Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, in particolare in Israele. Buona lettura e condivisione.
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Il primo è questo post di Instagram. Tucker Carlson è il giornalista che ha intervistato l’ambasciatore usa Mike Huckhabee, un sionista evangelico, le cui dichiarazioni sul diritto di Israele di andare dall’Egitto all’Eufrate, che trovate in questo articolo di Stilum, hanno creato una crisi diplomatica. E dopo l’assassinio di Charlie Kirk, di cui molti ritengono responsabile Israele, le minacce di Netanyhu risuonano in maniera inquietante…

A questo collegamento trovate il video delle dichiarazioni di Carlson.
In un nuovo segmento di discussione condiviso ampiamente online, il personaggio di spicco dei media ha descritto di sentirsi veramente turbato dopo quelle che ha descritto come azioni mirate della leadership israeliana rivolte ai suoi cari, collegandolo a riferimenti sui concetti storici di responsabilità collettiva che Netanyahu ha menzionato pubblicamente in precedenza. Questo arriva poco dopo il breve viaggio di Carlson nella regione, dove ha condotto colloqui con l’inviato degli Stati Uniti e ha incontrato procedure di ingresso standard che in precedenza aveva definito come insolitamente intensive.
Le osservazioni hanno suscitato intense conversazioni online, alcuni le vedono come prove di pressioni esterne su voci indipendenti, mentre altri chiedono dettagli più chiari per comprendere appieno la situazione. Le rivendicazioni appaiono in uno scambio più lungo rilasciato recentemente, suscitando ulteriori dibattiti sulle alleanze internazionali e sulla libertà di espressione nel clima odierno.
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Per capire meglio il contesto c’è questo articolo di InsideOver..
Dal Nilo all’Eufrate, sarebbe giusto se prendessero tutto. La confessione di Huckabee che smaschera il sionismo cristiano
L’ambasciatore americano in Israele, intervistato da Tucker Carlson, ammette che in base alla Bibbia Israele avrebbe diritto a conquistare mezzo Medio Oriente. Poi prova a ritrattare, ma è troppo tardi. La frase rivela la vera natura di un’alleanza che sta portando il mondo verso una guerra catastrofica.
“Sarebbe giusto se prendessero tutto”
La frase è talmente esplosiva che Huckabee tenta subito di smussarla: “Non è di questo che stiamo parlando oggi”, “Non lo stanno chiedendo in questo momento”, “Se venissero attaccati e vincessero, sarebbe un altro discorso”. Ma la confessione è stata fatta. E nulla potrà cancellarla. Quella frase è la chiave che apre tutte le porte. Rivela cosa pensa davvero chi guida il sionismo cristiano. Rivela la natura teologicamente espansionista del progetto. E rivela, soprattutto, il baratro verso cui questa dottrina sta spingendo il mondo.
Per Huckabee, pastore battista e ora ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, la Bibbia non è un libro di fede, ma un atto notarile. Dio ha promesso quella terra agli ebrei. Tutta. Dal Nilo all’Eufrate. Che oggi su quella terra vivano egiziani, giordani, siriani, libanesi, iracheni è un dettaglio. Che esistano Stati sovrani, riconosciuti dalle Nazioni Unite, è irrilevante. La parola di Dio, per lui, annulla qualsiasi confine tracciato dagli uomini.
“Perché fermarsi ai confini del 1967?”, incalza Carlson. E Huckabee non sa rispondere. Perché in effetti non c’è risposta. Se il diritto è divino, è assoluto. Non si ferma al 1967, non si ferma al 1948. Si ferma solo dove Dio ha detto che si ferma: all’Eufrate.
Ecco allora che il “diritto di Israele a esistere in sicurezza” – la formula con cui Huckabee aveva definito il sionismo all’inizio – si rivela per quello che è: un cavallo di Troia. Dentro ci sta un’espansione potenzialmente illimitata. Dentro ci stanno le guerre di conquista. Dentro ci sta la cancellazione di interi popoli, purché non siano i discendenti di Abramo – anche se poi, come Carlson fa notare, nessuno sa davvero chi siano questi discendenti.
Chi sono gli eredi di Abramo? Huckabee non lo sa
E qui viene il bello. Perché se la terra è stata promessa ai discendenti di Abramo, bisognerebbe capire chi sono. E Huckabee, su questo, si impantana. Da una parte dice che sono gli ebrei, identificati da lingua, cultura, tradizioni. Ma Carlson porta l’esempio di Netanyahu: i suoi antenati vengono dall’Europa orientale, non parlavano ebraico, non erano religiosi, anzi spesso atei. Non ci sono prove che abbiano mai messo piede in questa terra prima del Novecento. Su quale base lui ha più diritto di un contadino cristiano la cui famiglia vive lì da duemila anni?
Huckabee balbetta. Prova a dire che è una questione di “sangue”, ma poi deve ammettere che un ebreo convertito al cristianesimo perde il diritto di tornare in Israele. Allora non è solo sangue. Prova a dire che è anche religione, ma allora i fondatori atei di Israele che diritto avevano? La definizione di “ebreo” si rivela un imbuto logico in cui tutto passa e niente si spiega.
E su questa base torbida, su questa identità fluttuante che può essere invocata o negata a seconda delle convenienze, si costruisce l’apartheid quotidiano in Cisgiordania. Si giustificano i check-point per i cristiani che vogliono andare al Santo Sepolcro. Si legittima l’esproprio di terre a famiglie che ci vivono da prima che Maometto nascesse.
L’ambasciatore che fa il tifo contro l’America
Ma la parte più inquietante dell’intervista non è nemmeno la teologia. È il ruolo di Huckabee. Un ambasciatore americano, pagato dai contribuenti statunitensi, che usa il suo tempo per incontrare Jonathan Pollard – il più famoso traditore americano, colui che rubò segreti militari per Israele e che oggi incoraggia gli ebrei americani a spiare per il Mossad. Un ambasciatore che, quando Carlson gli chiede conto delle vittime civili a Gaza, risponde lodando l’esercito israeliano come più etico di quello americano in Iraq e Afghanistan. Traduzione: un rappresentante degli Stati Uniti denigra il proprio Paese per esaltare una potenza straniera. E nessuno, a Washington, sembra trovarlo strano.
Quando Carlson gli fa notare che un cittadino americano accusato di pedofilia (Tomer Alexandrovich) è fuggito in Israele e non viene estradato, Huckabey risponde che “non è competenza dell’ambasciata”. Ma quando si tratta di incontrare Pollard, o di spingere per la guerra contro l’Iran, allora l’ambasciata è competente eccome.
Il pericolo per la pace mondiale
E veniamo al punto più drammatico. Carlson ricorda che Netanyahu è stato alla Casa Bianca sette volte in un anno. Sette. Più di qualsiasi rappresentante del popolo americano. E la sua richiesta è sempre la stessa: guerra all’Iran.
I sondaggi dicono che oltre il 70% degli americani non vuole un’altra guerra in Medio Oriente. Ma i sondaggi non contano. Conta ciò che vuole Bibi. E Bibi vuole che gli Stati Uniti facciano il lavoro sporco: bombardare l’Iran, distruggere i suoi alleati, tenere in piedi un equilibrio di terrore.
Huckabee nega che Netanyahu voglia la guerra. “Non vuole la guerra”, dice. Ma intanto l’apparato militare americano si schiera nel Golfo, le portaerei incrociano, le teste intelligenti parlano di “opzione militare inevitabile”. E se la guerra arriverà, sarà pagata con il sangue dei soldati americani e con i dollari dei contribuenti statunitensi. Per difendere il “diritto divino” di Israele a possedere terre che forse, un domani, “sarebbe giusto prenderle tutte”.
Il sionismo cristiano come minaccia globale
La confessione di Huckabee – “sarebbe giusto se prendessero tutto” – non è un lapsus. È la dottrina. È ciò che credono milioni di evangelici americani. È ciò che insegnano nelle chiese. È ciò che predicano nei convegni finanziati da chissà quali fondi. E questa dottrina, oggi, siede negli uffici del potere. Determina la politica estera della nazione più armata del pianeta. Spinge il mondo verso un conflitto che potrebbe coinvolgere mezzo Medio Oriente, chiudere lo Stretto di Hormuz, far saltare i prezzi del petrolio e trascinare tutti in una depressione peggiore di quella del 1929.
Tutto questo sulla base di una promessa fatta quattromila anni fa a un pastore nomade, di cui nessuno può dimostrare la discendenza, e i cui confini – dal Nilo all’Eufrate – travolgerebbero almeno sei Stati sovrani e decine di milioni di persone.
Alla fine dell’intervista, Huckabey dice a Carlson di non odiare nessuno. Forse è vero. Ma non serve odiare, quando si sostiene una teologia che legittima l’espansione illimitata, la discriminazione sistematica e la guerra preventiva. Basta credere. Basta non farsi domande. Basta ripetere che “sarebbe giusto” mentre il mondo intero trattiene il fiato.
L’articolo “Dal Nilo all’Eufrate, sarebbe giusto se prendessero tutto”. La confessione di Huckabee che smaschera il sionismo cristiano proviene da InsideOver
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E infine c’è questo post su Instagram:

Il 19 febbraio, il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha pubblicato un rapporto speciale che documenta le testimonianze dei giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri e nelle strutture militari israeliane dal 7 ottobre 2023. Basato su interviste con 59 giornalisti, corredate da cartelle cliniche, fotografie e documentazione legale, il rapporto presenta resoconti dettagliati di torture, violenze sessuali, fame, percosse, umiliazioni e negligenza medica.
Il CPJ apre il suo rapporto con resoconti di prima mano che illustrano la gravità degli abusi. Uno dei giornalisti intervistati, Ahmed Abdel Aal, ha descritto le torture prolungate subite durante la detenzione:
“Il giornalista palestinese Ahmed Abdel Aal ricorda il momento in cui è iniziata quella musica assordante”, si legge nel rapporto, aggiungendo:
“Per cinque giorni, ha raccontato, è stato tenuto bendato in una stanza di un centro di detenzione israeliano, spogliato e picchiato, mentre canzoni in ebraico e inglese risuonavano a un volume incessante. Ogni volta che perdeva conoscenza, una scossa elettrica o un colpo lo svegliavano di soprassalto.”
Il rapporto documenta che i detenuti sono stati sottoposti a ripetute percosse, umiliazioni e lesioni fisiche intenzionali.
Un giornalista ha raccontato di abusi subiti in quella che i detenuti chiamavano la “stanza della discoteca”, dove le guardie avrebbero inflitto torture sia fisiche che psicologiche. Ha raccontato che i soldati gli hanno legato i genitali con fascette e lo hanno picchiato così duramente che non riusciva a urinare senza sangue. “Mi hanno detto che non sarei più stato un uomo”, ha detto.
Il titolo del rapporto stesso è tratto dalle parole di uno dei giornalisti intervistati: “Siamo tornati dall’inferno”. La frase riassume le condizioni descritte in numerose strutture e testimonianze.
Il rapporto documenta che almeno 94 giornalisti palestinesi e un operatore dei media sono stati arrestati dall’ottobre 2023. Al 19 febbraio, 30 di loro sono ancora in custodia.
Molti degli intervistati hanno dichiarato di non essere stati formalmente incriminati. Alcuni sono stati sottoposti a detenzione amministrativa, una procedura che consente l’incarcerazione senza processo sulla base di prove non divulgate. Altri sono stati rilasciati dopo settimane o mesi di custodia cautelare senza alcuna spiegazione.
Leggi l’articolo completo sul nostro sito web: www.palestinechronicle.com
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