Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di un teologo, che ringraziamo di cuore, in merito al ruolo di Maria Vergine nella redenzione del mondo. Buona lettura e condivisione.
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Il Papa e la “querelle” sulla Corredenzione. Gli errori di Víctor Fernández (II)
In un articolo precedente, anch’esso gentilmente pubblicato dall’amico Marco Tosatti sul suo blog, si è mostrato che la disapprovazione del termine “Corredentrice” applicato alla Santissima Vergine nella nota dottrinale Mater populi fidelis non era una misura né teologica né pastorale. Questo gesto inelegante e scorretto è stato dettato soltanto da una certa prudenza umana probabilmente mal concepita. Si mostrava che il “sempre inopportuno” di Fernández, oltre ad essere una contradictio in terminis, aveva come conseguenza la delegittimazione indelicata e pericolosa del magistero e della tradizione teologica precedenti a Papa Leone XIV.
Conviene ricordare, sinteticamente, che il termine “Corredentrice” applicato alla Vergine Maria fu approvato ufficialmente da Leone XIII negli Acta Apostolicae Sedis e utilizzato nel magistero papale da Pio X, Pio XI e Giovanni Paolo II, senza contare l’affermazione fatta da Benedetto XV nell’enciclica Inter Sodalicia, citata nell’articolo precedente, che comporta in modo logico e immediato il riconoscimento del suddetto titolo. Sia detto per inciso che i papi che non hanno fatto esplicito riferimento al titolo di Corredentrice non hanno mancato tuttavia di esporre la dottrina della cooperazione mariana nell’opera della Redenzione, giustificando per via teologica la missione corredentrice di Maria. Questo è stato fatto da quasi tutti gli ultimi pontefici e dal Concilio Vaticano II. Da ciò si deve concludere che Leone XIV, grazie al suo pro-teologo Fernández, consideri questi papi, incluso colui dal quale dice di aver preso il nome, “sempre inopportuni” a causa del rischio ipotetico che il suddetto titolo comporterebbe di “offuscare” Gesù Cristo, unico Redentore.
Questa imbarazzante situazione, a nostro povero avviso, e la quantità di testimonianze del Magistero che andremo a richiamare nei successivi articoli, giustificherebbero, a imitazione delle umili e luminose Retractationes del suo fondatore Sant’Agostino, una rettifica pubblica da parte di Papa Leone XIV che chiarisca in termini di continuità magisteriale e di sana teologia la propria posizione sulla corredenzione mariana, poiché sia il titolo sia la dottrina sono stati definitivamente ammessi negli insegnamenti pontifici, e negarli significherebbe contraddire una tradizione irrinunciabile.
Per ragioni ecumeniche il titolo venne omesso nei documenti del Vaticano II, sebbene la commissione preparatoria ne avesse riconosciuto il valore teologico. È forse servito a qualcosa, dal punto di vista pastorale, lasciarlo nel cassetto? In effetti, gli argomenti prudenziali contro il titolo di Corredentrice vanno tutti nella stessa direzione del dialogo con protestanti e ortodossi.
Grave errore teologico su Maria e sui suoi meriti redentivi
In questa pubblicazione vogliamo porre l’attenzione su ciò che consideriamo un vero errore teologico contenuto nel testo della “nota dottrinale” di Fernández, errore relativo ai meriti di Maria in vista della salvezza. Ecco il passo della nota dottrinale Mater Populi Fidelis:
“47. La nostra salvezza è opera unicamente della grazia salvifica di Cristo e di nessun altro. […] Solo i meriti di Gesù Cristo, che si è donato fino alla fine, vengono applicati nella nostra giustificazione”.
“48. Tuttavia, un essere umano può partecipare con il suo desiderio del bene del fratello, ed è ragionevole (congruo) che Dio esaudisca quel desiderio di carità che la persona esprime «con la sua orazione» o «mediante le opere di misericordia». [STh, q. 114, a. 6, ad 3.] È vero che questo dono della grazia può essere effuso solo da Dio, poiché «eccede la proporzione della natura» [STh, q. 114, a. 5, co.] ed esiste una distanza infinita [cfr. STh, q. 114, a. 1, co.] tra la nostra natura e la sua vita divina. Tuttavia, può farlo adempiendo il desiderio della Madre, che in tal modo si associa gioiosamente all’opera divina come umile serva”.
In questo passo si esclude in modo netto che i meriti di qualunque membro della Chiesa possano essere applicati alla giustificazione del nostro prossimo. Gli uni e gli altri potremmo aiutarci soltanto mediante il “desiderio del bene del fratello”, espresso con la preghiera e le opere di misericordia. Nient’altro. Ciò significa che la cooperazione di Maria nell’opera della Redenzione, che la “nota dottrinale” riconosce come singolare, massima e primaria, risulterebbe priva di un vero senso. Se la Redenzione è stata un’opera meritoria che ha permesso di sanare il nostro debito per il peccato, come si può cooperare, cioè operare con, se non si ha la possibilità di meritare e quindi di collaborare al pagamento di tale debito?
Siamo inoltre di fronte all’ennesima manipolazione del pensiero dell’Aquinate. Nella “nota dottrinale”, infatti, si afferma l’opposto della sua opinione teologica. Ma quel che è peggio è che l’idea centrale di Fernández, che attribuisce esclusività ai meriti di Cristo in ordine alla Redenzione, contrasta frontalmente con il Magistero precedente, che invece attribuisce a Maria meriti redentivi. Ciò costituisce un ulteriore motivo di rammarico per la sottoscrizione di questa triste “nota dottrinale” che il Papa felicemente regnante ha fatto in modo inedito, conferendole un’enfasi che assolutamente non merita.
Maria “completa ciò che manca alla passione” (cfr. Col 1, 24)
Per mettere bene a fuoco questa questione, dobbiamo riprendere il passo della Lettera ai Colossesi (1, 24), citato nell’articolo precedente con la promessa di un approfondimento. Oggi lo leggeremo e lo commenteremo alla luce del Magistero di Giovanni Paolo II, con un breve riferimento a quello di Pio XII, e ne vedremo l’applicazione diretta alla Santissima Vergine, con la conseguenza logica che Ella, sì, ha meritato la nostra salvezza.
Si tratta della Lettera Apostolica Salvifici Doloris (1° gennaio 1984). Purtroppo, di essa non si trova nemmeno una traccia nella “nota dottrinale”, benché si tratti di un documento imprescindibile quando si affronta questo tema, in quanto tratta precisamente del valore salvifico della sofferenza degli eletti e mette in risalto la partecipazione di Maria all’opera redentrice.
Giovanni Paolo II fa riferimento a diverse citazioni bibliche relative al valore redentivo della sofferenza di Cristo e di quella dei cristiani. Tuttavia, nella Lettera Apostolica la riflessione parte principalmente dal versetto dei Colossesi: «Perciò sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24). Ecco alcune delle conclusioni alle quali giunge il Pontefice polacco:
- La redenzione si è compiuta mediante la croce di Cristo, ossia mediante la sua sofferenza(n. 3). Per mezzo di questa sua sofferenza [Cristo] deve far sì che l’uomo non muoia, ma abbia la vita eterna(n. 16). Per questo, Cristo s’incammina verso la propria sofferenza, consapevole della sua forza salvifica (n. 16), e soffre volontariamente e innocentemente (n. 18).
- Si può dire che insieme con la passione di Cristo ogni sofferenza umana si è trovata in una nuova situazione(n. 19). Di conseguenza, ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione. Ognuno è anche chiamato a partecipare a quella sofferenza mediante la quale si è compiuta la redenzione. Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo (n. 19). Questo è il senso veramente soprannaturale ed insieme umano della sofferenza(n. 31).
- Nel mistero pasquale Cristo ha dato inizio all’unione con l’uomo nella comunità della Chiesa. Infatti, colui che soffre in unione con Cristo— come in unione con Cristo sopporta le sue “tribolazioni” l’apostolo Paolo — non solo attinge da Cristo quella forza della quale si è parlato precedentemente, ma anche “completa” con la sua sofferenza ciò che manca ai patimenti di Cristo. In questo quadro evangelico è messa in risalto, in modo particolare, la verità sul carattere creativo della sofferenza. La sofferenza di Cristo ha creato il bene della redenzione del mondo. Questo bene in se stesso è inesauribile ed infinito. Nessun uomo può aggiungervi qualcosa. Allo stesso tempo, però, nel mistero della Chiesa come suo corpo, Cristo in un certo senso ha aperto la propria sofferenza redentiva ad ogni sofferenza dell’uomo. In quanto l’uomo diventa partecipe delle sofferenze di Cristo — in qualsiasi luogo del mondo e in qualunque tempo della storia — in tanto egli completa a suo modo quella sofferenza, mediante la quale Cristo ha operato la redenzione del mondo(n. 24).
- Questo vuol dire, forse, che la redenzione compiuta da Cristo non è completa? No. Questo significa solo che la redenzione, operata in forza dell’amore soddisfattorio, rimane costantemente aperta ad ogni amore che si esprime nell’umana sofferenza. Cristo ha operato la redenzione completamente e sino alla fine; al tempo stesso, però, non l’ha chiusa: in questa sofferenza redentiva, mediante la quale si è operata la redenzione del mondo, Cristo si è aperto sin dall’inizio, e costantemente si apre, ad ogni umana sofferenza. Sì, sembra farparte dell’essenza stessa della sofferenza redentiva di Cristo il fatto che essa richieda di essere incessantementecompletata (n. 24).
- La fede nella partecipazione alle sofferenze di Cristo porta in sé la certezza interioreche l’uomo sofferente “completa quello che manca ai patimenti di Cristo”; che, nella dimensione spirituale dell’opera della redenzione, serve, come Cristo, alla salvezza dei suoi fratelli e sorelle. Non solo quindi è utile agli altri, ma, per di più, adempie un servizio insostituibile(n. 27).
Fin qui la spiegazione magistrale della dottrina paolina del completamento della passione a beneficio di tutta la Chiesa. Da un lato si rispetta l’unicità della Redenzione da parte di Cristo, dichiarata in modo evidente dalle Scritture, come registra la “nota dottrinale”; dall’altro lato, però, si riconosce quel mistero ineffabile della partecipazione alla Redenzione stessa, in forma meritoria, da parte della Chiesa. È un vero chef-d’œuvre di equilibrio teologico, capace di armonizzare due aspetti della Rivelazione in apparente in contrasto.
La conclusione è ammirevole: ogni sofferenza umana, vissuta nella Chiesa e con la fede nella partecipazione alla sofferenza redentiva della Croce, ha valore soprannaturale, “completa” quella di Cristo e serve alla salvezza dei fratelli. La domanda che comincia a delinearsi qui, contro l’affermazione erronea della “nota dottrinale”, è: come sarebbe possibile che un’azione soprannaturale come la sofferenza dei cristiani serva alla salvezza degli altri se non comporta alcun merito? Infatti, se la sofferenza dei membri della Chiesa non fosse soprannaturale e non avesse alcun merito redentivo, non contribuirebbe affatto alla salvezza degli altri. Ciò risulterà chiarissimo dallo studio della dottrina di San Tommaso travisata nella “nota dottrinale”.
Nel quadro di questa luminosa dottrina, Giovanni Paolo II non dimentica la Vergine Corredentrice e, pur senza usare il titolo, ne proclama la dottrina:
- È anzitutto consolante — come è evangelicamente e storicamente esatto — notare che a fianco di Cristo, in primissima e ben rilevata posizione accanto a Lui, c’è sempre la sua Santissima Madre. In Lei le numerose ed intense sofferenzesi assommarono in una tale connessione e concatenazione che, se furono prova della sua fede incrollabile, furono altresì un contributo alla redenzione di tutti(n. 25).
- Fu sul Calvario che la sofferenza di Maria Santissima, accanto a quella di Gesù, raggiunse un verticegià difficilmente immaginabile nella sua altezza dal punto di vista umano, ma certo misterioso e soprannaturalmente fecondo ai fini dell’universale salvezza. Quel suo ascendere al Calvario, quel suo “stare” ai piedi della croce insieme col discepolo prediletto furono una partecipazione del tutto speciale alla morte redentrice del Figlio(n. 25). In effetti, Ella ha titoli specialissimi per poter asserire di completare nella sua carne — come già nel suo cuore — quello che manca ai patimenti di Cristo (n. 25).
In sintesi, Giovanni Paolo II applica a Maria la stessa dottrina esposta in precedenza, mettendone in rilievo aspetti specifici. La sua sofferenza fu soprannaturale e feconda ai fini della Redenzione; pertanto, va considerata meritoria, come insegna San Tommaso; ma quegli stessi meriti ebbero una ripercussione universale, poiché “furono un contributo alla redenzione di tutti”. Infine, a Lei si applica in modo del tutto singolare l’affermazione di completare nella sua carne ciò che manca alla passione di Cristo. Quest’ultimo punto era già stato affermato in modo perentorio da papa Pio XII nell’enciclica Mystici Corporis Christi: «Ella finalmente, sopportando con animo forte e fiducioso i suoi immensi dolori, più che tutti i fedeli cristiani, da vera Regina dei martiri, “compì ciò che manca ai patimenti di Cristo … a pro del Corpo di Lui, che è la Chiesa” (Col 1, 24)».
Torniamo a insistere: se Maria con le sue sofferenze completò ciò che mancava alla passione del Signore, non poté farlo senza merito. Questo ce lo spiegherà l’Aquinate con la chiarezza e la semplicità che lo contraddistinguono.
Solo i meriti di Gesù Cristo? San Tommaso smentisce
La questione 114 della I-II della Summa Theologiae è citata almeno tre volte nella “nota dottrinale”, ma davvero desta sgomento vedere fino a che punto si possa travisare un pensiero teologico. Infatti, tra affermazioni equivoche e formule ambigue, si finisce per far dire a San Tommaso esattamente il contrario di ciò che ha insegnato. Per mostrare questa triste realtà ai nostri lettori è necessario offrire una sintesi del vero pensiero tomista prima di confrontarlo con la sua versione falsificata.
Nel primo articolo l’Aquinate si chiede se l’uomo possa meritare qualcosa da Dio. La sua risposta è luminosa, sebbene un po’ lunga; cerchiamo qui di sintetizzarla.
Anzitutto definisce i termini: «Il merito e la retribuzione si riferiscono ad un identico oggetto, poiché si chiama retribuzione il compenso dato per una prestazione o per un lavoro che è stato compiuto, quasi come se fosse il suo prezzo. Come, quindi, pagare il giusto prezzo per una merce è un atto di giustizia, così lo è anche dare una retribuzione proporzionata per una prestazione o per un lavoro» (STh I-II, 114, 1).
Spiega poi che il merito è frutto di un’opera di giustizia, e la giustizia propriamente detta esiste solo là dove vi è rigorosa uguaglianza tra le parti, perciò nelle nostre relazioni con Dio tale uguaglianza non esiste, anche se vi è una certa proporzione, che costituirebbe “una qualche specie di giustizia” (STh I-II, 114, 1). Il merito che deriva da questo tipo di giustizia “relativa” è diverso dal merito che scaturisce dalla giustizia in senso proprio, poiché «dove esiste solo una giustizia relativa e non perfetta, non si riscontra neppure un merito in senso assoluto, ma solo un merito relativo, proporzionato a quella ragione di giustizia imperfetta. Ed è in questo modo che il figlio può meritare qualcosa dal padre e lo schiavo dal suo padrone» (STh I-II, 114, 1).
Questo, considerando l’uomo nella sua natura; ma se si tiene conto del fattore grazia — ossia della partecipazione dell’uomo alla vita stessa di Dio — San Tommaso amplia il suo pensiero. È ciò che avviene nel terzo articolo, quando si chiede se l’uomo possa meritare la vita eterna a rigore di giustizia (de condigno), dato che per l’Aquinate «per retribuzione a rigore di giustizia sembra doversi intendere ciò che viene dato secondo un giusto giudizio» (STh I-II, 114, 3, sc), cioè in termini di giustizia di uguaglianza. La risposta di San Tommaso è positiva, sebbene articolata. Vale a dire: si ammette la possibilità di una relazione di uguaglianza con Dio, ma in che senso? Vale la pena riportare una buona parte della spiegazione fornita nella Summa:
«L’atto meritorio di un uomo può essere considerato da due punti di vista: primo, in quanto procede dal libero arbitrio; secondo, in quanto è effetto della grazia dello Spirito Santo. Se si considera l’opera meritoria in quanto alla sostanza dell’opera e in quanto procede dal libero arbitrio, allora non si può riscontrare una stretta esigenza di giustizia, data l’assoluta sproporzione. Racchiude tuttavia soltanto una convenienza (merito de congruo), in virtù di una certa uguaglianza di proporzionalità, poiché sembra conveniente (congruo) che Dio ricompensi secondo l’eccellenza della sua virtù l’uomo che opera nella misura delle sue forze. Se invece parliamo dell’opera meritoria in quanto procede dalla grazia dello Spirito Santo, allora essa merita la vita eterna a rigore di giustizia (de condigno), perché in questo caso il valore del merito è determinato in funzione della virtù dello Spirito Santo, che ci muove verso la vita eterna, come si dice in Gv 4, 14: “diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”. Inoltre, il valore dell’opera deve essere valutato anche in base alla nobiltà della grazia, che, rendendoci partecipi della natura divina, ci fa figli di Dio per adozione e, di conseguenza, eredi per lo stesso diritto di adozione, secondo quanto afferma Rm 8, 17: “Se siamo figli, siamo anche eredi”» (STh I-II, 114, 3).
Pertanto, le opere che procedono dalla grazia ci fanno meritare la vita eterna, e a rigore di giustizia (de condigno). Senza i nostri meriti non ci salviamo: qui creavit te sine te, non salvavit te sine te, come insegna Sant’Agostino.
San Tommaso poi va oltre e si chiede se un uomo possa meritare per un altro la prima grazia — cioè la conversione o il battesimo. Ed è qui che entriamo pienamente nel tema che ci interessa, poiché la Redenzione del Signore ha inizio nella prima grazia. La risposta è sorprendente ed è esattamente contraria a quanto affermato da Víctor Fernández. Occorre leggere fino in fondo i passi selezionati:
«Nessuno può meritare la prima grazia per un altro in maniera rigorosa (con merito de condigno) a eccezione di Cristo. Poiché ciascuno di noi è mosso da Dio col dono della grazia affinché raggiunga personalmente la vita eterna, per cui il merito rigoroso (de condigno) non si estende al di là di tale mozione». Tuttavia, «con merito di convenienza (de congruo) si può meritare per un altro la prima grazia. Infatti, dal momento che l’uomo in grazia compie la volontà di Dio, è conveniente (congruo), secondo una proporzione fondata sull’amicizia, che Dio compia la volontà dell’uomo che desidera la salvezza di un altro» (STh I-II, 114, 6).
A scanso di dubbi, lo stesso Aquinate esemplifica rispondendo a una delle obiezioni: «Si dice che i poveri che ricevono le elemosine accolgano altri nelle dimore eterne, o perché impetrano loro il perdono con la loro preghiera, oppure perché con le loro buone opere meritano convenientemente (de congruo) per loro la salvezza» (STh I-II, 114, 6, ad 3).
Infine, come dettaglio importante, occorre sottolineare il ruolo della sofferenza e della lotta nel conseguimento dei meriti. Secondo San Tommaso, un’opera faticosa, proprio perché grande, accresce il merito e fa sì che la carità si dilati e agisca con magnanimità. Il dolore, bene accettato e ben sopportato, fa crescere la fiamma dell’amore e, pertanto, aumenta il merito (cfr. STh I-II, 114, 4, ad 2). Da qui si comprende perché la manifestazione della dilezione di Dio per noi dovesse avvenire sulla Croce.
In conclusione, secondo San Tommaso un uomo può effettivamente meritare la salvezza di un altro, e questo significa partecipare in modo diretto alla stessa azione redentrice di Cristo, che consistette precisamente nel meritarci la salvezza.
È interessante, come curiosità teologica ancora da approfondire, che San Tommaso usi nello stesso articolo il termine congruo (conveniente) in due sensi diversi. All’inizio riprende il concetto già formulato in precedenza, cioè che il merito de congruo deriva dal libero arbitrio umano e quindi si ottiene mediante un atto proprio della natura umana. Quando, però, si riferisce al merito con cui un uomo può ottenere per un altro la prima grazia, torna a usare il termine congruo, ma fondandolo sull’amicizia stabilita tra Dio e l’uomo in virtù della vita di grazia. Si tratta di un congruo soprannaturale e non meramente naturale, come quello che propone generalmente nel corso della questione. Questa sfumatura darà certamente luogo, in futuro, a esplicitazioni di grande interesse per comprendere la partecipazione della Santissima Vergine e di tutti gli eletti all’opera della Redenzione.
Víctor Fernández, pertanto, tradisce il pensiero di San Tommaso quando afferma: «La nostra salvezza è opera unicamente della grazia salvifica di Cristo e di nessun altro. […] Soltanto i meriti di Gesù Cristo, che si è donato fino alla fine, vengono applicati nella nostra giustificazione». Ed è confuso e fuorviante quando afferma: «Tuttavia, un essere umano può partecipare con il suo desiderio del bene del fratello, ed è ragionevole (congruo) che Dio esaudisca quel desiderio di carità che la persona esprime “con la sua orazione” o “mediante le opere di misericordia”».
In realtà, i meriti di Gesù non sono soltanto sufficienti per la nostra salvezza, ma sovrabbondanti. Tuttavia, per misteriosa disposizione della sua divina volontà, non sono soltanto i suoi meriti a salvarci, ma anche quelli dei nostri fratelli, come insegna San Tommaso. Ciò non è dovuto — come ha insegnato con chiarezza Giovanni Paolo II nella Salvifici Doloris sopra citata — a una qualunque insufficienza dei meriti di Cristo, che bastano e avanzano per salvare mille umanità, ma al fatto che Egli ha voluto associare i membri del suo Corpo Mistico all’opera redentrice. In essa l’essere umano partecipa alla Redenzione non con un vago desiderio, ma con veri meriti soprannaturali. Questa verità è illuminata dall’insegnamento di San Paolo: «Sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna» (2 Tm 2, 10).
Víctor Fernández è caduto in errore: il Magistero precedente lo smentisce
Come se non bastasse, è necessario ricordare che vari Pontefici hanno affermato nel loro magistero, con chiarezza cristallina, l’esistenza di meriti redentori da parte della Santissima Vergine Maria. Ecco i testi:
Leone XIII (8 settembre 1901): «Ogni volta che salutiamo Maria con il saluto angelico piena di grazia […] tante volte ci viene alla mente la grazia inviata da Dio nel frutto benedetto del suo grembo, e tante volte ricordiamo anche gli altri meriti singolari per i quali Ella fu resa partecipe, insieme al Figlio, della redenzione umana». (Litterae Apostolicae de Consecratione Novi Templi Beatae Mariae Virginis a Sacratissimo Rosario ad oppidum Lourdes in Galliis, in AAS, vol. XXXIV [1901-1902], pp. 193-195).
Leone XIII (20 settembre 1896): «Siccome questi misteri sono proposti con ordine nel Rosario alla meditazione e alla contemplazione dei fedeli, ne segue che in questa preghiera risplendono i meriti di Maria nell’opera della nostra riconciliazione e della nostra salvezza». (Enciclica Fidentem Piumque, in AAS 29 [1896-1897], pp. 204-209).
Pio X (2 febbraio 1904): «Poiché Maria supera tutti nella santità e nell’unione con Gesù Cristo ed è stata associata da Gesù Cristo nell’opera di redenzione, Ella ci procura de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condigno ed è la suprema dispensatrice di grazie». (Enciclica Ad diem illum laetissimum, in AAS, vol. XXXVI [1903-1904], pp. 449-462).
Queste sono alcune delle menzioni esplicite riguardo ai meriti redentori di Maria, senza contare le innumerevoli testimonianze del Magistero che portano logicamente a dedurre esattamente la stessa cosa, cioè che Maria ci ha meritato la Redenzione, con e sotto Cristo.
Risulta dunque evidente la fraudolenza di Víctor Fernández nel suo tentativo di svuotare di contenuto la cooperazione mariana all’opera della Redenzione. Infatti, se la Vergine “cooperò” senza meriti redentori, che tipo di cooperazione sarebbe stata? Un vago desiderio caritativo non spiega la cooperazione, ma la corrode sofisticamente fino a ridurla a un guscio privo di significato. A tanto è giunto il pattinaggio teologico del porporato porteño nel suo tentativo di screditare Maria.
Che ne sarà del Magistero papale se Víctor Fernández continuerà come pro-teologo papale?
La questione che ora si pone è questa: perché Víctor Fernández, pur non essendo mariologo — e pur essendo un teologo piuttosto discutibile per la sua carenza di logica e la sua ambiguità — ha fatto firmare a Papa Leone un documento che lo pone senza scrupoli in contrasto con la grande tradizione magisteriale precedente?
Lo stesso Papa Leone consigliava al corpo diplomatico l’oggettività nell’uso del linguaggio: «Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e, in ultima istanza, incomunicabile, si diventa come quei due di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». E ancora, secondo il Pontefice felicemente regnante: «Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Ora, se il mondo ha bisogno di tornare a un uso del linguaggio coerente con la realtà e con la logica, a maggior ragione ne ha bisogno la Chiesa, guidata da Papa Leone. Ciò che stupisce è che proprio lui riponga la sua fiducia nel teologo-villero che scivola orwellianamente nei suoi testi per favorire la propria concezione ideologica della religione. E questo lo fa manipolando, omettendo, confondendo, sbagliando e ingarbugliando. Con tutto il rispetto per il Santo Padre, ci aspettiamo da lui coerenza e fermezza. Non si può chiedere al mondo ciò che la Chiesa stessa non fa. Cominciamo a predicare in casa.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo affinché Papa Leone si circondi di collaboratori competenti, fedeli alla verità e zelanti nel servizio al successore di Pietro. Coloro che non lo sono: se ne torni a casa.
Miguel Guzmán, Pbro
Dottore in Teologia
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“La devozione a Maria non può cancellarla nessuno.” (d.Dolindo Ruotolo)
Ottima dissezione dell’ennesimo libello del baciatore seriale, principe della nera sinagoga e scarso teologo dell’antichiesa.
Atteniamoci alla dottrina: stiamo parlando niente meno del Magistero ordinario del “papa”: la Nota dottrianale è stata emessa per sua volontà e con sua firma. Ma stranamente innumerevoli teologi e studiosi presenti e passati, Padri, Santi e mistici e persino la vox populi, unanimamente avversano questo oltraggio alla devozione mariana, in una sulfurea negazione della Madre della Verità, dunque della volontà di Dio.
Si deduce:
1. Quel monello dello Spirito Santo, neanche questa volta ha assistito Prevost nell’esercizio del suo Ufficio, cosicchè priva del placet divino la Nota che stolidamente afferma una cosa e dimostra il contrario. Sembrerebbe che un erotomane di bassa lega dottrinale abbia impapocchiato un papa di Santa Romana Chiesa in materia di fede. Ma non è così perchè un vero papa (uno falso invece sì) neanche volendo può andar contro le Verità di fede e contro un Magistero consolidato. Quindi come è vero che Prevost ha impapocchiato i fedeli spacciandosi per Pietro, è altrettanto vero costui con Tucho e don Gronchi, teologo del buon vento, el trio de la muerte eterna, vogliono ingannare i fedeli sminuendo la potenza di Grazia della Vergine.
2. Che la fede della Chiesa degli Eletti, invece rimane ancorata all’amore per Maria, Madre che va amata con l’intensità che Le si deve in quanto dall’Altissimo è voluta Corredentrice e Dispensatrice di Grazie.
Riporto un brano poco conosciuto di don Dolindo Ruotolo che spazza via con l’amore chi disdegna Maria:
“Il Dragone dell’Apocalisse ha fatto irrompere contro Maria un melmoso fiume degli eretici, per sopprimere nei fedeli la devozione a Lei, [ ma è stato] inghiottito dalla terra per [le seguenti] luminose parole di Maria, trionfante come Madre della Chiesa [.] Essa esclama ai perfidi eretici e a quelli che vorrebbero “ridimensionare” la devozione a Lei: “Io sono la Madre del bell’amore, del timore e della scienza e della santa speranza. In me è ogni grazia della via e della verità, i me è ogni speranza della vita e della virtù”. “La madre del bell’amore, ci insegna ad amare Gesù; senza di lei non possiamo illuderci di amarlo. È Madre del timore, perchè lungi dal farci dimenticare Dio [.]ci ispira un amoroso ed adorante timore della sua maestà infinita; lungi dall’oscurarci nella conoscenza di Dio, è Madre della scienza vera, è teologia parlante [.]e raccoglie l’anima umana nella santa speranza. In Lei è ogni grazia che ci sostiene nella via penosa del nostro pellegrinaggio, è la luce della verità che ci impedisce di traviare negli errori[.]
Dio ci mostra che Essa è Madre e che la devozione a lei deve essere completa.[.] “Venite a me, voi tutti che mi bramate, e saziatevi dei miei frutti, poichè il mio spirito è più dolce del miele e la mia eredità supera il miele e il favo.”
“La mia memoria vivrà per tutta la serie dei secoli, dice Maria con le parole della Sapienza; e fa eco alla parola di Dio, cantando: “Mi chiameranno beata tutte le generazioni”.
La devozione a Maria non è la sensibilità di un momento e tanto meno l’ultima risorsa semincosciente della disperazione: è la vita dell’anima, è dolcezza che accresce la filiale tenerezza verso di Lei. Non è devozione da donnicciole, come pensano gli stolti, ma [.] gloriosa, bellissima, freno al peccato, titolo di vita eterna: “Chi mi ascolta non avrà da arrossire e quelli che operano per me non peccheranno. Coloro che mi illustrano avranno la vita eterna” (Ecclesiaste, Vulgata).
Forse prevedendo la crassa ignoranza di Fernandez, don Dolindo continua: “Tu povero uomo[.] o piccolo nulla, guarda il cielo nella luce di Dio [.] Nel sole del giorno vedrai l’immagine del Verbo Umanato, luce che illumina; nella luna notturna vedrai l’immagine di Maria, luce placida che viene dal Verbo Umanato, luce di misericordia che illumina la notte delle anime.
Si può esplorare la magnificenza del firmamento. Dio lo concede ma se non si vede Dio, se non [ci] si unisce all’armonia dell’universo credendo, lodando e amando Dio; se non si vede Gesù, Sole di verità e se non si vede Maria nella sua materna bellezza, è meno di uno stolto fanciullo che si balocca e rimane ignorante. O Maria quanto è miserabile l’uomo quando non ti vede, non considera la tua grandezza e non ti ama! In te deve vedere Gesù, Verbo di Dio figlio di Dio e tuo Figlio”.
Solo chi è schiavo del demonio e fa parte della sua chiesa può giustificare le tante BESTEMMIE degli antipapi JMB-PREVOST contro Gesù Cristo e L’IMMACOLATA MADRE SUA, CORREDENTRICE DEL MONDO E MEDIATRICE DI TUTTE LE GRAZIE TRA CRISTO E L’UMANITÀ.
Giustificazione “diabolica” degli ormai noti infiltrati che tengono sotto controllo il blog e intervengono puntualmente per impedire che qualche vescovo o cardinale si decida di assolvere il suo dovere di INTERVENIRE, dichiarando USURPATA la cattedra di S Pietro da 13 anni… oltre che “legittimamente” VACANTE dalla morte dell’ultimo vero papa BXVI che mai ha abdicato, ma che ancora manca del suo legittimo successore. (art. 37-33-76-9 UDG)
Leggo con attenzione l’articolo che accusa la Nota dottrinale Mater Populi fidelis di contenere un “vero errore teologico” sui meriti di Maria e, di conseguenza, di svuotare la cooperazione mariana alla Redenzione. La questione è seria: coinvolge cristologia, mariologia, soteriologia e linguaggio magisteriale.
Proprio per questo occorre metodo cattolico: distinzione dei piani, chiarezza dei termini, e fedeltà al principio regolatore costante: Christus solus come Redentore e Mediatore in senso proprio, con una cooperazione reale ma subordinata dei membri del Corpo, e in modo singolare di Maria.
1) Dottrina mariana sì; “Corredentrice” come titolo: non identità necessaria
È corretto affermare che molti Pontefici hanno espresso la dottrina della cooperazione mariana, e che il termine “Corredentrice” è comparso in ambito ecclesiale. Tuttavia, da ciò non segue che:
• il titolo sia teologicamente univoco,
• sia pastoralmente sempre opportuno,
• o sia “definitivamente ammesso” in modo tale che ogni prudenza critica equivalga a negazione della dottrina.
La Nota Mater Populi fidelis non nega la cooperazione mariana: discute l’adeguatezza di alcuni titoli (e in particolare “Corredentrice”) perché, essendo facilmente equivocabili, possono oscurare l’unicità della mediazione salvifica di Cristo e produrre confusione nel Popolo di Dio.
Inoltre la Nota richiama un passaggio decisivo: nel 1996 si espresse un parere negativo sulla definizione dogmatica del titolo perché “il significato preciso dei titoli non è chiaro e la dottrina… non è matura”.
Questo non è “modernismo”: è la forma classica della prudenza teologica della Chiesa quando un termine rischia di dire troppo, o di dire male, ciò che la fede vuole dire bene.
2) “Solo i meriti di Cristo applicati nella giustificazione”: non errore, ma asse tridentino
L’articolo interpreta i nn. 47–48 della Nota come se escludessero ogni efficacia salvifica della comunione dei santi, riducendo tutto a un “vago desiderio caritativo”. Ma qui la Nota parla in modo mirato di giustificazione: “Solo i meriti di Gesù Cristo… vengono applicati nella nostra giustificazione.”
Questo è perfettamente cattolico, perché la giustificazione (come dono della grazia santificante) ha fonte unica: Cristo e la sua grazia. Anche quando la Chiesa parla della cooperazione dei santi, non intende mai che i santi diventino co-principio della giustificazione altrui accanto a Cristo.
Il punto cattolico non è negare la cooperazione; è salvare la gerarchia delle cause: Cristo è l’unico Redentore in senso proprio; gli altri cooperano per partecipazione, “in Cristo” e “sotto Cristo”.
3) San Tommaso (I-II q.114): il punto che l’articolo forza
Il testo accusa la Nota di “manipolare” San Tommaso. In realtà, la Nota adotta esattamente la distinzione classica tomista:
• de condigno: nessuno può meritare per un altro la prima grazia “a rigore di giustizia” se non Cristo;
• de congruo: in virtù dell’amicizia e della carità, è “conveniente” che Dio ascolti preghiera e opere dei giusti per il bene del prossimo.
È precisamente ciò che la Nota intende quando dice che Dio può effondere la grazia solo Lui (perché trascende la proporzione della natura), ma può farlo “adempiendo il desiderio della Madre”, associandola come umile serva.
L’articolo compie invece un salto non necessario: pretende che “cooperare” significhi necessariamente “meritare de condigno la giustificazione del prossimo”, e da lì conclude che la Nota svuoterebbe Maria. Ma Tommaso non richiede questa equivalenza; e la Chiesa, quando insegna cooperazione dei santi, non la imposta come duplicazione causale dell’atto redentivo di Cristo.
4) Col 1,24 e Salvifici doloris: “completare” non significa “integrare un deficit” della Croce
L’articolo fa un uso forte di Col 1,24 (“completo nella mia carne…”) e di Salvifici doloris. Ma proprio Salvifici doloris contiene l’antidoto alla lettura “competitiva”:
• La redenzione di Cristo è infinita e inesauribile.
• E tuttavia Cristo “apre” la sua sofferenza redentiva alla partecipazione della Chiesa, così che la sofferenza unita a Cristo “completa a suo modo” ciò che manca, non perché la Croce sia insufficiente, ma perché Cristo vuole coinvolgere il Corpo nel dinamismo dell’amore.
Questa dinamica partecipativa (verissima) non autorizza però a dire che i membri della Chiesa (o Maria) diventino co-fonte della giustificazione nello stesso senso in cui lo è Cristo. Il “completamento” è reale nell’ordine della partecipazione, dell’edificazione del Corpo, dell’applicazione dei frutti, del servizio d’amore; non è un “secondo principio redentivo”.
5) Maria e la regola d’oro del Vaticano II: nulla detratto o aggiunto a Cristo
Il Concilio Vaticano II formula il criterio normativo per ogni discorso su mediazione mariana:
va inteso in modo che “nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e all’efficacia di Cristo, unico Mediatore”.
La Nota Mater Populi fidelis si muove esattamente su questo asse: non nega l’altissima singolarità di Maria, ma protegge la fede dei semplici da espressioni che, senza molte spiegazioni, suonano come se Maria fosse “quasi sullo stesso piano” del Redentore.
Inoltre la Nota ricorda un elemento dogmaticamente decisivo: Maria stessa è “canto all’efficacia della grazia di Dio”, e la sua grandezza rimanda immediatamente alla fonte trinitaria e all’opera di Cristo.
6) “Meriti dei santi” e comunione dei santi: affermazione vera, ma va detta bene
L’articolo ha ragione a difendere la realtà della comunione dei santi e del valore soprannaturale delle opere in grazia. Il Catechismo insegna che il merito del cristiano è sempre dono della grazia e partecipazione all’opera di Dio.
Proprio per questo, però, è necessario evitare formulazioni che sembrino porre “meriti redentivi” di Maria (o dei santi) come concorrenti della causa meritoria di Cristo nella giustificazione.
La formula cattolica è:
• Cristo è l’unico Redentore e la sua grazia è la causa della giustificazione;
• Maria e i santi cooperano realmente per partecipazione e subordinazione, nel Corpo, con intercessione, testimonianza, sofferenza unita a Cristo e carità operosa.
Se si dice questo, si salva tutto: la grandezza di Maria e la sovranità di Cristo.
7) Una critica legittima (ma diversa da quella dell’articolo): stile e chiarezza
Resta uno spazio lecito per il dibattito cattolico: si può ritenere che certe espressioni (“sempre inopportuno/inappropriato”) siano pastoralmente infelici o richiedano chiarimenti, proprio perché nella storia ecclesiale il termine è stato usato in contesti diversi.
Ma il rimedio cattolico è chiedere precisione terminologica, non costruire l’accusa che la Nota “smentirebbe il Magistero” o “svuoterebbe Maria”. Il Magistero si interpreta in continuità, e quando un documento mette paletti per proteggere l’unicità di Cristo, non sta “screditando” Maria: sta applicando il criterio conciliare.
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Conclusione pubblicabile
La Nota Mater Populi fidelis non nega la cooperazione mariana né la partecipazione della Chiesa alla redenzione “per via di unione” con Cristo; nega piuttosto che tale cooperazione debba essere espressa con titoli facilmente equivocabili e ribadisce, in linea con Trento e con il Vaticano II, che la giustificazione è applicazione dei meriti di Cristo.
L’articolo di p. Guzmán difende giustamente la grandezza di Maria e il valore della sofferenza offerta; ma forza San Tommaso e Col 1,24 quando fa dipendere la “vera cooperazione” dalla necessità di meriti redentivi applicati alla giustificazione altrui come se ciò fosse l’unico modo di partecipare. La via cattolica è più sobria e più luminosa: tutto in Maria è con Cristo, per Cristo, sotto Cristo, perché “nulla sia detratto o aggiunto” all’unico Redentore.
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