La Vergine, lo Specchio, la Spada. Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla Madonna delle Milizie. Buona lettura e meditazione.

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LA VERGINE, LO SPECCHIO, LA SPADA

 

logolicious madonna delle milizie

 

Mattamente sedotto – se-ducere, portare a sé – dai simboli dello Specchio e della Spada, che per quanto mi riguarda riassumono l’Impresa spirituale cavalleresca sub specie interioritatis, propongo il bel brano che segue, utilissimo per l’introspezione necessaria a verificare lo stato dello Specchio che è la  Coscienza, o, se si vuole, il Cuore. Nell’introspezione – e qui la ragione va in cortocircuito – è la Coscienza che si scruta, è il Cuore che si esamina, è lo Specchio che si specchia, è la Spada che si taglia. Di basilare importanza è l’onestà e l’umiltà del Cavaliere, la sua virile purezza d’intenzione nell’individuare gli attaccamenti (tutti!) che maculano lo Specchio, arruginiscono la spada e quindi vanno recisi: applicazione radicale – apofatica – del delfico medèn ágan: niente di troppo. Lo Specchio è  panoramico, non privilegia questo o quello degli oggetti che vi si riflettono, non ne riflette alcuni e ne esclude altri, perciò recidere gli attaccamenti equivale a “pulire lo Specchio”, liberare la Spada dalla ruggine, detergere la Coscienza affinché possa riflettere perfettamente il Sole.

 

Dice Polibio di Megalopoli:

 

«Non c’è nessun testimone così terribile, nessun accusatore così implacabile come la coscienza che abita nel cuore di ogni uomo».

 

Heinrich von Kleist:

 

«L’uomo non è mai migliore di quando ha la coscienza, nel profondo dell’anima, della sua malvagità».

 

Jalal al-Din Rumi:

 

«Il cuore puro è uno specchio immacolato in cui si riflettono immagini di infinita bellezza».

 

Insomma: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio».

 

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Da: ZENIT.org

 

La Vergine riflette in sé la giustizia divina

di padre Stefano M. Pio Manelli

San Giuseppe, Sposo di Maria, viene descritto nel Vangelo secondo san Matteo quale uomo “giusto” (1, 19) nel senso di santo, retto e perfetto osservante della Legge di Dio. Ed è in questo senso che bisogna considerare la virtù della “giustizia” della Vergine Maria. Ella fu “ripiena della virtù della giustizia”, cioè fu santa, specchio di conformità al Volere divino e specchio di rettittudine nei rapporti con gli altri.

 

Nelle Litanie lauretane noi invochiamo Maria Santissima “Specchio della Giustizia (Speculum iustitiae), in quanto riflette in sé la giustizia di Dio, la sua armonia, la sua verità, la sua bellezza. L’Immacolata è la più splendia immagine di Dio che sia stata realizzata in una creatura umana. Ella accolse in sé per la sua limpidità, per la sua purezza e per la sua umiltà i raggi di Colui che è il Sole di Giustizia, il Cristo, rispecchiandone le perfezioni.

 

Sappiamo bene infatti che, ordinariamente, lo specchio riflette la luce egli oggetti mendiante i raggi luminosi che riceve, e Maria ricevette in sé non solo i raggi del Sole divino, ma lo stesso Sole, e lo mostrò al mondo in tutta la sua perfezione, rifrangendo la luce divina nei suoi infiniti colori.

 

In principio, ogni uomo uscito dalle mani di Dio doveva essere uno “specchio” che lo rifletteva perché fatto a “immagine e somiglianza” di Dio (Gn 1, 26). Con il peccato dei nostri progenitori, però, questo “specchio” si macchiò e sfigurò l’“immagine e somiglianza” di Dio. Solo Maria Santissima, la Vergine Immacolata, fu uno “specchio senza macchia” (Speculum sine macula). Specchio sempre nitido e luminoso, “Speculum pulchritudinis”, specchio della bellezza, come la chiama san Bernardo. È risaputo, infatti, che lo specchio, per riflettere  perfettamente le immagini, deve essere terso, limpido, senza macchia o difetto; e Maria è, appunto, come è scritto nel Libro della Sapienza (7, 26) “Candor est enim lucis aeternae”, tutta risplendente di purezza nivea e candore liliale.

 

Incanto, stupore ed estasi: la bellezza di Maria! Avevano forse torto quei “veggenti” che sospiravan l’ora della morte per poter andare a riedere il volto sublime di Maria? Sappiamo poi, che, nello specchio il sole entra senza fare alcun danno, anzi investendolo dei suoi raggi e rendendolo sorgente di luce. Ebben, in Maria, iL Sole di giustizia che è Cristo scende nel suo grembo immacolato e non soltanto conserva assolutamente intatta l’illibata integrità verginale della madre, ma gliela “consacra” divinamente, come dice la Liturgia: “non mimuit, sed sacravit”, ossia la illumina di meravigliosa e prodigiosa luce divina che Ella poi riflette su di noi affinché, specchandoci in Lei, possiamo rivestirci della sua radiosa santità verginale, tutta perla preziosissima e diamante puro per Gesù, il Sole di giustizia.

 

La Vergine Santissima, infine, fu specchio di divina giustizia in quanto nulla di più giusto e di più santo si può avere in un’umana creatura. Piena di Grazia, Ella fu adorna di virtù. Splendida nell’anima, nei sentimenti e nelle opere, illumina ed affascina quanti la contemplano. Il profondo sentimento di giustizia che animò la sua vita e che regnava sovrano nella sua anima, non poteva non rivelarsi naturalmente anche all’esterno, nella sua vita di ogni giorno. In Lei si ammirò sempre un comportamento semplice e nobile, alieno da qualunque astuzia o dissimulazione, pronto a dare a ciacuno il suo, verso Dio, verso il prossimo e verso se stessa.

 

Verso Dio Ella fu sempre pronta a riconoscerlo che Signore e Creaore, considerando se stessa creatura delle sue mani. Per questo fu sempre pronta a vivere come serva, consacrata al suo servizio, pronta a fare ogni suo Volere, secondo le parole rivolta all’Angelo all’Annunciazione: “Eccomi, sono la serva del Signore” (Lc 1, 38). Verso il prossima la sua condotta fu sempre irreprensibile, sottomessa e umile, compiendo i propri doveri con esattezza, sapendo vivere al posto a Lei assegnato da Dio, nel rispetto dei diritti degli altri.

 

Verso se stessa, infine, seppe sempre dirigere a Dio tutte le sue azioni e far sì che tutto contribuisse a meglio amarlo e servirlo. In Maria Santissima possiamo dire che tutto fu trovato perfetto dallo stesso Dio, secondo le parole dell’Angelo all’Annunciazione: “invenisti gratiam apud Deum” (Lc 1, 30), hai trovato grazia presso Dio; e a Lei, specchio tersissimo di santità, devono guardare tutte le creature, per poter raggiungere la perfetta conformità a Cristo, di cui Maria, Sua Madre, ha “la faccia che più s’assomiglia”, come dice Dante Alghieri.

 

* * * * * * * * * * * *

Il detto d’ispirazione monfortana “A Gesù per Maria” la dice lunga: la  Coscienza ha da farsi mariana, ovvero, per riprendere la felice espressione di padre Manelli: «tutta risplendente di purezza nivea e candore liliale». La Coscienza come la neve e il giglio: l’Immacolata!

 

Iacopo da Varazze:

 

«Un giglio intero odora e se è rotto puzza. Il corpo della Vergine dunque fu come il giglio intero, perché restò sempre integro e perciò sempre profumato».

 

A proposito di «purezza nivea» ci soccorre preziosamente la tradizione nipponica. Da La spada e il ventaglio-facebook.com, ecco un bel brano che ci parla della virginea aura mariana:

 

«La neve, in Giappone, è considerata una delle forme più pure del silenzio. Il kanji 雪 yuki (neve) non racconta soltanto una stagione: suggerisce un modo diverso di guardare il mondo, quando tutto si posa e per un attimo sembra possibile ascoltare ciò che di solito sfugge. Nel Kokinshū (Raccolta di poesie giapponesi del X secolo) e nei diari di corte Heian (VIII-XII secolo), la neve appare spesso come una pausa luminosa tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando. Un confine morbido. In molte pagine antiche si legge che “la neve mostra ciò che resta quando tutto tace”: un pensiero che oggi, senza volerlo, torna a parlarci».

“Quando tutto tace …”: «Mentre tutto era immerso in un profondo silenzio …», è scritto nel Libro della Sapienza.

E allora ecco il labor da compiere: specchiarsi per individuare gli attaccamenti (tutti!), sentirne la puzza e reciderli: medèn ágan, eliminare il di troppo, pulire lo Specchio perché torni a spandere il suo niveo aroma.

Riguardo all’introspezione, per la quale la Coscienza non è soltanto uno specchio ma anche una spada che recide gli attaccamenti (tutti!) che maculano lo specchio, dice il mistico indiano Paramahansa Yogananda:

 

«nel nostro interno risiede il potere di tagliare con la spada della conoscenza le catene che ci legano, o, al contrario, rimanere legati».

 

La Vergine-Spada (Virgo Potens) riporta alla mente uno stupendo passo del Cantico dei Cantici: «Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?».

 

«Sicut lilium inter spinas, sic Amica mea» recita ancora il Cantico: le spine degli attaccamenti (tutti!) rendono difficile l’impresa di cogliere il Giglio, realizzare la Purezza Verginale, ossia la Coscienza Mariana.

 

La conquista della Marianità – l’Impresa cavalleresca – esige lo sguainare la Spada in quanto strumento esorcistico, ciò che (cedo ancora al fascino nipponico) si trova perfettamente espresso in pochi versi universali dello Shōdōka – Il canto dell’immediato satori di Yoka Daishi (665-713):

«L’uomo vero afferra la spada della saggezza,

punta acuminata della saggezza,

fiamma potente come il diamante.

Questa spada è capace di stroncare tutti i pensieri

e le concezioni erronee della mente

Ma può anche cogliere di sorpresa tutti i demoni».

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13 commenti su “La Vergine, lo Specchio, la Spada. Il Matto.”

  1. Affacciandomi stamani a contemplare il sole nascente.

    Il sole già splende su tutti, quindi tutti siamo già illuminati.
    Ora, sta a ciascuno degli illuminati gettare via l’ombrello del proprio ego.
    È un gesto semplice e perciò difficile: semplice non significa facile.
    È un gesto drammatico che va ripetuto, ripetuto, ripetuto.
    Ripetuto con dolcezza e determinazione.
    È attraverso la ripetizione che s’impara.
    Olio di gomito per nettare la lama della coscienza affinché rifletta il sole.
    Il sole già splende su tutti. Siamo tutti già illuminati.
    Siamo noi che dobbiamo gettare via l’ombrello.

    1. Ma, poi, esiste la Virtù Cardinale della Prudenza. Caro Matto, ricordi? Anch’essa diviene un’abitudine per salvare l’ombrello. Può sempre servire come l’ombrello di Mary Poppins…chissà? ( a proposito, il suo compagno nel film ha festeggiato i propri 100 anni “vispi” ).

      1. La prudenza = non osare. Starsene nel proprio cantuccio ben riscaldato o rinfrescato a seconda della stagione, e ben protetti dalla corazza della dottrina stabilita. Vietato sbirciare attraverso la celata. Altri spiragli di Luce (ma la Luce non è Una?) sono proibiti, se no … anatema sit! 😅

  2. A proposito del cercare senza cercare, cioè del non fare niente (come i gligli del campo e degòi uccelli del cielo:

    “Basta stare zitti. Non fare niente e succederà. Abbandonare anche l’intenzione di ottenere qualcosa nel prossimo momento. Non fare nemmeno la distinzione fra “questo momento” e il “momento successivo. Allora qualcosa accadrà istantaneamente”
    Sri Hariwansh Lal Poonja, chiamato “Papaji“,
    😉

    1. Wai wu Wai: azione senza sforzo coartato dall’esterno.( come raccomandava il Vecchio-Bambino ). 😇

    1. Caro Matto,
      mi pare che tutto questo florilegio di immagini e metafore abbia come base il credere in un “peccato originale”, divenuto- per gli umani “qualunque”- una colpa non “commessa”, ma “ricevuta” per via ereditaria. Eppure… un tempo, non fosti proprio tu a manifestare una ragionevole sfiducia in questa rappresentazione elaborata da Paolo, ribadita da Agostino e, via, via, assimilata da altri meditabondi teologi, ossia, gli intellettuali dell’Istituzione? P.S. sul fattaccio della “mela-male” nella nota relativa della Bibbia di Gerusalemme si trova l’avviso di non prendere alla lettera l’episodio del Genesi ( e, di conseguenza, la interpretazione paolina ) in quanto frutto di culture e miti precedenti.

      1. Carissima,
        il peccato originale è nominato nel brano del padre Manelli e non ho ritenuto corretto servirmi del […] per eliminarlo.
        In ogni caso, mi sembra che col proporre in continuazione il da fare che spetta all’uomo a mezzo dell’apofasi, il peccato originale passi decisamente in secondo piano. Dico di più, perfino la grazia sacramentale può rivelarsi insufficiente se l’uomo non si aiuta da sé nel liberarsi dai condizionamenti egoici di cui, alla lettera, è intessuto (argomento iper gigantesco!).
        Nel presente articolo presento addirittura l’attivarsi dell’uomo come l’impresa cavalleresca della conquista (ripeto conquista) della Marianità, che al fine si otterrà pure “per grazia ricevuta” ma che non esime dall’indispensabile impegno personale. Ricordo qui il famoso (forse non più) “fai come se tutto dipendesse da te sapendo che tutto dipende da Dio”.
        Tuttavia, visto il lazzaretto di afflizione in cui ci troviamo, a mio parere non importa nemmeno per colpa di chi (è una perdita di tempo pensarci) è abbastanza chiaro che in un passato assai remoto qualcosa dev’essere andato storto se ci si ritrova a doversi liberare dalle impurità, cioè dagli attaccamenti che maculano la nostra coscienza. E questa impresa essendo squisitamente personale, sempre a mio parere non può essere costretta dentro i canoni rigidi di un qualsiasi dogmatismo. La Coscienza , come la Verità, non ha limiti. La vita su questa terra è un’Avventura e perciò comporta i suoi rischi.

        1. Carissimo Matto,
          ti ringrazio per la cortesia di avermi risposto.
          Siamo nel Kali Juga, o, per ricordare Esiodo, nella “dura” età del ferro che tanto si discosta da quella d’oro di Saturno. Sono d’accordo con te che nessun Dogma o Sacramento o Sacramentale può indurre l’umano che ne è passivamente sottomesso ad una azione retta, onesta e coscienziosa: “Non chi ripete Signore, Signore…”.
          Ti pongo, quindi, una domanda: questa faticaccia, questa battaglia interiore per realizzare un autocontrollo decente sulla propria coscienza rappresenta un valore, una soddisfazione di per sé, oppure è (inconsciamente) finalizzata ad ottenere un “posto di prestigio” nell’immortalità?

          1. Per quel che mi risulta dalla mia personalissima esperienza, la questione che poni è in relazione al “sentire” del soggetto. Non tutti “sentono” allo stesso modo, e ciò per motivi molteplici: in sintesi l’educazione ricevuta, gli ambienti frequentati, le persone incontrate, la cultura acquisita, gli interessi personali e, non ultime, le vicissitudini della vita. Tutto questo costituisce una “formazione della coscienza” che può diventare facilmente un condizionamento della medesima, che nella sua primordialità non ha forma, e per questo può concepire molteplici forme.
            Quando dici “soddisfazione di per sé” occorre distinguere se è egoica o spirituale, e qui l’argomento si fa scabroso, poiché se è egoica è un condizionamento che si aggiunge a quelli visti sopra, se è spirituale è, almeno parzialmente, liberatrice. Intriso come sono di zen, dico che la liberazione spirituale va cercata … senza cercarla (i gigli dei campi, gli uccelli del cielo), e questo dipende dal fatto che il soggetto nutra o meno un’aspirazione che lo supera e lo attrae verso …
            Ed il cercare ha un che di avventuroso, è un’impresa che comporta uno strenuo impegno nell’abbandonare il conosciuto.
            Infine, non mi sento di criticare negativamente chi desidera ottenere un “posto di prestigio”. Dico solo che anche in questo caso occorre distinguere tra desiderio dell’ego e superiore attrazione verso …
            Ci siamo imbarcati in un discorso spigoloso, ma spero di averti risposto con un cicinino di chiarezza😊.
            Ciao.

        2. Don Pietro Paolo

          Caro Matto, mi scuso se mi intrometto, ma nella sua risposta ad Adriana mi pare che ci sia un punto debole: l’impostazione antropocentrica. Mi spiego meglio…. …più che il riferimento all’impegno personale, che nella vita cristiana è indiscutibile, colpisce lo sbilanciamento del discorso sull’uomo a scapito della grazia.

          Il peccato originale appare ridotto a un generico “qualcosa andato storto”, mentre per la fede cattolica è una realtà oggettiva che spiega perché l’uomo, da solo, non possa liberarsi dai propri condizionamenti interiori. Dire che perfino la grazia sacramentale possa risultare insufficiente se l’uomo non “si aiuta da sé” rischia di rovesciare l’ordine: nella dottrina cattolica la grazia precede, fonda e rende possibile ogni vero progresso spirituale.

          Anche l’immagine della “conquista della Marianità”, per quanto suggestiva, è teologicamente ambigua: Maria non è una vetta da conquistare con un’impresa cavalleresca, ma una Madre che si riceve per dono. L’impegno personale resta indispensabile, ma sempre come risposta alla grazia, non come sua condizione.

          Infine, l’apofasi non può essere usata per relativizzare il dogma, né la coscienza può essere intesa come senza limiti: nella fede cristiana essa è chiamata a riconoscere la Verità rivelata, non a sostituirsi ad essa. In caso contrario, il rischio è quello di una spiritualità intensa e affascinante, ma centrata sull’uomo più che sull’azione salvifica di Dio.

          1. Caro don PP,
            mi conceda di traslare il contenuto delle sue affermazioni usufruendo di una metafora in stile para-teologico.
            Dio passeggia sulla terra, così come usava passeggiare nel giardino dell’Eden: esplora che cosa stia facendo il popolo umano. Scopre che molti sono gli individui “attivi” (non solo in senso pratico ma anche spirituale)…potremmo definirli individui “svegli”.
            Ma vede che molto più numerosi sono gli umani “in sonno”, vecchia consuetudine dei loro antenati “Lotofagi”. Aspettano che i frutti cadano dagli alberi per nutrirsene: non andrebbero certo ad arrampicarsi in alto sui tronchi per strapparli alle povere piante. Ebbene, su quale gruppo un misericordioso Dio dal cuore tenero manda la Grazia? Sui professionisti del sonno, naturalmente. Gente che non rappresenta nessun pericolo che affronti la fatica di pensare in proprio. E anche su costoro con una certa oculatezza (non si sa mai che a qualcuno di costoro venga in mente, prima o poi, di domandarGli perchè l’hanno svegliato o di recriminare sulla tranquillità interrotta).###
            Quindi, a chi tocca, tocca. Perchè? “Mistero della fede”. A nessun umano è dato di conoscere le nascoste intenzioni superiori. Accade che, destatosi malamente, un neo-lotofago comunichi ai colleghi che bisogna svegliarsi- come lui- perchè un simile turbamento della propria pace non può che provenire dall’Alto-alto, da quel cielo calmo sotto il quale stavano tranquillamente distesi, dalla cui forza (forse un tuono improvviso) egli è stato bruscamente toccato. Un sussulto nel sonno…come è facile trasformarlo nel privilegio di chi afferma che si è trattato di un misterioso miracolo che solo lui ha veduto e sentito e per il quale solo lui ha il diritto ed il potere di comandare sugli altri e di indurli, in primis, a credergli e di obbedirgli
            (magari andando finalmente a cogliere quei frutti succosi coi quali potranno omaggiarlo per sentirsi, a loro volta, privilegiati).

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