Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Radio Spada, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.
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Jaime Mercant Simó, sacerdote diocesano e docente del CETEM: «Nulla la scomunica a Mons. Lefebvre. Consacrazioni 2026? Né scisma, né peccato» (domande e risposte in 23 punti)
23 Febbraio 2026 | Attualità

Innanzitutto chiariamo: Don Jaime Mercant Simó non è “lefebvriano”, ma un sacerdote diocesano con diversi dottorati, docente del Centro di Studi Teologici e direttore della biblioteca della sua diocesi (Maiorca). In calce alleghiamo la sua lunga biografia*. Seppure non condividiamo singolarmente ogni passaggio della sua dichiarazione (diffusa su X) la riportiamo di seguito in quanto utile a sgombrare il campo da molte sciocchezze circolate in questi giorni.
Inoltre, alcuni rimandi per avere a disposizione più ampi materiali: sul tema dell’obbedienza questo articolo, sul tema della nullità della scomunica (1988) vedere questo studio del Prof. Pasqualucci. Infine, come sempre, per comprendere in profondità e senza scoraggiamenti la crisi ecclesiale e sociale in corso, invitiamo ad approfondire con: Parole chiare sulla Chiesa, Golpe nella Chiesa, Buona filosofia e contro–storia filosofica. Dall’antichità pagana ad oggi, La rivoluzione guardata negli occhi. Un libro che spiega il passato e racconta il futuro, Magistero Politico – Insegnamenti papali sulla politica per l’instaurazione di un ordine cristiano, L’illusione liberale.
QUESTIONI LEFEBVRIANE
Diversi miei lettori mi hanno chiesto informazioni sulle prossime consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ecco la mia posizione, espressa in forma pedagogica mediante domande e risposte:
- I lefebvriani peccheranno mortalmente con queste consacrazioni episcopali?
— No, assolutamente no. - Non si tratta di un atto scismatico?
— No, formalmente non lo è. - Perché formalmente non lo è?
— Perché, affinché si produca uno «scisma perfetto», è necessario che esista una chiara intenzione di compiere un atto scismatico e di costituire, con i nuovi vescovi, una giurisdizione gerarchica parallela a quella esistente nella Chiesa cattolica romana. Ora, in questo caso, non si verificherà né l’una né l’altra cosa. - Può essere, almeno, un atto di disobbedienza?
— Sì, di fatto lo è, almeno materialmente, poiché Roma non vuole che tali consacrazioni si celebrino. - Quindi, peccano mortalmente per disobbedienza?
— Nemmeno questo, perché, in questo caso, l’intenzione dell’autorità della FSSPX, dei consacranti e dei futuri consacrati sembra retta. Essi invocano lo «stato di necessità», che giustificherebbe la «disobbedienza materiale». A tale riguardo, non abbiamo ragioni oggettive per dubitare della loro coscienza né della loro retta intenzione, che è il bene delle anime a cui assistono. - Ma si produrrà la scomuninca «latae sententiae», cioè automatica e immediata, vero?
— Da una prospettiva canonistica, sì, ma, dal mio modesto punto di vista, tale scomunica sarà nulla; ritengo che esistano ragioni teologiche e filosofico-giuridiche sufficienti per concludere ciò, sebbene sappia che gran parte dei canonisti me lo negheranno da un punto di vista puramente legalistico. Tuttavia, penso che, oltre a configurarsi come motivo fondamentale lo «stato di necessità», la «ragione formale» per cui dovrebbe prodursi effettivamente tale pena manchi, dato che non c’è intenzione oggettiva di scisma formale né si creerà una giurisdizione parallela, ripeto. - Mons. Lefebvre ricevette la pena di scomunica?
— Sì, come sicuramente la riceveranno questi vescovi, ma anche la sua scomunica fu nulla, poiché, nel piano soprannaturale del Corpo Mistico, quel vescovo non cessò mai di essere in comunione con la Chiesa. - Cosa intende con questo?
— L’essenza della comunione è triplice, cioè: dottrinale, sacramentale e gerarchica. Stimo, dunque, che il vescovo Lefebvre e, per estensione, la FSSPX, non abbiano negato nessuna di queste tre «dimensioni essenziali» della comunione ecclesiale. - La FSSPX è in comunione dottrinale?
— Certamente, non ha mai cessato di insegnare ciò che la Chiesa ha sempre creduto. - Ma i lefebvriani non mettono sempre in discussione i documenti del Concilio Vaticano II?
— Non fanno una critica totale, come comunemente si crede, dato che, nei loro testi, esistono elementi che fanno parte del «depositum fidei», ma affrontano, con spirito critico, certe questioni «delicate», in cui è legittima la discussione teologica. - Come può dire questa barbarità?
— Posso dirlo perché la «natura» stessa del Concilio me lo permette. - Cosa intende con questo?
— Intendo dire che il Vaticano II fu un concilio di «natura pastorale», non dogmatico, e, quindi, non godette del carisma dell’infallibilità, perché, in nessun momento, si volle definire o condannare nulla in modo infallibile; questa fu la decisione espressa della maggioranza dei padri conciliari. Tuttavia, nell’epoca postconciliare, nonostante questa «natura pastorale», alcuni pretenderanno di convertire detto concilio in «superdogma». - «Superdogma»? Questa è una mancanza di rispetto. Perché usa la narrativa lefebvriana?
— Sto impiegando, di fatto, le stesse parole di Joseph Ratzinger, il quale, in una visita ai vescovi cileni (1988), utilizzò questi stessi termini. - D’altro canto, è vero che la FSSPX è in comunione sacramentale?
— I suoi sacramenti non sono solo validi, ma si celebrano secondo i riti tradizionali che la Chiesa ha impiegato da tempo immemorabile. - Ma è evidente che la FSSPX non è in comunione gerarchica, vero?
— Nonostante, a livello canonico, la sua «situazione istituzionale» sia irregolare e imperfetta, la Fraternità non cessa di riconoscere il Papa di Roma come supremo pastore della Chiesa universale. Di fatto, riconosce e rispetta pure la giurisdizione di tutti i vescovi del mondo cattolico. - Mi dia una prova di ciò che sta dicendo?
— In ogni messa della FSSPX, senza eccezione, i sacerdoti nominano, nel «canone della messa», il Papa e il vescovo del luogo. - Non è questo un argomento molto debole?
— Per Dio, non lo è affatto. La manifestazione più formale e pubblica del riconoscimento gerarchico si dà precisamente nella santa messa, concretamente nel canone. - È lei lefebvriano o filo-lefebvriano?
— Né l’uno né l’altro, signore; io vado per la mia strada. Semplicemente sono cattolico e, come tale, ho spirito critico, ossia la buona abitudine di usare la ragione e il giudizio di discernimento. - Ma sembra che lei sia d’accordo con la FSSPX su tutto?
— No, non lo sono. In certe attitudini e questioni non sono d’accordo, ma queste, sotto il mio punto di vista, sono secondarie e accidentali. Nell’«essenziale», sono d’accordo al 100% con la Fraternità e, quindi, non contribuirò alla sua ingiusta e sproporzionata «demonizzazione» pubblica. - Può dirmi cos’è l’essenziale?
— L’«essenziale» è la sua «cattolicità». Punto finale. - Ma non le preoccupa la «deriva» dei lefebvriani?
— Mi preoccupa di più la caterva di eterodossi, bestemmiatori e sacrileghi che ci sono dappertutto, specialmente in Germania. Mi inquieta pure la doppia morale che sembra esistere nell’applicare pene e censure da parte dell’autorità ecclesiastica. - Allora, quale soluzione vede al problema lefebvriano attuale?
— In primo luogo, credo che Roma dovrebbe essere benevola e accettare formalmente la consacrazione di questi prossimi vescovi, allo stesso tempo riconoscendo i frutti spirituali dell’apostolato della FSSPX. Credo che questo sarebbe un vero gesto di misericordia e di intelligenza; entrambe le cose non sono reciprocamente escludenti. - Non teme che, per queste opinioni, la critichino?
— No, perché sono sacerdote della Chiesa cattolica, non il pastore di una setta, e, pertanto, con rispetto posso e devo esercitare, nella mia vita di fede, la vera libertà dei figli di Dio.
*sacerdote della Diocesi di Maiorca, nato a Palma il 6 dicembre 1980 e ordinato il 14 ottobre 2007; membro della Thomas Aquinas International Society; dottore in Studi Tomistici (Filosofia) presso l’Università Abat Oliba CEU (Barcellona), con premio straordinario di dottorato; dottore in Diritto e Scienze Sociali presso la UNED (Madrid), con specializzazione in «Filosofia giuridica»; e licenziato in Sacra Teologia presso l’Università Cattolica di Tolosa (Francia), con specializzazione in «Tradition thomiste et pensée médiévale». Il primo dottorato lo consegue il 15 maggio 2017, con la votazione di sobresaliente cum laude, il massimo punteggio, mediante la tesi di dottorato La metafisica della conoscenza in Karl Rahner: analisi di «Spirito nel mondo», avendo come direttore il prestigioso tomista Rev.do Ignacio Andereggen, dottore in Teologia e dottore in Filosofia, e con presidente della commissione di valutazione Mons. Antonio Livi, decano emerito della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense di Roma. Il secondo dottorato lo consegue il 27 novembre 2024, anch’esso con la menzione cum laude, con la tesi intitolata I fondamenti filosofici della dottrina giuridica di Domingo de Soto: analisi del trattato «De iustitia et iure», avendo come direttore il dott. Juan Antonio Gómez García (UNED) e come presidente della commissione di difesa il dott. Sixto Sánchez-Lauro, professore dell’Università di Estremadura e membro della Reale Accademia di Giurisprudenza e Legislazione di Spagna. Tra le sue pubblicazioni, spiccano la prima tesi di dottorato, La metafisica della conoscenza in Karl Rahner: analisi di «Spirito nel mondo» (Gerona: Documenta Universitaria, 2018, 1069 pp.); I fondamenti filosofici della teologia trascendentale di Karl Rahner (Roma: Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2017, 240 pp.); insieme con Mons. Antonio Livi e il dott. Samuele Pinna, Il valore dottrinale dell’insegnamento cristiano dopo il Vaticano II: l’interpretazione della fede cattolica secondo Karl Rahner (Roma: Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2019, 272 pp.); e la seconda tesi di dottorato, La filosofia giuridica di Domingo de Soto (Salamanca: UPSA Ediciones, 2025). La licenza canonica in Sacra Teologia la consegue il 21 giugno 2021, con la votazione di sobresaliente, difendendo la tesina intitolata Ramon Llull et sa doctrine antiaverroïste de la création devant la question «de aeternitate mundi». Attualmente sta svolgendo, in Teologia, il suo terzo dottorato nella stessa Università Cattolica di Tolosa. A livello pastorale, è parroco, dagli anni 2013-2014, delle parrocchie di Son Servera, Sant Llorenç des Cardassar e Son Carrió. Dal 2020 è professore di Filosofia presso il Centro di Studi Teologici di Maiorca (CETEM), direttore di questa Biblioteca Diocesana e membro dell’Associazione dei Bibliotecari della Chiesa in Spagna (Conferenza Episcopale Spagnola).
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20 commenti su “Nulla la Scomunica a Mons. Lefebvre. Consacrazioni 2026? Né Scisma, né Peccato. Don Mercant Simò.”
Sicuramente le mia limitatissima cultura ecclesiologica non mi permette di capire, quindi una domanda a Don Pietro Paolo:
Lei scrive:
“1. La natur della Chiesa non è un atto neutro: tocca la costituzione divina della Chiesa
Consacrare vescovi senza mandato pontificio non è un semplice atto disciplinare. È un gesto che incide direttamente sull’ordine gerarchico voluto da Cristo.
Lo scisma, nel diritto della Chiesa, è il rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa. Non richiede necessariamente la proclamazione di una “nuova chiesa” con un nuovo papa o un nuovo catechismo.
È sufficiente un atto che, in materia essenziale, si sottragga all’ordine gerarchico universale.
Ridurre tutto alla mancanza di “intenzione formale di scisma” è una semplificazione”.
Allora, le nomine episcopali del regime comunista cinese che, in seguito, Prevost ha ratificato come si spiegano?
Grazie
Gentile Pro Memoria,
La ringrazio per la domanda, che è seria e merita una risposta altrettanto seria.
Lei chiede: se la consacrazione di vescovi senza mandato pontificio incide sull’ordine gerarchico voluto da Cristo, come si spiegano le nomine avvenute in Cina sotto il regime comunista e poi successivamente riconosciute da Roma? Non è forse la stessa cosa?
La risposta è: no, non è la stessa cosa. E la differenza non è politica, ma ecclesiologica.
Nel caso cinese ci troviamo di fronte a una Chiesa sottoposta per decenni a una pressione statale sistematica. Le consacrazioni senza mandato pontificio non nascevano da un giudizio teologico sulla “deviazione” della Chiesa universale, né dalla pretesa di garantire una continuità alternativa della Tradizione. Erano atti imposti o condizionati da un potere politico esterno, in un contesto di persecuzione e controllo. Quando la Santa Sede ha successivamente riconosciuto alcuni di quei vescovi, non ha approvato l’illiceità originaria, ma ha sanato una frattura prodotta da costrizione e isolamento, reintegrando persone che riconoscevano l’autorità del Romano Pontefice.
Diverso è il caso di consacrazioni compiute liberamente, in contesto di piena libertà ecclesiale, con la motivazione esplicita di “salvare la Tradizione” o di supplire a una presunta inadeguatezza dell’episcopato nel suo insieme. Qui non c’è un potere esterno che impone: c’è una decisione interna che, di fatto, istituisce una linea episcopale parallela e autonoma rispetto all’ordine gerarchico universale.
Il punto decisivo non è l’assenza di una dichiarazione formale di scisma. Il punto è l’atto oggettivo. Quando si consacrano vescovi senza mandato pontificio per garantire una continuità ritenuta superiore o alternativa rispetto alla struttura ordinaria della Chiesa, si compie un gesto che incide direttamente sulla costituzione gerarchica voluta da Cristo. Anche se si afferma di riconoscere il Papa, si agisce come se l’ordine ordinario della Chiesa non fosse più sufficiente o affidabile.
Nel primo caso, la Chiesa ricompone una ferita subita.
Nel secondo, si crea una frattura deliberata.
Questa è la differenza sostanziale.
Con rispetto,
Don Pietro Paolo
Spero potrà perdonare le mie insufficienti conoscenze sull’argomento che, probabilmente, mi impediscono di capire.
Lei dice: “non ha approvato l’illiceità originaria, ma ha sanato una frattura prodotta da costrizione e isolamento”.
Quindi i vescovi nominati da un regime ateo, che odia Cristo, sarebbero persone di indubbia fede cattolica, con l’unica irregolarità consistente nella nomina fatta dal regime comunista invece che direttamente dal Vaticano?
Quel regime, dunque, li avrebbe scelti tra i migliori credenti, visto che il Vaticano li ha riconosciuti come guide sicure per il gregge di Cristo?
Guide che non potevano, e non potranno, fare apostolato insegnando il Catechismo e, dunque, le Verità di Fede?
Perché parla di frattura prodotta da costrizione e isolamento SANATA e afferma che “la Chiesa ricompone una ferita subita” dal momento che il regime CONTINUA a nominare vescovi che poi il Vaticano continua a riconoscere?
Ma l’illiceità dipende dall’atto (la nomina di un vescovo) o dall’intenzione di chi lo nomina?
Se dipendesse dall’atto, anche i vescovi nominati in autonomia dal regime comunista cinese dovrebbero essere considerati “scomunicati”, o sbaglio?
Se, invece, dipendesse dalle intenzioni, avrei dei dubbi nel considerare “buone” quelle di un regime ateo che impedisce ogni forma di manifestazione della Fede.
Come pure, se dipendesse dalle intenzioni, avrei difficoltà nel considerare “cattive” quelle di una fraternità sacerdotale che si propone di predicare le Verità eterne rivelate nel Vangelo e tramandate dalla Chiesa.
Distinti saluti
Gentile Pro Memoria,
provo a rispondere in modo semplice e diretto.
1. Il Vaticano “approva” i vescovi scelti dal regime cinese?
No. È importante distinguere bene i piani.
Quando il regime impone o favorisce la consacrazione di un vescovo senza mandato pontificio, quell’atto è illecito. La Chiesa non approva né il metodo né l’ingerenza dello Stato.
Se però, in un secondo momento, quel vescovo manifesta la volontà di essere in piena comunione con il Papa, professa la fede cattolica e riconosce l’autorità della Sede Apostolica, allora Roma può decidere di riconoscerlo.
Che cosa significa “riconoscerlo”?
Non significa: “Il regime ha fatto bene”.
Significa: “Questa persona, ora, è in comunione con la Chiesa e può esercitare legittimamente il ministero”.
È una sanatoria personale, non una legittimazione politica.
La Santa Sede non approva il sistema che lo ha imposto; valuta se quel singolo vescovo, concretamente, è cattolico nella fede e disposto alla comunione gerarchica. Se lo è, la Chiesa ricompone la frattura per il bene dei fedeli, senza per questo benedire il regime che ha causato il problema.
2. Conta l’atto o conta l’intenzione?
Contano entrambi.
L’atto di consacrare senza mandato pontificio è oggettivamente illecito.
Ma la responsabilità e la qualificazione ecclesiale cambiano se c’è costrizione, persecuzione, isolamento.
Un conto è agire sotto pressione di un regime totalitario.
Un altro è decidere liberamente, in un contesto di piena libertà ecclesiale, di procedere “a prescindere” dal Papa.
3. “Ma il regime continua…”
Sì, la situazione cinese è imperfetta e problematica.
Ma Roma cerca di evitare una rottura definitiva tra comunità “ufficiale” e “clandestina”. È una scelta pastorale discutibile, ma non è la creazione di una Chiesa parallela.
4. E le buone intenzioni della Fraternità?
Nessuno nega che molti siano mossi da zelo sincero.
Ma nella Chiesa la buona intenzione non basta.
Se un atto crea di fatto una linea episcopale autonoma, questo incide sulla comunione, anche se chi lo compie è convinto di fare il bene.
Molti scismi nella storia sono nati da intenzioni di “difesa della purezza”.
5. La differenza vera
In Cina:
– la frattura nasce da pressione esterna;
– i vescovi riconosciuti chiedono comunione con il Papa;
– non dicono di dover “supplire” alla Chiesa universale.
Nel caso della Fraternità:
– l’atto è deliberato;
– nasce dall’idea che l’assetto attuale della Chiesa sia gravemente compromesso;
– comporta una supplenza strutturale.
Qui sta la differenza.
6. In sintesi
La Chiesa può sanare una ferita subita.
È molto più difficile sanare una struttura costruita come alternativa.
Non è questione di simpatia per un regime ateo.
È questione di come funziona la comunione cattolica.
L’unità non è un dettaglio disciplinare. È parte della natura stessa della Chiesa.
Con rispetto,
Don Pietro Paolo
A questo punto ritengo non solo inutile ma anche dannoso per la mia anima (potrebbe spingermi all’ira o alla disperazione) continuare a rivolgermi a lei.
Voglio supporre che lei non sappia davvero alcunché del regime comunista cinese; di quel regime che da oltre mezzo secolo imprigiona, uccide, martirizza chi osa parlare di Cristo.
Regime che ottiene il semplice timbro vaticano su una pratica ogni volta che decide di nominare un suo uomo alla carica di vescovo.
Il tutto in seguito ad un accordo segreto, degno della migliore massoneria.
E intanto i cristiani continuano ad essere vessati ed incarcerati.
Ma, per lei, basta “sanare”.
Lo dica a chi langue nelle loro prigioni nascoste; a chi ha dato e dà ancora la vita per amore di quel Cristo in cui crediamo.
Questa strage può continuare: l’importante è che l’uomo scelto dal partito dica di riconoscere il vaticano su un documento inviato a Roma per la bollinatura.
Eppure, per lei è la stessa cosa rispetto ad una comunità religiosa che continua a proclamare la Fede creduta dalla Chiesa per millenni.
Preferisco salutarla adesso perché mi fa davvero tanto male leggere le sue argomentazioni da Azzeccagarbugli di manzoniana memoria.
Addio Don Pietro Paolo
Le lascio qualche link su quel regime antiCristico nel caso voglia farsi un’idea per confrontarlo con la FSSPX o qualunque altra realtà che difende solamente la Fede di sempre:
https://www.pro-memoria.info/pechino-cancellare-dio-bibbia-e-cristo-dai-libri-di-scuola-per-ragazzi/
https://www.pro-memoria.info/entra-nelle-misure-amministrative-per-il-clero-religioso-abbi-paura-abbi-molta-paura/
https://www.pro-memoria.info/pechino-rende-le-religioni-megafoni-del-comunismo/
https://www.pro-memoria.info/cina-e-vietnam-due-accordi-pagati-a-caro-prezzo/
Chiedo al dott. Tosatti di impedire a don P. P. di continuare a scandalizzare i piccoli con la sua diabolica capacità di travestire il male in bene e viceversa.
Le faccio notare don P. P. che, diversamente da quanto da lei affermato, a differenza degli antipapi Jmb-Prevost, il vero papa BENEDETTO XVI SI È SEMPRE OPPOSTO AL GOVERNO CINESE che già nel 2012, nominava illecitamente i vescovi senza la sua approvazione.
E questo è solo un esempio ⬇️
Inizialmente programmata per il 29 giugno 2012, festa dei santi Pietro e Paolo patroni della Chiesa di Roma, L’ORDINAZIONE ILLECITA di Harbin è stata poi posticipata di qualche giorno.
E il 3 luglio la SANTA SEDE (BXVI) ha fatto un ultimo tentativo per farla cancellare, con una “NOTA DELLA CONGREGAZIONE PER L’EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI” che metteva in guardia sia i VESCOVI implicati, sia le AUTORITÀ CINESI, dagli effetti negativi che quell’atto avrebbe comportato.
▪️Ai primi (ai vescovi) si ribadiva che sarebbero incorsi automaticamente nella “SCOMUNICA” .
▪️ Ai secondi si diceva:
“Le AUTORITÀ governative sono state informate che L’ORDINAZIONE EPISCOPALE del Rev. Yue Fusheng È PRIVA DELL’APPROVAZIONE DEL SANTO PADRE. (BXVI)‼️
Essa contraddirebbe quei segni di dialogo, auspicato dalla parte cinese e dalla Santa Sede, che si sta cercando di porre…
VESCOVI SENZA PAPA. La via cinese allo scisma https://share.google/ZCHQKG9UEHREXUXPU.
Ora mi spieghi d P. P, : come mai PREVOST ha NOMINATO come PREF. del Dicastero per il “CLERO” il Card. LAZZARO YOU HEUNG-SIK ?
Ordinato Cardinale dall’antipapa massone luterano Bergoglio?
▪️Le faccio notare che In Corea del Sud, il card. Heung-sik è noto per NON ESSERSI MAI OPPOSTO pubblicamente alle tre generazioni di successione COMUNISTA della Corea del Nord, alle VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI e all’acquisizione di ARMI NUCLEARI.
🔴Non solo, ma Il Card. LAZZARO YOU HEUNG-SIK ha collaborato assieme ai noti massoni Bergoglio e PAROLIN a favore gli ACCORDI segreti per la nomina dei vescovi da parte del Governo Comunista Cinese col preciso obiettivo di distruggere la Chiesa Cattolica locale.
Il card. Zen ne è testimone.
Collegio Cardinalizio: Una Rassegna
https://collegeofcardinalsreport.com/it/cardinali/cardinal-lazzaro-you-heung-sik/
Caro don Pietro Paolo,
del Generale suddetto lei prende in esame le fucilazioni, una vera tragedia da me citata, per affermare che, in buona sostanza, oggi né lei, né la Chiesa di cui è interprete potrebbe ricorrere alla fucilazione dei reprobi. In effetti è da pochissimi anni che la pena di morte è stata abolita dallo Stato Vaticano. Niente morte pubblica per i reprobi, soltanto la scomunica- suo pallido simulacro-. Dimentica però che in questa valle di lacrime ogni effetto ha la sua causa e che le fucilazioni ordinate da quel Generale furono l’effetto della improvvida e miope tattica del Generale stesso: la medesima che portò alla rotta di Caporetto.
Spesso, nella storia, si verificarono stragi di incolpevoli a motivo della ottusa cecità dei capi. Lei dice che la Chiesa non possiede alcuno spirito militaresco. Ne è sicuro? Se vige ancora il sacramento della Confermazione (ex Cresima), vige anche lo spirito militare, certificato dall’esistenza di una precisa e disciplinata gerarchia completa di tutti i suoi specifici gradi di differente importanza e potere.
Era questa enorme distesa di Mitrie e di Triregni che il circonciso Jeshua (polemico perfino con la casta sacerdotale del suo tempo) avrebbe sognato come suo ideale?
Gentile Adriana,
brevissimamente:
– La pena di morte non è mai stata “strumento proprio” della Chiesa, ma competenza dello Stato. Oggi il Magistero la giudica non più ammissibile: è uno sviluppo nella comprensione della dignità umana, non un cedimento.
– La scomunica non elimina il reo: è una misura medicinale, ordinata alla conversione.
– Il linguaggio “militare” della Cresima è simbolico: la militia Christi è lotta spirituale, non spirito militaresco.
– Gesù ha criticato l’ipocrisia del potere religioso, non l’esistenza di un’autorità. Ha voluto una Chiesa visibile e gerarchica; il problema nasce quando l’autorità dimentica di essere servizio.
Questo è il punto.
Don Pietro Paolo
Ah ah ah, se continua così i lefebvriani si conquisteranno anche tutti o quasi i cosiddetti “conservatori”: Schneider, Strickland, questo sacerdote qui… tranne l’irriducibile don Pietro Paolo, ostinato sulla difesa d’ufficio della “normalità”.
Ma se si dovesse convertire anche lui alla causa, diventerebbe uno zelante e sfegatato apostolo del lefebvrismo C’è da scommetterci!
Prevost rende di più!!
Amico Fritz,
vedo che il denaro ti appassiona parecchio.
“Prevost rende di più”, dici.
Devi avere un fiuto notevole: non per la verità, ma per il portafoglio.
C’è chi cerca tartufi.
Tu sembri addestrato a fiutare monete.
Io continuo a scrivere per convinzione.
Tu continua pure a fare il revisore dei conti… immaginari.
Ognuno coltiva il talento che ha.
don Pietro Paolo
Caro “Complottista”,
la deludo: non mi “converto” a correnti, a sigle o a bandiere.
Sono già convertito — alla Chiesa cattolica.
Non difendo una “normalità” sociologica. Difendo la comunione gerarchica come principio costitutivo della Chiesa. E questo non è un partito: è ecclesiologia.
Lefebvrismo? Progressismo? Conservatorismo?
Categorie da tifoseria.
Io resto dove sono nato, lavorato e sempre stato:
con Pietro, nella Chiesa visibile, senza strutture parallele e senza supplenze autoproclamate.
Nella Chiesa così fondata da Cristo.
E vi resto nonostante, da parte di qualche autorevole membro, ho ricevuto bastonate, sofferenze e ferite ingiustificate.
La fedeltà non è entusiasmo quando conviene.
È rimanere, anche quando costa.
E su questo non ci sono scommesse da fare.
don Pietro Paolo
Resta il fatto che i lefebrviani riconoscono valido papa Prevost (come Bergoglio) ma non gli ubbidiscono.
Vogliamo chiamarla insubordinazione?
Questo articolo mi piace davvero (veramente non lo capisco tutto, ma credo che vada nella direzione giusta):
“Ecco perché sono disposti a invertire l’ordine del ragionamento. Invece di dire “sappiamo che è papa perché insegna la fede”, affermano di fatto: “Qualunque cosa insegni deve essere cattolica perché sappiamo che è papa”. L’accettazione universale è diventata una carta vincente per forzare l’accettazione di innovazioni che contraddicono il magistero precedente.” da:
https://www.aldomariavalli.it/2025/11/17/papa-eretico-cosi-laccettazione-pacifica-universale-e-diventata-la-formula-magica-per-risolvere-ogni-contraddizione/
Gentile Tosatti,
grazie.
Letto con molta attenzione: interessante. Non conoscevo questo sacerdote. Grazie.
L’intervento di don Jaime Mercant Simó ha il merito di voler sottrarre il dibattito alla caricatura ideologica. È giusto distinguere, è giusto evitare slogan, è giusto non demonizzare.
Ma proprio perché la questione è grave e tocca il cuore dell’ecclesiologia cattolica, occorre una risposta altrettanto chiara. Non si tratta di polemica: si tratta della natura stessa della Chiesa. Al di là di tutte le competenze e i titoli di p.Jame ritengo:
⸻
1. La natur della Chiesa non è un atto neutro: tocca la costituzione divina della Chiesa
Consacrare vescovi senza mandato pontificio non è un semplice atto disciplinare. È un gesto che incide direttamente sull’ordine gerarchico voluto da Cristo.
Lo scisma, nel diritto della Chiesa, è il rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa. Non richiede necessariamente la proclamazione di una “nuova chiesa” con un nuovo papa o un nuovo catechismo.
È sufficiente un atto che, in materia essenziale, si sottragga all’ordine gerarchico universale.
Ridurre tutto alla mancanza di “intenzione formale di scisma” è una semplificazione. L’intenzione soggettiva conta; ma conta anche la natura oggettiva dell’atto.
⸻
2. La questione decisiva: “salvare la Tradizione”
Qui si arriva al punto teologicamente centrale.
Quando si consacrano vescovi con l’intento dichiarato di “salvaguardare la Tradizione”, si afferma implicitamente che:
• il Papa non la custodisce adeguatamente;
• il corpo episcopale nel suo insieme non la garantisce;
• è necessaria una supplenza straordinaria.
Questo non è un dettaglio retorico. È una dichiarazione ecclesiologica.
La Chiesa cattolica non è una federazione di gruppi che difendono ciascuno una porzione di Tradizione. È un corpo episcopale unito al suo capo, il Successore di Pietro.
Se si introduce il principio secondo cui, quando si ritiene che l’autorità non custodisca sufficientemente la Tradizione, si può procedere autonomamente a creare nuovi vescovi per garantirla, si sta di fatto introducendo una logica di struttura parallela.
Ed è precisamente questa logica che configura lo scisma.
⸻
3. Non basta dire “non vogliamo una chiesa parallela”
Si obietta: non vi è intenzione di fondare una chiesa alternativa; si nomina il Papa nel Canone della Messa; si riconosce formalmente la sua autorità.
Ma la comunione gerarchica non si riduce a una formula liturgica.
Essa implica:
• ricevere la missione canonica dall’autorità legittima,
• esercitare il ministero in obbedienza effettiva,
• accettare le decisioni disciplinari del Romano Pontefice.
Creare un episcopato autonomo per “garantire la Tradizione” significa di fatto costituire una linea gerarchica non derivante dall’atto di mandato del Papa.
Questo è già, oggettivamente, un principio di parallelismo ecclesiale.
Non occorre proclamare un nuovo papa per introdurre una dinamica scismatica: basta sottrarre la successione episcopale all’ordine di comunione visibile stabilito nella Chiesa.
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4. Il nodo del Vaticano II
La giustificazione spesso addotta è questa:
“Il Vaticano II è stato pastorale, non dogmatico; dunque non è infallibile; dunque è criticabile.”
È vero che il Concilio non ha definito nuovi dogmi con anatema. Ma non è un insieme di opinioni private.
Esso contiene quattro Costituzioni, tra cui due dogmatiche:
• Lumen gentium
• Dei Verbum
oltre a:
• Sacrosanctum Concilium
• Gaudium et spes
“Pastorale” non significa “non autorevole”.
Un Concilio ecumenico appartiene al Magistero della Chiesa e richiede religioso ossequio dell’intelletto e della volontà secondo il grado dei suoi insegnamenti.
Quando si sostiene che il Concilio abbia introdotto derive dottrinali strutturali, si sta implicitamente affermando una rottura nel Magistero universale.
Ma se si ammette che:
• il Papa era Papa,
• il Concilio era legittimo,
• l’episcopato universale era autentico,
allora non si può sostenere che la Chiesa abbia ufficialmente deviato nella fede.
Se lo si sostiene, il problema non è più disciplinare: è ecclesiologico.
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5. Lo “stato di necessità” e il suo presupposto implicito
Invocare lo stato di necessità significa affermare che l’ordinario funzionamento dell’autorità ecclesiale non garantisce più il bene essenziale delle anime.
Ma se questo riguarda la custodia della fede e della Tradizione, si sta affermando una crisi strutturale dell’episcopato universale.
La dottrina cattolica sull’assistenza dello Spirito Santo alla Chiesa non permette di concludere che il corpo episcopale unito al Papa venga meno nella custodia sostanziale della fede.
Possono esserci abusi.
Possono esserci confusioni.
Possono esserci crisi pastorali.
Ma non può venir meno la custodia sostanziale della Tradizione nella Chiesa universale.
Se si presuppone il contrario, si introduce una ecclesiologia di sfiducia sistemica.
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6. Perché questo configura uno scisma
Lo scisma non è soltanto una dichiarazione formale di rottura.
È una separazione oggettiva nell’ordine della comunione gerarchica.
Consacrare vescovi contro la volontà del Papa, con l’intenzione di garantire la Tradizione contro la presunta inadeguatezza dell’episcopato universale, equivale a:
• sottrarre la successione apostolica all’ordine visibile della comunione,
• istituire una linea gerarchica autonoma,
• creare di fatto una struttura parallela.
Anche se si continua a pronunciare il nome del Papa, l’atto in sé introduce una dinamica di separazione.
E questa dinamica è, nella sostanza, scismatica.
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Conclusione
Si può amare la Tradizione.
Si può soffrire per la crisi.
Si può desiderare maggiore chiarezza dottrinale.
Ma nella fede cattolica la Tradizione non si salva contro la Chiesa gerarchica.
Si custodisce dentro la comunione visibile con il Papa e con il collegio episcopale.
Quando si consacrano vescovi per “salvare la Tradizione”, si afferma implicitamente che la Chiesa nel suo insieme non la custodisce più.
E questo, anche se non proclamato formalmente, introduce una rottura reale nella comunione.
Non è solo un problema disciplinare.
È una questione di ecclesiologia.
Ed è lì che si gioca la fedeltà cattolica.
Caro don PietroPaolo,
anche se- per caso- lei non ha prestato servizio militare, mi pare che la sua mentalità si avvicini molto a quella di un Cadorna. Sa…quel generale che fece fucilare una quantità di poveri diavoli in preda alla paura con la motivazione “ufficiale” che erano tutti disertori, (perfino quelli che la paura aveva letteralmente immobilizzato sul posto).
Gentile Adriana,
confesso che il paragone mi sfugge — e non poco.
Se per “mentalità da Cadorna” intende il rigore, allora occorre distinguere: il rigore militare applicato agli uomini è una cosa; la chiarezza teologica su ciò che costituisce la natura della Chiesa è un’altra.
Io non sto “fucilando” nessuno.
Non sto giudicando le coscienze.
Non sto attribuendo malafede.
Sto ragionando su un atto oggettivo e sulle sue implicazioni ecclesiologiche.
Nel 1988, quando Marcel Lefebvre procedette a consacrazioni senza mandato pontificio, non si trattò di una questione psicologica (“aveva paura”), ma di un fatto giuridico ed ecclesiale. San Giovanni Paolo II parlò esplicitamente di “atto scismatico” in Ecclesia Dei adflicta. Non per spirito punitivo, ma perché la comunione gerarchica non è un sentimento: è una realtà visibile.
Qui non è in gioco il coraggio o la paura.
È in gioco la struttura voluta da Cristo per la Sua Chiesa.
Se si consacrano vescovi contro la volontà del Papa, con la motivazione di dover “salvare la Tradizione” perché l’autorità non la custodirebbe adeguatamente, il problema non è l’emotività dei soggetti. È l’affermazione implicita che il Papa e il collegio episcopale nel loro insieme non garantiscono più ciò che dovrebbero garantire.
Questo non è un giudizio sulle persone.
È una questione di coerenza ecclesiologica.
Lei evoca i “poveri diavoli immobilizzati dalla paura”.
Ma qui nessuno è immobilizzato. Qui si tratta di decisioni deliberate, preparate, teologicamente motivate, pubblicamente rivendicate.
Se si discute di ecclesiologia, occorre argomentare sull’ecclesiologia.
Non basta evocare immagini storiche suggestive.
Io non difendo un’autorità per spirito autoritario.
Difendo la costituzione divina della Chiesa così come la Chiesa stessa l’ha sempre compresa.
Se questo è “mentalità da Cadorna”, allora temo che anche il Codice di Diritto Canonico lo sia. E con esso gran parte del Magistero precedente.
Ma forse è più semplice: io parlo da cattolico che ritiene che la Tradizione si custodisca dentro la comunione visibile, non costruendo linee episcopali autonome quando si ritiene che l’autorità sia insufficiente.
Il resto sono paragoni retorici.
Con rispetto, ma senza fucilazioni,
don Pietro Paolo
No, Adrianella hai svegliato il can che dorme… troppo tardi!! È pagato a singola parola!!
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