Un Natale in Lavanderia. Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione questo mazzo di ricordi e immagini. Buona lettura e condivisione.

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Il paesino sabino dove a volte mi rifugio è tutto un bagliore di luci, un proiettore anima la notte disegnando sulla parete di un palazzo un rotolio di immagini: alberelli, pupazzi di neve, babbi natale che vanno e vengono in peripezia di capriole. Sui davanzali e lungo le ringhiere delle scalette d’ingresso delle case s’accendono  e si spengono filoni di lumini e luminarie e lo stesso, tornata a Roma, alla sera, serpenti lucenti di  mille luci colorate accendono i negozi sfavillanti e speranzosi di vendite. E mentre le luci elettriche, figlie della modernità, danno i loro bagliori falsi nella notte nera, mi viene incontro il mio Natale illuminato solo dalla luce di Betlemme, una sola, unica luce, la Luce Eterna del Bambinello, che vogliono soffocare con le luminarie del natale del grinch… Ora, per chi vorrà, il mio Natale di allora, nudo.

In casa de Vito non si faceva l’albero di Natale. Per l’amor del Cielo, l’abete impellicciato, sgargiante di luci e palle e ori non poteva far conto paro con la discesa in terra, nuda di povertà, del Bambinello celeste nella stalla di Betlemme! Nel quadro del mio Natale bambino, dunque, non c’era l’albero e non c’era Babbo Natale con le renne e la slitta.

I doni, i piccoli doni, li portava, Dio solo sa come, Israello che, con mia grande sorpresa, era Gesù nella Notte Santa del Tu scendi dalle stelle… Solo il presepe avevamo e non ricordo neanche  più dove veniva fatto; forse in sala da pranzo o forse no, ché  la memoria non si accende neppure al ricordo di un tavolo vestito di rosso, dove consumare un pranzo di Natale come si deve. Niente ricordo, non il presepe e non il mangiare; solo che statuine e stalla e animali si custodivano in cantina, in un cestino attaccato con un gancio al soffitto. Respiravo l’odore di chiuso, di formaggio della nonna, di umido ed era l’odore del Natale mio. Scendeva il cestino: ogni pezzo di cuore, un involtino di carta di giornale. Il mio cuore nel giubilo, le statuine come bambolette. Il presepe c’era, ma doveva essere ben piccolo – senza angeli e senza cielo stellato – se non riesco a vederlo, con gli occhi dell’anima accesi.

Le montagne sì, le montagne c’erano, le ricordo, e una palma e pure un cammello. La carta mimetica veniva accartocciata in balze di pieghe e riempita, per farne sostanza di sangue, con pugni di carta di giornale e, tra quei monti inventati, c’era un laghetto fatto con uno specchietto da borsetta e cigni e papere bianche a nuotare nel freddo della Vigilia…
Del presepe, niente, ma la lavanderia, gelida, gialla, cugina del grande giardino dove fratelli miei erano gli alberi silenti, con il loro gran cappello di aghi verdi, invernali; la lavanderia, dicevo, si riempiva delle torte che mio padre donava ad amici, conoscenti, parenti, committenti suoi.

Erano tante, rotonde, cassate siciliane, che chiuso nello smeraldo dell’incarto loro, nascondevano il bianco della neve di zucchero, il verde della pasta di mandorle, i frutti canditi. La lavanderia foderata di quel verde di pasticceria (che pure mi schifava in bocca nei sapori stranieri…) sorrideva dolce, felice, e diventava di festa e di mondo anche lei, in quell’erba zuccherina, finché, consegna oggi e consegna domani, non tornava nuda, lei come me nella sacra Notte dell’eterno ritorno.. Lei come Israello. Nuda, ma forte, di vita profonda, vera, di fronte al mondo travestito di luci. E io, come lei.

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1 commento su “Un Natale in Lavanderia. Benedetta De Vito.”

  1. Io, che dimentico sempre tutto, il Natale da bambina ce l’ ho impresso e ben stampato nella mente: avevamo un albero vero, coi suoi piccoli gingilli in vetro delicato, una pipa, un grappoletto d’uva, un paio di uccellini canterini, un funghetto dal rosso cappellino e un superbo cigno, questo sì il più sontuoso della compagnia. E poi il presepe, allestito puntualmente da papà che ogni anno lo inventava più grande e più bello. Ai regali, piccoli regali, pensava la Befana che noi bambini attendevamo ansiosi e trepidanti.
    Fino a che… proruppe all’ improvviso lui, Babbo Natale, spuntato allegramente dal televisore nuovo di zecca insieme alle superbe luminarie e alle sfilze di regali posti in bella mostra ai piedi degli enormi abeti di quei filmetti americani che con le loro atmosfere fascinose stuzzicavano la fantasia di noi bambini. Tanto che ci venne persino in mente di incartare scatole vuote per abbellire la nostra scena casalinga e arricchire l’albero che nel frattempo era divenuto finto, tutto regolare, impettito e quasi severo. Frutto della imminente modernità che, ahimè,
    ci avrebbe attanagliato tutti.

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