Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione sulle polemiche legate al caso dei presunti finanziamenti ad Hamas con origine Italia. Buona lettura e diffusione.
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Il primo è questo commento pubblicato su Facebook da Francesco Agnoli, a cui va il nostro grazie.
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Il secondo è questo commento di Sergio Caruso, a cui va il nostro grazie:
Il dibattito pubblico sulla Palestina
di Sergio Caruso

Fonte: Sergio Caruso
Nel dibattito pubblico contemporaneo sulla Palestina si è progressivamente affermata una dinamica preoccupante: la restrizione dello spazio legittimo di parola per chi esprime solidarietà al popolo palestinese o tenta di analizzare il conflitto al di fuori di cornici narrative rigidamente prescrittive. In numerosi contesti politici, mediatici e accademici, il sostegno ai diritti dei palestinesi viene sovente assimilato, in modo improprio e semplificatorio, a un sostegno alla violenza o al terrorismo, producendo un effetto di delegittimazione del dissenso che solleva seri interrogativi sullo stato della libertà di espressione nelle democrazie liberali.
Questa tendenza appare tanto più problematica se collocata nel quadro del diritto internazionale, che da decenni qualifica la presenza israeliana nei Territori Palestinesi come una occupazione militare illegale, accompagnata da pratiche di colonizzazione, annessione de facto e discriminazione sistemica. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i pareri della Corte Internazionale di Giustizia e i rapporti di numerose organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno più volte richiamato Israele alla violazione di obblighi fondamentali derivanti dal diritto internazionale umanitario e dal diritto dei popoli all’autodeterminazione.
In tale contesto, è giuridicamente e storicamente infondato sostenere che ogni forma di resistenza palestinese debba essere considerata, in quanto tale, illegittima. Il diritto internazionale, pur non codificando in modo esplicito un “diritto generale alla resistenza armata”, riconosce la legittimità della lotta dei popoli sottoposti a dominazione coloniale o occupazione straniera nell’esercizio del diritto all’autodeterminazione, a condizione che tale lotta rispetti le norme imperative del diritto umanitario. Ciò implica un principio chiave, spesso rimosso dal dibattito pubblico: la distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile.
La resistenza armata, in questa prospettiva, non è legittimata in modo indiscriminato. Essa trova un limite invalicabile nel divieto assoluto di colpire civili non coinvolti direttamente nell’occupazione o nelle ostilità, così come nel divieto di atti di violenza indiscriminata, punizioni collettive e prese di ostaggi. Tali condotte costituiscono crimini di guerra e restano tali indipendentemente dalla causa invocata. Ma il riconoscimento di questi limiti non può essere strumentalizzato per negare in blocco la dimensione politica e giuridica della resistenza in un contesto di occupazione protratta e priva di reali prospettive di soluzione diplomatica.
È proprio questa rimozione della complessità a caratterizzare molte delle iniziative volte a reprimere o scoraggiare la solidarietà con i palestinesi. Manifestazioni pacifiche, campagne di boicottaggio, prese di posizione accademiche o giornalistiche vengono talvolta trattate come forme di apologia del terrorismo, mentre esse rappresentano, nella maggior parte dei casi, esercizi legittimi di critica politica verso un regime di occupazione che produce, da decenni, violazioni strutturali dei diritti umani.
La questione dei movimenti palestinesi armati, inclusi quelli sostenuti da attori regionali come Qatar e Iran, viene spesso utilizzata per ridurre l’intero conflitto a una logica securitaria o a una guerra per procura. Questa lettura, tuttavia, oscura un dato fondamentale: la resistenza palestinese non nasce da alleanze geopolitiche, ma da una condizione materiale di subordinazione, espropriazione e assenza di sovranità. I sostegni esterni possono influenzarne le forme, ma non ne spiegano l’origine né ne esauriscono il significato politico.
Limitare o criminalizzare la possibilità di esprimere solidarietà ai palestinesi – inclusa la possibilità di riconoscere, in termini analitici e giuridici, l’esistenza di una resistenza anche armata entro i confini del diritto umanitario – non contribuisce alla tutela dei civili, né israeliani né palestinesi. Al contrario, rischia di rafforzare una narrazione che assolve l’occupazione da ogni responsabilità strutturale e sposta l’attenzione esclusivamente sugli effetti, ignorandone le cause.
In definitiva, difendere la libertà di espressione sulla questione palestinese significa difendere un principio più ampio: il diritto di interrogare il potere, di denunciare l’ingiustizia e di riconoscere che la pace non può essere costruita sulla negazione dei diritti fondamentali di un popolo. Riconoscere che la resistenza armata in una situazione come quella di Gaza è giuridicamente concepibile, purché rivolta esclusivamente contro militari o civili coinvolti direttamente nell’occupazione ovvero i coloni, e condotta nel rispetto del diritto internazionale, non equivale a celebrarla; equivale, piuttosto, a sottrarre il dibattito alla propaganda e a ricondurlo nel terreno, più esigente ma più onesto, del diritto e della responsabilità politica.
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2 commenti su “H@m@s, I$r@ele, Terrorismo, Finanziamenti. Dx e Sx nel Gioco delle Parti, ma Resistere è Legittimo.”
Non riesco ad immaginare come si possa essere più inzerbinati di così con gli anglosionisti. Servitù di gran classe da queste parti .
Critico questo approccio intellettualista, che, da cattolico, non mi appartiene. L’analisi internazionale va fatta ad un livello più alto. Senza una dimensione escatologica in Terra Santa non ci sarà mai vera Pace finché essa non sarà preceduta dalla conversione a Cristo predetta da San Giovanni Apostolo. La corruzione, morale e pratica non è di sinistra né di destra. Un Sistema che si fonda su di essa trova la mangiatoia da una parte e dall’ altra. Il vulnus è semplice: se davvero si vuole essere al di sopra della dialettica “destra-sinistra” occorre guardare gli accadimenti con realismo aristotelico-tomista, avendo il coraggio di dire la verità oltre gli schemi. In Italia l’ha fatto per primo e solo Marco Travaglio, che non ha alcunché di simpatico né condivisibile su altri argomenti. Di fronte ai conflitti serve sempre chiedersi “cui prodest?”. Nel caso ucraino, è evidente che l’interesse a prolungare una guerra persa in principio è dei cosiddetti “volenterosi” che vedono nella Russia un competitor economico, energetico, strategico e militare da abbattere, senza averne i mezzi, soprattutto dopo la ritirata USA. Io, da cattolico, non posso schierarmi coi guerrafondai dell’ interesse. Cui prodest l’arresto di Hannoun? Da 20 anni, secondo la procura di Genova, dall’ Italia arrivano fondi ad Hamas, camuffati da attività caritative. Emerge una contiguità da parte di alcune frange della sinistra ma perché esce l’inchiesta solo ora? Perché rispondere con un genocidio di almeno 70.000 persone ad un attacco che ne ha prodotti 2.500 non solo è sproporzionato, ma dimostra una volontà di annientamento di un intero popolo. L’opinione pubblica mondiale l’ ha capito. Dunque forse è opportuno ribaltare la solidarietà della gente al popolo palestinese con uno scandalo enorme che coinvolga i cosiddetti ProPal che oggi tutti considerano terroristi di Hamas. Cui prodest? Non è difficile dedurlo. Senza sconti a chi avesse davvero dirottato milioni di aiuti umanitari ad Hamas, come le intercettazioni lasciano intendere. Le contiguità politiche dovranno essere analizzate ed avere spiegazioni che potrebbero giungere anche alla chiusura di partiti e movimenti comunisti per sostegno al terrorismo internazionale. Tutto questo nuoce alla causa palestinese. Cui prodest? Non è difficile rispondere. Quindi i fatti, laddove confermati, dimostrano di non essere né di destra né di sinistra.
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