dichiarato giovedì a Bruxelles il primo ministro olandese Rob Jetten.
I continui attacchi di Trump ai Paesi NATO (tra cui la reiterata minaccia di uscirne) ed alla UE, (già “scroccona”) accusate di non esserci mai al momento del bisogno, unite alla battutaccia del Tycoon al Giappone di non aver avvertito prima per l’attacco di Pearl Harbor, in risposta alla premier, che faceva presente di non esser stata a conoscenza del blitz israelo-americano nell’antica Persia vanno ad aggiungersi al disimpegno economico e bellico degli USA in Ucraina. Nonché al ribaltamento di tutti gli storici equilibri geopolitici e commerciali euro-atlantici.
Chi, sommessamente, dice che gli USA non sono più, di fatto, nostri alleati, dimostra una debolezza incredibile perché la costruzione di una NATO parallela da parte di The Donald, che ne svuota il significato, già fragile dalla caduta dell’URSS va ad aggiungersi alle minacce a Groenlandia e Canada, nonché al possibile “protettorato” a stelle e strisce che potrebbe diventare Cuba, rafforza gli Stati Uniti come Superpotenza e non stimola affatto l’Europa ad affrancarsi ed a costruire la propria indipendenza politica e poi tecnologica e militare, con un’economia in crescita in ambito multipolare. Forse i cinesi hanno ragione nel dire che la miopia della UE consente a Trump di dire e fare quello che vuole, mentre Putin si frega le mani.
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