Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, l’ing. Amedeo Zerbini, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla figura di Gesù. Buona lettura e meditazione.
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Poniamoci una domanda ardita : è possibile, tramite le scritture, ricostruire un ritratto psicologico di Cristo ?
Gesù è un personaggio unico, molto complesso caratterizzato da un’elevata dominanza unita ad una grande socievolezza. Più che la sua potenza divina tende a dimostrare la sua profonda umanità in tutti i suoi atti . Tuttavia la sua natura divina sovente sovrasta quella umana.
Negli scritti dell’A.T. a Dio vengono attribuite fattezze e sentimenti umani . Dio ha un volto, ha mani ,dita, occhi , orecchi, piedi, si adira, si addolora, ha pietà, misericordia, amore. In Gesù Cristo, Dio fattosi uomo, tutte queste cose si fanno reali, visibili, palpabili. Ecco che allora parlare di una spiritualità e di tratti della personalità umana di Gesù a prescindere dalla sua divinità non è una eresia e neppure un’opera di pura fantasia. Qualcuno prima di me ci ha provato e qui di seguito tenterò di farne una sintesi.
Se nella letteratura profetica il Messia è soltanto un’idea e la sua venuta una promessa, nella letteratura neotestamentaria il Messia diventa un uomo storico, nato da una donna, vissuto in mezzo ad un popolo, in un tempo ben preciso, con rapporti umani con parenti, amici, nemici, discepoli, seguaci, arrestato e sottoposto a processo e infine crocifisso.
Questo uomo appare essere fortemente motivato a realizzare a qualsiasi costo la sua missione terrena in obbedienza al Padre celeste . Dodicenne, dopo il ritrovamento nel tempio intento a discutere con i dottori, a Maria che lo rimprovera, risponde: – “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”- (Lc2,49). Egli ebbe anzitutto un’alta coscienza e consapevolezza di sé e della propria missione proclamandosi superiore a Salomone e al tempio: – ecco, ora qui c’è più di Salomone!- (Mt 12,42) – Qui c’è qualcosa più grande del tempio! – (Mt 12, 6 ). Salomone oltre ad essere stato un grande re, fu considerato il più grande sapiente di Israele e fu colui che fece costruire il Tempio a Gerusalemme. E Gesù si sente e si proclama più grande di lui.
Ma Gesù disse anche: 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. (Mt 11,28).
E nel discorso della montagna proclamerà beati i “puri di cuore” perché vedranno Dio (Mt 5,8). E il primo dei “puri di cuore” e dei beati è proprio lui.
Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. (Mt 5,27)
Accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. (Mt 6, 20-21).
45L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore. (Lc 4,45)
Nei suoi discorsi Gesù dà molta importanza al cuore dell’uomo. Perché lui per primo ha un grande cuore pieno di buoni sentimenti nei confronti del prossimo.
Nei quattro vangeli sono raccontati in tutto 33 diversi miracoli compiuti da Gesù.
Di molti di essi è anche detto con quali “sentimenti” Gesù li ha compiuti.
Ha compassione della folla:- Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. (MC6,34) – “Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare.” (Mc 8,2) . Gesù si commuove e guarisce i due ciechi di Gerico: -Gesù, fermatosi, li chiamò e disse: “Che volete che io vi faccia?”.
Gli risposero: “Signore, che i nostri occhi si aprano!”.
Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono.- (Mt20,32-34) .
Noi continuiamo a contemplare e festeggiare gli eventi materiali della vita di Gesù e Maria: il concepimento, la nascita, la visitazione dei Re Magi, la presentazione al tempio, la fuga in Egitto fino agli aspetti spettacolari della vita pubblica: la folla che lo segue, la predicazione, i miracoli, la cena, il processo, la flagellazione, l’incoronazione di spine, la salita al Golgota, la crocefissione, la resurrezione ma non contempliamo abbastanza la sua vita interiore e i suoi continui inviti a continuare e coltivare con lui la nostra. E allora pensiamo al “cuore” di Gesù; non a quello fisico rappresentato nelle immagini ma a quello spirituale presente nel Vangelo e negli altri scritti del N.T.
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52 commenti su “Ritratto Psicologico di Gesù, il Cristo. Amedeo Zerbini.”
Siamo già nella solennità dell’Epifania cristiana e mi vien spontaneo pensare alla famosa stele di Rosetta, grazie al testo greco della quale, si è potuto disvelare il senso del relativo testo scritto in geroglifico e demotico.
Così come grazie alla scrittura greca della koinè, allora in voga, ci sono pervenute le notizie ed i pareri su Gesù.
Nella 53ma riga del testo greco leggiamo questa informazione:
ΑΙΓΥΠΤΩΙΛΥΞΟΥΣΙΚΑΙΤΙΜΩΣΙΤΟΝΘΕΟΝΕΠIΦΑΝΗΕΥΚΑΡΙΣΤΟΝ
“Gli Egizi magnificano e adorano il Dio eucaristico che si manifesta”.
Cioè il Dio dalle belle grazie, il Dio piacevole e grazioso.
Si può anche tradurre “il Dio Bello che si mostra”.
Siamo nel 452 circa, prima della “pienezza dei tempi” augustea, come recita la lapide di Priene, dalla quale Paolo ha mutuato il concetto per il “suo” vangelo.
C’è bisogno anche di immagini che possano piacere e suscitare sensibilità perchè la devozione arricchisca la fede: così per stare nell’aspetto in argomento iniziale in questa pagina!
Sarei grato a DON PIETRO PAOLO se ha per me una spiegazione teologica anche a questo oracolo di Osea, ispirato dallo Spirito Santo, in quanto libro sacro aispirato pure per la Chiesa cristiana, cattolica, apostolica e romana.
“Non farò calore di naso mio, non ritornerò a distruggere Eprajim poichè EL [DIO] io sono e non uomo”.
Il teologo sa spiegare come mai sembra poi smentirsi e diventare uomo?
O meglio, come mai sapendo di essere anche Verbo smentisce di divenire anche uomo?
La LXX greca traduce EL con Theos, Dio.
Ma non appare essere, indicare e significare la stessa Divinità, ma una delle tante del Panteon della mitologia greca.
Filone, a buona ragione, parla delle due massime empietà: che un uomo si faccia Dio o che Dio si faccia uomo. (Ad Gaium).
Grazie.
Rolando per quel che riguarda le fonti sulle due mogli di San Giuseppe, ti rimando a
https://www.youtube.com/watch?v=I1kMHs3YHcg
https://www.youtube.com/watch?v=jDo7lGNx_Cs
Vedo che sei sincero nella tua ricerca, se hai la pazienza di seguire le due lezioni, scoprirai molte preziose perle.
Grazie.
“Essere anziani non rende immuni dalle eresie”
Anzi! Parafrasando:
Senectus ipsa heresia est!
Stupendo!
Dall’intervento del Signor/a Zara di ieri 2 gennaio alle 16;91, evidenzio queste mirabili e serenamente tragiche parole, che sole valgono una vita intera:
“Essere anziani non rende immuni dalle eresie”
E poi… parole di nomi, parole in difesa della verità: di una “verità” bisognosa di umana difesa!
Stupendo tanto quanto:
DUM MEDIUM SILENTIUM TENERENT OMNIA
ET NOX IN SUO CURSU MEDIUM ITER HABERET
SERMO TUUS A REGALIBUS SEDIBUS VENIT.
DOMINICA I POST EPIPHANIAM
INGRESSA
Dum medium silentium tenerent
omnia, † et nox in suo cursu
medium iter haberet, * omnipotens
sermo tuus, Domine, † de cælis a
regalibus sedibus venit
Mentre tutto era immerso nel
silenzio, e la notte era giunta a
metà del suo corso, l’onnipotente
tua parola, o Signore, risuonò dal
celeste tuo regale trono
Epifania!
La Verità si difende da sola!
I miei interventi erano volti solo ad invitare qualcuno ad evitare inutili sentenze masochiste.
Carissimo DON PIETRO PAOLO.
Buon anno! e buono per ptutti.
Permetti che risponda a questo tuo punto 1 di un tuo intervento:
“1. La tua ipotesi è filosoficamente possibile, ma storicamente problematica
L’idea che quel grido («Elì, Elì, lemà sabactàni») sia l’urlo di una convinzione che fallisce è, in astratto, concepibile: un uomo che muore e scopre di essersi sbagliato non è una figura impossibile.
Il problema è che non è coerente con il profilo storico di Gesù così come emerge dalle fonti più antiche, anche lette senza fede.”
Lo credi e sostieni tu “che non è coerente con il profilo storico di Gesù così come emerge dalle fonti più antiche, anche lette senza fede”.
Vedi a me basta la preghiera insegnata da Gesù: il Pater noster.
Cioè il Padre di noi, non di voi. Quindi anche di Gesù ebreo e galileo del suo tempo.
Le ultime due richieste, nel testo greco di questa invocazione, sono molto chiare logicamente, semanticamente e storicamente. Enoc e miti apocalittici!
“[Tu Padre di noi] e non portare dentro noi nella battaglia, ma liberaci dal male (ultimo: la disfatta).”
L’equivoco sta tutto nel voler per forza tradurre, come fa il latino della Vulgata, peirasmòn, con tentazione nel senso di una battaglia interiore dell’io personale circa il bene ed il male, cioè ciò che “mi” conviene e ciò che “mi” costa.
Il termine peirasmòn deriva dal verbo greco peirào ed ha un senso ben più concreto come un assalto in guerra, un accerchiamento in campo aperto.
Ora qui Gesù ebreo insegna a pregare non singolarmente come quando dice “ritirati in cameretta e prega nel segreto il Padre tuo che già sa di cui hai bisogno”; nò! Qui insegna a pregare il Padre di noi ebrei e giudei, ai dodeca innanzitutto, che simboleggiano le dodici tribù d’Israele per le quali soltanto – come chiaramente testimonia – afferma di essere stato mandato!
Pertanto il testo greco sottolinea due volte nella medesima preposizione di moto (eis), da sola e con il verbo l’atto di portare dentro la battaglia, cioè circondati, accerchiati.
Poi, come logica e disperazione postulano, l’ultima estrema richiesta: [Tu Padre di noi] libera noi dalla disfatta totale. Dalla sfortuna.
Ritengo e con buone ragioni che non si possa sottovalutare questa interpretazione per un Gesù apocalittico che predicava convintamente che il Regno “è già qui, dentro di noi”. Allora la spiegazione al fatto-Gesù è già tutta tracciata nel salmo basilare 78: Popolo mio, il cui versetto 2 viene citato da Mt 13,35 ed il versetto 35 – dalla LXX (77) ovviamente che contempla anche il grido: boethòs, [rupe nell’ebraico].
Ora il collegamento con il grido della disfatta disperante e tragica dell’ebreo Gesù, inchiodato nudo, mani e piedi, in croce, eroe per la causa del suo popolo [Popolo mio] al suo e loro ÈL è più che logico e ragionevole.
Non penso che questa sia solo fantasia da romanzo.
La fede nell’ Unto greco è altra cosa. E comunque avrebbe storicamente e razionalmente la precedenza la fede nell’Unto di YHWH. Di un figlio del suo popolo: POPOLO MIO (Salmo 78).
Il mio profilo è, quindi, coerente anche se letto “senza dottrina”. Non come scrivi tu: “senza fede”.
Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce.
Caro Rolando,
1. Pater noster: preghiera “di noi”, ma non contro Gesù
Hai ragione su un punto fondamentale: il Pater noster è una preghiera al plurale, comunitaria, rivolta al Padre di noi. Nessun cattolico serio lo nega.
Ma da questo non segue che Gesù si collochi semplicemente dentro il “noi” come un ebreo qualunque, né che la sua autocoscienza sia riducibile a quella di un profeta apocalittico solidale con il destino nazionale del suo popolo.
Gesù insegna a pregare Padre nostro, ma non prega mai Dio come “Padre nostro” insieme ai discepoli: parla sempre di Padre mio e Padre vostro, distinguendo radicalmente il proprio rapporto filiale da quello degli altri. Questo è un dato storico-testuale, non dottrinale.
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2. Peirasmón: prova, sì — ma non solo militare
La tua analisi semantica di peirasmón è legittima: il termine indica prova, assalto, situazione-limite, e non va ridotto a una tentazione psicologica intimistica.
La Chiesa lo sa da sempre: basta leggere i Padri.
Ma il punto decisivo è un altro:
anche ammettendo una lettura storico-apocalittica, nulla nel Pater autorizza a concludere che Gesù ritenga fallita la propria missione o che la sua morte sia vissuta come sconfitta definitiva.
La richiesta “liberaci dal male” (o dal Maligno) è escatologica, non disperata. È la preghiera di chi attende la salvezza, non di chi scopre che Dio non ha risposto.
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3. Il grido in croce: salmo, non abiura
Arriviamo al nodo: Elì, Elì, lemà sabactàni.
Qui il problema non è solo la fede, ma la coerenza interna delle fonti.
Come ho già detto altrove, Il grido non è una frase isolata: è l’incipit di un salmo. Questo è un fatto storico, non un’interpretazione ecclesiale posteriore. Nei testi giudaici, citare l’inizio di un salmo significa evocarlo interamente.
E quel salmo:
• comincia nella desolazione,
• ma termina nella fiducia e nella proclamazione dell’intervento di Dio.
Se Gesù avesse scoperto di essersi sbagliato, quel riferimento sarebbe assurdo, non tragico: perché richiamare un testo che proprio nel momento finale nega la disfatta?
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4. Gesù apocalittico? Sì. Gesù disilluso? No.
Che Gesù abbia un orizzonte apocalittico è pacifico.
Che annunci il Regno come vicino, urgente, decisivo, è storicamente attestato.
Ma nessuna fonte antica, nemmeno ostile, lo presenta come un uomo che in punto di morte riconosce il fallimento della propria missione.
Neppure i nemici lo accusano di essersi sbagliato. Lo accusano di bestemmia, non di ingenuità.
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5. “Senza dottrina” o “senza fede”?
Ma la questione non è solo la dottrina: è il dato storico complessivo.
Un Gesù che:
• annuncia il Regno con autorità singolare,
• parla di Dio come Padre in modo unico,
• interpreta la propria morte come necessaria,
• richiama in croce un salmo di fiducia finale,
non è compatibile con l’ipotesi dell’uomo che “scopre di essersi sbagliato”.
Questa non è una conclusione di fede: è una incoerenza narrativa e storica.
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6. Il cuore e la ragione
Condivido pienamente la tua citazione: il cuore ha ragioni che la ragione non conosce.
Ma proprio per questo occorre vigilare: il cuore non può attribuire a Gesù ciò che il testo non consente, neppure per compassione verso la sua sofferenza.
Il grido della croce è abisso di dolore, sì.
Ma non è il grido di una fede che crolla: è il grido di una fedeltà che attraversa l’oscurità.
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Le nostre strade restano diverse, ma è bene che siano percorse con chiarezza, non per suggestioni.
don Pietro Paolo
Io non attribuisco a Gesù come invece fai tu attribuendogli il tuo credo.
Io dico solo che, per me, umanamente, quello è stato un grido di estrema disperazione perchè EL non è intervenuto subito. E rese l’ultimo respiro.
I credenti infatti si confortano pensando con Pietro che EL lo abbia risuscitato dai morti in seguito: nei tre giorni, dopo i tre giorni o il terzo giorno.
Esattamente, un grido di disperaziome non è la disperazione di tutta l’umanità.
Come pure la “ripugnanza” di chi oggi rifiuta la Pace, come ha gridato il Leone.
Caro DON PIETRO PAOLO, questa tua spiegazione, l’ho sentita circa vent’anni fa da una teologa protestante:
”
Gesù insegna a pregare Padre nostro, ma non prega mai Dio come “Padre nostro” insieme ai discepoli: parla sempre di Padre mio e Padre vostro, distinguendo radicalmente il proprio rapporto filiale da quello degli altri. Questo è un dato storico-testuale, non dottrinale.”
Al che io le ricordai il versetto del salmo 62,12 che dal fatto che si prese nota sembrava ignorarlo.
Quello che tu dici nulla toglie alla portata del Pater noster, del Patèr emòn, del Padre di noi, di un NOI di cui Gesù ebreo era uno tra gli ebrei galilei e giudei.
Questo è il dato storico testuale incontestabile, non quello che puzza di teologia.
Caro DON PIETRO PAOLO, assai rivelatore è questo tuo capoverso:
“La difficoltà è sorta piuttosto nella fase successiva, quando quel desiderio legittimo non è stato sempre accompagnato da un’adeguata vigilanza teologica e disciplinare. In tale contesto, alcune formulazioni conciliari e postconciliari, lasciate intenzionalmente aperte, sono state lette in modo unilaterale, favorendo in certi ambienti una percezione “protestantizzante” della vita ecclesiale che non corrispondeva né alle intenzioni del Concilio né al pensiero profondo di Paolo VI.”
“La difficoltà sorta” trova in te quest’adeguata vigilanza teologica e disciplinare”.
Infatti solo chi è battezzato nella Chiesa cattolica e si trova nella grazia santificante del Sacramento della Penitenza (alias confessione) può essere ispirato infallibilmente dallo Spirito Santo. Tutti gli altri sono massa dannata, ispirati solo dallo spirito di Satana, essendo in uno stato di “morte dell’anima”.
Ma queste sono furbizie umane di meschino Potere teo-politico che si ritengono “infallibili” e come tali si vorrebbero imporre per paura della garantita dannazione eterna come unico, autentico amore.
L’amore è libertà e l’amore non si comanda.
Il Dio dell’Amore non è il dio del comando.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Gratuitamente. Non meritatamente: neppure con le sofferenze!
Soli Deo honor et gloria.
Rispondo caro DON PIETRO PAOLO facilmente a questa tua affermazione:
“ma perché nega la tua ultima convinzione: che la frattura sia definitiva.”
Non posso negare ciò che non c’è: IL PECCATO ORIGINALE.
Questa sì che è invenzione fantastica e materia prima dell’industria dei preti, come già scriveva Einrish Heine.
Caro don Pietro Paolo, non deve chiarire, ma forse, non ha letto bene il mio commento, perché dico esattamente ciò che la chiesa insegna e lei ha riportato.
Se nel passo del sig. Zerbini che ho riportato lei non sente quella puzzetta… È il sig. Zerbini che nelle icone non vede una realtà più profonda e si associa al pensiero protestante che ci accusa di idolatria, veda il commento di zerbini… lo dice chiaramente, giudicando pure la fede dei fratelli.
Sul concilio vaticano II, non lo accuso di iconoclastia, ma di ambiguità! Difatti se dopo 60 anni siamo qui a discutere su come deve essere interpretato, dicendo che nel post concilio si è applicato male ecc ecc ecc, significa che è stato fatto volutamente in modo ambiguo per dare sponda alla rivoluzione nella chiesa per protestantizzarla. Non mi dica che non è vero, perché ad esempio PaoloVI disse chiaramente che la riforma liturgica la fece per “avvicinarsi” ai protestanti, quindi…
Cara Zara,
grazie per il chiarimento. Rileggendo con attenzione il tuo intervento, riconosco che non stavi affatto mettendo in discussione l’insegnamento della Chiesa, ma al contrario lo stavi richiamando con precisione, soprattutto sul tema delle icone. Se in precedenza sono intervenuto come se fosse necessario “chiarire”, il fraintendimento è stato mio.
Sul punto delle icone, la dottrina cattolica è limpida: l’immagine sacra non si esaurisce nel suo supporto materiale, ma rimanda a una realtà più profonda; l’onore reso all’immagine passa al prototipo. Non si tratta di una concessione devozionale, ma di un principio teologico solido, custodito dalla Tradizione. Quando qualcuno guarda un’icona fermandosi alla materia, o lasciando intendere che essa scivoli nell’idolatria, il problema non è dell’icona in sé, ma dello sguardo che non ne coglie la funzione simbolica e sacramentale.
A questo proposito, rispetto al commento del sig. Zerbini, mi sembra corretto adottare una lettura benevola: è possibile che egli abbia davanti agli occhi esperienze in cui delle immagini sono state effettivamente trattate come idoli, cioè come realtà chiuse in se stesse e non come segni che rimandano oltre. Se così fosse, la sua reazione nascerebbe non da una corretta comprensione dell’icona cristiana, ma da una generalizzazione a partire da abusi reali. Il rischio, tuttavia, è che da tali abusi si finisca per applicare categorie improprie alla fede cattolica in quanto tale, arrivando anche a giudicare – ingiustamente – la pietà dei fratelli.
Venendo al Concilio Vaticano II, la tua osservazione sull’ambiguità di alcuni testi è legittima e non ideologica. È un dato di fatto che, a distanza di oltre sessant’anni, si continui a discutere su come interpretarli correttamente, distinguendo tra il Concilio e la sua recezione storica. Questo non equivale ad accusare il Concilio di iconoclastia o di rottura dottrinale, ma a riconoscere che la scelta di un linguaggio prevalentemente pastorale ha lasciato margini interpretativi più ampi rispetto ad altri momenti conciliari.
In questo quadro va collocato anche il riferimento a Paolo VI e al desiderio di un avvicinamento ai protestanti, soprattutto in ambito liturgico. Quelle parole vanno lette nel loro contesto: esse nascevano da un intento pastorale ed ecumenico sincero, non da una volontà di relativizzare la fede cattolica né di svuotare la liturgia del suo contenuto teologico. Paolo VI rimase sempre consapevole della specificità del sacrificio eucaristico e della continuità della Tradizione.
La difficoltà è sorta piuttosto nella fase successiva, quando quel desiderio legittimo non è stato sempre accompagnato da un’adeguata vigilanza teologica e disciplinare. In tale contesto, alcune formulazioni conciliari e postconciliari, lasciate intenzionalmente aperte, sono state lette in modo unilaterale, favorendo in certi ambienti una percezione “protestantizzante” della vita ecclesiale che non corrispondeva né alle intenzioni del Concilio né al pensiero profondo di Paolo VI.
In sintesi:
– sulle icone, la tua posizione è pienamente cattolica, e la critica a letture riduttive è fondata, tenendo conto anche degli abusi che possono aver generato reazioni improprie;
– sul Vaticano II, parlare di ambiguità è legittimo e necessario, purché lo si faccia senza ideologie contrapposte e senza trasformare il Concilio né in un capro espiatorio né in un dogma intoccabile;
– su Paolo VI, è giusto riconoscere la tensione del suo pontificato: il tentativo sincero di tenere insieme fedeltà alla Tradizione e apertura pastorale in una stagione storica complessa, le cui conseguenze non sempre furono prevedibili.
Credo che su questo terreno si possa discutere seriamente, senza scomuniche reciproche, tenendo insieme verità, storia e carità ecclesiale.
Un saluto cordiale e un augurio di un anno ricco di santità,
don Pietro Paolo
Cara Zara.
E che male c’è avvicinarsi ai fratelli e/o fratellastri?
Non siamo tutti figli dello stesso Padre che fa sorgere il Sole sui giusti e sugli ingiusti e…?
Le diverse madri guarderanno negli occhi l’unico Padre.
E tutti saranno salvi. Enoc.
E dai con le puzzette. Pensi solo a quelle dimenticando che non è che escano proprio dalla parte più nobile del nostro corpo.
Carissima Zara,
“avvicinarsi” agli altri non c’è niente di male! Anzi.
È l’avvio di una relazione.
E l’uomo, come ogni cosa, è un soggetto relativo, cioè in relazione. Ed il fallimento di una relazione depone ipso facto del fallimento della nostra umana verità! La “Verità” di Dio non può costituire fallimento perchè è Lui stesso che ha creato questa nostra verità. Non il peccato! Anzi questo, il peccato, altro non è che l’ignoranza che porta al fallimento della relazione tra gli uomini. Ignoranza che consiste nell’appellarsi ad una supposta verità divina di rivelazione, in tasca di qualcheduno, come impedimento di relazione.
Sembra che l’uomo ebreo Gesù favorisse la relazione di giustizia tra gli uomini del suo popolo e non disdegnasse la relazione con lo straniero. E lo insegnò col Pater noster.
Pur se anche questo possa benissimo tradire un suo proprio implicito aspetto restrittivo riguardante solo il popolo ebreo-giudaico.
Lo fa ben capire l’ultima richiesta: “e non ci portare dentro la battaglia, ma liberaci dalla sconfitta definitiva”.
Così io spiego storicamente per un ebreo il pensiero-immagine di tale tragica richiesta.
La prova? Le battaglie interpretative sorte fin dagli inizi con sant’Ambrogio che rischiò l’eresia perchè il soggetto logico della proposizione è il Padre: “E tu, Padre nostro, non ci portare dentro la battaglia, ma liberaci dalla sconfitta definitiva” Amin.
Chiaro? È l’anelito di Israele anche oggi. Per questo è la preghiera che i rabbini non hanno avuto difficoltà a recitare insieme con i papi di Roma!
Gli equivoci di traduzione del chiarissimo testo evangelico greco e la memoria storica di Israele ne sono sufficiente conferma. Il cambiamento di traduzione e l’insicurezza interpretativa cristiana e cattolica di sempre ne rafforzano la materiale e storica apocalittica veridicità.
Caro DON.
Conclusione: non vedo “fratture” tra Dio e l’uomo se non quelle “inventate” dal romanzo delle dottrine cosiddette “di rivelazione” di cui tu sei uno dei trasmettitori.
Nessuno può avere la certezza assoluta d’esser in grazia di Dio più di un altro.
E soprattutto quale ruffianeria dir di amare Dio quando lo si ama solo per un umano istinto di conservazione, che supporta un dogmatico “credo la risurrezione della carne”.
Vorrei vedre quanti sarebbero quelli che lo amano senza l’invenzione delle promesse dottrinali.
Tu pensi che sia assurdo amar Dio senza credere nel diletto di caramelle umanamente confezionate da allettare i….bambini?
I bambini corrono tra le braccia del genitore senza caramelle.
Le parole sono inutili!
Caro Stilum curiale emerito, dimmi di quest’altro mio punto interrogativo:
E se il grido di Gesù: “Elì, Elì lema sabactani”, fosse invece l’estremo grido di disperata invocazione per una convinzione che fallisce?
Visto che si tratterebbe di un uomo in tutto simile a noi eccetto che nella fallacia dell’ignoranza!
Caro Rolando,
(Scusami se mi intrometto tra te e S.E.)
tengo conto del punto decisivo che giustamente segnali: tu non parti da una fede cristiana, quindi non avrebbe senso risponderti presupponendola. Provo allora a farlo sul piano storico-critico e razionale, senza chiederti alcun atto di adesione religiosa.
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1. La tua ipotesi è filosoficamente possibile, ma storicamente problematica
L’idea che quel grido («Elì, Elì, lemà sabactàni») sia l’urlo di una convinzione che fallisce è, in astratto, concepibile: un uomo che muore e scopre di essersi sbagliato non è una figura impossibile.
Il problema è che non è coerente con il profilo storico di Gesù così come emerge dalle fonti più antiche, anche lette senza fede.
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2. Un dato testuale difficilmente eludibile
Il grido non è una frase casuale: è l’incipit del Salmo 22(21).
Nel giudaismo del I secolo citare l’inizio di un testo significava richiamarne l’intero contenuto.
Quel Salmo:
• parte dal grido di abbandono,
• attraversa una sofferenza pubblica e corporea,
• si chiude con la fiducia e con una rivendicazione finale di Dio.
Anche una lettura non credente deve riconoscere che l’evangelista intende orientare il lettore verso quel testo, non verso l’idea di un’imprecazione improvvisata o di un crollo ideologico.
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3. Una difficoltà antropologica, non teologica
Tu ipotizzi un uomo “come noi” che arriva fino all’errore ultimo.
Ma, sul piano umano, chi scopre di essersi sbagliato su tutto:
• rinnega,
• tace,
• impreca,
• oppure abiura ciò che ha sostenuto.
Qui accade altro: Gesù continua a parlare in forma simbolica, usando il linguaggio e le Scritture che hanno accompagnato tutta la sua vita pubblica. Questo è il comportamento di chi interpreta la propria morte, non di chi prende atto del fallimento della propria convinzione.
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4. Abbandono non equivale a disperazione
C’è una distinzione elementare ma decisiva:
• sentirsi abbandonati è un’esperienza psicologica reale,
• disperare significa concludere che nulla ha più senso.
Il grido sulla croce è perfettamente leggibile come esperienza estrema dell’abbandono, non come confessione di un errore totale. Molti uomini muoiono sentendosi soli senza per questo rinnegare il senso della propria esistenza.
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5. Un ultimo elemento storico-narrativo
Se i discepoli avessero voluto “salvare” l’immagine del maestro dopo un fallimento, non avrebbero tramandato un grido del genere. È ambiguo, disturbante, facilmente interpretabile come sconfitta. Proprio per questo, dal punto di vista storiografico, ha forti tratti di autenticità.
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Conclusione
Senza chiederti di credere che Gesù fosse Dio o che la croce redima il mondo, resta questo dato: quel grido non suona come la scoperta di un errore, ma come l’assunzione consapevole della condizione umana portata fino al limite.
Non è l’urlo di chi dice “mi sono sbagliato”, ma di chi attraversa fino in fondo ciò che significa essere uomo.
Se vorrai, possiamo proseguire confrontando questa lettura con interpretazioni moderne di Gesù come figura tragica, oppure analizzando perché proprio questa frase continua a inquietare credenti e non credenti.
Cara Zara.
Permettimi di riportare queste parole scritte da te:
“chi conosce le scritture lo sa”
e permettimi di aggiungere che le parole che seguono:
“chi non approfondisce”
sono un tradimento.
Interessante:
c’è chi, come S.E., che costruisce una mosaico in cui il Mistero è ridotto a tasselli, ognuno dei quali, è rigorosamente riempito col suo colore,
e c’è chi, come Rolando, che interviene a manda all’aria il mosaico.
Davvero la mente è un abisso 🤪
“E allora pensiamo al “cuore” di Gesù; non a quello fisico rappresentato nelle immagini ma a quello spirituale presente nel Vangelo e negli altri scritti del N.T.”
Aridaje…
puzzetta di iconoclastia? Di filo-protestantesimo?
Quel Sacro Cuore raffigurato rimanda, e ha sempre rimandato il fedele a quel Sacro Cuore dove risiede, NON i sentimenti “vittoriani” (“pieno di buoni sentimenti”) che il mondo moderno e i modernisti pensano, ovvero la melassa sentimentalista, ma rimanda(va) il fedele alla ferma decisione di fare, agire, compiere la Volontà di Quel Padre che Gesù Cristo l’ IO SONO veterotestamentario ci ha rivelato! Quel Sacro Cuore raffigurato in mille quadri che ornavano le nostre case, quel Sacro Cuore che una volta, prima che la peste modernista deturpasse la chiesa, il fedele venerava, rimandava il pensiero del fedele alla decisa volontà di FARE come il Cristo la volontà del Padre accettando la Croce rinnegando se stessi, in quel Sacro Cuore vedeva tutta la volontà caritativa di Dio che non si risparmia, deciso fino alla morte, e da esso prendeva forza e coraggio per imitarlo e andare avanti nelle avversità della vita.
E allora pensiamo pure al quel Sacro Cuore raffigurato in numerevoli quadri, perché da sempre ci rimanda a ciò che ha voluto fare e patire N. S. Gesù Cristo con tutta la Sua santa umanità per amore di queste povere creature “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” a cui la chiesa del concilio, del sinodo pare voler aderire.
Zara benedetta, oh se hai ragione:
….”ma rimanda(va) il fedele alla ferma decisione di fare, agire, compiere la Volontà di Quel Padre che Gesù Cristo l’ IO SONO veterotestamentario ci ha rivelato!”…
Esatto!
“Non pensate che io sia venuto a portar la pace sulla terra: nò vi dico! Sono venuto a portar la guerra e la divisione. A dividere i membri di una stassa famiglia. A mettere uno contro l’altro”
Certamente questo non è melasso sentimentalismo ma un invito, come tu pure scrivi, cara Zara, a pensare a Gesù come quell’ “io sono” del Patto narrato nel Testamento, mai revocato, cioè all’ “uomo di guerra”, come si autodefinisce essere, per ispirazione del suo stesso spirito buono e santo, che manda i giovani al massacro…. ed al massacro di inutili vecchi e melliflui bambini.
Infinitamente meglio il mellifluo sentimentalismo romantico che titilla corpi e calma gli spiriti bollenti del cuore, da cui solo esce, a detta del medesimo Maestro, ciò che è impuro e malvagio e crudele.
Puzzetta di cervello no, neh! Non c’è nessuna puzzetta di iconoclastia nè di filo-protestantesimo.
Per me in quelli che adorano statue e quadri e che per pregare hanno bisogno di mettersi davanti ad una immaginetta, c’è più idolatria che fede. Saluti.
Finalmente, ti riveli!
Modernista e filoprotestante! Probabilmente pure gnostico!
Di che idolatria vai blaterando? Tipiche accuse protestanti.
Dio si è fatto uomo, per cui ci ha liberato pure dagli iconoclastri che odiano l’arte e non sanno vedere al di là del proprio naso.
C’è più idolatria nella carta che nell’icona.
Bibbiolatria… Sta scritto, così… sta scritto colà… E poi con la Bibbia in mano violano il comandamento.
Egregio sig. zara, a malincuore devo dire che lei è uno dei lettori più in malafede tra tutti i partecipanti alle discussioni di S.C.
Forse lei non ha letto bene questo articoletto e non ha letto per nulla il precedente e probabilmente non sa che l’Ing. Zerbini è nato ed è stato educato durante il papato di Pio XI e di Pio XII e quando è stato eletto Papa il Card. Angelo Roncalli l’ Ing. Zerbini aveva 28 anni. Pertanto la sua formazione dovrebbe , a logica da ingegnere, essere più conservatrice che progressista e comunque ben lontana da ogni filoprotestantesimo e da ogni gnosticismo. Ma lei da supremo giudice sentenzia con le sue puzzette. Bravo, bravo .
Ed io incontrai il Card. Angelo Roncalli a Padova, nella cattedrale che fu di San Prosdocimo, l’ultima domenica di settembre del 1958 ad un mese circa prima della sua elezione a Pontefice. Il cappuccino Girolamo Bortignon, allora vescovo di Padova, mi mise la mano sulla spalla come a sostegno! Ricordo molto bene. Più tardi appresi che Bortignon aveva il dente avvelenato verso l’allora ancor non Santo Padre Pio!
Caro stilum.
In me non c’è mala fede, ma solo stanchezza nel leggere i soliti stereotipi sui cattolici. Lei mi informa della vetustà del Sig. Zerbini, questo spiega il perché ha ancora negli occhi la chiesa di 70 / 80 anni fa. Una chiesa e un popolo che non esiste più, purtroppo. Nei miei commenti ho più volte voluto dire al Sig. Zerbini che infarcire i suoi articoli con le vecchie stoccatine stile protestante al popolino cattolico è anacronistico. Oggi i fedeli cattolici sono quelli che nemmeno si ricordano che cosa era la messa, non dico tridentina, ma nemmeno quella uscita dallo zucchetto di bugnini, perchè penso che pure il bugnini si stupirebbe di certi abusi liturgici oggi abituali in certe messe, anche se forse ne sarebbe contento.
Il sig. Zerbini parla di cattolici che ignorano le scritture, di cattolici superstiziosi, cliché anni ’50… (per certi aspetti falsi anche per quegli anni).
Oggi le chiese sono vuote e quei pochi che le frequentano spesso seguono corsi biblici… Il chè a volte è peggio dell’ ignoranza, perché li gonfia di pseudo conoscenza, credono di sapere e invece li rende solo dei modernisti (e qui ricordo che il modernismo è ancora una eresia). Essere anziani non rende immuni dalle eresie, un buonaiuti, un murri, un loisy… Un Fogazzaro sono personaggi del secolo scorso condannati dalla chiesa e che oggi invece li vorrebbe riabilitare. Non intendo dire che il Sig. Zerbini sia eretico, ma come ho scritto in altri commenti, vorrei che il Sig. Zerbini evitasse il solito anacronista, masochista, stereotipo sui cattolici. Tutto qui! Spero che si sia accorto che grazie al concilio le chiese sono praticamente vuote! Grazie alle catechesi molti cattolici non credono più alla transustanziazione, ai dogmi su Santa Maria… e quei pochi cattolici rimasti fedeli sono trattati da sciovinisti tradizionalisti e devono pure incassare gli insulti tipici che i protestanti usano sputare addosso ai cattolici, ma pronunciati dai cosiddetti “cattolici adulti”. Ecco! Detto con tutto il rispetto al Sig. Zerbini sono stanco di questi luoghi cumuni.
Cara Zara,
raccolgo la sua osservazione e chiarisco senza equivoci.
Né “puzzetta”, né filo-protestantesimo.
Dire che l’immagine del Sacro Cuore rimanda a una realtà più profonda non è iconoclastia (che distrugge l’immagine) né protestantesimo (che nega il valore delle immagini). È dottrina cattolica classica: il segno sacro conduce al mistero che rappresenta, non lo sostituisce né lo svuota.
Difendo il Sacro Cuore come lei: non sentimentalismo, ma volontà redentrice, obbedienza al Padre, Croce accettata fino in fondo.
Difendo anche il Concilio Vaticano II in quanto Concilio della Chiesa: nei suoi testi non c’è iconoclastia né negazione delle devozioni. Il problema è una recezione post-conciliare ideologica, che ha ridotto il Cuore a emotività: questo sì va denunciato.
Il cattolico non elimina l’immagine (errore protestante)
né la riduce a sentimento (errore moderno),
ma la venera perché dice la verità: il Cuore di Cristo è amore crocifisso, decisione salvifica, vita da imitare.
In breve:
né puzza, né protestantesimo;
Sacro Cuore da venerare e vivere,
modernismo da respingere,
Concilio da non caricare di colpe che non sono sue.
Che bello quando tutto è messo nel suo giusto tassello!
Il Mistero ben inquadrato!
Il Mistero “in sicurezza”!
La Verità posseduta in toto!
Cristificazione assicurata!
Tanti Auguri!
Caro ing. Zerbini,
La ringrazio per le Sue riflessioni, che ho letto con attenzione e sincero interesse. Il Suo scritto nasce da un intento nobile e tutt’altro che scontato nel nostro tempo: prendere sul serio l’umanità reale di Gesù Cristo, senza ridurla a un’apparenza né dissolverla in un’astrazione spirituale.
Lei coglie bene un punto essenziale della fede cristiana: il Figlio di Dio non ha solo assunto una natura umana in senso formale, ma l’ha vissuta pienamente, con affetti, relazioni, decisioni, compassione. In questo senso, la Sua insistenza sui testi evangelici che mostrano il “cuore” di Gesù è del tutto legittima e profondamente evangelica. I Vangeli stessi non esitano a parlare dei sentimenti del Signore, della sua commozione, della sua misericordia, della sua autorità che non è mai disgiunta dalla mitezza.
Proprio qui, tuttavia, occorre una precisazione che mi permetto di proporLe con rispetto. Quando si parla di un possibile “ritratto psicologico” di Cristo, è necessario usare grande cautela. Non perché Gesù non abbia una vera interiorità umana – la Chiesa lo ha sempre affermato –, ma perché in Lui la psiche umana non appartiene a una persona umana autonoma, bensì è assunta e vissuta dalla Persona del Verbo. In Cristo non vi è un “io psicologico” che poi si apre a Dio: è Dio stesso che vive umanamente…. Capisco che il discorso diventa difficile….
Questo non invalida le Sue osservazioni, ma ne delimita il campo. Le categorie psicologiche moderne possono aiutare la meditazione, ma non possono diventare la chiave interpretativa ultima. Ciò che in noi è spesso il risultato di un equilibrio interiore faticosamente raggiunto, in Gesù deriva dalla sua identità filiale: la sua mitezza, la sua autorità, la sua libertà interiore nascono dal suo rapporto eterno con il Padre.
Molto convincente è invece il Suo richiamo al “cuore” come centro della persona. Qui il Suo discorso si colloca spontaneamente nella grande tradizione spirituale della Chiesa: il cuore non come semplice sede emotiva, ma come luogo delle decisioni ultime, dell’orientamento profondo della vita. In questo senso, contemplare il cuore di Gesù significa contemplare l’uomo pienamente trasparente a Dio, l’uomo in cui non c’è scissione tra volontà umana e volontà divina.
Se mi è consentita un’ultima osservazione, direi che il punto in cui l’interiorità di Cristo si rivela in modo definitivo è la Croce, e in particolare Getsemani. È lì che il “cuore” di Gesù si manifesta nella sua verità più profonda: non solo compassione, ma obbedienza; non solo sensibilità, ma dono totale di sé. Senza questo riferimento, ogni ritratto interiore rischia di restare incompleto.
In conclusione, il Suo contributo è prezioso come invito alla meditazione e alla contemplazione del Gesù dei Vangeli, vero uomo e vero Dio. Letto e accolto all’interno della fede della Chiesa, può aiutare molti a riscoprire che il cristianesimo non è un’idea, ma l’incontro con una Persona viva, che ha amato con un cuore umano fino alla fine.
Con stima e cordialità,
Augurando un Santo Natale,
don Pietro Paolo
Grazie a lei per questa sua utile integrazione. Che nel momento della passione Gesù abbia mostrato la sua completa e reale umanità è provato da questa citazione dal Vangelo di Matteo (cap. 26):
[37] E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia.
[38] Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”.
E che dire delle sue ultime parole sulla croce:
-Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò.- (Lc 26,43 ). Che senso avrebbe pensare che Dio consegna il suo spirito a Dio ? Non è molto più sensato pensare che l’uomo Gesù, rendendosi conto che sta morendo, riconsegna la sua anima a Dio ?
Caro Stilum curiale emerito, dimmi di quest’altro mio punto interrogativo:
E se il grido di Gesù: “Elì, Elì lema sabactani”, fosse invece l’estremo grido di disperata invocazione per una convinzione che fallisce?
Visto che si tratterebbe di un uomo in tutto simile a noi eccetto che nella fallacia dell’ignoranza!
Quale predica encomiastica di supporto che non imbambola più nessuno!
Gesù, uomo ebreo, morì sulla croce comminatagli dal romano prefetto Pilato invocando disperatamente un EL, una divinità orientale della mezzaluna fertile ben conosciuta e che nessun intenditore può dimostrare che sia il singolare di ELOHIM. E chi ha tradotto questi termini con Theòs e Theoi, ha agito di fantasia propria.
Siamo al Natale. Dopo tre giorni in cui il Sole appare fermo sull’orizzonte, come un cadavere nella cassa, torna ad ergersi più sorridente che mai. Come il Bambino virgiliano:
INCIPE PARVE PUER:
QUI NON RISERE PARENTI
NEC DEUS HUNC MENSA,
DEA NEC CUBILI DIGNATA EST.
BUON NATALE!
Rolando,
leggo il suo intervento e confesso una sincera perplessità: non comprendo come, dopo quanto lei afferma, possa concludere con un “Buon Natale”.
Lei riduce Gesù a un uomo ebreo giustiziato da Pilato, nega che il grido sulla croce sia rivolto al Dio d’Israele, contesta la traduzione greca dei Settanta e liquida la fede cristiana come costruzione fantasiosa; infine sostituisce l’evento storico-salvifico dell’Incarnazione con un mitologema solare, ciclico e impersonale, mutuato da simbologie cosmiche.
Bene: è una posizione chiara. Ma allora di quale “Natale” parla?
Per il cattolico, il Natale non è:
• né il ritorno del Sole dopo tre giorni di stasi apparente,
• né un’allegoria virgiliana,
• né una consolazione poetica stagionale.
Il Natale è un fatto: il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14).
Non un simbolo, non un archetipo cosmico, non un mito agrario.
Quanto al suo riferimento a El, basti ricordare — senza scomodare “intenditori” autoproclamati — che Bibbia ebraica conosce e usa El, Eloah, Elohim all’interno di un rigoroso monoteismo; e che la traduzione Theós non è “fantasia”, ma opera di ebrei ellenizzati secoli prima del cristianesimo. Contestare questo significa contestare la filologia, non il catechismo.
Quanto a Virgilio, la sua IV Ecloga — che lei cita — fu letta già dai Padri non come alternativa al cristianesimo, ma come oscura attesa di ciò che solo Cristo compie. Virgilio non fonda il Natale; semmai ne intuisce, senza conoscerlo, il bisogno.
E veniamo al punto decisivo.
Se Gesù non è il Figlio eterno del Padre,
se il Dio invocato sulla croce non è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe,
se il Natale non è Incarnazione ma astronomia,
allora il suo augurio finale è un gesto vuoto, una formula sociale priva di contenuto reale. Un po’ come augurare buona Pasqua negando la Risurrezione.
Da cattolico le dico questo, con franchezza ma senza astio:
o il Natale è vero, oppure non è nulla.
E se non è nulla, non c’è nulla da augurare.
Se invece — contro le sue stesse parole — lei avverte ancora che quel Bambino disturba le spiegazioni solari, i miti ciclici e le riduzioni razionalistiche… allora il suo “Buon Natale” tradisce una contraddizione, ma anche una nostalgia.
Il cristianesimo non nasce dal Sole che risorge.
Nasce da Dio che entra nella notte.
E questo, piaccia o no, cambia tutto.
Carissimo DON PIETRO PAOLO.
Conosce lei la sublime legge di tutte le strutture architettoniche del Vaticano?
TUTTO lì è un inno al DIO SOLE cantato dalla Terra.
Ĺì dove sorgeva un tempio pagano chiamato Petreum, dal bianche pietre parie con cui era costruito.
Non si offenda il caro Rolando, che si fa imbambolare dai vari “biglin&c.” ma è l’esempio di poca teologia e molta ideologia atea, gnostica, modernista… e mi verrebbe da ridere aliquem, se non ci fosse da piangere.
Il Santo Natale si celebra il 25 Dicembre data convenzionale per soppiantare le superstizioni pagane… che male c’è?
Probabilmente Gesù Cristo è nato tra settembre e ottobre, anche se c’è qualcuno che sostiene la possibile nascita in quel di dicembre… Poi c’è qualche illuso che sostiene che Gesù Cristo non sia mai esistito… ci sono più prove della Sua esistenza che di molti personaggi storici che diamo per certi.
Il “bambino” virgiliano non centra con Gesù Cristo, anche se è stato un testo suggestivo per molti in passato, ma pure Dante non lo interpretava come profezia di Gesù Cristo, nemmeno la Chiesa lo ha mai predicato quindi… che centra?
Sulla croce Gesù recita il salmo 22 (21) quindi non invoca un “EL”, e non è per nulla disperato, anzi tutto il contrario! chi conosce le scritture lo sa, chi non approfondisce si lascia imbambolare dai vari guru del web!
Nella Sua umanità Gesù prega il Padre con il salmo, è una preghiera di lamento e di fiducia che finisce nella certezza che Dio interviene, è un salmo che invita tutte le genti alla lode per la vittoria sul male (Versetti 26-29). Questa è una preghiera del popolo ebraico, Gesù prega dandoci l’esempio su come vivere la nostra vita nelle avversità.
Lascia perdere chi parla di vari EL, di Extraterrestri, e amenità varie, o per lo meno non mescolare teologia con fantascienza.
Elohim (plurale) è un termine generico che può essere tradotto con: Dio, dei, angeli… Elohe (singolare) Avraham significa Dio di Abramo, Elohe non è il Suo nome!
Gesù sulla croce prega… Sì Gesù prega affinché il Padre non fulmini l’uomo come si meriterebbe! (ora i misericordiosi si staranno stracciando le vesti… ah, ah, ah).
Se ad esempio leggi il salmo 91 (90) troverai scritto:
Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
e dimori all’ombra dell’Onnipotente,
dì al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio, in cui confido».
Si può ritradurre così:
tu che abiti al riparo di Elyōn
e dimori all’ombra di Shaddai,
dì a Yahveh: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Elohim, in cui confido».
Quindi Elohim non significa niente fuori dal contesto, poiché traduce Dio, dei, angelo/i…
Certa gente usa fantasia propria per fare casino!
Buon Natale!
Carissima Zara, t’immagini se mi offendo! Anzi, ti ringrazio del tuo pensiero ed anche del…. giudizio di dipendenza. Quanto a quest’ultima, chi consapevolmente od inconsapevolmente può dire di sfuggire a qualche dipendenza? Ciononostante mi sforzo di pensare con il mio cervello.
Gesù stesso mi sembra che dica in un vangelo: “Non avete un cervello per ragionare da voi stessi, ecc…” (Mt).
Ti cito il salmo 78,35. Salmo derivante da miti di origine cananea.
Tra i salmi ce n’è sempre uno più affascinante dell’altro. Anche paleograficamente parlando.
Difficile la scelta per adattarne uno piuttosto che un altro all’inconscio gemito del proprio cuore.
Ed anche individuarne uno che meglio corrisponda al gemito dell’altro, cioè al gemito del proprio simile.
Potrei sparare dei numeri con i quali i salmi sono stati enumerati ed anche non concordemente divisi.
Ma senza titubanza dico il n° 78 [77 per la LXX e la Vulgata]: 1.”ASCOLTA, POPOLO MIO, LA TORÀH MIA; PORGETE L’ORECCHIO VOSTRO ALLE PAROLE DELLA BOCCA MIA”.
……
35.”E RICORDAVANO [ i figli di Giacobbe/Israele] CHE ELOHIM LA RUPE E CHE EL ELYON IL REDIMENTE LORO”.
La LXX traduce al posto di “RUPE”, “ΒΟΕΘΟΣ ΑΥΤΩΝ” [= il grido di loro].
Come si fa a negare che questo salmo non rimandi al “forte grido”(Gv) di Gesù in croce che invoca “EL” prima di spirare?
Si rimanda al salmo 22 certo! Ma la radice fondamentale è qui e solo qui, in questo più antico salmo.
C’è poi da non trascurare, tra le molte altre cose, che l’evangelista Matteo lo conosce perché ne cita il versetto 2 circa il senso di tutte le parole che sono state messe in bocca a Gesù, o, se si preferisce, hanno testimoniato di Gesù (Mt13, 35).
Comunque è un salmo derivante da miti di origine cananea (Gs-Gdc 6-7).
È un ottimo testimone di “memoria storica” che qualcuno è “salito più in alto” ed è chiamato EL ELYON cioè l’Altissimo.
In Fenicia ad Ugarit, presso gli Aramei si testimonia già di un Altissimo: ELYON tra gli ELOHIM.
Stop. Gradirei apporti di ragione. Non di Fede, perché di questa vivo e ringrazio il mio Dio e nessuno mai me la scalfirà minimamente e cerco di nutrirla con l’uso della ragione e la fiducia: “Spera, spera sempre”.
Intendo contribuire per apprendere, non urtare sulle parole di preghiere rubate. Se io rubo una fotografia del volto di una persona, io sono ladro della carta non della persona fotografata. O sbaglio?
A meno che non ne neghi l’identità d’immagine. Fra poco si dice che saranno abolite tutte le carte d’identità personali, perché inutili, falsificabili, costose, burocratiche, ingombranti, e per nulla corrispondenti alla realtà nel momento dell’identificazione. Altro sistema.
E perchè Gesù non dovrebbe essere “altro” da quello che è stato fotografato canonicamente dall’Istituzione, da Nicea ad ieri?
La norma giuridica recita: QUIS QUID PER ALIUM DIXIT SIBI DIXISSE PUTATUR.
Gesù Cristo dice di essere il Tetragramma, e per questa bestemmia cercarono di lapidario.
Se credi alla persona Gesù Cristo, credi alle sue parole, ai fatti raccontati da testimoni oculari, che finirono uccisi come il Dio che predicavano pur di testimoniare la Sua resurrezione.
La storia dell’uomo non inizia con Abramo, quindi la storia di Dio non inizia con lui. Lo sappiamo che i termini ad esempio elohim sono presi dai cananei, ma questo non significa che la Bibbia sia falsa, o Gesù un disperato morto sulla croce. Io vi vedo solo una acquisizione di termini. Dio continua a condurre l’umanità in questo esodo, portando l’uomo alla Gerusalemme celeste. Lo fa da sempre, e se l’uomo si ribella a Lui e si perde nel deserto, non è colpa Sua.
Post sriptum.
Cara Zara, a proposito del PARVE PUER virgiliano, io preferisco un Dio che mi sorride ad un Dio corrucciato per i miei peccati (chè l’ignoranza mi è propria!). E quando posso lo sbaglio lo rimedio usando il cervello che lo stesso Dio mi ha dato.
Superbia? Ma quale superbia se scopro sempre maggiore ignoranza!
Approfondisca la semantica della parola greca “alètheia” usata in Gv, e poi mi dica chi è senza-dimenticanza tra gli umani. Per me c’è differenza sostanziale tra Credo e Fede.
Tra “credo” ed “aver fiducia” che sia sempre il medesimo istesso “credo”. E Paolo sembra confermarlo scrivendo : “l’amore tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto osa”. E non giochiamo troppo con le parole.
Un sorriso è più importante.
INCIPE PARVE PUER:
QUI NON RISERE PARENTI NEC DEUS HUNC MENSA DEA NEC CUBILI DIGNATA EST.
Forse c’è un errore non nel mito in sè, ma nella sua sostituzione evolutiva ad hoc documentata da tragica memoria storica.
Caro Don Pietro Paolo, tu esponi anche questo pensiero:
“il cuore non come semplice sede emotiva, ma come luogo delle decisioni ultime, dell’orientamento profondo della vita. In questo senso, contemplare il cuore di Gesù significa contemplare l’uomo pienamente trasparente a Dio, l’uomo in cui non c’è scissione tra volontà umana e volontà divina.”
Ma perchè nel cuore dell’uomo Gesù, al di là di ogni umano e traviante impulso emotivo, “non c’è scissione tra [la sua di Gesù] volontà umana e volontà divina”?
Gesù era per caso dotato di due volontà distinte che volevano la medesima cosa o di una sola volontà che voleva anche per Dio?
E se la sua volontà voleva anche per Dio, coincidendo/essendo in realtà la medesima una, perchè al giovane che lo appella “buono” come maestro [secondo la sua buona volontà di maestro] disdegna la qualifica di “buono” insegnando categoricamente che “solo Dio è Buono”?
Forse Gesù pensava alla parola di Dio di Genesi 6, 5, e 8, 21 e Dt 31,21 dove la formazione di pensiero dell’uomo è cattiva da mattino a sera? Certamente. E, da pio ebreo, zelante della verità, ne trae le conseguenze: solo Quella dell’Unico Buona!
Ma che mi serve contemplare un tal cuore, come tu ritieni fosse quello di Gesù-Dio, se la volontà del mio cuore, del cuore umano, a differenza di quella del “tuo” Gesù, non potrà mai, assolutamente mai, essere una con quella di Dio. Sarà anche onesto il desiderio, ma tremendamente vano.
O tutti gli uomini sono Gesù o Gesù è stato come tutti gli uomini.
Si parla, qui, in questa pagina di mellifluo sentimentalismo, ma mi sa che proprio dal mellifluo sentimentalismo dei più recenti e moderni tempi romantici scaturisce anche la simbologia devozionale, su iniziativa personalistica, di un cuore sacro, trafitto e coronato di spine, da cui escono fiamme d’amore.
E pensare che dalle narici del Dio di Gesù ebreo scaturivano fiamme di rabbia e la gola sua ardeva per gelosia di… altri Dio!
Povero cuore umano! Nella sublimità della tua povertà, tu sei unico: INCIPE PARVE PUER: QUI NON RISERE PARENTI NEC DEUS HUNC MENSA DEA NEC CUBILI DIGNATA EST ( Virgilio. Egloga IV ).
Mi piacciono tanto i tuoi interventi. Sinceramente. E mi dispiace che qualcuno pensi il contrario anche se so che c’è dell’incredibile in quel che dico.
Caro Rolando,
ti rispondo non per polemica, ma per onestà intellettuale e teologica.
Tu poni una domanda radicale: a che serve contemplare il cuore di Gesù, se il cuore umano non potrà mai coincidere con la volontà di Dio?
E spingi fino alla conclusione: o tutti gli uomini sono Gesù, oppure Gesù è stato come tutti gli uomini. Il resto – dici – è sentimentalismo.
Ecco: la fede cattolica nega entrambe le alternative, e proprio per questo non è né romantica né consolatoria.
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Gesù non è un uomo “come tutti”, né un uomo “diverso per trucco”
La Chiesa afferma una cosa scomoda, che non piace né al razionalismo né al moralismo:
Gesù è vero uomo, ma non è uomo decaduto.
Questo non è un escamotage: è il centro del cristianesimo.
Se Gesù fosse stato semplicemente “come noi”, con una volontà inevitabilmente divisa, la sua obbedienza sarebbe stata solo un caso riuscito, non una redenzione.
Se invece fosse stato uomo solo in apparenza, allora tutta la sua lotta interiore sarebbe stata una rappresentazione.
Il Getsemani esclude entrambe le ipotesi.
Cristo ha una volontà umana reale, che rifugge la morte, che soffre, che trema al pensiero di prendere su di Sé il peccato del mondo.
E ha una volontà divina, eterna, immutabile.
Non coincidono per natura, ma si accordano per obbedienza.
Qui sta lo scandalo: non l’assenza di conflitto, ma il suo attraversamento senza cedimento.
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“Solo Dio è buono”: non modestia, ma rivelazione
Quando Gesù rifiuta l’appellativo di “buono”, non sta dicendo: “io non lo sono”.
Sta dicendo: sai cosa stai dicendo quando lo dici?
È il suo stile costante:
non rassicura, non addolcisce, obbliga a prendere posizione.
O mi stai parlando come a un rabbì qualunque – e allora usa le parole con onestà –
oppure stai dicendo qualcosa di vero fino in fondo, e allora sappi che “buono” è un nome di Dio.
Qui non c’è moralismo, c’è cristologia implicita.
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Il punto vero: il tuo è un rifiuto della grazia, non del sentimentalismo
Tu dici: la volontà del mio cuore non potrà mai essere una con quella di Dio.
E su questo hai ragione se parli dell’uomo lasciato a se stesso.
Ma il cristianesimo non è la celebrazione dell’uomo lasciato a se stesso.
È l’annuncio che l’uomo può essere trasformato, non per fusione ontologica, ma per partecipazione.
Tu giudichi il Sacro Cuore inutile perché lo misuri come modello etico.
Ma la Chiesa non lo propone come modello morale:
lo propone come fonte.
Se la grazia non esistesse, il tuo ragionamento sarebbe impeccabile.
Ma allora Cristo sarebbe inutile, la Croce superflua, i sacramenti una messa in scena.
Il cristianesimo o è questo, o non è niente.
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Sul “sentimentalismo”
Hai ragione a diffidare del linguaggio zuccheroso.
Ma sbagli bersaglio quando attribuisci il Sacro Cuore a un romanticismo tardivo.
Il cuore trafitto non nasce dal sentimento, ma da una ferita reale.
Non è il simbolo di un Dio addolcito, ma di un Dio che si espone, che entra nella storia fino a subirne la violenza.
Il Dio dalle narici fumanti dell’Antico Testamento non viene smentito:
viene portato fino alla fine.
La gelosia di Dio non sparisce: si inchioda a una croce.
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“O tutti gli uomini sono Gesù, o Gesù è come tutti”
No.
Gesù è l’Unico proprio perché apre una possibilità che prima non c’era.
Non ci dice: “sii come me con le tue forze”.
Ci dice: “senza di me non puoi nulla”.
Questa non è poesia, è una diagnosi.
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Conclusione, senza carezze
Tu non stai combattendo il cristianesimo sentimentale.
Stai rifiutando l’idea stessa che l’uomo possa essere salvato realmente, non solo compreso o compatito.
È una posizione coerente, ma come tuo solito è extra-cristiana.
Il cristianesimo non è fatto per consolare l’uomo nella sua frattura,
ma per dire che quella frattura non è l’ultima parola.
Se questo ti sembra inaccettabile, non è perché è melenso,
ma perché è troppo radicale.
don Pietro Paolo
Tu lo pensi e lo confessi: radicalismo puro.
Non è Amore. È Potere e fin troppo tragicamente tragico. Va in pace. Buon Anno, carissimo DON PIETRO PAOLO.
Ecco l’eresia:
“Gesù non è un uomo “come tutti”, né un uomo “diverso per trucco”.
Dice la Parola di Dio:
“In tutto simile a noi. Eccetto il Peccato”.
Anche Gesù raccontò una bugia ai suoi fratelli, come testimonia il vangelo di Giovanni.
E per essere un uomo in tutto simile a noi, ciò vuol dire che anche il maschio Gesù proviene da sperma maschile, non solo per via di quel “in tutto” ma anche per via che è nato proprio maschio! Inutile aggiungere altro. Quante ne sanno sti teologi su Dio! Ma soprattutto infinitamente di più su Gesù-Dio, tramite la funzione cristica!
DON PIETRO PAOLO carissimo e benedetto!
Che bello quanto scrivi:
“Tu non stai combattendo il cristianesimo sentimentale.
Stai rifiutando l’idea stessa che l’uomo possa essere salvato realmente, non solo compreso o compatito.”
Faccio mio questo pensiero: quando sono debole è allora che sono forte e quando sono forte, allora sono debole.
Io non combatto proprio niente.
Una casa costruita sulla sabbia, diceva il Maestro, crolla da sè.
Io tento solo di ripararmi dai rottami delle mura e non penso a chi l’ha mal costruita.
Seguo ciò che mi disse la mia mamma: “Fiòl, làsso che i preti i dìga: mi gò el me Signòr!”. E per sperare salvezza è più che sufficiente! “Spera” è anche il titolo di un libro noto.
Quanto al Peccato che, teologia dogmatica cristiana e cattolica, ci rende soggetti dannati in una massa dannata, io grido il “Felix culpa” dell’adultera, difesa e lasciata andar in pace dal maestro Gesù, dopo aver accusato i suoi ( di lei; ma anche di Gesù! ) teologi conoscitori delle scritture.
“il cuore non come semplice sede emotiva, ma come luogo delle decisioni ultime, dell’orientamento profondo della vita. In questo senso, contemplare il cuore di Gesù significa contemplare l’uomo pienamente trasparente a Dio, l’uomo in cui non c’è scissione tra volontà umana e volontà divina.”
“il Figlio di Dio non ha solo assunto una natura umana in senso formale, ma l’ha vissuta pienamente, con affetti, relazioni, decisioni, compassione. In questo senso, la Sua insistenza sui testi evangelici che mostrano il “cuore” di Gesù è del tutto legittima e profondamente evangelica.”
Carissimo DON PIETRO PAOLO, questa tua sublimazione delle espressioni umane terra terra è ideologica e del tutto distruttiva della normalità propria dell’uomo.
Oggi è la festa liturgica della sacra famiglia alla quale tu, come Pastore, ritieni che debbano conformarsi, cioè sublimarsi, quelle dei credenti. Ed avrai anche fatta la tua bella omelia. Bene. Ma leggiamo un passo del vangelo di Marco:
“Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto intorno era seduta la folla e gli dissero: ‘Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono qui fuori e ti cercano’. Ma egli rispose loro: ‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’.
Ti sembra che sia un cuore melanzano pieno di vuoti sentimenti quello di questo Gesù raccontato da Marco? No certo, dico io. Anzi tale atteggiamento supporta bene le tue superiori sublimazioni teologiche.
Ma ti sembra, per caso, che sia un atteggiamento famigliare?
Sì, lo è, ma di rottura, di divisione, di disconoscimento, di negazione. Come non farebbe neanche un fratellastro. Come farebbe solo un fanatico. E che fa la madre che li ha partoriti? Niente, lascia capire l’evangelista. Eppure sa. Mica mi dirai che in questa occasione era in compagnia dei cugini di Gesù!
Per essere bella questa famiglia, sicuramente bella è in quanto umana. In quanto “sacra famiglia” sapora solo di patetico, mellifluo, vuoto sentimentalismo ideologico cioè teologico.
Ciao, carissimo.
Caro Rolando,
ti rispondo insieme ai tuoi tre interventi, perché dicono una cosa sola, anche se in forme diverse: non stai più provocando per capire, ma per smontare, usando accostamenti arbitrari, salti logici e affermazioni che, così come sono formulate, non reggono né sul piano biblico né su quello razionale. E quindi vanno chiamate per nome.
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1. Vaticano, Dio Sole e “Petreum”: suggestione, non argomento
Che l’architettura vaticana sia simbolica è ovvio.
Che “tutto” sia un inno al Dio Sole è una affermazione ideologica, non dimostrata.
Roma è costruita per stratificazioni: pagane, cristiane, imperiali, medievali.
Il cristianesimo non ha mai negato di essersi innestato in un mondo simbolico preesistente; lo ha convertito, non adorato.
Dire “c’era un tempio pagano, quindi il culto è solare” equivale a dire che ogni chiesa costruita su un foro romano è idolatrica. È un ragionamento per suggestione, non per prova.
Se questo bastasse, allora anche il Natale sarebbe pagano, la croce un simbolo fallico e il pane eucaristico un residuo agrario.
È una scorciatoia polemica, non una critica seria.
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2. “In tutto simile a noi, eccetto il peccato”: tu stai forzando il testo
La formula “in tutto simile a noi, eccetto il peccato” (Eb 4,15) non significa ciò che tu le fai dire.
“In tutto” non vuol dire:
• provenire da sperma maschile
• mentire
• essere interiormente disordinato
Vuol dire: vera umanità, non umanità decaduta.
Qui il tuo ragionamento diventa gravemente scorretto:
tu identifichi l’umanità con il peccato, come se mentire, ingannare, essere divisi interiormente fosse la normalità ontologica dell’uomo.
Questa non è antropologia biblica.
È antropologia post-caduta elevata a norma assoluta.
Cristo non è meno uomo perché non mente.
Siamo noi meno uomini perché mentiamo.
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3. “Gesù raccontò una bugia” (Vangelo di Giovanni): falso
L’episodio a cui alludi (Gv 7) è classico nelle polemiche antiche e moderne.
Ma chiamarlo “bugia” significa non distinguere tra linguaggio pedagogico, economia della rivelazione e menzogna morale.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù non afferma il falso per ingannare; non si manifesta pubblicamente perché “la sua ora non è ancora venuta”. Agisce poi in altro modo, non contro la verità.
Se questo è “mentire”, allora tutta la rivelazione progressiva di Dio sarebbe una menzogna.
Ma allora Mosè, i profeti, e perfino la pedagogia divina sarebbero inganni.
Questa non è una scoperta audace: è una confusione concettuale.
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4. Sperma maschile e maschilità: qui si scivola nel biologismo rozzo
Dire che Gesù doveva provenire da sperma maschile per essere maschio è un errore di livello pre-scientifico, oltre che teologico.
La maschilità non è riducibile allo sperma.
La Chiesa non ha mai insegnato una “biologia magica”, ma l’Incarnazione per opera dello Spirito Santo, che non è un maschio occulto.
Qui non stai criticando la teologia:
stai semplicemente rifiutando il soprannaturale, e lo fai con argomenti biologici da pamphlet, non da pensiero serio.
È legittimo non credere.
Non è legittimo travisare.
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5. Marco 3 e la “famiglia distrutta”: lettura letteralista e sbagliata
Citi giustamente il passo di Marco. Ma lo leggi male.
Nel Vangelo di Marco Gesù non disconosce sua madre: ridefinisce la parentela alla luce del Regno.
Non rompe la famiglia:
la porta oltre il sangue.
Se fosse fanatismo, allora la Croce – dove affida Maria al discepolo – sarebbe una contraddizione.
Se fosse disprezzo affettivo, l’episodio di Cana non esisterebbe.
Tu stai confondendo:
• distacco per missione
• con negazione degli affetti
È una confusione comune, ma non per questo meno grave.
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6. Sacra Famiglia “patetica e melliflua”? No: scandalosa
La Sacra Famiglia non è edulcorata, è scomodissima:
• un padre non biologico
• una madre vergine
• un figlio che obbedisce a Dio più che ai legami
Se oggi la si riduce a quadretto zuccheroso, è colpa della devozione mal fatta, non del Vangelo.
Tu stai combattendo una caricatura, non la dottrina cattolica.
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7. Il punto vero (e qui sono netto)
Tu non stai difendendo l’umanità di Gesù.
Stai assolutizzando la frattura dell’uomo e rifiutando che possa esistere un uomo integro.
Ma allora:
• la redenzione è impossibile
• la grazia è una parola vuota
• Cristo è inutile
Questa non è più una provocazione interna al cristianesimo.
È un’altra visione dell’uomo.
Legittima, se vuoi.
Ma non cristiana.
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Conclusione
Io non ti accuso di superficialità.
Ti accuso – fraternamente – di giocare su ambiguità semantiche per colpire un bersaglio che non è quello reale.
Il cristianesimo non dice che l’uomo è già integro.
Dice che può esserlo per grazia.
Se questo ti sembra ideologico, non è perché è sentimentale,
ma perché nega la tua ultima convinzione: che la frattura sia definitiva.
E qui, Rolando, la distanza non è più sul “cuore”,
ma sulla speranza.
Don Pietro Paolo hai detto bene.
Sui fratelli e sorelle di Gesù Cristo, ci dimentichiamo sempre che per l’ebraismo la poligamia è ammessa. San Giuseppe ha avuto una prima moglie con la quale ha avuto dei figli e una seconda moglie: La Madre di Dio.
Dolcissima Zara, a quale anagrafe sei andata a documentarti?
Certo che scegliendo un vedovo ( o un separato od uno delle sempre moderne famiglie allargate) per custodire la Vergine, Dio ha dato un esempio di somma fiducia!
Tutti i credenti dovrebbero adeguarsi. Ma mi sa che facciano coi fatti la sua volontà proprio i figli che gli han detto: “Nò”.
Gesù insegna.
Carissimo DON PIETRO PAOLO.
Tu scrivi:
“Ti accuso – fraternamente – di giocare su ambiguità semantiche per colpire un bersaglio che non è quello reale.”
Sono d’accordo perchè la medesima accusa vale anche per te, caro teologo!
Da cosa o attraveso cosa si propagano le idee se non per mezzo di “ambiguità semantiche”.
Il termine, come sai, deriva dal verbo greco “semàino” che significa: indico la direzione. Donde “semaforo” in italiano.
E le direzioni basilari sono quattro, donde la rosa dei venti del vento [pneuma] di Gv 3, 5-8.
E citando la morale di Gesù del vangelo: “con quel giudizio con cui giudicate, siete pure giudicati”.
Un affettuoso abbraccio ed un buon anno 2026.
[ Dimmi una preghiera per un grosso dispiacere che porto nel cuore.
“La c’è la Provvidenza! [Pronoia, per i saggi greci]” (Manzoni). Grazie.
Caro Rolando,
raccolgo il tuo messaggio con rispetto ….
Hai ragione su un punto che riconosco senza difficoltà: anche il linguaggio teologico vive di ambiguità semantiche. Non perché voglia ingannare, ma perché tenta di dire ciò che eccede le parole. Semàino indica, come dici, una direzione: non possiede la verità, la segnala. In questo senso, ogni parola autentica è un “semaforo”: non coincide con la realtà, ma invita a orientarsi. Su questo terreno possiamo incontrarci, anche partendo da prospettive diverse.
Tuttavia – e qui permettimi una precisazione fraterna – nel cristianesimo l’ambiguità non è il fine, ma il limite. Il credente non si ferma al segno, perché confessa che il Logos si è fatto carne. Non una direzione astratta, ma un Volto. Non solo pneuma che soffia dove vuole, ma Spirito che procede dal Padre e si dona nel Figlio. È questo che rende il cristianesimo irriducibile a una pura ermeneutica dei simboli.
Vengo ora alla tua richiesta, che prendo molto sul serio. Non so quale sia il tuo “grosso dispiacere”, e non te lo chiedo. Ma sappi che la preghiera non chiede spiegazioni: chiede solo verità del cuore. Tu sai bene che io mi rivolgo al Dio rivelato da Gesù Cristo, e proprio per questo posso portare anche il tuo dolore davanti a Lui, senza condizioni e senza pretese. La preghiera, quando è autentica, non forza nulla e non invade: custodisce la libertà, anche quando resta silenziosa.
Ti ricambio l’abbraccio con sincerità e ti auguro un buon anno nuovo, nella pace possibile e nella luce che, in modi talvolta inattesi, continua a cercare l’uomo.
Don Pietro Paolo
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