Lo Stato Beatifico della Testa Vuota (cioè Svuotata…). Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un elemento  molto importante del nostro processo di comprensione del mondo e degli altri. E ci rivela anche qualcosa sulla sua metodologia di composizione letteraria. Buona lettura e diffusione.

§§§

 

LO STATO BEATIFICO DELLA TESTA VUOTA

 

Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capirà nemmeno le tue parole.

Elbert Hubbard

 

* * *

Per quanto mi riguarda, il susseguirsi dei miei matti articoli gentilmente ospitati su questo onorevole blog avanza inevitabilmente per una via impervia riguardo al comunicare, tanto che se il mio vocabolario fosse anche il più colto e forbito, resterebbe insufficiente alla comunicazione di Ciò che lo trascende. Cosicché c’è da chiedersi: combinando un corposo numero di vocaboli, il comunicare si fa più completo o più complesso? Più chiaro o più ingarbugliato?

I miei matti articoli sono regolarmente preceduti dal Silenzio, cioè dalla catarsi  totale della mente; dal disincaglio da ogni dualismo (attaccamento all’affermazione o alla negazione); dallo svincolo dal duro minerale della combinazione concettuale; dalla liberazione da ogni “presa di posizione”; dall’abbandono di tutto il saputo; dall’evasione, per dirla con Roland Barthes, da «quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme “troppo” e “troppo poco”, eccessivo (per la sommersione emotiva) e povero (per i codici entro i quali viene costretto)».

 

Insomma, i mie articoli sono preceduti dallo svuotamento della testa.

 

Pertanto, nel comunicare quel che ne risulta si presenta una difficoltà insormontabile: rendere con le parole Ciò che le supera, ossia dire con il dicibile l’Indicibile, con il finito l’Infinito, con le definizioni l’Indefinibile, con la ricchezza frastornante delle parole la silente Povertà dello spirito, che non per nulla è la prima delle beatitudini predicate dal Verbo.

 

Thomas S. Eliot:

«Tutto il nostro sapere ci porta più vicini alla nostra ignoranza. Dov’è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza?».

L’unica possibilità d’intendimento – che risponde ad una legge spirituale – è data dall’intesa angelica che nasce tra chi scrive o parla e chi legge o ascolta, se quest’ultimo, secondo che dice Hubbard in incipit, è anch’esso versato sufficientemente nella prassi del Silenzio, del distacco dall’io psichico, dall’io artefatto che “forma la Coscienza”, cosicché tra le parole filtri l’Angelo (Uriel?) recante uno sprazzo della Luce che dimora nel Silenzio. Il Silenzio e la Luce sono … Silenzio e Luce: ogni aggiunta di vocaboli è una sovrastruttura; ogni tentativo di misurare in parole il Sovrarazionale è fallito in partenza. A rigore, perfino “Silenzio” e “Luce” sono di troppo.

 

Per questo Hubbard suggerisce:

«Non dare mai spiegazioni: i tuoi amici non ne hanno bisogno e i tuoi nemici non ci crederanno comunque»,

al riguardo essendo superfluo notare come i Matti abbiano sparuti amici ed una pletora di nemici. Del resto quelli che tentano di avventurarsi in solitaria in alto mare sono in nettissima minoranza rispetto ai più che se ne stanno sulla spiaggia al mare, come si dice oggi “in sicurezza”, col bagnino che vigila su di loro mentre fanno il bagno, e con la doccia e il bar a portata di mano. Chiaro che per quelli che decidono di restarsene a riva va benissimo, ma va benissimo anche per chi decide di avventurarsi in alto mare. Non c’è contrasto: tanto la spiaggia quanto l’alto mare fan parte entrambi della Natura, ragion per cui l’inveire di coloro che stanno sulla spiaggia contro chi si avventura al largo non ha alcun senso.

Se le parole, come i pensieri, emergono dal Silenzio per poi reimmergersi rapidissimamente in Esso, vuol dire che il Silenzio quale sottofondo inprescindibile è reale, mentre parole e pensieri sono apparizioni, se apparire – ad parère – significa venire alla luce. Senza il Silenzio, nessuna parola e nessun pensiero è possibile. Il Silenzio è. Le parole e i pensieri scorrono, cioè appaiono e scompaiono. Perciò tra parola e parola, tra pensiero e pensiero, ossia tra ombra e ombra, c’è il Silenzio, c’è la Luce. Del resto, l’ombra non esiste di per sé ma soltanto grazie alla luce.

 

Gli è che il Silenzio comporta un ritorno all’Ignoranza Integrale che libera dal peso del saputo, e proprio per questo conferisce LO STATO BEATIFICO DELLA TESTA VUOTA, una stato di levità incomprensibile senza averlo sperimentato anche per un solo momento.

«In piena ignoranza protenditi, per quanto è possibile, verso l’unione con colui che supera ogni essere e conoscenza [per essere] unito in un modo superiore a colui che è completamente sconosciuto, mediante l’inattività di ogni conoscenza», dice l’Aeropagita.

E Nicola Cusano conferma:

«La precisione della verità risplende in modo incomprensibile nelle tenebre della nostra ignoranza. Questa è la dotta ignoranza [con la quale] possiamo accedere, secondo i gradi di dottrina dell’ignoranza stessa, a Dio di infinita bontà massimo unitrino […], in quanto si rivela a noi in modo incomprensibile.»

Nel suo incrementarsi, il sapere dovrebbe stimolare almeno il sospetto che mai potrà giungere a Ciò che lo trascende e di cui mai potrà vantare l’esclusiva presentandolo discorsivamente, avviluppandolo nei vocabili, soffocandolo nei concetti.

Frithjof  Schuon:

«La comprensione autentica ed intera di un’idea supera notevolmente il primo assentimento dell’intelligenza, assentimento che viene confuso generalmente con la comprensione in sé e per sé».

Si focalizzi: « la comprensione in sé e per sé», ovvero ultra cerebro-intellettuale per la quale si diventa la comprensione, il soggetto che comprende e l’oggetto della comprensione vicendevolmente si assumono.

 

Non che il sapere tante cose sia negativo di per sé, ma tutt’altro che sporadicamente esso viene ritenuto vero in assoluto e “soddisfacente”, quando invece è relativo, non di rado contraddittorio, suscettibile di aumento e approfondimento, ciò che presuppone l’Ignoranza quale madre – preziosa! – che mai lo abbandona: nel momento in cui ci si accinge a voler sapere si confessa la propria lucente Ignoranza Primordiale! L’Ignoranza dell’infante, di colui che non sa parlare! Ignoranza teandrica che non abbisogna di tomi zeppi di parole per il semplice motivo che si trova irriducibilmente oltre essi che ne possono soltanto balbettare.

Nicola Cusano:

«So che tutto ciò che so non è Dio, e che tutto ciò che io posso concepire non ha con Lui somiglianza».

Si noti il significato radicale di quanto afferma Cusano, che conferma l’opportunità della testa vuota, cioè ignorante, se Dio deve dimorarvi, ciò che è confermato anche da Maestro Eckhart:

«Sappilo: essere vuoto di ogni creatura è essere pieno di Dio, ed essere pieno di ogni creatura è essere vuoto di Dio»,

ove “creatura” comprende anche e soprattutto le “creazioni” della mente che riempiono la testa quale proliferazione delle informazioni precedenti.

 

 

Al riguardo, può risultare interessante il termine giapponese shoshin 初心: mente di principiante, di cui il maestro zen Shunryu Suzuki dice:

 

«Nella mente del principiante ci sono molte possibilità, in quella dell’esperto poche».

Da ignorante, il principiante gode del fascino della “prima volta”, è libero da preconcetti, aspettative e, soprattutto, dalla pesante zavorra del “io so già”.

Attiro l’attenzione sul sopraddetto peso del saputo che, ancorché inavvertito, ha un peso che occupa la testa e non finisce di riempirla aumentando sempre più di peso, appunto la zavorra del “io so già”. Il pensiero pensa in continuazione e, autogenerandosi, si dirama in una miriade di direzioni che poi ritornano su se stesse e di nuovo si diramano, il tutto in un giro vizioso senza requie che farebbe scoppiare la testa se questa non fruisse della dimenticanza: per pensare e dire qualcosa è necessario dimenticare le tutte le altre cose. Sono pochi i consapevoli che il momento della dimenticanza-ignoranza è il momento propizio, il kairos quale fessura per l’irrompere della Luce.

 

Il pensiero non può giungere ad assimilare il suo oggetto proprio per il fatto che per esso resta un oggetto (ob jectum, posto davanti) di cui si nutre e di cui parla senza veramente conoscerlo e compromette la levità dello STATO BEATIFICO DELLA TESTA VUOTA.

 

Testa che può essere piena a patto che sia vuota; che può sapere tante cose a patto che non ne sappia alcuna; che è sapiente in quanto rimane ignorante.

 

https://youtu.be/QoFPchCdpXM

 

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43 commenti su “Lo Stato Beatifico della Testa Vuota (cioè Svuotata…). Il Matto.”

  1. Grazie Adriana della curiosa informazione delle ore 12;37 di oggi.
    Ah! La bella liturgia dei Padri Mechitaristi cui ho avuto il piacere di assistervi in alcune occasioni.
    Come racconti…. spariscono foto anche oggi. Anche oggi che più che sparite, nel senso di distrutte, forse sono segretamente solo nascoste.
    Immaginarsi quindi quali furono le peripezie dei primi racconti scritti sull’uomo Gesù, che furono rimpiazzati da copie di copie a dispregio del grande interesse che avrebbero avuto i successivi cristiani per la conservazione delle testimonianze scritte dell’autentica originale “divina” avventura!
    Certo! Anche un “campanaro” può diventare per Caso un intransigente Soter di vita, via, verità.
    Ma la memoria storica, anche se sepolta da metri di terra, si fa sentire qua e là con bradisismi impietosi!
    Ciao. Vale!

  2. Va tranquillo Tesoro. Anche tu sei un Tesoro di Libertà!
    “Libertà vo’ cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”.
    Perdonarti?
    E di che?
    Un Matto Tesoro vale più di un semplice tesoro. Nessuno può calcolarne il valore!
    Uno “va, vende tutto ciò che ha per comperare quel campo”, insegna perfino Gesù!

  3. Carissimi Adriana e Rolando,
    spero mi comprendiate: i Vostri ultimi interventi mi mettono in imbarazzo riguardo a cosa rispondervi.
    Ho la nettisima impressione che finirei per dare un contributo al … considerare, discutere, analizzare, affermare, contraddire, criticare, obbiettare, dubitare, paragonare, confrontare, tergiversare, sospettare, rimandare, mercanteggiare.
    Mi perdonerete se mi prendo una pausa.
    Me lo suggerisce … il cuore😊

    1. Va tranquillo Tesoro. Anche tu sei un Tesoro di Libertà!
      “Libertà vo’ cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”.
      Perdonarti?
      E di che?
      Un Matto Tesoro vale più di un semplice tesoro. Nessuno può calcolarne il valore!
      Uno “va, vende tutto ciò che ha per comperare quel campo”, insegna perfino Gesù!

    2. Non ho nulla da rimproverare al Matto, e, per la verità, neanche ad Enrico. Talvolta, solo nel crogiolo del silenzio, hsin (cuore/mente) palpita, e fa emergere pepite di oro purissimo da offrire in dono.

  4. ….che Leone assieme a Bue mangi il fieno…
    “Spera”. Egli disse. Forse…un bagliore. Se non è allucinazione.
    Ogni singolo uomo per questo Leone sembra contare più che la comunità….

  5. Carissimi Adriana e Rolando,
    sempre sempre con molta attenzione le Vostre considerazioni. Ormai ci conosciamo e rispettiamo da tempo, ragion per cui mi permetto di proporvi quanto segue, di cui non conosco l’autore (ma che importa dal momento che occorre guardare ciò che è detto e non chi l’ha detto?).
    Inutile aggiungere che le “parole” qui sotto sono entrate a far parte del mio aforismario, e che non è escluso utilizzerò ancora in seguito.

    “Consideri, discuti, analizzi, affermi, contraddici.
    Critichi, obbietti, dubiti,
    paragoni, confronti, tergiversi, sospetti,
    rimandi, mercanteggi … ma il cuore …
    Per noi occidentali qualcosa di molto difficile da comprendere e accettare”.

    Un caro saluto ad entrambi.

    1. Caro Matto,
      sembra che il giudizio da te citato sia diviso in due parti contrapposte. La “codina” pare esprimere un’ opinione negativa: ma su quale delle due proposizioni? L’insieme, cmq., mi sembra una parafrasi della celebre frase di Pascal: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”.

    2. Carissimo il Matto,…..
      “…ma il cuore …”.
      “Ma il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce” scriveva un tal Pascal.
      Ed un tal Signore [YHWH] ” vide che molta malizia di il adam sulla terra e ogni formazione di pensieri di cuore di lui solo male tutto il giorno” (Gn 6,5).
      E “… perchè immaginazione di cuore di il adam cattiva da adolescenza di lui” (Gn 8, 21).
      Ancora…”Infatti conosco immaginazione di lui che egli facente il giorno prima che io faccia entrare lui in la terra che io giurai” (Dt 31,21).
      In tutti tre i casi ricorre il termine ebraico “YETZER”, radice YZR, che inequivocabilmente significa “formare”, “modellare” [LXX “èplasen” Gn 2,7] ed indica/significa il processo elettrobiochimico del materiale gliale/neurale del cervello umano quale creatore/processore di pensiero come immagine.
      Ovviamente l’immagine non è la realtà in divenire nè “in essere” delle cose ma solo una misurazione o dell’una o dell’altra dall’interno interferire del misurante che porta al tragico “ciò che [mi] conviene”.
      Tuttavia in questo mirabile processo l’uomo misurante/scegliente non può calcolare nè per sè nè per tutto il resto/altrui le effettive conseguenze della propria scelta.
      Qui siamo di fronte alla perfetta immagine di un gatto che gioca tragicamente col topo prima di fagocitarselo.
      Pertanto prima di pensare/immaginare che questo sia un Dio, che non vedo nè posso immaginare, ritengo concretamente che questo sia l’uomo stesso ed in ispecie l’Uomo di Potere che inventa dottrine di Dio per suffragare la propria sete di Padronanza come chiaramente scriveva uno ai Romani quasi duemila anni fa (Rm 13, 1…).
      Intendiamoci. La furbizia umana del Potere lo traveste d’Amore con la “A” maiuscola per adescare le pecore da addomesticare con melliflue reti da pesca.
      Ma nessuno ancora è riuscito ad addomesticare perfettamente, totalmente… “la formazione di pensiero” del cuore umano. E mai ci riuscirà, se perfino il supposto “creatore” si autolamenta, come racconta l’uomo furbo che “scrive” ed “ooera” per Lui. Tragiche parole quelle del Vescovo di Milano in Sant’Ambrogio il giorno della festa del Vescovo militare. Ma più tragica ancora è la realtà. Mt 25, 31-46 conferisce Potere alla pietas ed alla compassione umane, non a supposti Dio. Anzi: pietas e compassione sono Dio.
      Dum vivimur sic est. (Agostino). L’Urlo…..
      …..ma il cuore…..

    3. Caro Matto,
      grazie del privilegio. Cosa devo fare di questa frase? Sincerely mi sembra un allungamento di quella- famosa- di Pascal: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”. Il finale mi rimane misterioso: significa che in occidente i procedimenti ispirati dalla ragione non si conciliano con quelli suggeriti dal cuore? Ma perchè “solo” in occidente?

  6. E se le parole non fossero spiegazione, ma ricerca? “Come persone che cercano spieghiamo e come persone che spiegano cerchiamo” scriveva già quel cervello irrequieto di Agostino….
    Siamo immersi in una partitura che ci sembra da dirigere ma è in atto!
    Se anche Dio “faceva”/”ordinava” con la parola vuol dire che la Musica era già in atto.

  7. Carissima Adriana1, a proposito di “verba pretereaque verba” di matrice catulliana e che tanto si accordano con le, diciamo così, ragioni della mistica de’ IL MATTO dove coerentemente il processo della parola non collima col silenzio interiore del mistico che arriva perfino a “dirigere” il respiro del battito del cuore, sul testo di Diego Fusaro, La fine del Cristianesimo, ho notato a matita, ormai da anni, questa espressione di papa Francesco stesso detta nel 2014: “Non ho mai compreso l’espressione: valori non negoziabili”.
    Alla luce di tale pensiero incompreso la distinzione di “munus” da “ministerium” potrebbe anche concretizzarsi in un dolo, cioè innanzitutto in una “convenienza” personale.
    Il “dono” di Cristo è vuota parola se non viene amministrato, esercitato. E niente te lo può impedire, neppure il martirio, che ti “incorona”.
    Non l’automartirio delle vuote parole ad autogiustificazione “canonica”(?) di una magnifica solitudine.
    Rifugiarsi nella “scienza” teologica è molto pericoloso perchè solo Dio scruta i cuori e conosce la propria divina teologia! E poi non è Gesù che racconta la parabola dei talenti?E Lui sa che questo mio non vuol essere un giudizio [miserabile, pietoso giudizio!] ma un tentativo di “compredere” oltre le parole, sospirando un silenzioso “ma!”. Omnis homo fallax.
    Avvolgere tutto nel silenzio di un’interiore sorriso amoroso.p
    E speriamo che Leone assieme a Bue mangi il fieno (Is 65,25) d’un sempre nuovo Natale e che si realizzi l’augurio del sommo Virgilio: Incipe parve puer: qui non risere parenti, nec Deus hunc mensa, Dea nec dignata cubili est.

  8. Caro Rolando,
    ti ringrazio della risposta e della tua traduzione da I Corinzi (13, 7) che mi sono affrettata a trascrivere. In effetti, non capisco- ad es.- come “stégo” possa significare “scusare”. Forse che Ma’at, la dea egiziana della Giustizia, nella psicostasia impiegava “gentilmente” il mattone (suo simbolo assimilabile ad una tegola) per “scusare” il peccatore bugiardo delle sue false dichiarazioni? La “misericordite” a mezza strada può giocare brutti scherzi alle pecorelle che, dalla traduzione CEI, sembrano invitate a tollerare qualunque azione ( specie immorale ) venga compiuta dai consacrati detentori del Potere.

    1. Cara Adriana 1, ha amorevoli ragioni anche IL MATTO nostro carissimo e per questo cito Catullo : “Verba praetereaque verba!”. Catullo cantore dell’amore, “di quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, croce e delizia al cuor”. Amore che non minaccia dottrine ma gentilmente ci augura (il più tardi possibile, se al Destino piace): “Sit tibi terra laevis et molliter ossa quiescant”….
      Quell’amore cui anelava anche Lady Macbeth del distretto di Mcensk.
      Quell’amore con cui Maât, la celeste Dea del cielo, Madre del Sole, ci avvolge da sempre nel respiro del suo manto celeste.

      1. Caro Rolando,
        mi sa che quell’ amore dal distretto di Mcensk era così pestifero da aver messo KO il direttore d’orchestra. Mi sa che Sosso Jugasvilj aveva le sue ottime ragioni, almeno in campo musicale.

        1. Sicuramente Iosif Stalin, che tu citi col nome del battesimo cristiano, ha avuto le “sue” ottime ragioni, ma extra campo musicale….
          Era tuttavia un ottimo intenditore del messaggio di Paolo, tanto da metterlo in Costituzione: “Chi non lavora, neppure mangi”. Non c’e tempo da perdere a guardare gli uccelli del cielo ed i gigli del campo!

          1. Caro Rolando,
            un certo Cristianesimo gli sarà rimasto. Molti anni fa, nel museo dell’ isola dei Padri Mechitaristi, collocata in una vetrina in bella mostra, c’era la foto del giovane Sosso con i suoi documenti di identità e un breve suo messaggio in cirillico di ringraziamento. (Me lo spiegò uno dei Padri). Ho letto che il rifugiato faceva anche il campanaro. Fu una visita privata grazie alla conoscenza di mia madre con un importante procuratore di Venezia. Mi dicono che quella foto non esiste più. L’ avranno nascosta…Da Paolo avrà appreso a farsi obbedire come tutte le autorità volute da Dio. Ah, il Piccolo Padre! 😂

  9. Lo stato beatifico della testa svuotata sta proprio nell’aver pigiato tutte le parole apprese, verbo per verbo come i chicchi del grappolo d’uva e lasciarsi inebriare dalla dolcezza dell’unico mosto.

    1. Caro Rolando,
      “inebriare”, dici…Quanto somiglia questa immagine a quella dell’ebbrezza dionisiaca anzi, di Dioniso Zagreo( l’immolato e poi risorto ). Lo sapeva bene Nonno di Panopoli, autore del poema: “Le Dionisiache”, ma anche- in parallelo- della traduzione in versi del Vangelo di Giovanni.

      1. Cara Adriana, ricordo con vivida realtà come fosse adesso, quando da giovane non ancora ventenne, il giorno dell’Immacolata, si era un’unica folla di giovani maschi seminaristi radunati davanti alla statua della Vergine, a cantare “post te curremus in odore unguentorum tuorum”. E ci consacravano ad essa.
        Ma attorno era tutto un odore di maschi inebriati di fantasie, idoli omerici, che tradivano l’unica realtà.
        Un grande scienziato parlò dell’ “universo in un guscio di noce”.
        Il guscio di noce del cervello umano! Dell’unicità di ciascun cervello umano! Un’infinita unicità di misure. Captate dal piacere/bellezza, dalla intramontabile ed irresistibile “kàris” pindarica! La medesima realtà della grazia/”kàris” di Paolo che parlava in “inglese”.

        1. Caro Rolando, ben tornato! stavolta con un sacco natalizio ricco di freschi, “puntuti” ricordi.
          Devo supporre che le intense peculiarità di Diana Efesina abbiano necessitato di secoli di trattamento con diluenti per disperderne il sapore, l’odore e l’avvincente afrore, senza che mai tali asettici prodotti ( stillati nei laboratori cerebrali dei nuovi credenti ) riuscissero, veramente, a cancellare dal fondo dei cuori- sinceramente devoti e baldanzosi- l’arcaico fascino ( e il solido potere ) della divinità.
          Le continue immersioni nelle vasche profumate che permisero ad Ester la vittoria nel concorso di bellezza tra le candidate alle nozze con Assuero…l’importanza dei “Feromoni” scoperta molto di recente… il “Profumo” di Patrick Suskind che ne esalta la funzione fondamentale nei rapporti di empatia o di odio, di santificazione o di condanna… tutte le suddette attenzioni servono a restituire all’olfatto la sua posizione primaria tra i sensi umani, “à juste titre”, essendo, in realtà, l’unico strumento capace di cogliere la volatile e invisibile presenza del profumo e le sue “sublimi” caratteristiche. E se ciò ci apparenta alle creature del mondo animale, non cadiamo certo in basso, ma, al contrario, godiamo della fratellanza tra le creature create. Quanto a Paolo, che si fece tutto con tutti e “pugile”, pur di raggiungere i suoi scopi, non riesco ad attribuirgli neppure un briciolo di quella umanità che traspare da ogni tratto del Pugile di Palazzo Massimo.
          Stammi bene, Adriana. 🤗

          1. Carissima Adriana 1, grazie! Concordo. L’olfatto, una piccola estensione di cellule più o meno di quella di un francobollo!…
            Concordo anche quanto scrivi di Paolo. Tuttavia, al di là di ogni suo scopo, anche a lui, può essere incosciamente sfuggità una “verità” che io colgo in queste sue parole scritte nell’inglese del suo tempo:
            [ΗΑΓΑΠΕ]
            ΠΑΝΤΑCΤΕΓΕΙ
            ΠΑΝΤΑΠΙCΤΕΥΕΙ
            ΠΑΝΤΑΕΛΠΙΖΕΙ
            ΠΑΝΤΑYΠΟΜΕΝΕΙ
            (Η ὰγἀπη)  7. πάντα στέγει, πάντα πιστεὐει, πάντα ελπίζει, πάντα ὐπομένει. (1Cor13,7)

            7.omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet.

            – στἐγω, verbo greco da dove deriva tegola in italiano. Cioè ciò  con cui si copre e si fa il tetto. Copro, difendo, nascondo,  custodisco, tengo occulto, celo.

             – υπομένω, sopporto, tollero, sostengo, ammetto, ardisco, oso.
             La CEI traduce: tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
            Io invece traduco: tutto copre (cela, tiene segreto), tutto crede, tutto spera, tutto osa.
            Quindi anche Paolo ha un’altra verità….
            Stammi bene anche tu.

    2. “Pigiare” le parole? Quale sarebbe il modo? O forse è soltanto un modo di dire? Le parole non si possono “pigiare”. Il “mosto” non esce dalle parole: è oltre di esse. La Scena – inebriante – è oltre il sipario che va alzato … non “pigiato”. Alzare le parole, mandarle all’aria.
      Ovviamente, lo dico per quanto mi riguarda.

      1. Caro Matto, vero è che hai eccepito: “almeno per quanto riguarda me”, ma è anche vero che a me, questo “buttare le parole in aria”, questo andare “al di là del sipario”, mi ricorda- chiedo venia- “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello ” di Oliver Sacks.
        In questo saggio neurologico, l’autore racconta alcune sue esperienze cliniche di neurologo e descrive alcuni casi di pazienti con lesioni encefaliche di vario tipo che hanno prodotto i comportamenti più singolari e imprevedibili. (Da noi comparve nel 1986.)
        Mentre Rolando intende spremere ed eliminare dalle parole tutti i nominalismi in esse contenute (buccia, acini) per ricavarne il succo quintessenziale che, gustato, fatto tuo, ti permette di ricevere la visione beatifica, come l’Haoma, il Soma e, penso, anche l’Ambrosia, tu proponi una situazione diversa: cacciar via le parole (ed i concetti che esse veicolano) come fossero uno stormo di corvi, di micidiali gabbiani
        ( quelli di Hitchcock per esempio ). Silenziate in tal modo, la tua mente (silenziata a sua volta) è pronta ad accogliere l’illuminazione ineffabile dell’Assoluto o, con un’altra immagine, è pronta a volare verso l’Empireo.
        Esiste il rischio, molto umano, della “dimenticanza”: quella che ti può far scambiare la moglie per un cappello…Può darsi benissimo, d’altro canto, che io non abbia compreso a fondo il tuo intervento: in ogni caso, mi sembra però assai prudente non prendere nessuna moglie.😉

        1. Carissima,
          prendo atto – e apprezzo – le tue interessanti osservazioni, e non sorge in me il minimo impulso nel confutarle. Così, per celiare amabilmente, come si confà tra persone reciprocamente rispettose, mi vien da notare come sia possibile anche scambiare il proprio cappello per una moglie 😂, date le pressoché infinite possibilità che ha la mente umana di auto-allucinarsi come meglio crede, e che nessun neurologo, per quanto versato nella sua professione, può definitivamente catalogare.
          Inoltre, la comunicazione di un’esperienza – e questo vale per ognuno – richiede nel ricevente una preparazione se non identica almeno assai simile a quella del comunicante. Quindi non è soltanto con le parole che può stabilirsi un intendimento: se un palombaro scende nel fondo del mare e poi lo racconta a chi pesca molluschi a due metri sott’acqua è ben difficile che quest’ultimo possa comprendere l’esperienza del palombaro.
          Gli è infatti che ognuno è palombaro quando comunica la propria esperienza e pescatore di superficie quando ascolta l’esperienza altrui.
          Insomma: ognuno segue il proprio percorso, che può senz’altro proporre, ma senza pretendere che sia l’unico possibile.

        2. Carissima Adriana 1, hai dato eco-spiegazione che “sento al di là” della parola, “mia”.
          Gratias ago tibi!
          Ecco un modo di rispondere col silenzio da parte mia.
          Infatti tutte le parole ho spremuto e…. factum infectum fieri nequit. Pertanto sono con, per, in un Dio che non può.

  10. Rolando,
    sembra che il processo bioelettrochimico non riguardi soltanto il cervello umano, bensì tutto l’esistente. Si tratta insomma, lo dico in soldoni, di un processo universale fatto di frequenze. Sospetto che ciò di cui erano capaci gli uomini arcaici – non indottrinati da chicchessia – era proprio la capacità di sintonizzarsi ed armonizzarsi con le frequenze universali; capacità che gli uomini moderni nemmeno si sognano, continuando così a confliggere dialetticamente e bellicamente, totalmente frastornati dal bailamme che ne vien fuori. Ovviamente, la modernità è vecchia di migliaia di anni.

    1. Leggere queste tuoi pensieri di cui spontaneamente mi informi, prima ancora della condivisione piena, è sorta in me, nel mio silenzio interiore, profonda pace, soave armonia dal proceder dei tempi.
      Grazie.

  11. Bel passo del Matto:
    “Il pensiero pensa in continuazione e, autogenerandosi, si dirama in una miriade di direzioni che poi ritornano su se stesse e di nuovo si diramano, il tutto in un giro vizioso senza requie che farebbe scoppiare la testa se questa non fruisse della dimenticanza.”
    Stando a quanto diceva il mio professore Carlo Diano all’Università di Padova la dimenticanza è proprio il dono che ci salva dal farci impazzire perché non può contenere la senza-dimenticana, cioè la a-letheia (Gv davanti a Pilato): la verità.

  12. E Nicola Cusano conferma:

    «La precisione della verità risplende in modo incomprensibile nelle tenebre della nostra ignoranza. Questa è la dotta ignoranza [con la quale] possiamo accedere, secondo i gradi di dottrina dell’ignoranza stessa, a Dio di infinita bontà massimo unitrino […], in quanto si rivela a noi in modo incomprensibile.»
    A Nicea un gruppo di turchi cristiani avrebbero gridato a Leone XIV (di lasciare Roma) e “di abitare stabilmente a Nicea”.
    Chiaro?

  13. Come sta il caro Dott Marco? Spero e gli auguro sia già in ripresa….
    “Alzati e cammina”…. contento.

  14. “Non ti farai immagine alcuna di me”, comanda il Signore dell’AT.
    Ed addirittura in Genesi c’è perfino il versetto in cui tal medesimo Signore arriva perfino a proibire all’uomo “la stessa “formazione di pensiero” perchè è cattivo.
    Su questo inequivocabile comando assurdo perchè Lui stesso avrebbe creato il cervello umano dotato di processo bioelettrochimico capace di pensiero-come-immagine, non resta che concludere che la massima di tutte le empietà sia il pensiero-immagine umano di Dio come la suprema delle empietà.
    Immaginarsi quindi “pensarlo-fatto-uomo” per noi!!!
    Pertanto il Matto ha sublimi ragioni a non parlare di Dio partendo dalle dottrine nelle quali nolenti o volenti siamo stati addomesticati.
    SILENTIUM.
    “Noli foras exire: in interiore homine habitat veritas” (Agostino), secondo i personali limiti e capacità.

  15. Tante citazioni umane, nemmeno uno iota sulla Sapienza Redentiva venuta nella carne !? A ciò benissimo si attaglia la citazione in Qo 8, 16-17 del nostro acutissimo SE, al quale vanno i miei più sinceri abbracci.

    1. Caro Giovanni,
      questo è forse il primo articolo in cui non cito “uno iota sulla Sapienza Redentiva venuta nella carne”, la qualcosa non è poi del tutto vera posto che ho fatto riferimento alla “Povertà dello spirito, che non per nulla è la prima delle beatitudini predicate dal Verbo”, che non mi sembra poco.
      In ogni caso, forse le sfugge che il mio intento primario (propositivo e non impositivo) è quello di chi parte dal basso, o dalla spiaggia, per dirigersi verso l’alto, o in alto mare. O, con altra espressione, di chi, prima di enunciare numeri, si premura di essere nello zero. Senza la consapevolezza dello zero (la povertà di spirito!) i numeri servono a poco e niente. E lei certamente comprende cosa intendo per “numeri”.
      Con un cordiale saluto.

    2. Il termine “Redentore” triva la sua origine storico-semanta nell’immagine-come-pensiero del “dente” animale ed umano che mastica, maciulla per vivere.
      Prima digestio in ore fit.
      Quindi il primo Redendore è il primo masticatore per il proprio personale metabolismo.
      Gesù, invece, in Luca [che copia da quanto già da molto prima documentato a Qumran] invita a farsi amici col denaro disinesto quando nel momento del bisogno potresti averne bisogno. E loda questi come più scaltri dei figli della luce.
      Qui sto parlando di ciò che si racconta di Gesù. “Di ciò che non si sa è meglio tacere” scrive Wittgenstein Ludwig ed a me è più che sufficiente Gesù uomo ebreo e mi conforta l’inequivocabile passo di Matteo 25, 31-46, dove il Dio unico di tutti è il grande ignorato perchè Gesù parla solo ed unicamente ed inequivocabilmente di “benedetti del Padre mio” [oi eulogheménoi tou patrós mou]. E la casa del Padre di me, per Gesù, era il Tempio di EL YHWH in Sion.
      Non posso dire se Gesù ebreo si sia convertito e non può nemmeno interessarmi se Gesù è il Re che applica la benedizione o la maledizione a pagella distribuita! Non si può fare il bene prendendo a pretesto Dio. L’amore non si comanda. È un impulso del cuore. Che non sa la sinistra ciò che opera la destra. “Se sbaglio mi corrigerete”.

  16. Versare senza mai riempire,
    attingere senza mai esaurire:
    ecco ciò che si chiama
    “scoprire la Luce”.
    Chuang Tzu

    Come si dice, le chiacchiere stanno a zero 😉

  17. stilumcuriale emerito

    E chi sene importa di tutti i tuoi saggi ?!!

    [16] Quando mi sono applicato a conoscere la sapienza e a considerare l’affannarsi che si fa sulla terra – poiché l’uomo non conosce riposo né giorno né notte –

    [17] allora ho osservato tutta l’opera di Dio, e che l’uomo non può scoprire la ragione di quanto si compie sotto il sole; per quanto si affatichi a cercare, non può scoprirla. Anche se un saggio dicesse di conoscerla, nessuno potrebbe trovarla.

    (Qo 8, 16-17 )

    1. Carissimo Amedeo,
      mi sorprende che tu non abbia preventivato che potrei rivolgerti la stessa domanda.
      In ogni caso ti ringrazio: col tuo intervento dalla spiaggia hai confermato di essere uno dei tanti denigratori dei pochi che si avventurano in alto mare.
      Con un sincero abbraccio.

    2. Caro Stilum,
      Qoelet è molto saggio. Se l’uomo non riesce a contare né a spiegare tutti gli effetti, come potrà pretendere di conoscere quale ne sia la causa?

  18. Oh, caro Matto, nel poco tempo che, ora, ho a disposizione, mi limito ad osservare
    – magno cum gaudio- che è una sana pratica di pulizia il liberarsi dal “padule” di nozioni contradditorie e verminose che ci gorgogliano nell’ onorevole bacile “cerebrale”.
    In effetti, la musica, l’armonia, il contrappunto nascono dalle pause: ossia, dal silenzio (che è indicibile, forse impensabile, ma che pure esiste, come esiste l'”antimateria”)… Siamo sicuri che sia la luce a causare l’ombra e non l’ombra la luce? La misteriosa pittura di Leonardo nasce dall’ombra, e, come il Tao è indescrivibile, ma non indimostrabile. In ogni caso non voglio correre il rischio di confondere la “logoclastia” del woke con questo nobile desiderio di ascesa senza pesi.

    1. Per quel che posso dire grazie alla mia personalissima esperienza, occorre entrare nell’ombra per trovare la luce. O, meglio, per essere trovati dalla luce.
      L’ombra è quella dell’ignoranza necessaria come anche quella del mistero.
      C’è una luce sempre attuale dietro i nostri occhi: una luce che fa vedere, e che non è quella del sole, della luna, delle stelle e … delle lampadine.
      Ciao.

      1. Caro Matto,
        “Rapìan gli amici una favilla al sole a illuminar la sotterranea notte, perchè gli occhi dell’uom cercan morendo il sole e tutti l’ultimo sospiro mandano i petti alla fuggente luce.” (Foscolo, -Dei Sepolcri-).
        ” Io so di non sapere ” (Socrate).
        “L’ombra…non è l’ombra del corpo, ma il corpo dell’anima.” ( O. Wilde- Il pescatore e la sua anima-).
        “Non diventiamo illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo consapevole l’oscurità” (C.G. Jung).
        Ciao a te.

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