Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, Cinzia Notaro, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul ruomore profondo in cui siamo immersi, e sul silenzio che ci è necessario, fisicamente e spiritualmente. Buona lettura e meditazione.
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Il rumore della città: un mare sempre in tempesta
C’è un rumore che non si spegne mai. Non è solo quello del traffico, delle sirene, dei cantieri. È un rumore più profondo: notifiche che vibrano, pubblicità che seducono, ambizioni che urlano. È il suono costante della città moderna. Ma questo frastuono non è soltanto urbano: è spirituale.
Somiglia a un mare in tempesta.
Un mare agitato, con onde alte e correnti imprevedibili, in cui l’uomo rischia di essere sommerso. All’inizio può sembrare affascinante: energia, movimento, vitalità. Ma quando le onde si alzano troppo, si perde l’equilibrio. Si viene trascinati. Il rumore della città è così: promette dinamismo, ma spesso genera smarrimento.
La Bibbia racconta che Dio non si manifesta nel fragore, ma nel silenzio. Il profeta Elia lo incontra non nel vento impetuoso, né nel terremoto, né nel fuoco, ma in «una brezza leggera» (1 Re 19,12). E il Salmo invita: «Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11). Fermarsi in mezzo alla tempesta sembra impossibile. Eppure è l’unico modo per non affondare.
All’inizio, l’uomo viveva in armonia con il Creatore: «Il Signore Dio passeggiava nel giardino alla brezza del giorno» (Gen 3,8). Era uno sguardo semplice, fiducioso, rivolto verso l’alto. «Alzo gli occhi verso i monti: il mio aiuto viene dal Signore» (Sal 121,1-2). Oggi, invece, lo sguardo è spesso abbassato, attratto da ciò che luccica.
La città amplifica il richiamo degli idoli moderni: denaro, successo, potere. Ma il comandamento resta chiaro: «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,3). E Gesù avverte: «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24). Perché «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
Il rischio è guadagnare tutto e perdere l’essenziale. «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc 8,36). In una cultura che misura tutto in termini economici e immediati, questa domanda suona quasi fuori moda. Eppure è la più urgente.
La modernità ha spesso cercato di vivere senza cielo. Friedrich Nietzsche ha scritto: «Dio è morto. Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso.» (La gaia scienza, aforisma 125). Prima ancora, Georg Wilhelm Friedrich Hegel aveva interpretato la storia come il luogo in cui lo Spirito si realizza progressivamente. Il divino viene sempre più ricondotto alla dimensione terrena. E Romano Guardini ha osservato come l’uomo moderno, pur dominando tecnicamente il mondo, abbia perso il senso del limite e del mistero.
Il mare, però, ha una caratteristica inquietante: può calmarsi. Dopo la tempesta torna la quiete. La superficie si distende. Il cielo si riflette sull’acqua. Ma quella calma non è definitiva. Sotto la superficie restano forze immense, pronte a sprigionarsi. Basta un movimento improvviso delle profondità per generare un’onda devastante, uno tsunami capace di distruggere ciò che sembrava stabile.
Così è la nostra civiltà. Anche quando appare ordinata, porta dentro tensioni profonde: crisi morali, smarrimento spirituale, perdita di senso. Una società che ha messo da parte Dio può sembrare efficiente, ma resta fragile.
Eppure la creazione continua a parlare: «I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento» (Sal 19,2). Il mondo non è caos, ma armonia. Lo aveva compreso anche Dante Alighieri, che conclude il Paradiso con le parole: «L’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII, 145). Non il disordine, ma l’Amore regge l’universo.
Per questo il Vangelo invita a cambiare prospettiva: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). Non negare la realtà, ma rimettere al centro ciò che conta davvero.
Forse il vero problema non è vivere in una città rumorosa. È diventare interiormente tempestosi. È permettere che il mare entri dentro di noi.
La soluzione non è fuggire dalla città, ma trovare un porto. Uno spazio di silenzio interiore. Un punto fermo che non venga travolto dalle onde.
Perché il mare può calmarsi.
Ma se non si conosce la rotta, resterà sempre pronto a distruggere.
E forse, oggi più che mai, il silenzio è l’unica rivoluzione capace di salvarci dalla tempesta.
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2 commenti su “Il Rumore della Città: un Mare sempre in Tempesta. Cinzia Notaro.”
Già… valore di silenzio… praticamente sparito da inumane città odierne… traffico cicalini suonerie dannati marchingegni domestici e non… musiche deteriori ovunque inarginabili… nessuno canta più… sempre meno parlano… cervelli ridotti a brandelli… meccaniche ruotine uccidono capacità di pensare… di capire quanto sia per noi indispensabile… ristoratore silenzio!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/
Ottimo!
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