Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un oggetto tremendo, la verità. Buona lettura e condivisione.
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DELLA VERITÀ
Si propongono due riferimenti etimologici della parola “verità”, forse la più difficile ed enigmatica delle parole, considerando i conflitti che ha sempre causato e continua a causare. Particolarmente drammatica la situazione della Chiesa cattolica, che mentre si presenta annunciatrice della Verità Una, si disintegra in uno sciame di fazioni, più o meno occulte o mimetizzate, individuali e di gruppo, talché la “Chiesa una, santa, cattolica e apostolica” risulta ormai un ideale disincarnato, in aperto contrasto con l’Incarnazione del Cristo.
Singolare, poi, la concezione della Rivelazione superiore alla Verità di cui l’amico don Pietro Paolo si fa paladino nel commentare il mio articolo Dell’Ispirazione del 3 marzo, sostenendo (da buon ecclesiatico) che l’Ispiratore al di fuori della cerchia ecclesiastica è sempre Dio ma … differente rispetto a Quello delle Sacre Scritture. Ricorrendo ad un arzigogolo conraddittorio egli scrive: «l’ispiratore di ogni vero bene e di ogni vero barlume di verità è sempre Dio, ma non tutto ciò che viene illuminato da Dio è rivelazione», qui riemergendo il trito e ritrito motivo del “popolo eletto” e quindi del Dio predestinatore. Per non dire della consueta, muta, mutissima aquiescenza del don verso la chiesa sinodale-globalista-ecologista-lgbt (non meno fondamentalista di quella gerarchica) in allestimento per l’“inaugurazione” nel 2028 secondo il volere di Bergoglio, di cui il suo pupillo Prevost si sta prendendo cura.
Da: etimoitaliano.it/2014/01/verità/html
«L’etimologia della parola verità è riconducibile al sanscrito vrtta = fatto, accadimento. Pertanto il termine verità indica qualcosa di realmente accaduto nei fatti. Un’altra interpretazione etimologica attribuisce l’origine della parola verità alla radice var- che nello zendo (la lingua dei testi sacri zoroastriani dell’antico Iran) vuol dire credere; del resto anche il sanscrito varami significa scelgo, voglio. Questa seconda interpretazione etimologica sottolinea, piuttosto che l’aspetto fattuale e reale della verità, il significato ed il valore etico, morale e perfino spirituale della verità o meglio della Verità, perché essa indica ciò in cui credo, ciò che scelgo, voglio, spero … mettendo in luce l’importanza della libera e volontaria adesione ad Essa …».
Da: riflessioni.it/dizionario_filosofico/verita.htm
«Verità, dal latino verum (“vero”). In greco la verità è aletheia (a- come privativo e lèthe, “nascondimento”, ovvero, “ciò che non è nascosto”, “che è esposto allo sguardo”). La verità è la caratteristica di ciò che è vero, ossia di ciò che possiede le caratteristiche del proprio essere in modo incontestabile. Contrapposta all’opinione* e alla fede**, la verità si lega necessariamente al fatto di mostrarsi e rendersi evidente per la sua incontestabilità. La verità possiede quindi la caratteristica di essere valida universalmente in rapporto a qualsiasi situazione (contrariamente al concetto di opinione)».
* Opinione, dal latino opinionem, da opinatus (“opinato”), ovvero “ciò che può essere sottoposto a critica”. Il termine greco già usato da Parmenide e Platone per designare l’opinione è doxa. L’opinione è quella forma di conoscenza che non ha validità universale ma solamente individuale e soggettiva. Il termine è contrapposto quindi al concetto di verità, che rappresenta invece la conoscenza che non può essere soggetta a mutamento poiché universale e valida per ciascuna situazione.
** Fede, dal latino fidem. La fede è l’atto del credere. Nella religione la fede è posta a fondamento della dottrina e degli atti dei fedeli, per cui se non vi è fiducia nell’oggetto di fede, non vi è nemmeno adesione alla religione. Credere significa avere fiducia, nella religione cattolica, questa fiducia è riposta nella verità annunciata da Dio agli uomini. Per queste caratteristiche la fede si pone sostanzialmente in contrapposizione alla ragione, per cui la verità, invece di essere creduta, è portata alla luce e condivisa proprio per la sua visibilità incontrovertibile.
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Da quanto sopra ne è scaturita la seguente riflessione, ovviamente matta.
La verità-oggettività dei fatti è pur sempre osservata da un soggetto che, proprio in quanto tale, non può non ridurne la percezione e la descrizione al proprio vedere, condizionato dagli “occhiali” le cui lenti sono costituite dall’agglomerato degli elementi culturali, religiosi e psico-sentimentali che formano e quindi ne riducono la Coscienza. Come dire che per ciascun soggetto non è vero ciò che è vero ma è vero ciò che esso crede vero secondo la propria soggettiva percezione. Cosicché non è la Verità lampante che, essendo Luce, investe la Coscienza rendendo superfluo il credere, bensì è il credere che elegge la “verità” (le virgolette sono d’obbligo). Si può allora comprendere come nei molteplici soggetti il mondo uno così com’è venga disintegrato – religiosamente, politicamente, economicamente etc. – in molteplici mondi, ciascuno dei quali, se si postula un’oggettività incontrovertibile, non può essere che illusorio: il mondo è una proiezione di ciò che forma la Coscienza, che però in sé stessa è senza forma, vuota, quindi libera di ricevere la Verità che libera, ciò costituendo tutt’altro che un gioco di parole:
«Solo chi è vuoto di tutte le cose, anche di sé stesso, sarà in grado di ricevere la verità e di essere un tutt’uno con Dio», dice Maestro Eckhart,
ove “vuoto” corrisponde a “libero”: se la coppa non è vuota-libera non può essere riempita di Verità-Libertà (che quindi non è un ammasso di sillogismi).
È opportuno sottolineare: occorre essere vuoti di tutte le cose e di se stessi, ciò che implica la morte di tutto ciò che si è, si ha e si sa.
Modello eccelso della Coscienza libera è la Vergine, che infatti riceve il Raggio di Luce della Verità – sublime Eucarestia super-sacramentale! – e concepisce per aurem* il Divino Infante – Luce Incarnata – poiché vuota, perciò svincolata da qualsivoglia condizionamento umano frapponentesi tra la Coscienza e la Luce che è anche Suono. Svuotamento esemplare attuato anche dal Verbo Incarnato che «semetipsum exinanivit»: «svuotò se stesso».
* Da italianisti.it/Ardesi.pdf:
«Nella redazione aramaica dell’apocrifo Vangelo dell’Infanzia si narra che Maria avrebbe concepito Gesù all’udire delle parole del Messaggero divino. Efrem il Siro (306-373) scrisse che «[Gesù] entrò per l’orecchio ed abitò segretamente il ventre». La conceptio per aurem permette quindi a Maria di concepire restando vergine intellettualmente e fisicamente. Questo principio è ripreso nella liturgia delle ore soprattutto nell’inno Quem terra pontus composto da Venantius Fortunatus (530-609): “Mirentur ergo saecula / Quod angelus fert semina / Quod aure virgo concipit / Et corde credens parturit”».
Pertanto, qualunque sillogismo che viene proposto – alla vista e all’udito – quale oggetto di fede, nonché le relative interpretazioni del medesimo, fungono da mediatori tra la Verità, cioè la Luce-Suono, e la Coscienza. Più precisamente, proprio perché rivelata, la Verità è mediata dalla descrizione che ne fa lo scrittore ispirato nonché dall’intervento del traduttore e dell’interprete, i quali in quanto soggetti umani non possono essere esenti, come sopra già osservato, da condizionamenti culturali, religiosi e psico-sentimentali, ovvero dalla forma e perciò dai limiti della propria Coscienza.
Insomma, assai prima della proposizione (del porre avanti) che la ri-vela, la Luce già è ante omnia saecula, e per questo non può trovarsi nella proposizione, che è una forma calata nel tempo e quindi può soltanto limitatamente indicarla. La Verità si trova “dietro e fra le righe”.
E se l’etimo dice «lat. REVELARE da RE- addietro e VELARE da VELUM velo, cortina, cioè tirare addietro il velo» (etimo.it), quindi svelare o disvelare, vuol dire anche velare di nuovo nel porgere, dacché le parole sono indubbiamente i molteplici veli attraverso i quali la Verità appunto si ri-vela. D’altronde, se la Verità che è Luce – Parola – fosse non nascosta ed esposta allo sguardo (a-letheia) che necessità ci sarebbe delle parole? Invece c’è da chiedersi: che Parola-Suono è quello su cui fluttua la natura onirica delle parole?
Jeanne de Salzmann:
«Ciò che conta è rendersi conto che parole e idee ci schiavizzano di formule e concetti. Finché restiamo intrappolati in una rete di credenze consolatorie, ci mancano l’intensità e la sottigliezza necessarie per una vera esplorazione di sé. Se non comprendo questo, la mia osservazione rimarrà basata su forme, su ciò che so, e non sarà animata da uno spirito di scoperta, come se fosse la prima volta, con il mio “io” ordinario che interpreta tutto ciò che mi viene presentato dalla sua prospettiva egocentrica».
Vedere il mondo così com’è significa vedere un mondo sempre nuovo, vivente, simbolico, ognora strabiliante, che si riflette nella Coscienza che è senza forma, cioè non in-formata, non ridotta ad una forma, ma vuota, libera, anch’essa così com’è nella sua arcaicità. Il così com’è dell’Universo (il Pieno) e il così com’è della Coscienza (il Vuoto) costituiscono il Supremo Non-due.
Per inciso una decisiva osservazione: altro è l’ispirazione della Bibbia inerente il Cattolicesimo e altro è la dettatura che, secondo l’Islam, concerne il Corano (qu’ran: recitazione), le cui parole Dio ha immediatamente affidato al Profeta che era analfabeta e quindi ha “recitato” le parole divine che solo in seguito sono state trascritte (con integrale precisione?). Si noti: l’analfabetismo indica la Coscienza libera, ignorante gli intrecci culturali e psico-sentimentali che (in)naturalmente la formano e quindi la condizionano.
Non per nulla il sufi Jalaluddin Rumi nota:
«Tutto quanto concerne l’Anima
si svela spontaneamente
ed ogni sforzo razionale non fa che allontanarla.
Questo perchè la sua natura non è fenomenica.
Si coglie col cuore come una poesia, come un’opera d’arte.
Si sente, si ama,
ma nessun concetto, come ombra fugace,
è ad essa adeguato».
Si noti che per quanto concerne le parole Rumi utilizza “ombra” che è sinonimo di “velo”; e, d’altra parte, all’inizio riferisce di uno «svelarsi spontaneo», cioè di un’ispirazione, di una “infiammazione luminosa” che scaturisce dall’alto-fondo arcaico-sacro della Coscienza che coincide con il Divino. Nel Convivio Dante dice “mente” invece di “coscienza, ma la sostanza non cambia: la Deità è l’alto-fondo arcaico della Coscienza.
«E tutte queste nobilissime vertudi, e l’altre che sono in questa eccellentissima potenza, sì chiama insieme con questo vocabulo del quale si volea sapere che fosse, cioè mente. Per che è manifesto che per mente s’intende questa ultima e nobilissima parte de l’anima […] Onde si puote omai vedere che è mente: che è quella fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade».
C’è da notare come la fede nei fatti raccontati nella Sacra Scrittura non possa nascere da un atto positivo del soggetto umano, ossia da un’auto-forzatura della volontà a credere, dacché questa è già segno di perplessità e dubbio nei confronti dell’oggetto di fede (perciò sconosciuto), qui entrando in ballo la grazia della fede che, almeno così è detto, Dio concede a chi vuole, ciò facendo cadere ogni giudizio negativo su chi la fede non ce l’ha. Nessun umano può decidere di avere la fede, è Dio che decide, quindi scegliendo e predestinando.
Credere alla Verità non è conoscerLa, non è possederLa, non è esserLa, quindi il parlare e scrivere “di” Essa, seppur nessariamente propedeutici, sono irriducibilmente approssimativi, mentre tutte le riflessioni intorno alle parole-veli-ombre attraverso cui Essa si porge non possono costituire che opinioni (“ciò che può essere sottoposto a critica, forma di conoscenza che non ha validità universale ma solamente individuale e soggettiva”, abbiamo visto sopra) finché non si venga investiti direttamente dalla Verità stessa, dalla Parola che non è linguaggio bensì Luce e Suono.
La Verità che libera la Coscienza già liberatasi da ogni ingombro, trascende le parole che la ri-velano e la interpretano. La Verità Nuda, cioè la Luce, è anagogica, cioè si pone in Alto, ovvero in Fondo, ovvero al Centro, oltre e sotto i veli delle parole, oltre e sotto le ombre dei concetti. Di qui l’opportunità – o addirittura la necessità? – dell’Apofasi.
* * * * * * *
Da: academia.edu/37959571/Teologia_apofatica.
Cristos Yannaras (filosofo e teologo greco ortodosso,1935-2024), soffermandosi sul rapporto tra apofatismo e verità, afferma:
«Apofatismo significa rifiuto di esaurire la conoscenza della verità nella sua formulazione. La formulazione è necessaria e indispensabile, perché definisce la verità, la separa e la distingue da ogni sua corruzione e alterazione. Così per i membri della Chiesa i “confini”- dogmi sono le “costanti” della verità, che non ammettono modificazioni né accezioni differenziate nella loro formulazione. Ma, nello stesso tempo, questa formulazione non sostituisce né esaurisce la conoscenza della verità, che rimane un’esperienza vissuta, un modo di vivere e non una costruzione teorica».
La stessa rivelazione, che per definizione è disvelazione del mistero, nel suo doppio movimento di svelamento e velamento, non implica affatto l’accessibilità al mistero nei modi della conoscenza mondana, ma piuttosto il palesamento della vicinanza di Dio nel suo permanere absconditus nel cosmo. Dio è sempre al di là di tutto e, nel contempo, è in ogni cosa. La teologia si perfeziona nella teologia mistica del silenzio. Il primo atto con cui l’uomo risponde alla grazia della visita della Parola è quello di assaporare il gusto con cui la parola ci nutre: «quando la tua parola mi venne incontro la assaporai con avidità (Ger. 13, 16)».
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12 commenti su “Della Verità. Il Matto.”
Caro “matto”,
Come di consueto, nel suo scritt vi si trovano intuizioni suggestive, citazioni colte, richiami mistici, spunti apofatici non privi di fascino. Ma, proprio perché il tema è la verità, occorre dirlo con chiarezza: nel suo ragionamento si mescolano elementi veri, elementi imprecisi ed errori gravi, fino a produrre una conclusione che non è cattolica.
Il punto decisivo è questo: lei separa la Verità dalla sua formulazione storica, ecclesiale e rivelata, fino a svuotare di consistenza la Rivelazione stessa. E quando la Verità diventa una luce interiore posta “dietro e fra le righe”, oltre le parole, oltre i dogmi, oltre le mediazioni, allora il rischio non è più soltanto l’approssimazione: è la dissoluzione del cristianesimo in spiritualismo.
La fede cattolica, invece, afferma una cosa molto precisa: la Verità non è anzitutto un concetto, ma una Persona: Gesù Cristo. E proprio perché è Persona incarnata, la Verità non resta nel puro ineffabile, ma entra nella storia, parla, si lascia annunciare, affida parole, gesti, sacramenti, apostoli, Chiesa. Il Verbo non è venuto a suggerire vagamente un’esperienza interiore del divino: si è fatto carne. E questo basta già a correggere molta parte del suo impianto.
Lei insiste molto sul fatto che ogni soggetto percepisce secondo i propri “occhiali”, e fin qui non si dice nulla di scandaloso: certo, l’uomo conosce in modo limitato, situato, ferito. Ma da questo lei fa scivolare il discorso verso un esito ambiguo: quasi che la verità oggettiva, passando attraverso coscienze condizionate, si dissolva inevitabilmente in una pluralità di visioni soggettive. Ora, un cattolico deve distinguere. Che la nostra conoscenza sia limitata, è vero. Che perciò la verità si riduca a ciò che ciascuno crede vero, è falso. Altrimenti non esisterebbe più né rivelazione, né dogma, né eresia, né conversione, né giudizio: resterebbero solo prospettive.
Lei oppone poi, in modo più o meno esplicito, verità e fede, come se la fede fosse un credere in assenza di evidenza, quasi una forzatura volontaristica o un ripiego provvisorio finché non si venga investiti direttamente dalla “Luce”. Ma qui il quadro cattolico è un altro. La fede non è contraria alla verità, né alla ragione: è adesione soprannaturale alla verità rivelata da Dio, il quale non può né ingannarsi né ingannarci. Certo, la fede non è ancora visione beatifica; certo, non possediamo Dio come oggetto disponibile; ma la fede non è un’opinione nobile. È già una vera conoscenza, anche se imperfetta e “in specchio”.
Ancora più problematico è il modo in cui lei tratta l’ispirazione biblica. Qui emerge il nodo della sua polemica. Lei contesta la distinzione tra ispirazione divina e rivelazione, quasi fosse un “arzigogolo ecclesiastico”. E invece è una distinzione teologicamente necessaria. Che Dio sia principio di ogni vero bene e di ogni autentico barlume di verità anche fuori dei confini visibili della Chiesa, è dottrina cattolica elementare. Ma non tutto ciò che Dio illumina è per questo Rivelazione pubblica normativa. Se così fosse, ogni intuizione mistica, ogni poesia, ogni lampo metafisico, ogni testo religioso, ogni esperienza interiore dovrebbe avere statuto rivelativo. E allora Bibbia, Tradizione e Magistero perderebbero ogni unicità.
Il cristianesimo non insegna che Dio tace fuori della Chiesa. Insegna però che la pienezza della Rivelazione è data in Cristo e trasmessa nella Chiesa. Questo non è “tribalismo del popolo eletto”, né arbitrio predestinatorio: è semplicemente la logica dell’Incarnazione. Dio ha scelto di salvarci non con un’illuminazione indistinta distribuita in modo anonimo, ma entrando nella storia in un popolo, in una carne, in una lingua, in una vicenda, in un corpo ecclesiale. Chi trova scandaloso questo, in fondo trova scandalosa l’Incarnazione stessa.
Nel suo testo c’è poi una continua oscillazione tra temi cristiani, Meister Eckhart, Rumi, Dante, Yannaras, Jeanne de Salzmann, simbolismi cosmici, coscienza vuota, non-dualità, apofasi, suono-luce, “alto-fondo” della coscienza coincidente col divino. Ora, si possono usare autori diversi come punti di confronto; ma nel suo testo non c’è più confronto: c’è fusione. E questa fusione finisce per confondere la mistica cristiana con una metafisica della coscienza svuotata, in cui la differenza tra Creatore e creatura tende pericolosamente ad assottigliarsi.
Qui bisogna essere netti: la coscienza non è la deità. L’anima umana è creata, non divina per natura. Può essere elevata dalla grazia, abitata da Dio, resa partecipe della vita divina; ma non è il “fondo divino” in senso sostanziale. Quando il linguaggio mistico non è custodito dal dogma, diventa equivoco. E l’equivoco, in materia di fede, non è un lusso poetico: è un pericolo.
Lei coglie un punto vero quando ricorda che la formulazione non esaurisce il mistero. Certo. Il dogma non esaurisce Dio. La teologia apofatica è autenticamente cristiana se significa che Dio supera infinitamente i nostri concetti. Ma la vera apofasi cattolica non distrugge il dogma: lo custodisce. Non dice che le formule sono inutili, o solo veli, o ostacoli; dice che sono vere ma non esaustive. Lei invece tende continuamente a spostare l’accento dai contenuti rivelati a una esperienza ulteriore, quasi più pura, più nuda, più originaria, situata oltre le parole e quasi oltre la fede stessa. Questo non è il compimento del cristianesimo: è il suo superamento gnosticheggiante.
Molto debole è anche il passaggio sulla predestinazione. Lei scrive, in sostanza, che se la fede è grazia concessa da Dio a chi vuole, allora nessuno può essere giudicato negativamente per non avere la fede, e Dio sceglierebbe arbitrariamente. Ma il cattolicesimo non insegna un predestinazionismo cieco. Insegna insieme la priorità della grazia e la reale libertà umana. Dio previene, chiama, illumina, muove; l’uomo può cooperare o resistere. Il mistero resta, ma non si risolve nella caricatura di un Dio che accende alcuni e lascia altri al buio per capriccio.
Vengo poi a un altro punto decisivo: la sua svalutazione della parola. Lei insiste sul fatto che le parole velano mentre svelano, che la verità sta dietro le righe, che i sillogismi sono mediatori limitanti. È vero che il linguaggio umano è limitato. Ma nel cristianesimo la parola non è un inciampo da oltrepassare: è stata assunta da Dio. Dio parla. Il Verbo si fa carne. Cristo predica. Comanda agli apostoli di insegnare. La Chiesa definisce. Il credo formula. Il dogma delimita. La Scrittura testimonia. Il sacramento usa parole efficaci. Se le parole fossero solo veli opachi, il cristianesimo sarebbe impossibile.
Lei ha ragione solo su questo: la verità rivelata non si riduce a formule astratte. Ma la conclusione cattolica non è: “dunque le formule sono secondarie”. È: le formule vere sono necessarie, perché proteggono l’accesso vero al mistero. Senza di esse, ognuno si costruisce il proprio assoluto.
Per questo trovo anche ingiusta la sua frecciata contro don Pietro Paolo. La distinzione che lei deride non è affatto una contorsione clericale: è una difesa della fede cattolica contro la dissoluzione del rivelato nell’ispirativo indistinto. Dire che ogni autentico bene viene da Dio, ma che non tutto ciò che viene da Dio è Rivelazione pubblica, non è contraddittorio: è elementare. Altrimenti dovremmo mettere sullo stesso piano il prologo di san Giovanni, una lirica di Rumi, una intuizione di Eckhart, una pagina di Dante e una riflessione privata di qualunque anima sensibile. Sarebbe la fine della teologia cristiana.
Infine, una parola sulla sua polemica anti-ecclesiale, infilata qua e là quasi di passaggio ma in realtà centrale. La sua insofferenza verso la “chiesa sinodale-globalista-ecologista-lgbt” non aggiunge nulla al ragionamento sulla verità; serve soltanto a colorare ideologicamente il discorso. E soprattutto tradisce una tentazione ricorrente: quella di contrapporre la propria percezione del vero alla concretezza della Chiesa visibile. Ma il cattolico non riceve la verità da una pura interiorità illuminata contro la Chiesa. La riceve in una Chiesa concreta, fatta di santità e miseria, assistita però dallo Spirito Santo.
In sintesi:
sì, Dio supera i nostri concetti;
sì, il mistero non è esaurito dalle formule;
sì, la fede è grazia;
sì, esiste una dimensione contemplativa e sapienziale della verità.
Ma:
no, la verità non si dissolve nella soggettività della coscienza;
no, la fede non è inferiore alla verità come una stampella provvisoria;
no, la Rivelazione non è intercambiabile con ogni ispirazione religiosa;
no, il dogma non è un velo da oltrepassare;
no, la coscienza non coincide con la deità;
no, l’apofasi non autorizza a svuotare il cristianesimo del suo contenuto storico, dottrinale ed ecclesiale.
La verità cristiana non è un bagliore impersonale dietro i simboli.
È il Figlio di Dio fatto uomo.
Non una pura Luce da intuire, ma una Parola che si è detta.
Non un oltre indistinto, ma Gesù Cristo, ricevuto nella fede della Chiesa.
Se vuole davvero parlare della verità da cattolico, bisogna partire da lì.
Da lì, e non da una mistica della coscienza che, alla fine, parla molto del divino ma rischia di lasciare fuori il Dio incarnato.
Caro don P.P.,
premetto che non è mia abitudine “deridere” le affermazioni altrui. Se il termine “arzigogolo” che ho impiegato in senso “tecnico” la fa sentire deriso, mi dispiace ma non posso farci niente.
Nel parlare e nello scrivere ognuno proietta quel che scaturisce dalla propria forma mentis.
Prendo atto delle proiezioni della sua forma mentis e le rispetto.
Mi aspetto da lei lo stesso per le proiezioni della mia non-forma mentis.
Un distinto saluto.
Come ho letto la parola „veritá“ ecco che mi sono subito precipitato a leggere l´articolo e questo perché mi ricordavo che „il Matto“ circa un anno fa aveva pubblicato quest´articolo che dal titolo sembrava avere un contenuto analogo (forse sí, forse no?):
https://marcotosatti.com/2025/04/08/che-cose-la-verita-quid-est-veritas-il-matto/
ma poi ho desistito nel leggere l´articolo attuale, visto che le mie capacità filosofiche e di comprensione non mi consentono di cogliere i punti salienti.
E rileggendo i commenti del 2015, ecco che mi sono accorto che dovevo una risposta a „il Matto“ (suo commento 8 aprile 2015, ore 09,44 in risposta a mio commento dell´8.4.25 ore 08,44). E sperando di aver capito bene il suo commento, rispondo cosi: „È chiaro: sono peccatore come (e sicuramente più di) tutti gli altri e questo nonostante che molte volte sappia di agire contro i comandi di Dio“. Quindi quel“ semplicemente“ si applica, secondo me, solo se a) si é in grado di conoscere perfettamente la volontà di Dio; e b) si ha abbastanza buona volontà di applicarla alla lettera. Ma nel campo pratico però io sono una schiappa: pecco e poi vado a chiedere (ripetutamente) perdono a Dio. Insomma … nella vita pratica é tutto salvo che semplice. Spero che sia abbastanza per non innescare una discussione che per me non avrebbe molto peso nè porterebbe dei chiarimenti importanti.
Ma anche mi sono ricordato che dovevo una risposta ad „Adriana1“, la quale, sempre prendendo a riferimento il mio commento ha scritto: „ … constato con piacere- storicamente parlando- che lei non esiterebbe a imitare Samuele (nome di Dio)…Per chiarire:
Era giunto il tempo di adempiere al giudizio del Signore sugli spregevoli Amalekiti ( Deut.25:17-19 ).
Devono essere completamente spazzati via. Non si deve risparmiare nulla, né uomo, né bestia. Non si devono prendere spoglie. Ogni cosa deve essere votata alla distruzione. Saul disobbedisce conservando in vita Agag, re amalekita, e il meglio delle greggi e delle mandrie col pretesto di fare un sacrificio al Signore. Per questo, Samuele, che conosce la vera volontà del Signore, annuncia a Saul la fine del suo regno, poi, affermando che: “L’obbedienza-a Dio- è meglio del sacrificio!” (Samuele 1; 15- 22,23) afferra la spada e decapita Agag. Da ultimo, volta le spalle a Saul per non vederlo mai più. E’ sempre interessante leggere e meditare i testi accolti a Nicea come “sacri”.
E ora le chiedo a distanza di quasi un anno, se dovesse leggere queste righe: „Desidera ancora che io le dia una risposta?“ Se sì, allora la darò, ma poi si renderà per me necessario, e questo al fine di giustificare la mia posizione, farle prima una domanda un poco complessa. Attendo.
Caro (cara?😁) Una opinione,
prendo atto della sua risposta, astenendomi dall'”innescare una discussione” ulteriore.
Mi sorprende positivamente la sua premura nel tornare sull’argomento quasi un anno dopo.
Di questo, la ringrazio.
Non sono convinto che leggendo l’articolo attuale lei non sia in grado di coglierne “i punti salienti” 😉
Un distinto saluto.
1 anno dopo?
11 anni dopo!
Non mi risulta che già 11 anni addietro io già imperversassi su Stilum 😂
O prendo un abbaglio? 😯
Lo so, ma è l’opinione di Una Opinione.
( “Commento: 8. 4. 2015”).
Se l’ultimo interrogativo è rivolto a me rispondo affermativamente: “Sì, lo desidero” ( quasi una formula matrimoniale 😅 ). A’ la prochaine.
Dunque … se avessi deciso di rispondere ad aprile 2015 sarei stato incerto sulla risposta. E questo perché è vero che sono dell`idea che agli ordini di Dio si obbedisce e basta, ma … ammesso che fossero state cinquecentomila persone, ammazzarli tutti? Io rendermi responsabile di un genocidio piú inumano di quello che sta avvenendo ora in Medio oriente? Sarebbe stato troppo anche per me. Quindi ho preso tempo (ma anche avevo altre priorità al momento) e poi dopo circa tre mesi mi é maturata una risposta che è rimasta sostanzialmente fissa e che é questa:
„anche se gli amaleciti fossero stati dieci, cento, e anche più milioni, assolutamente sì.“ .
Ora mi immagino che „Adriana 1“ sia già caduta dalla sedia sulla quale era seduta e „Rolando“ proverà un orrore che più orrifico non si può; ma a giungere a questa ipotetica determinazione mi hanno „costretto“ le vicende globali che stiamo vivendo attualmente.
Ora „Adriana 1“ (ed altri) domanderá: „Che c´entra l´oggi con il ieri?“(oltre a domandarsi quale sia la giustificazione). Mia risposta (e opinione): „Tenendo conto che Dio tutto prevede, l´oggi con il ieri non si puó nettamente separare perché è tutto un Suo unico disegno che per Lui non ha tempo ma che però si svolge secondo delle sequenze ben determinate. Stante questo, sono convinto che Dio attraverso l´Antico Testamento ci ha voluto mostrare, per così dire, i fatti di ieri per aiutarci a comprendere correttamente gli avvenimenti di oggi e a prendere le future giuste decisioni.
E qui faccio una piccola premessa: tutto quello che segue, lo scrivo nel presupposto che oggi non sia chiaro chi possa essere definito „amalecita“. E questo perché, a parte chi usa a mio avviso strumentalmente questo termine per giustificare i propri genocidi, non mi pare di aver trovato nessuno scritto in internet che lo contraddica efficacemente né che riesca a descrivere positivamente ma allo stesso tempo veritieramente chi sia un amalecita.
Per cui, parlando non più in prospettiva storica ma in prospettiva attuale, chiederei, prima di esprimere il mio parere (l´idea ce l´ho ma la devo sviluppare) su chi sia veramente un amalecita, ad „Adriana 1: „Ma se Dio oggi le mettesse a disposizione un´armata di Angeli (10,100, 1000 legioni/divisioni) e le dicesse: „Ecco … io ti do i mezzi, tu devi peró portarmi i risultati: vai e stermina tutti gli amaleciti ovunque si trovino sulla Terra e distruggi tutte le malvage opere che hanno costruito“, eseguirebbe gli ordini di Dio oppure le verrebbe la „delicatezza“ di salvare almeno il loro re/capo?“ E cioe farebbe come Saul o Samuele oppure si rifiuterebbe di eseguire totalmente l´ordine? (naturalmente un ordine come questo presupporrebbe che a) Dio non consideri „Adriana 1“ una amalecita – intuizione corretta, secondo me; e b) che gli amaleciti non siano scomparsi ma esistano sotto altra copertura)..
Forse per decidere come orientarsi le può essere utile considerare come a suo tempo (storicamente parlando) la ricchezza degli amaleciti era (così come era comune in quel tempo) costituita dal bestiame e dai terreni (ma era una popolazione semi-nomade). „Ed inoltre“ domando ancora “oggi „Adriana 1“,nel caso volesse obbedire a Dio, oltre a risparmiare il loro attuale re/capo e magari quanti più amalechiti possibili, salverebbe tutto quello che la loro stirpe ha ideato e costruito nel tempo?“ Scrivo questo perché mi pare strano che Dio a Suo tempo abbia dato l´ordine di annientare tutti e tutto, ma alla fine solo tutti gli amaleciti siano stati sterminati e di tanto si è accontentato: il miglior bestiame, a quanto pare, se lo sono goduti gli israeliti di allora con la benedizione di Dio.
Ma prima di fare tutto ciò „Adriana 1“ dovrebbe affrontare un primo problema: Dio,nell´ipotesi di cui sopra, volutamente, non le ha detto chi sono i moderni amaleciti e a lei spetterebbe il compito di riconoscerli con il rischio che se non riuscisse a formulare un corretto criterio di riconoscimento, potrebbe uccidere degli innocenti.
Per cui il primo punto da risolvere per „Adriana 1, se decidesse di obbedire all´ipotetico ordine di Dio, sarebbe: „Come faccio a riconoscere con sicurezza oggi un amalecita?“ Ed il criterio „non ti uccido perché tu sei come me e non come Loro“non l´aiuterebbe di certo a prendere una decisione perché lei stessa dovrebbe riuscire a capire perché lei stessa non è un´amalecita nei pensieri di Dio. E dunque?
Ad „Adriana 1“ dei fecondi pensieri augurandomi che li faccia comunque noti.
Poi un giorno io stesso forse esporrò completamente il mio pensiero.(è possibile che possa uscire anche un articolo autonomo … al momento non so).
Alla prossima.
Gentile Una Opinione,
mi auguro che almeno lei si sia divertito
(ma, in questo caso, si può scrivere anche: divertita) a collocare interrogativi dietro a interrogativi, come bamboline inserite nella pancia di una Matrioska.
Sincerely, ho dovuto rileggere più volte il suo scritto per tentare di venirne a capo, e ancora adesso temo di non esservi riuscita.
Provo ugualmente: lei chiede chi siano (o siano stati) gli Amaleciti/kiti.
Dall’Esodo (17,8) sappiamo che furono quegli odiosi individui- o meglio: tribù- che assalirono a tradimento la retroguardia di Mosè, profittando della sua generale stanchezza. Da allora il nome di Amalecita servì a designare ogni gruppo o popolo considerato- a torto o a ragione- subdolo nemico degli Israeliti. In tempi recenti Netaniahu medesimo li citò ( a proposito della Siria di Assad ) in un incontro diplomatico con Putin che ne rimase alquanto sorpreso e quasi divertito…purtroppo Netaniahu (che parla come in un sequel su Mosè) era serissimo.###
Perciò…non mi può importare di meno se io sia o non sia un’ Amalechita (cita/kita) di fronte a un gruppo piccolo o grande di umani che pretendono di ricevere ordini da un “individuo maschio di guerra” (definizione biblica) feroce e psicopatico. L’obbedienza “cieca, totale e assoluta”, ( quella dei trinariciuti di Guareschi ), ma soprattutto “irragionevole” la lascio alle “pecore matte” (Dante).###
Gli Angeli -1000 o 10000- che mi venissero, eventualmente, offerti li rifiuterei cortesemente. I Malakim biblici erano tipi alquanto muscolarizzati e umorali, senza ali e dall’aspetto piuttosto minaccioso nei confronti dei bipedi umani, perciò li lascerei perdere.###
In tutto l’A.T. non si trova citata la parola “Dio”. Soltanto Elohim (pl.) o Eloà ( quello che sta più in alto ): un generalissimo, un militare, quindi.###
Quanto all’obbedire ad ordini di uccisioni, stragi e sevizie, trovo assai interessanti e veridiche le esperienze personali del giornalista Franco Fracassi, ultimamente intervistato da Border Night.
Egli ricorda gli incontri fatti in SudAfrica (in guerra contro l’Angola) e in Cisgiordania tra i coloni ebrei. Non trascrivo i dettagli, ma, quando un uomo è avvezzo per anni a uccidere quasi ogni giorno con sadismo, o a sparare a suoi simili come in un campionato sportivo con tanto di punteggio, quell’uomo si trasforma intimamente; diventa un drogato bisognoso della giornaliera dose di morte (altrui). ###
Se esiste una divinità creatrice non credo affatto che venga soddisfatta dall’acquiescenza di bipedi succubi, irresponsabili e più stolti di qualunque animale occupi la terra, l’aria e le acque.###
Un caro saluto, A.
Cara Adriana,
mi permetto di intromettermi solo per chiarire alcuni punti del suo intervento che, dal punto di vista biblico e storico, mi pare non risultino corretti.
1. Gli Amaleciti
È corretto che gli Amaleciti compaiano in Esodo 17,8, dove attaccano Israele nel deserto. Tuttavia nella Bibbia non sono semplicemente un simbolo generico del “nemico subdolo”.
Secondo la tradizione biblica sono un popolo preciso, discendente di Amalek, nipote di Esaù (Gen 36,12), e abitavano la regione del Negev e del Sinai.
Col tempo il loro nome diventa anche una figura simbolica del nemico che colpisce il debole, perché – come ricorda Deuteronomio 25,17-18 – attaccarono la retroguardia composta dai più stanchi e indifesi.
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2. Gli angeli nella Bibbia
È vero che la parola ebraica mal’akh significa semplicemente messaggero. Tuttavia non è corretto dire che gli angeli biblici siano descritti come esseri “muscolarizzati e minacciosi”.
Nella Scrittura gli angeli assumono forme diverse:
• a volte aspetto umano (Genesi 18; Tobia);
• a volte figure simboliche e celesti (Serafini in Isaia 6; Cherubini in Ezechiele 1).
Le ali compaiono chiaramente nelle visioni profetiche (Isaia, Ezechiele) e nell’iconografia biblica del Tempio. Non sono quindi un’invenzione tardiva.
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3. “Nell’Antico Testamento non si trova la parola Dio”
Questa affermazione non è esatta.
Nel testo ebraico troviamo diversi termini:
• Elohim (אֱלֹהִים)
• Eloah (אֱלוֹהַּ)
• El (אֵל)
• soprattutto il nome proprio YHWH (יהוה)
Il fatto che Elohim abbia forma plurale sicuramente non indica una pluralità di dèi, come oggi tanti studiosi improvvisati sost3ngono.
Nella grammatica ebraica sicuramente può essere un plurale di maestà, difatti quasi sempre è accompagnato da verbi al singolare.
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4. Dio come “generalissimo militare”
Nella Bibbia Dio viene talvolta chiamato “Signore degli eserciti” (YHWH Sabaot), ma il significato non è quello di un comandante umano assetato di guerra.
Gli “eserciti” indicano:
• le schiere celesti
• l’ordine del cosmo
Non è quindi una definizione militare nel senso moderno.
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5. Il tema della violenza biblica
Il problema delle guerre nell’Antico Testamento è reale e da secoli discusso dalla teologia ebraica e cristiana. Tuttavia ridurre l’intera rivelazione biblica a un invito alla violenza è una lettura parziale.
Nello stesso Antico Testamento troviamo infatti:
• il comando “non uccidere” (Es 20,13)
• i profeti che condannano la violenza e l’oppressione (Isaia, Amos, Michea)
• l’ideale messianico in cui “forgeranno le loro spade in aratri” (Is 2,4)
E per il cristiano la rivelazione trova il suo compimento in Cristo, che rovescia definitivamente la logica della violenza.
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In conclusione
Si può certamente discutere criticamente i testi biblici — è un esercizio antico quanto la Bibbia stessa — ma è utile farlo a partire da ciò che i testi dicono realmente, non da ricostruzioni approssimative.
Scusandomi, la saluto cordialmente
Quindi mi ha rispedito la palla indietro. E ora che faccio? Mi obbliga a rendere note le mie motivazioni. Credo che ci vorrà un poco di tempo.
Alla prossima.
Ricambio l´affettuoso saluto.
(nota generale: 2025 e non 2015).
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