Stato di Necessità o Scisma? Confronto (Paradossale) fra Vaticano e FSSPX. Agere Contra.

Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, su segnalazione di Matteo Castagna, a cui va il nostro grazie, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Agere contra. Buona lettura e diffusione.

 

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Stato di necessità o scisma?

di Redazione

Un buon numero di cattolici disorientati ci ha chiesto, con messaggi e richieste formali, una posizione in merito alle consacrazioni episcopali che la Fraternità San Pio X si appresterebbe a fare il 1° luglio 2026. Inizialmente, non avremmo voluto farne un articolo per non essere ripetitivi e per evitare le solite risposte giustificazioniste che, consapevolmente o meno, fanno sempre a pugni col Magistero Perenne della Chiesa e col Diritto Canonico. Conosciamo bene gli argomenti delle auto-difese, che farebbero sorridere un seminarista al primo anno, tanto quanto gli astuti modernisti che occupano i Sacri Palazzi almeno dal 1965, ma comprendiamo anche la sincera necessità di capire delle anime buone. Riteniamo di fare, perciò, un atto di carità spirituale, chiarendo le questioni con questo scritto, giunto al sito del Circolo Christus Rex-Traditio come atto di testimonianza, che non abbiamo richiesto, ma che la Provvidenza ha suscitato da un veterano della Tradizione Cattolica, teologo e canonista laico, tra i più preparati e presente ai vari fatti, sin da prima delle consacrazioni episcopali. Utilizza uno pseudonimo per umiltà, affinché il testo sia letto senza alcun pregiudizio e, per questo, nel fare propri tutti gli assunti come posizione ufficiale del nostro piccolo ma sempre molto attivo Circolo Christus Rex-Traditio, lo ringraziamo. 

 

di Doctor Quidam

Sono trascorsi ormai 38 anni dalla consacrazione dei vescovi, fatta senza mandato romano, da Mons. Marcel Lefebvre e Mons. Antonio De Castro Mayer. Il 2 febbraio 2026, Festa della Purificazione di Maria S.S., viene data la notizia dal Superiore della F.S.S.P.X. don Davide Pagliarani dell’intenzione di procedere il 1° luglio 2026, Festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, alla consacrazione di nuovi vescovi. da parte della F.S.S.P.X. (Fraternità Sacerdotale San Pio X).

Preliminarmente, prima di entrare nell’aspetto canonistico e teologico, va fatto rilevare che la F.S.S.P.X. ha giocato, in questi anni, dopo la morte di Mons. Marcel Lefebvre, con le autorità romane, sue due sponde: la prima, attaccando le deviazioni dottrinali susseguite al 1988, l’altra diplomatica, riconoscendo l’autorità romana come legittima, nonostante gli errori dottrinali riproposti ininterrottamente dalla chiusura del Vaticano II (1965). Questo dualismo ha portato alla revoca, da parte di Benedetto XVI, della scomunica ai vescovi consacrati nel 1988, nella speranza di un rientro nella chiesa conciliare (ma non a Mons. Marcel Lefebvre ed a Mons. Antonio De Castro Mayer). Dopo l’espulsione dalla F.S.S.P.X. di Mons. Richard Williamson e la sua morte di Mons. Bernard Tissier de Mallerais, i vescovi nella F.S.S.P.X. sono rimasti solo due: Mons. Alfonso De Gallareta e Mons. Bernard Fellay, entrambi non di età avanzata, non raggiungendo neppure la settantina d’anni.

La cosa che appare strana è che si dica di voler procedere alle consacrazioni episcopali a distanza di quasi sei mesi, quando invece Mons. Marcel Lefebvre lo deliberò dopo che le trattive con la Roma modernista naufragarono. Era ovvio, perché pretendeva l’adesione alla chiesa conciliare e Mons. Lefebvre comprese l’inganno. Infatti, era stato portato alle trattative con il Vaticano dai suoi consiglieri, “obtorto collo”, ancorché lui fosse restio a proseguire i contatti. In ogni caso, fu una decisione repentina e non organizzata con minuzia. Mons. Marcel Lefebvre aveva, allora, 83 anni e comprendeva che non poteva più indugiare nel darsi una continuità.

La situazione, oggi, è totalmente diversa. In questi anni, la sottile diplomazia tessuta dalla F.S.S.P.X. a partire da Benedetto XVI e poi con Francesco, con i vari contatti, tenuti in segreto, hanno portato alla revoca della scomunica per i consacrati e poi da parte di Francesco alla giurisdizione per la celebrazione dei matrimoni e all’assoluzione per il Sacramento della Penitenza. La prima, fu concessa, come si è detto, nella speranza di un rientro nella compagine conciliare, ma a determinate condizioni, che la F.S.S.P.X. non poteva pubblicamente accettare. In breve, la chiesa conciliare continuava nell’esperienza modernista, ma restava l’autorità ufficiale della Chiesa cattolica, come se l’eresia modernista fosse un comune raffreddore invernale, che però, purtroppo, funesta la Chiesa ormai da quasi 65 anni. In questa situazione, la F.S.S.P.X.  ha organizzato, nell’agosto del 2025, un grande pellegrinaggio a Roma, per l’Anno Santo, facendo palesare davanti alle autorità vaticane la potenza della F.S.S.P.X.  ed il suo peso in ambito ecclesiale.

Dulcis in fundo, dopo che è stata data la notizia da parte del Superiore Generale della F.S.S.P.X. dell’intenzione di procedere a nuove consacrazioni episcopali è pervenuto, subito, l’invito da parte della Congregazione della Dottrina per Fede ad un incontro per il 12 febbraio, per trovare una soluzione. Dopo l’incontro, sono state pubblicate le foto del Superiore Generale della F.S.S.P.X. con accanto il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il “card.” Victor Manuel Fernandez. È stato poi pubblicato dal Dicastero sopracitato un Comunicato nel quale si afferma che: “l’incontro – è stato – cordiale e sincero” Si auspicano nuovi contatti al fine di trovare un accordo e discutere sui vari argomenti toccati durante il colloquio. La condizione preliminare è quella, però, di sospendere le consacrazioni episcopali da parte della F.S.S.P.X.

Si fa rilevare che nel Comunicato si parla di: «religioso ossequio della mente e della volontà», termine tipico del Giansenismo, condannato dalla Sede Apostolica.

Il Comunicato conclude che don Davide Pagliarani presenterà le proposte del Dicastero Romano al suo Consiglio e darà una risposta.

Va precisato che Victor Manuel Fernandez è lo stesso che ha negato la Corredenzione di Maria S.S., pochi mesi orsono, e alla quale dichiarazione del Dicastero Romano don Davide Pagliarani ha fatto celebrare Messe in riparazione.

La situazione dovrebbe apparire paradossale a tutti!

Niente affatto, perché, ormai, i fedeli della F.S.S.P.X. sono talmente indottrinati che non riescono più a discernere il vero dal falso. Ed insistono che bisogna resistere ai superiori per obbedire a Dio nonché con questo atto non s’intende rompere l’unità della Chiesa. Queste affermazioni assomigliano molto a quelle gianseniste, condannate dalla Bolla “Unigetitus Dei Filius” di Clemente XI: “Sopportare in pace la scomunica e l’ingiusto anatema piuttosto che tradire la verità, è imitare san Paolo; ed è molto lontano dall’erigersi contro l’autorità o rompere l’unità” DS. 1442.

Per avallare l’atto del conferimento delle consacrazioni episcopali, il Superiore della F.S.S.P.X. ha risuscitato l’argomento, utilizzato già nel 1988, dello stato di necessità.

Lo stato di necessità è l’argomento tirato fuori da tutti gli scismatici che hanno proceduto a consacrazioni episcopali contro la volontà del Romano Pontefice, perché un conto è agire “contra voluntatem Summi Pontificis” ed un conto è agire “non contra voluntatem Summi Pontificis”.

Nel primo caso, si vuole andare contro la volontà del Romano Pontefice, nel secondo, quando non si è in grado di contattare il Romano Pontefice. Nella storia della Chiesa è più volte successo che si è proceduto a consacrazioni episcopali, a volte perché il consacrante non poteva contattare il Romano Pontefice, nel caso specifico le consacrazioni svoltesi nei Paesi del blocco comunista, durante la Cortina di Ferro, poi convalidate dal Vaticano. Il più delle volte, invece, con atti scismatici, perché si è andati contro la volontà del Romano Pontefice, non cercando neppure il suo consenso.

Quelli più recenti, sono stati durante la Rivoluzione Francese da parte di Charles Maurice di Talleyrand Perigord, già vescovo dimissionario di Autun, coadiuvato come co-consacratori dai vescovi in partibus di Lydda e Babilonia, che procedettero a consacrare due vescovi, senza mandato romano. Contro tale atto scismatico, fu comminata la scomunica da parte di Pio VI con la Bolla Charitas que, del 13 aprile 1791. In questo caso, Talleyrand invocò lo stato di necessità, per la sopravvivenza in Francia del cattolicesimo, venendo però a patti con la Rivoluzione Francese.

Capitò per il Patriarcato Caldeo al tempo di Pio IX che contro la volontà del papa furono consacrati tre vescovi per venire incontro alle necessità di fedeli del rito Malabarico, che non volevano sottostare alla giurisdizione dei loro vescovi. Anche in questo caso, fu comminata la scomunica con la Lettera Apostolica Quae in Patriarcatu del 1° settembre 1876.

Poi al tempo di Pio XII con le consacrazioni fatte dai vescovi nazionali cinesi per venire a patti con il regime comunista, anche in questo caso venne invocato lo stato di necessità al fine del proseguimento del cattolicesimo nella Cina comunista. Contro questo atto scismatico fu promulgata l’Enciclica “Ad Sinarum Gentem” del 7 ottobre 1954. Come si vede, uno stato di necessità, in tutti questi casi poteva apparire giustificato, ma non lo era, né de jure e né de facto, perché non si poteva procedere a delle consacrazioni episcopali senza l’autorizzazione da parte della Sede Apostolica.

Passiamo ora ad affrontare il lato canonistico, dottrinale e teologico riguardo alle consacrazioni episcopali.

Il Papa possiede la giurisdizione universale su tutti i vescovi essendo il Capo visibile della Chiesa e può quindi nominarli e deporli dal loro incarico. Questo principio fu ribadito già ai tempi di San Gregorio VII, nel 1075, col “Dictatus Papae” durante la “Lotta per le Investiture” e fu portato avanti nei secoli. Non si vuole inserire tutti i documenti a tal proposito, basti solo ribadire quanto formulato nel Codice di Diritto Canonico Pio-Benedettino del 1917, Can. 953.

A questa base canonistica va aggiunta la parte teologica che è il dogma del Primato Petrino. Il Romano Pontefice non possiede nella Chiesa soltanto un primato d’onore, come sostengono gli ortodossi scismatici, ma un primato di giurisdizione, vincolante per tutti i cristiani. La Bolla “Unam Sanctam” di Bonifacio VIII del 18 novembre 1302 lo definisce in maniera chiara e vuole una sottomissione al Romano Pontefice: “Porro sub esse Romano Pontifici omni humanae creaturae declaramus, dicimus, diffinimus omnino esse de necessitate salutis” (Tutte le umane creature devono essere sottomesse al Romano Pontefice per potersi salvare l’anima). DS. 875. Va chiarito che questo è un dogma di fede, non un semplice invito.

Il Concilio Vaticano I nella Costituzione Dogmatica “Pastor Aeternus” così dichiara: “… Romanum Pontificem habere … potestas supreamae jurisdictionis non solum in rebus quae ad fidem et mores, sed etiam in iis quae ad discipinam  et regimen Ecclesiae per totum  orbem diffusae pertinest … ac singulas ecclesias sive in omnes et singulos pastores et fideles …” (Il Romano Pontefice ha la suprema ed universale giurisdizione non solo in ciò che concerne la fede e la morale, ma anche in ciò che concerne la disciplina e il regime della Chiesa … su tutte le singole chiese, su tutti i singoli pastori e fedeli” DS. 3064. Questa è una Costituzione Dogmatica, non una disposizione pastorale. Questa formula del Concilio Vaticano I è stata già ribadita nella lettera del Card. F. Seper a Mons. Marcel Lefebvre del 16 marzo 1978, alla quale Mons. Marcel Lefebvre non dette risposta sulla questione. La stessa Definizione Dogmatica è chiaramente inserita nel testo del Comunicato summenzionato, dopo l’incontro tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore della F.S.S.P.X.

Se esiste un reale stato di necessità questo deve essere provato. Se la prova sono le costanti eresie che vengono diffuse e proferite dalla gerarchia della chiesa conciliare, non bisogna neppure intrattenere con la medesima delle relazioni come insegna San Paolo nell’Epistola a Tito: “Haereticum hominem post unam et secundam correptionem devita, sciens quia subversus est, qui eiusmodi est, et delinquit, proprio iudicio condemnatus”. (Lettera a Tito cap. 3-11)

Ci pare che correzioni siano state inviate “ad abundantiam”, già ai tempi di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Si veda la dichiarazione del 29 giugno del 1976 da parte di Mons. Marcel Lefebvre, dopo aver ricevuto la sospensione “a divinis” da parte di Paolo VI: Questa Chiesa Conciliare è scismatica, perché ha preso per base per il suo aggiornamento, principi opposti a quelli della Chiesa Cattolica, come la nuova concezione della Messa espressa ai numeri 5 della Prefazione al [decreto] Missale Romanum e 7 del suo primo capitolo, che attribuisce all’assemblea un ruolo sacerdotale che non può esercitare; come similmente il naturale — vale qui a dire divino — diritto di ogni persona e di ogni gruppo di persone alla libertà religiosa.

“Questo diritto alla libertà religiosa è blasfemo, perché attribuisce a Dio scopi che distruggono la Sua Maestà, la Sua Gloria, la Sua Regalità. Questo diritto implica libertà di coscienza, libertà di pensiero, e tutte le libertà massoniche.

“La Chiesa che afferma tali errori è al tempo stesso scismatica ed eretica. Questa chiesa conciliare è, pertanto, non cattolica. Nella misura in cui Papa, vescovi, preti e fedeli aderiscono a questa nuova Chiesa, essi si separano dalla Chiesa Cattolica”.

E la posizione fu ribadita, in particolar modo, nella lettera a Giovanni Paolo II del 31 agosto 1985 da parte dei vescovi Marcel Lefebvre ed Antonio De Castro Mayer, in occasione della convocazione del Sinodo dei vescovi in Vaticano, per celebrare i vent’anni di chiusura del Vaticano II, con la quale i due presuli concludevano: Santo Padre, la Vostra responsabilità è gravemente impegnata in questa nuova e falsa concezione della Chiesa, che trascina il clero e i fedeli nell’eresia e nello scisma. Se il Sinodo, sotto la Vostra autorità persevera in questo orientamento, Voi non sarete più il Buon Pastore”.

Ed ancora, lo stesso Mons. Marcel Lefebvre, nel 1988, ha affermato, un po’ prima di procedere alle consacrazioni episcopali: “E adesso vengo a quello che senza dubbio vi interessa; ma io dico: Roma ha perso la fede, cari amici, Roma è nell’apostasia. Queste non sono parole, non sono parole in aria che vi dico, è la verità! Roma è nell’apostasia. Non si può più dare fiducia a questa gente. Hanno abbandonato la Chiesa, abbandonano la Chiesa, e sicuro, sicuro, sicuro”. Aggiungiamo quello che affermò Mons. Antonio De Castro Mayer sempre nel 1988: “La Chiesa che aderisce formalmente e totalmente al Vaticano II con le sue eresie non è, né potrebbe essere, la Chiesa di Gesù Cristo. Per appartenere alla Chiesa Cattolica, alla Chiesa di Gesù Cristo, è necessario avere la Fede, cioè, non mettere in dubbio o negare alcun articolo della Rivelazione. Orbene, la Chiesa del Vaticano II accetta dottrine che sono eretiche, come abbiamo visto” (The Roman Catholic, agosto 1985).

Non si sa quanti ammonimenti sono stati inviati al Vaticano per condannare e mettere in luce le eresie e le blasfemie che in questi ultimi anni si sono manifestate.

Come può un eretico essere il Capo della Chiesa? Questo rimane un mistero! Una gerarchia che proclama eresie può essere la vera gerarchia della Chiesa?

Questo mistero va però dipanato e più volte lo stesso Mons. Marcel Lefebvre ebbe dubbi sulla legittimità dei papi conciliari. Già in una conferenza del 1975 espresse questi dubbi su Paolo VI. Lo stesso, nel suo libro il “colpo da Maestro di Satana” su Giovanni Paolo II nella famosa omelia di Pasqua del 1986. Il vescovo francese fu frenato proprio dai suoi stessi collaboratori, in quella occasione. Finita la cerimonia, ci fu una pletora di sacerdoti e di benefattori che andarono a parlare con Mons. Lefebvre, supplicandolo di non prendere una posizione per la vacanza della Sede Apostolica e questo è testimoniato proprio dai seminaristi, che in quel tempo erano ad Econe, per le feste pasquali.

Ancora, poco prima di morire, nel 1990 Mons. Marcel Lefebvre ebbe a dire davanti a testimoni che avrebbe preso posizione sull’autorità nella Chiesa, perché questa situazione stava ingenerando confusione nei sacerdoti e nei fedeli.

È evidente a qualsiasi cattolico che non è possibile per chi è assistito dal carisma dell’Infallibilità che sbagli in questioni di fede e morale, perché c’è una promessa divina: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli». (Luca 22-31-34). Non vogliamo in questa circostanza addentrarci in dispute troppo teologiche, ma è evidente che un eretico o uno scismatico non può essere eletto Sommo Pontefice.

Lo spiega molto bene L’Enchiridion Juris Canonici edizione 1940 a cura di Stefano Sipos: “Eligi potest masculum, usu rationis pollens, membrum Ecclesiae. Invalide ergo eligerentur feminae, infantes, habituali amentia laborantes, non baptizati, haeretici, schismatici” (Può essere eletto Sommo Pontefice ogni maschio che abbia l’uso della ragione, membro della Chiesa. Non sarebbero dunque, eletti: le donne, i bambini, i matti, i non battezzati, gli eretici e gli scismatici).

Questo riprende e ripropone quanto già formulato dalla Costituzione Apostolica di Paolo IV del 15 marzo 1559 “Cum ex Apostolatus”“Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere in qualche tempo che un Vescovo, anche se agisce in qualità di Arcivescovo o di Patriarca o Primate od un Cardinale di Romana Chiesa, come detto, od un Legato, oppure lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a Cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla Fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore (nulla, irrita et inanis existat), la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i Cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso o quasi possesso susseguente del governo e dell’amministrazione, ovvero per l’intronizzazione o adorazione (adoratio) dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, ne essa potrebbe in alcuna sua parte essere ritenuta legittima”.

La prova che i candidati non erano “materia apta” al Sommo Pontificato sono gli atti posti in essere successivamente all’elezione, i quali contengono eresie e deviazioni dalla fede. Ciò è manifestatamente evidente in quei provvedimenti che hanno in se stessi l’infallibilità riflessa ovvero l’oggetto secondario dell’infallibilità papale come canonizzazioni dei santi, promulgazione delle leggi universali per la Chiesa sia disciplinari che liturgiche, l’approvazione di ordini e congregazioni religiose ed i fatti teologici. Ordunque, nell’approvazione dei testi delle riforme susseguite al Vaticano II, sia liturgiche, Pontificale Romano, Novus Ordo Missae e Libro dei Sacramenti, che disciplinari, Nuovo Codice di Diritto Canonico sono contenuti errori, come nella proclamazione di nuovi santi, vedasi solo come esempio quelle di Giovanni Paolo II e di Paolo VI.

Il Colpo da Maestro di Satana sta proprio in questo: infiltrare eretici e apostati all’interno della Chiesa, che utilizzano la loro autorità, raggiunti i vertici del potere, per diffondere l’eresia. Questa è stata la strategia dei modernisti per sovvertire la Chiesa Cattolica e trasformarla nella chiesa sinodale e conciliare.

La visibilità della Chiesa, argomento principe adottato ultimamente dalla F.S.S.P.X  per mantenere relazioni con la Roma conciliare è chiaramente inficiato da quanto è scritto nel classico Dictionnaire de Théologie Catholique, alla voce “Église”. Così scrive il Dublanchy: “Lo Stapleton (†1598) espone quattro ragioni per le quali la visibilità della Chiesa deve essere manifestata agli occhi di tutti: il bene dei fedeli che possono così facilmente seguire gli insegnamenti della Chiesa ed obbedire ai suoi precetti; la necessità per i fedeli, esposti a perdere la fede, di poter facilmente discernere dalle sette eretiche la Chiesa cattolica della quale la verità è divenuta così risplendente; la necessità, per gli infedeli che vogliano abbracciare la fede cattolica, di poter agevolmente riconoscere la Chiesa cattolica; infine la gloria di N.S. Gesù Cristo il cui regno su tutta la terra brilla così di un meraviglioso splendore”.

La visibilità della chiesa conciliare porta a perdere la fede, non porta sicuramente gli acattolici ad avvicinarsi alla vera Chiesa di Cristo Nostro Signore! L’argomento sarebbe troppo vasto da trattare in questo articolo, ma quanto qui esposto sarebbe già sufficiente a chiudere l’argomento.

In conclusione se si deve addivenire a consacrazioni episcopali senza mandato Apostolico, è necessario chiarire prima la situazione dell’autorità nella Chiesa, altrimenti s’innesca un cortocircuito nella Chiesa stessa e l’atto sarebbe materialmente scismatico, anche se non formalmente, perché gli occupanti del Vaticano sono illegittimi e la Sede Apostolica sarebbe, pertanto, vacante. Che Nostro Signore intervenga ed illumini le coscienze e gli intelletti.

15 febbraio 2026 Domenica di Quinquagesima

Doctor Quidam

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7 commenti su “Stato di Necessità o Scisma? Confronto (Paradossale) fra Vaticano e FSSPX. Agere Contra.”

  1. Don Pietro Paolo

    Riflessione:
    1. Punto fermo: consacrare vescovi senza mandato papale, oggi e qui, è contra voluntatem e oggettivamente scismatico

    Nel caso annunciato (1° luglio 2026) non si tratta di “impossibilità di contattare Roma” (come in persecuzioni o blocchi politici), ma di una situazione in cui:
    • Roma è contattabile;
    • ha chiesto formalmente di sospendere le consacrazioni;
    • ha dichiarato che una consacrazione senza mandato costituirebbe uno scisma.

    Sul piano canonico, il delitto è tipizzato: con la riforma del 2021 (Libro VI) il canone pertinente è il can. 1387: il vescovo consacrante e il consacrato incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.
    Questo è diritto vigente, non opinione.

    E sul piano ecclesiologico, lo scisma è definito come “rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti” (can. 751). Anche senza giudicare l’intenzione interiore, l’atto di creare (o rafforzare) una linea episcopale senza mandato consolida un ordinamento parallelo e quindi ferisce la comunione visibile.

    2) “Stato di necessità”: non basta invocarlo; e soprattutto non lo può auto-certificare chi compie l’atto

    Il testo tratta lo “stato di necessità” come chiave risolutiva. Ma, cattolicamente:
    • La necessità può incidere sulla colpevolezza o sulla pena (tema morale/penale),
    • non trasforma automaticamente un atto illecito e divisivo in atto lecito e costitutivo della Chiesa.

    Soprattutto: quando esiste un’autorità competente che proibisce l’atto e avverte che esso comporta scisma, l’argomento “necessità” diventa estremamente fragile, perché la necessità non è un lasciapassare per sottrarsi al principio costitutivo della comunione gerarchica.

    3) Grave errore del testo: “religioso ossequio della mente e della volontà” non è giansenismo

    L’articolo afferma che l’espressione “religioso ossequio della mente e della volontà” sarebbe “tipica del giansenismo”. È falso.

    Quella formula è del Concilio Vaticano II, Lumen gentium 25, e indica l’adesione dovuta al Magistero autentico non definitivo. È precisamente per questo che nel comunicato sul dialogo con la FSSPX si propone di chiarire la differenza tra:
    • atto di fede (fides divina et catholica)
    • e “religioso ossequio della mente e della volontà”.

    Quindi: non solo non è “giansenismo”; è terminologia conciliare e teologia del Magistero ordinario.

    4) Citare Unigenitus (DS 1442) contro la “resistenza” non prova ciò che l’articolo vuole provare

    Il testo cita una proposizione condannata da Unigenitus (DS 1442) per dire: “resistere all’autorità pur dicendo di non rompere l’unità” sarebbe giansenismo.

    È vero che quella proposizione è condannata; ma attenzione: usarla come manganello retorico non risolve il punto. La questione cattolica è questa: quando e come si può resistere a un atto ingiusto senza rompere la comunione. La tradizione cattolica ammette forme di correzione e resistenza prudente; ma non ammette di trasformare la “resistenza” in principio permanente di governo parallelo.

    E soprattutto: consacrare vescovi senza mandato, dopo un espresso divieto, non è una “resistenza prudente”: è un atto costitutivo di struttura gerarchica alternativa.

    (Per completezza: il testo della proposizione appare in raccolte denzingeriane in italiano ed è effettivamente collegato a Unigenitus.)

    5) Scivolamento sedevacantista: “Roma è in apostasia”, “papi eretici”, “Sede vacante”

    Qui è il nucleo più pericoloso e meno cattolico del pezzo.

    a) Infallibilità travisata

    Il testo afferma che “non è possibile che chi è assistito dal carisma dell’infallibilità sbagli in questioni di fede e morale” come se ogni atto papale fosse infallibile. Non è dottrina cattolica.
    L’infallibilità è circoscritta (ex cathedra; e in altre condizioni precise), non una garanzia che ogni atto, scelta, legge disciplinare o decisione prudenziale sia irreformabile.

    b) “Cum ex Apostolatus” usata come clava assoluta

    Il testo tratta Cum ex Apostolatus Officio (Paolo IV, 1559) come se fosse chiave automatica per dichiarare nulle elezioni e “provare” l’illegittimità dei papi. Ma quella bolla è un documento storico in un contesto anti-ereticale specifico, e soprattutto non può essere adoperata come “procedura privata” per decretare vacanze della Sede sulla base di giudizi personali. (Anche fonti contemporanee che la discutono mettono in evidenza la complessità della questione e la non linearità dell’applicazione.)

    c) L’esito logico è una contraddizione ecclesiologica

    Il testo, infatti, arriva a dire: “l’atto sarebbe materialmente scismatico anche se non formalmente, perché gli occupanti del Vaticano sono illegittimi e la Sede sarebbe vacante”.

    Questo è sedevacantismo operativo: cioè costruire una “Chiesa vera” riconoscibile solo da una minoranza che ha il criterio per decidere chi è papa, quali canonizzazioni valgono, quali leggi sono nulle, ecc.
    È incompatibile con la visibilità e l’indefettibilità della Chiesa: se per 60+ anni la Chiesa visibile fosse “non cattolica”, l’intero principio cattolico della Chiesa come società visibile e una sarebbe dissolto.

    6) Anche le premesse “storiche” del testo sono usate in modo tendenzioso
    • Dire che la revoca delle scomuniche del 1988 fosse “speranza di rientro nella chiesa conciliare” è linguaggio ideologico (“chiesa conciliare” come se fosse un’altra chiesa).
    • Presentare concessioni pastorali (confessioni/matrimoni) come prova che Roma consideri l’eresia “un raffreddore” è caricatura: la Santa Sede ha agito anche per evitare che le anime restino intrappolate nell’incertezza, senza per questo regolarizzare pienamente la situazione.

    7) Conclusione cattolica: “stato di necessità” non giustifica l’atto; e lo scisma non si cura con un atto scismatico

    Se davvero si ritiene che nella Chiesa vi siano errori o gravi confusioni, la via cattolica è:
    • professare integralmente la fede,
    • chiedere chiarezza,
    • usare gli strumenti leciti (studio, correzione rispettosa, testimonianza, appelli),
    • e non creare una successione episcopale senza mandato.

    Perché una cosa è resistere a un abuso; un’altra è sostituire all’ordine gerarchico della Chiesa un principio alternativo (“necessità”, “Roma apostata”, “papi illegittimi”), che inevitabilmente produce frattura.

    E qui il comunicato romano è chiarissimo: l’ordinazione di vescovi senza mandato “costituirebbe uno scisma con gravi conseguenze”.

  2. Simone Torreggiani

    Ecco una mia sintesi, per chiarire l’ingarbugliata situazione:
    – il Concilio Vaticano II è pienamente legittimo ed è voluto da Cristo (come confermato da diverse locuzioni private, dai messaggi legati ad apparizioni mariane accompagnate da grandi segni e miracoli, ma soprattutto dalla stessa promessa del Signore sulla continuità storica della Chiesa edificata su Pietro). Negarlo equivale a negare l’autorità del Vicario di Cristo. Chi nega l’autorità del Papa (legittimo) si pone al di fuori della Chiesa Cattolica Romana, anche se lo fa ‘in nome della tradizione’, perché la Tradizione vera prevede l’obbedienza al Romano Pontefice
    – il travisamento modernista del Concilio Vaticano II che seguì la sua promulgazione è invece da condannare in quanto eretico
    – chi mescola e confonde il Concilio Vaticano II con la deriva modernista (culminata nella ‘chiesa neo-sinodale’ introdotta da Bergoglio) che ne stravolge il ‘logos’ cade nell’inganno di satana, rinnegando il magistero dei Papi e gettando così il bambino (Concilio Vaticano II) con l’acqua sporca (le eresie post-conciliari incompatibili con la Tradizione)
    – gli ultimi Papi legittimi sono Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e il suo legittimo successore, di cui sappiamo solo il nome pontificale (si chiama senza dubbio Papa Francesco) ma non l’identità, dato che è costretto a restare nel nascondimento per ‘ragioni di sicurezza’ (sopravvivenza…) volte a garantire la continuità della Chiesa Cattolica Romana attraverso e oltre questo tempo di insopportabili ingerenze da parte del governo ombra dell’alta finanza su tutte le principali istituzioni mondiali, soprattutto occidentali
    https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome
    – il comunemente noto ‘Papa’ Francesco (Bergoglio) e ‘Papa’ Leone XIV sono antipapi (o, auspicabilmente, ‘vicari del Vicario’ di Cristo), in quanto eletti quando la Santa Apostolica NON era vacante. Questi ‘vicari del Vicario’ sono comunque Vescovi cattolici che rappresentano il Papa legittimo e l’unione della Chiesa Cattolica… pur in questo tempo di usurpazione
    – dunque il (pur discutibilissimo) ‘magistero degli antipapi’ non costituisca un pretesto per ‘prendersi delle libertà’: la Sede al momento è impedita. I tradizionalisti veri rispettino quindi la tradizione e la legge della Chiesa:
    Can. 335 – Mentre la Sede romana è vacante o totalmente impedita, non si modifichi nulla nel governo della Chiesa universale; si osservino invece le leggi speciali emanate per tali circostanze.

    1. Caro Simone, ma non vorrà dimenticare “Papa” Ildebrando eletto da fra Bugnolo, che però essendo un laico / prete, ancora non ha trovato uno straccio di vescovo che lo ordini prete e/o vescovo, prima di poter essere Papa a tutti gli effetti. Menzioniamo per la cronaca anche Papa Francesco (Bergoglio), eletto dal succitato fra Bugnolo alla scomparsa di Papa Benedetto, un ripiego in mancanza di altri candidati, prima di Ildebrando. Così credono Bugnolo e i suoi accoliti, che hanno infilato una serie di flop uno dietro l’altro… Ma di fatto sembrano illusioni.

      Il suo (e di altri) Papa Francesco non Bergoglio di cui si favoleggia dovrebbe però palesarsi. Chi sarebbe? Chi lo ha eletto? Qualcuno ha assistito a questo presunto “conclave” clandestino? Finché non si palesera’ e non ci saranno prove, sarà una credenza simile a quella di Babbo Natale.

      1. Simone Torreggiani

        Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!” Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20, 27-29)

        La mia ‘fede in Papa Francesco’ si basa sulla fiducia che ripongo in Papa Benedetto XVI: sulle sue pubbliche dichiarazioni, sulle sue lettere, sulle interviste pubblicate dal biografo di fiducia con la sua approvazione, sui suoi gesti, su quanto riportato dai suoi più stretti e fidati collaboratori (soprattutto il suo segretario particolare, quello che restò al suo fianco prima, durante e dopo il suo ‘pontificato attivo’) e sulla sua personale integrità, intelligenza e coraggio nel prendere anche decisioni difficili e controverse per onorare quel ‘munus’ conferitogli dal Cielo per tramite dei Cardinali nell’aprile del 2005.

        Poteva Papa Benedetto XVI rinunciare al pontificato validamente senza un pubblico atto di rinuncia?
        Sì, poteva, a patto però che vi fossero almeno due testimoni presenti, oppure che vergasse di suo pugno un valido atto di rinuncia e che lo stesso (e/o il resoconto dei testimoni) fosse consegnato ‘all’autorità alla quale appartiene la provvisione dell’ufficio’:

        Can. 189 – §1. La rinuncia, perché abbia valore, sia che necessiti di accettazione o no, deve essere fatta all’autorità alla quale appartiene la provvisione dell’ufficio di cui si tratta, e precisamente per iscritto oppure oralmente di fronte a due testimoni.

        Tale ‘autorità a cui appartiene la provvisione (conferimento) dell’ufficio (munus petrinum)’ sarebbe (ordinariamente…) il Collegio Cardinalizio, nello specifico l’assemblea plenaria dei Cardinali Elettori, che hanno il compito istituzionale di eleggere il nuovo Papa quando la Sede Apostolica diviene vacante (per decesso o valida rinuncia del Romano Pontefice), come stabilito dalla Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis.

        Nel marzo 2013 il Collegio Cardinalizio procedette all’elezione del nuovo Papa (Bergoglio) anche senza aver ricevuto il resoconto di due testimoni e senza disporre dell’atto scritto di rinuncia al pontificato di Benedetto XVI (rinuncia presumibilmente avvenuta tra le ore 19:00 e le 20:00 del 28 febbraio 2013).

        Pochi giorni prima della sua rinuncia al pontificato (ad oggi presunta, dato che non disponiamo di prove definitive della stessa) Benedetto modificò la UDG tramite il motu proprio Normas Nonnullas, che nella nuova versione, al n. 37, recita:
        “Ordino inoltre che, dal momento in cui la Sede Apostolica sia legittimamente vacante, […]”
        Quel ‘legittimamente’ implica che la rinuncia sia stata fatta pubblicamente e con tutti i crismi, o in alternativa che il Collegio Cardinalizio ne abbia ricevuto un resoconto diretto (di almeno due testimoni oculari) oppure l’atto scritto.
        Il Collegio Cardinalizio può produrre tali evidenze?
        No. Se le avesse avute a mano le avrebbe di certo pubblicate già da un pezzo, anche solo per placare le forti e insistenti polemiche che seguirono l’anomala elezione di ‘Papa’ Bergoglio.
        Ciò implica che il Conclave del marzo 2013 fu convocato ‘alla cieca’: senza conferma alcuna della ‘legittima’ vacanza della Sede.

        Quello che però dovrebbe farci riflettere è la lettera del Papa Emerito del febbraio 2014, indirizzata a un giornalista de ‘La Stampa’, in cui Benedetto afferma perentoriamente:
        “Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino”.
        “Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde”.
        https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Benedetto-XVI-rinuncia-valida-nessun-dubbio-lettera-stampa-308a5bdb-44aa-4ddc-9f8a-4a788cde3d07.html

        Qui i casi sono due:

        1) il Papa Emerito ha rilasciato alla stampa una dichiarazione palesemente falsa, dato che afferma di aver validamente rinunciato pur senza aver lasciato le necessarie evidenze della sua effettiva rinuncia a chi di dovere — al di là del semplice annuncio, ossia la declaratio dell’11 febbraio 2013, che però come ‘atto di rinuncia’ risulta ‘inesistente’ per almeno tre ragioni (in primis la dilazione temporale, inammissibile per un atto giuridicamente puro; manca inoltre l’oggetto proprio — munus — della rinuncia a norma del canone 332 §2; viene usata l’espressione giuridicamente non vincolante ‘dichiaro di rinunciare’ piuttosto che quella corretta ‘rinuncio’)

        2) il Papa Emerito ha detto la verità: ha davvero validamente, ma privatamente, rinunciato.
        Sarebbe possibile farlo legalmente e validamente in segreto?
        Sì, ma a determinate condizioni: che vi siano almeno due testimoni (e/o un atto scritto di rinuncia) che certifichino all’ ‘autorità alla quale appartiene la provvisione dell’ufficio’ che tutto sia avvenuto secondo i crismi.
        Sarebbe stato legale, per Benedetto XVI, prendere quell’autorità su di sé, piuttosto che lasciarla, secondo la millenaria consuetudine, al Collegio Cardinalizio? [Costretto dalle circostanze, proprio a causa di quel ‘commissum’ — ‘misfatto’: un accordo segreto che avrebbe inevitabilmente compromesso l’esito del successivo Conclave? — di cui Benedetto per altro fece aperta e pubblica menzione nella sua declaratio?]
        Sì: la stessa UDG afferma in due punti e con la massima chiarezza che il Papa ha la piena autorità di stabilire le modalità di elezione del suo successore, come riportato nel mio articolo (v. link del commento precedente).
        Un problema sarebbe sorto se, dopo la rinuncia, Papa Benedetto XVI fosse tornato ad essere il ‘Cardinal Ratzinger’: uno tra i tanti del Collegio Cardinalizio.
        Dopo un eventuale ritorno al Cardinalato, con quale speciale autorità avrebbe potuto recepire la sua stessa rinuncia all’ufficio per poi poterne liberamente disporre?
        Benedetto stabilì così che, dopo la rinuncia, sarebbe rimasto ‘Papa Emerito’: conservò quindi una ‘dignità’ che gli consentì (presumibilmente) la ricezione della rinuncia e la trasmissione del munus al designato successore (e per altre ottime ragioni, tra cui continuare a rappresentare l’autorità legittima anche durante l’usurpazione che sarebbe inevitabilmente seguita alla sua rinuncia).

        Mons. Gänswein riporta (in ‘Nient’altro che la Verità’) che il Papa Emerito Benedetto XVI, dopo la sua rinuncia al ‘pontificato attivo’, celebrò sempre la messa in unione con Papa Francesco, con diverse altre persone presenti che possono confermarlo.

        Sempre mons. Gänswein affermò che c’è un solo Papa e ‘si chiama’ Francesco:
        https://vativision.com/padre-georg-benedetto-fu-coraggioso-e-umile/

        In una intervista (‘5 minuti’ del 2 marzo 2023) l’Arcivescovo, alla domanda di Vespa:
        “Senta, lei è fedele a Papa Francesco?”
        il prelato risponde con convinzione:
        “Fedele e leale: è il Papa della Chiesa Cattolica e il successore di Pietro — come sono stato fedele ai suoi predecessori.”

        Ergo?

        O Papa Benedetto XVI, con la sua pubblica rinuncia irricevibile e quindi — di fatto — ‘non pervenuta’ ha commesso errori madornali, che poi lui e i suoi più stretti collaboratori hanno coperto alla meno peggio con palesi bugie, insensate ambiguità e inconsistenti/mendaci manifestazioni pubbliche di lealtà, e tutto questo per molti anni…

        Oppure il Vicario di Cristo e i suoi ‘cooperatores veritatis’ hanno agito (e stanno tuttora agendo) razionalmente e al meglio delle loro umane possibilità per garantire alla Chiesa Cattolica Romana una successione petrina legittima, anche a fronte dell’aperta ostilità di chi governa occultamente le istituzioni secondo le logiche e i metodi del ‘principe di questo mondo’ (satana) — e per un autentico ‘COMPLOTTISTA’ almeno la presenza di questo ‘governo ombra’ dovrebbe risultare assodata…

        Evidenze indirette, ‘intangibili’ e tuttavia già sufficientemente forti e intrinsecamente coerenti, mi inducono quindi a confidare nella rettitudine, nella lucidità e nelle buone intenzioni del Vicario di Cristo Benedetto XVI anche senza avere (ancora) a disposizione la ‘pistola fumante’ definitiva.

        Beato me… o beota me… si vedrà! 🙂

  3. “Il Papa possiede la giurisdizione universale su tutti i vescovi essendo il Capo visibile della Chiesa e può quindi nominarli e deporli dal loro incarico. Questo principio fu ribadito già ai tempi di San Gregorio VII, nel 1075, col “Dictatus Papae” durante la “Lotta per le Investiture” e fu portato avanti nei secoli. (…)
    A questa base canonistica va aggiunta la parte teologica che è il dogma del Primato Petrino. Il Romano Pontefice non possiede nella Chiesa soltanto un primato d’onore, come sostengono gli ortodossi scismatici, ma un primato di giurisdizione, vincolante per tutti i cristiani. La Bolla “Unam Sanctam” di Bonifacio VIII del 18 novembre 1302 lo definisce in maniera chiara e vuole una sottomissione al Romano Pontefice…”

    Due osservazioni sulle affermazioni citate, che non sono esatte e fanno confusione:

    1. “Giurisdizione universale” e potere di nomina non sono coincidenti, in quanto giurisdizione universale i papi ce l’hanno da San Pietro in poi (“Quello che scioglierai sulla terra sarà sciolto…” e viceversa); mentre potere di nomina solo dal 1075, e solamente come principio ma non nella pratica, venendo nominati anche in seguito molti vescovi da Potenti vari o eletti dal popolo, e solo confermati dal Papa. Per quanto riguarda il primo Papa, San Pietro per esempio non ha nominato i vari vescovi creati da San Paolo a guida delle proprie comunità, così come non risulta che abbia dato il suo benestare ai vescovi successori immediati degli altri apostoli. Per altre epoche gli esempi sarebbero molto numerosi e qui non c’è spazio.

    2. “Dogma del primato petrino”. Esistente da sempre, non dal 1302 e Bonifacio VIII, in quanto risalente alla volontà esplicita di Gesù Cristo: “Tu sei Pietro ecc”. Ma anche in questo caso, se da un lato è vero che il Papa non è solo un “primus inter pares”, è anche vero che Gesù Cristo gli ha assegnato il compito preciso di “confermare nella fede i tuoi fratelli”, non altro. Altra cosa è infatti il nominare i vescovi. Cosa con cui il primato petrino, esistente da Gesù Cristo in poi, non c’entra nulla, se non per “accrescimento” avvenuto tramite strenue lotte nel corso dei secoli (e a cui adesso il Papa di fatto rinuncia, come nel caso dell’accordo Cina-Vaticano).

    Dunque tali argomenti, anche se portati avanti da un anonimo canonista, non filano, anzi sono controproducenti. Molto bene invece e assolutamente condivisibile la disamina delle ambiguità dei lefebvriani, altalenanti tra accordismo e fai-da-te, e delle giustificazioni del fai-da-te tramite “stato di necessità” farlocco. Certo la crisi della Chiesa è innegabile, così come quella della dottrina e dei sacramenti. Però se la Chiesa è diventata davvero eretica non si può andare a dialogare con essa, né tantomeno a chiedere “permessi”.
    Le posizioni più coerenti alla fine risultano quindi quelle della Resistenza del compianto Mons. Williamson e dell’ottimo e indomito Mons. Viganò.

  4. Tanto per “dargli tempo”.

    Il vescovo Labaka, in processo di beatificazione da Leone XIV, ha raccontato come permetteva a giovani indigeni di toccargli i genitali – INFOVATICANA

    Al riguardo si consiglia la visione della rubrica Santi e Caffè di don Minutella di lunedì 16 febbraio.

    Ovviamente, il vescovo non si faceva soltanto toccare i genitali, ma …

  5. Non se ne esce.
    La situazione è talmente ingarbugliata che le interminabili e contradditorie disamine possono soltanto contribuire a complicarla.
    Deve accadere un evento sovrumano, ciò che rende inutile l’affannarsi degli “esperti” per dire come stanno le cose e come dovrebbero essere.
    D’altra parte, se le profezie non sono chiacchiere, dovranno pur avverarsi.
    Siamo al punto di non ritorno, e senza starci a girare troppo intorno, una sola cosa è da decidere:
    a Roma c’è ancora la Chiesa cattolica?
    Qualcuno ha detto che occorre rispondere sì o no, e che tutto il resto viene dal maligno.

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