Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione su quanto sta accadendo in Medio Oriente. Buona lettura e riflessione.
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Il primo è un articolo, di Moked, Pagine Ebraiche, che ringraziamo per la cortesia:
ISRAELE – Un quarto degli israeliani pensa di lasciare il paese

Il fenomeno, spiegano i ricercatori, non è uniforme. Tra gli ebrei emerge un profilo chiaro dei possibili partenti: giovani, laici, benestanti, spesso con doppio passaporto. In questa fascia la propensione a partire supera il 60%. Il modello statistico, si legge nell’indagine, «mostra che, combinando reddito alto, giovane età e doppia cittadinanza, la probabilità di voler lasciare Israele può arrivare fino all’80%».
Costo della vita, futuro dei figli, sicurezza: i tre fattori che spingono fuori
Le ragioni del malessere sono: l’aumento del costo della vita, primo fattore ormai percepito come insostenibile, seguito dal timore per il futuro dei figli e dalla prolungata instabilità della sicurezza nazionale. Non si tratta però di un progetto chiaro di emigrazione: il 69% degli ebrei e il 62,5% degli arabi che pensano di partire, aggiungono di non avere un obiettivo definito, ma soltanto il desiderio generale di «lasciare Israele».
L’opinione politica incide sul futuro: tra gli ebrei, oltre il 40% degli intervistati di sinistra e il 35% del centro sta valutando l’idea di andarsene. A destra la percentuale scende al 19%, ma anche qui il dato sale al 34,5% se si considerano i soli laici. «La frattura politica, prolungata dalla guerra e dalle tensioni interne degli ultimi anni, continua a incidere sulle percezioni individuali», sottolinea l’Israel Democracy Institute.
Restare per la famiglia
In un paese dove la mobilità internazionale è sempre più accessibile, il principale fattore che frena l’emigrazione non è economico né politico: è la famiglia. La maggioranza degli intervistati – ebrei e arabi – indica la vicinanza ai parenti come il motivo decisivo per restare in Israele.
Tra gli ebrei pesano anche altre valutazioni: la volontà di crescere i figli come israeliani, la paura dell’antisemitismo all’estero, il senso di appartenenza culturale. Gli arabi israeliani, invece, menzionano più spesso elementi pratici: il rischio di non riuscire a integrarsi altrove, le difficoltà professionali, la necessità di stabilità.
L’Europa prima scelta
Il 43% di chi pensa di emigrare indica l’Unione europea come destinazione preferita, mentre Stati Uniti e Canada si fermano al 27%. Nella scelta contano soprattutto tre fattori: i servizi pubblici, le prospettive economiche e il livello di antisemitismo o di ostilità sociale. Distanza geografica e clima, viene precisato dai ricercatori, sono elementi marginali.Nonostante il desiderio di partire, appena il 10% degli intervistati immagina una separazione definitiva da Israele. La maggior parte non ha un orizzonte temporale definito.
La fuga di cervelli
Se da un lato cresce il desiderio di partire, dall’altro la maggioranza degli israeliani vive con preoccupazione l’aumento degli espatri. Il 58% degli ebrei e il 64% degli arabi ritiene che il fenomeno rappresenti una minaccia per il futuro d’Israele. La paura principale riguarda la possibile «fuga di cervelli»: il 64% degli ebrei e il 73% degli arabi teme se ne vadano proprio coloro che tengono in piedi l’economia e i servizi avanzati.
Al tempo stesso, si legge nell’indagine, l’opinione pubblica mostra una notevole tolleranza nei confronti di chi decide di emigrare. Studi all’estero e ricongiungimenti familiari sono considerati motivi del tutto legittimi; più divisivi, invece, la sfiducia verso il sistema politico o la paura per la sicurezza.
Una crepa nella società
Il rapporto dell’Israel Democracy Institute chiude con una considerazione sul presente: «Il crescente desiderio di partire non racconta semplicemente la volontà individuale di trovare un futuro altrove, ma rivela una crepa più profonda nella società israeliana». Gli autori osservano che il paese vive una fase in cui il legame emotivo con la collettività rimane forte, ma l’ottimismo sul futuro è sempre più fragile. «Le intenzioni di lasciare Israele riflettono un indebolimento della fiducia nelle condizioni politiche, economiche e di sicurezza», concludono gli esperti dell’IDI. «Comprendere i fattori di spinta e quelli di permanenza è cruciale per evitare una nuova ondata di emigrazione di lungo periodo».
d.r.
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E poi c’è questo intervento di Anna Foa su Radio Svizzera Italiana:
Foa, «ecco perché l’ideologia fondante di Israele è fallita»
La storica italiana analizza la crisi del sionismo: «Ciò che sta accadendo oggi non ha nulla a che fare con l’idea originale»
- 21 novembre, 14:00
Anna Foa: “Il sionismo ha fallito”-
«Quello che sta succedendo oggi, con questa guerra interminabile e senza regole, non ha nulla a che fare con il sionismo. È qualche cosa che parla del fallimento dell’ideologia su cui è nato Israele»: lo dice a Chiese in diretta Anna Foa, italiana, classe 1944, nota intellettuale ebrea, docente emerito di Storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma, autrice del volume Il suicidio di Israele (ed. Laterza, 2024), vincitore del Premio Strega 2025 per la Saggistica, giunto alla quindicesima ristampa.
In che termini questo bagaglio ideologico – nato formalmente in Svizzera, a Basilea nel 1897 – si è modificato nel corso della storia? Anna Foa preferisce parlare di «sionismi», al plurale. Oggi chi critica Israele per la sua politica genocidaria contro i palestinesi si dice antisionista.
Ma cos’è esattamente l’antisionismo? In questi mesi si sono moltiplicati i termini: accanto agli antisionisti ci sono i neo-sionisti e i post-sionisti. Il sionismo va aggettivato? Anna Foa aiuta a districarci in questa giungla terminologica e ricorda che alla base il sionismo nasceva come un’ideologia di appropriazione di un’identità statale, alla stessa stregua del Risorgimento italiano. Nell’arco della storia assumerà vari aspetti e varie forme. «Dire che ci sono stati molti sionismi è utile per evitare che il sionismo diventi solo una parolaccia, perché io non credo che sia una parolaccia», dice Foa citando per esempio il movimento del Brit Shalom, il Patto per la pace, nato esattamente un secolo fa e che si immaginava una storia diversa: «Ci sono stati molti sionisti che volevano una vita in comune con i palestinesi». Ciò non toglie che ci sono stati sionismi di destra, come quello nazionalista di Vladimir Ze’ev Jabotinsky (1880-1940) che oggi ha preso il sopravvento, ricorda la storica.
Per quanto riguarda il termine “antisionismo”, dice che in fondo non si riferisce tanto all’ideologia sionista, quanto piuttosto alle attuali politiche del governo israeliano. E poi c’è il post-sionismo, cioè «l’idea che il sionismo abbia esaurito la sua opera e che adesso si tratta di creare uno Stato, non solo uno Stato degli ebrei, ma uno Stato democratico per tutti, ebrei o palestinesi che siano». Guardando agli aspetti coloniali del sionismo dice: «Penso che si possa analizzare la storia del sionismo senza definirla tout-court come una storia coloniale, piuttosto bisognerebbe premere su quegli elementi che invece puntavano verso aspetti non di colonizzazione».
Non esita a parlare di una società israeliana malata, in cui i traumi del post Shoah si saldano a quelli del 7 ottobre 2023 e ora a quelli della guerra genocidaria contro i palestinesi: «È una società che sempre più ha bisogno di aiuto per curare i mali che le sono stati inflitti e che lei stessa ha inflitto ad altri. Molti se ne vanno, c’è un movimento di allontanamento da Israele che non si era mai verificato prima, soprattutto molti giovani che non vogliono allevare i loro figli in un mondo che si sta avviando verso un regime non democratico vicino al fascismo o addirittura vicino a regimi teocratici».
La studiosa sta ultimando un nuovo libro sul tema dell’antisemitismo. Partendo da una prospettiva storica, ma guardando anche all’oggi, punta il dito contro la bellicizzazione dell’antisemitismo, per cui sarebbe antisemita qualsiasi critica contro le politiche israeliane e gli effetti di quelle politiche: «Credo che tutto questo sia indegno, nel senso che si fa velo della necessità di combattere l’antisemitismo per coprire altre cose che nulla hanno a che fare con la lotta contro l’antisemitismo».
In conclusione constata che «gli ultimi due anni hanno messo pesantemente in discussione il modo in cui un ebreo si sente». Anna Foa parla di «frattura molto dolorosa», non solo per Israele ma anche per il mondo ebraico della diaspora: «È qualcosa che ha rotto amicizie e spaccato comunità». E alla domanda se crede che in Medioriente un futuro di pace sia possibile risponde: «Dobbiamo sforzarci in tutti i modi di pensarlo possibile, perché è l’unico modo in cui possiamo lottare affinché la pace si realizzi».
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2 commenti su “Un Quarto degli Israeliani Pensa di Lasciare il Paese. Tregua? 96 Persone Uccise a Gaza in 36 Ore.”
Caro Tosatti. Mi scusi, ho una certa età e non sono solito scrivere ai giornalisti su internet. Lei è un eccellente vaticanista, la seguo da quando scriveva per la Stampa e trovo estremamente interessanti i suoi articoli. Apprezzo in particolare la sua denuncia a tutto tondo e senza se e senza ma delle atrocità commesse da Israele, taciute o, peggio ancora, giustificate da gran parte del cosiddetto cattolicesimo conservatore (Dio ci liberi da queste etichette). Ho notato che sta dando spazio a un tal Nitoglia, uno pseuodoprete scomunicato che ha fatto per tutta la vits la spola tra sedevacantismo e frange estreme di lefebvrianismo. Il soggetto in questione è una specie di nazista in (finta) tonaca che ai spacci per un grande teologo perché rocicla da decenni quella specie di paratomismo ingessato da seminario anni 20 che per certa gente è l’unica teologia ammessa (il resto, agostinismo compreso, è ovviamente eretico). Ora non voglio farle la paternale e sinceramente lei è libero di ospitare sul suo blog chi più le aggrada, però tenga conto che un suo lettore è rimasto piuttosto sconcertato da a questa svolta imprevista. Di tradizionalisti esaltati è pieno il web; quello che manca sono voci pacate che portino in luce i malumori di tanti represso dalla grande stampa. Se anche lei scivola inesorabilmente da quella parte le confesso che, per me almeno, sarà molto difficile muovermi sul suo sito facendo lo slalom tra le articolesse pedanti del finto prete. Comunque faccia come vuole. Vorrei chiederle un favore (sincero, lo giuro) se è in contatto con Nitoglia le può chiedere che fine ha fatto sua eccellenza reverendissima Franco Munari? Ho cercato informazioni per anni sul suo destino ma è sparito dagli anni ’80. La sua biografia è secondo me un monito per tutti quelli che si sentono in vena di scisma
La ” tregua ‘ è l’ ennesimo straccio col quale i sionisti tentano di nascondere lo scopo di spazzare via i Palestinesi. Speriamo in una presa di coscienza almeno di parte della società Ebraica…….
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