Francesco, Cavaliere Laico. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione questi pensieri su san Francesco, nel giorno della sua festa liturgica. Buona lettura e meditazione.

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FRANCESCO CAVALIERE LAICO

 

In questa miniatura del XIV secolo Merlino presenta Galahad ai Cavalieri della Tavola Rotonda

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«Fra le altre insigni e preclare virtù, che nell’uomo preparano un luogo adatto all’abitazione di Dio e mostrano una via migliore e più rapida per camminare e giungere fino a Lui, la santa Povertà per sua natura si innalza su tutte e precede per grazia singolare i meriti delle altre perché è fondamento e custode di ogni virtù e a buon diritto il nome di lei occupa il primo posto fra le virtù evangeliche. Le altre, infatti, non avranno da temere né caduta di pioggia, né irrompere di fiumi, né soffiare minaccioso e rovinoso di venti, quando siano saldamente fissate sul fondamento della povertà.

[…] Come un solerte e premuroso esploratore, Francesco cominciò ad aggirarsi per le strade e per le piazze della città, cercando con diligenza l’oggetto del suo amore. Interrogava quelli che stavano sulla via, s’informava dai passanti dicendo: “Avete visto l’amata del mio cuore?”. Ma quel parlare restava oscuro per loro, come fosse barbaro. Non comprendendolo, gli dicevano: “Brav’uomo, non sappiamo cosa stai dicendo. Parlaci nella nostra lingua e ti risponderemo”».

Sacrum commercium beati Francisci cum domina Paupertate

 

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«Ma perch’io non proceda troppo chiuso,

                            Francesco e Povertà per questi amanti

prendi oramai nel mio parlar diffuso».

Paradiso canto XI

 

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In occasione de 4 ottobre, propongo l’intervista che segue dalla quale emerge un Francesco assai diverso dallo stereotipo ecclesiastico che è venuto ad imporsi attraverso i secoli; un Francesco accuratamente “depurato” degli elementi  laici e cavallereschi. Si tratta di una figura affascinante ma relegata nel dimenticatoio, con preclusione di una conoscenza il più possibile integrale del giullare di Dio.

 

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CARDINI: «L’AMORE DI FRANCESCO ISPIRATO

AI CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA»

 

da Avvenire – Chiara Mercuri sabato 15 marzo 2025

Ascolta

Lo studioso analizza la cultura del santo e il suo rapporto sponsale con madonna Povertà. «Non aveva una formazione ecclesiastica, ma basata sui trattati medievali, i trovatori e il ciclo su re Artù».

Franco Cardini, Firenze 1940, è esperto italiano di crociate e pellegrinaggi, ed è considerato all’estero come uno dei massimi storici ed intellettuali italiani. Il suo libro L’avventura di un povero cavaliere del Cristo. Frate Francesco, Dante, madonna Povertà, uscito nel 2023 per Laterza, ha ottenuto grande successo di critica e di pubblico.

MERCURI – Uno dei temi su cui lei ha insistito di più nel corso della sua attività di studioso di storia francescana è quello delle nozze tra Francesco d’Assisi e madonna Povertà. Da dove nasce questa splendida immagine?

CARDINI – La “vidi” da ragazzino, nell’XI canto del Paradiso: ne rimasi folgorato! Trovai in questa immagine tutte le virtù che più mi facevano palpitare: il coraggio, il servizio d’amore, la cavalleria e la militia Christi … da studioso ho poi scoperto la fonte di Dante, il libello di un anonimo frate francescano del Duecento, il Sacrum commercium beati Francisci cum domina Paupertate,  Il sacro intrattenimento di Francesco con madonna Povertà, un testo che spiega quale sconfinata dose di coraggio e quale fede granitica furono necessarie a Francesco per conquistare la sua dama.

 

MERCURI – Lei ha anche insistito su un Francesco intriso di cultura cortese e cavalleresca. Lo attestano i suoi compagni più stretti: Francesco usava l’immagine dei cavalieri della Tavola rotonda per riferirsi a se stesso e ai suoi e trasmise infatti il lessico cortese – inusuale per i religiosi dell’epoca – anche ai frati del suo Ordine. L’autore del Sacrum commercium ne è un esempio eloquente, parla infatti delle nozze tra un cavaliere e la sua dama. Può declinare quali testi Francesco deve aver letto o ascoltato?

CARDINI – Spesso si è parlato di un Francesco senza cultura, ma quella che Francesco non ha, al momento della conversione, è la cultura ecclesiastica, quella cioè che s’insegnava ai monaci novizi o agli aspiranti sacerdoti. Francesco arriva tardi alla vocazione religiosa, all’età di 25 anni, prima sogna di divenire un gran cavaliere! Era stato mercante, aveva combattuto a Collestrada, si era fatto più di un anno di carcere a Perugia, aveva a lungo viaggiato con il padre, forse in Francia, quantomeno i suoi compagni attestano che conosceva il gallicum. La Francia all’epoca era all’avanguardia per ciò che concerneva la cultura laica: era già la Francia del ciclo carolingio e arturiano, dei trovieri e dei trovatori che spandevano le loro storie ovunque. Il grande filologo Pio Rajna sostenne con forza –  e io sono d’accordo con lui – che Francesco arrivò alla conversione nutrito di quella cultura lì, gallica e cortese. Dietro alle sue laudi, il padre Pierre Péteul ravvisò pure il riverbero degli scritti di una donna, Maria di Francia, e Arnaldo Fortini del trattato sull’amore di Andrea Cappellano … insomma, siamo nell’epicentro della rivoluzione cortese, potremmo dire che “le donne, i cavalier, l’arme e gli amori” siano stati il “seminario” di Francesco.

 

MERCURI – Francesco fu il primo a recepire l’idea forte che stava dietro alla loro opere? L’idea di un amore nuovo, cristiano per definizione, in cui l’amato e l’amata devono essere considerati per quel che sono: i nostri prossimi più prossimi, quelli che Gesù diceva dobbiamo amare come noi stessi e perdonare 77 volte sette …

CARDINI – L’idea di amore che Maria di Francia, Andrea Cappellano e l’altro grande della letteratura cortese, Chrétien de Troyes, volevano insegnare non fu sempre compresa per quello che era. Si trattava, come lei dice, di un amore di grado eroico, anche se chiaramente l’espressione è tautologica, perché l’amore non può che essere eroico: un amore che non tiene contabilità del donato, non pretende il contraccambio o non considera l’amato o l’amata come una proprietà … il matrimonio all’epoca era, al contrario, un’unione di convenienza, quasi sempre per unire casate e suggellare alleanze economiche o politico-militari. Anche oggi si scelgono con più facilità le “nozze” convenienti, per le ragioni più disparate, anche solo per un ritorno d’immagine … L’amore di Francesco per madonna Povertà, al contrario, reca semmai a Francesco un danno d’immagine, come si vede nella volta giottesca della basilica inferiore di Assisi: Cristo in persona li unisce in matrimonio, ma dei ragazzini, che assistono alla scena, lanciano alla sposa pietre, le aizzano i cani, la minacciano con i bastoni. La sposa dalla veste lacera, evidentemente, “non piace”, perché certo non rientra “nel numero delle trenta” più belle donne della città … Francesco, però, la sceglie riconoscendo in lei un’assoluta grazia.

MERCURI – Come si arrivò dalla realtà storica di un Francesco laico e di formazione cavalleresco-cortese a una sua rappresentazione in veste di asceta che lotta contro la carne?

CARDINI – Francesco volle rimanere laico fino alla morte, non volle cioè divenire prete. Questa sua laicità – culturale prima ancora che statutaria –  fu testimoniata soprattutto dagli autori che potremmo definire come i “meno allineati” rispetto alla progressiva clericalizzazione che l’Ordine subì dopo la morte del fondatore. Il Francesco laico, il cavaliere, il giullare cortese della Legenda dei Tre Compagni, del Sacrum commercium, della Compilazione di Assisi, delle pericopi egidiane dei Fioretti, del Memoriale di Tommaso da Celano, viene cancellato dall’imposizione di un’unica leggenda, la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio. Bonaventura, al contrario di Francesco, è il sacerdote per antonomasia: entrato da ragazzino nell’istituzione ecclesiastica, segue il cursus canonico della formazione clericale fino ad arrivare ai suoi più alti gradi, conquistando il cardinalato e la docenza in Teologia … forse più che descrivere Francesco ha immaginato un santo a sua immagine.

MERCURI – Potremmo dire che inizialmente Francesco incontri le tracce di Gesù su una via laterale, quella del mito arturiano della Tavola Rotonda? Si tratta in fondo di un gioco di rimandi: il cenacolo di Artù imitava quello del Nazareno, il giovane Francesco s’innamora dei paladini di Artù, scorgendo in filigrana il modello che vi si staglia dietro: il gruppo degli apostoli del Vangelo.

CARDINI – Il punto di arrivo della prospettiva cristica del mito dei cavalieri della Tavola rotonda è la Queste del Saint Graal, in cui Galaad è l’alter Christus e i suoi cavalieri si rivelano davvero come i dodici apostoli. Peccato non si possa ipotizzare che Francesco conoscesse quest’opera che è più o meno contemporanea alla sua morte … C’è in ogni caso, e senza dubbio, un’idea cristianissima alla base della letteratura cortese, anche se i primi cortesi non vogliono più negare – come aveva fatto la cultura cristiana dei secoli precedenti – le pulsioni dell’eros. Insomma un amore cristiano sì, ma non angelicato … lei queste cose le sa, per averle sostenute nel suo libro su Maria di Francia: l’amore dei cortesi era fatto anche di “baci, saliva e sudore”.

 

MERCURI – Perché la cultura ecclesiastica ha sempre cercato di castigare il corpo? Perché tanta paura dell’amore fisico?

CARDINI – I preti fanno il loro mestiere, cercano di indicare ai fedeli la strada. L’Occidente ha troppo spesso mitizzato il valore della libertà, ma la libertà assoluta è un rischio e soprattutto un peso, deve essere gestita, tutto il contrario di ciò che si crede. Libertà non è “il rompere le righe”, necessita di disciplina, di sacrificio, di conoscenza … i preti nutrono il ragionevole dubbio che nella routine quotidiana i laici non siano in grado di restare in sella al cavallo imbizzarrito delle libertà, così esercitano il loro ruolo di pastori, intimando loro di tenersi alla larga dalla bufera dell’eros.

MERCURI – Oggi, però, con papa Bergoglio la grammatica clericale sta cambiando, non crede? Il papa ha sostenuto che i peccati dell’eros e della carne sono i meno gravi. Ha addirittura detto che a lui “fanno schifo” i sacerdoti che in confessione cercano quel tipo di peccati. Forse Bergoglio vuole dire che anche il sesso è calore, prossimità, ricerca di contatto con l’altro, e quindi merita maggiore considerazione?

CARDINI – Credo che proprio come il santo da cui ha voluto prendere il nome, Bergoglio consideri l’eros per ciò che esso è: una fiamma che, se ben indirizzata, può aiutare a compiere le grandi imprese di Dio. Proprio quello che pensavano i cortesi! Potrei sommessamente aggiungere che nella cultura di papa Bergoglio sia rimasta più di qualche traccia della sua giovanile impronta “tanguera”!

 

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«Come accade al caprifoglio | che al nocciolo s’attacca: | quando vi si è intrecciato e avvolto | e tutt’attorno al tronco s’è messo, | assieme possono vivere a lungo; | ma poi quando si tenti di separarli, | subito muore il nocciolo | e insieme il caprifoglio. | «Amica, così ne è di noi: | non te senza me, non io senza te».

Maria di Francia

 

«Quando pienamente pensa l’amante del suo amore, lo aspetto d’ogni altra persona li pare non bello e disadorno».

Andrea Cappellano

 

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Madonna Povertà è la dama di Francesco cavaliere laico. Scrive Vito Foschi in spaziofatato.net a proposito della Dama:

 

«La Dama è una delle figure centrali nella letteratura cavalleresca, in quella trobadorica e ovviamente nel dolce Stil Novo. Molti letterati, fermandosi alla lettera, hanno ricondotto la figura della donna a semplice personaggio romantico, e quei generi letterari all’unico tema dell’amor cortese, ma anche ad un esame superficiale sorgono delle contraddizioni e si è costretti ad ammettere che la figura della Dama non la si può ricondurre a semplice figura amorosa.

I pensieri del cavaliere, nei poemi, sono guidati dall’amore per una Dama e dalla volontà di conquistarne l’amore superando prove le più svariate, tra cui spesso di natura fantastica. Il pensiero rivolto alla donna amata è una sorta di guida che dirige il cavaliere nella Cerca e gli ricorda l’obiettivo, la meta da raggiungere e i voti da mantenere. Spesso i cavalieri che partano alla ricerca di avventure lo fanno per assolvere un voto che può essere religioso, d’onore o semplicemente di conquistare onori e fortuna per ottenere l’amore di una Dama. Concentrarsi sulla Dama serve a non perdere la strada a non sviarsi per le vie del mondo, a rimanere concentrato sull’obiettivo.

La simbologia maschile si associa all’idee di forza, coraggio ed è sinonimo di azione mentre quella femminile si associa alla riflessione, alla passività e in certo qual modo alle attività contemplative. Se consideriamo la letteratura gnostica vedremo che la Sapienza è sempre stata considerata femmina e la parola Sapienza in greco si traduce in Sofia, che è tuttora un nome di donna. Nel cattolicesimo lo Spirito Santo a volte viene considerato la componente femminile della Trinità. Il cavaliere incarna le virtù virili guidate dall’Amore della Donna e quindi non più indirizzate a scopi terreni ma a fini ultraterreni trasformandosi in cavaliere spirituale».

«Concentrarsi sulla Dama serve a non perdere la strada … l’Amore della Donna … fini ultraterreni» …

«Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz’ali». 

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3 commenti su “Francesco, Cavaliere Laico. Il Matto.”

  1. Bell’intervento. Grazie.

    Da parte mia continuo ad apprezzare – e praticare seppur imperfettamente – la weltanschauung cavalleresca. Puoi immaginare quanto lo spirito nipponico samuraico abbia un peso non indifferente riguardo alla Via sulla quale mi trovo.

    Ciao.

  2. Caro Matto,
    ” Oh gran bontà dei cavalieri antiqui” è l’inizio di una celebre ottava dell'”Orlando furioso” di Ludovico Ariosto, dove si lamenta la perdita della lealtà e della Fede dei cavalieri di un tempo…
    Se quella weltanschauung che tanto apprezzi avesse ottenuto pieno successo,
    la storia- e l’etica- europee avrebbero preso un differente percorso.
    Devi però considerare il notevole peso che Paolo e altri innumerevoli Padri e Dottori della Chiesa fecero calare sul piatto della bilancia dove avevano- preventivamente e a scaricabarile- collocata una colpevole Eva. Sembrò, quindi, tra le due ideologie, profilarsi una lotta impari come quella tra Davide e Golia: la tenzone tra una classe aristocratica- privilegiata ma sensibile che onorava la donna- e la classe dei “chierici”,- per lo più afflitti da robusta misoginia-, che miravano a dominare le folle facendo leva sulla semplicioneria grossolana e popolaresca dei “vili meccanici” niente affatto “litterati”.
    Nobiltà d’animo, cortesia, liberalità, furono le parole guida, i significanti chiave di quella società ancora feudale. Ne ereditò una particella la poetica di Guido Guinizzelli, di Dante, Petrarca e Boccaccio,
    una poetica- compresa quella del “Dolce Stil Novo”- che ne rivendicò a sé la dignità, congiunta alla Fede, come legittimo patrimonio della urbanizzata classe borghese. Vale per tutte la novella del Decamerone sulla nobilissima unione tra un aristocratico eccelso, ma impoverito ( Federigo degli Alberighi ) e la ricca vedova borghese,( monna Giovanna ), che lo stima come impagabile e straordinario possessore delle sopra citate qualità: nobiltà d’animo, cortesia, liberalità. Ma siamo, ormai, alla metà del 1300…e poeti e cavalieri, per quanto dotati di squisite qualità dello spirito, ormai non peregrinano più.
    ” Vi amò, vi cantò non veduta. Ei viene e si muor. Vi saluta, Signora, il poeta fedel. ” Così, sinteticamente, Giosue Carducci ricordò il “prence di Blaia” , lo storicamente autentico Jaufré Rudel: uno ancora capace di pregare, viaggiare alla ventura, sognare, e, soprattutto, amare…
    “Où sont les neiges d’antan?” ( Francois Villon ).
    Un caro saluto, Adriana.

I commenti sono chiusi.

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