Roma, 20 settembre 1870: tra Eroismi, Violenze, Furti Omicidi, Nasceva la Nuova Capitale. Cannarozzo.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Antonello Cannarozzo, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla presa di Roma. Buona lettura e diffusione.

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Roma, 20 settembre 1870: tra eroismi, violenze, furti e omicidi, nasceva la nuova capitale del Regno

 

Una storia spesso sconosciuta, ma, fuori da ogni falso mito, è un dovere ricordare per capire cosa è stato veramente il nostro Risorgimento, tra luci e altrettante ombre, nonostante la generosità di tanti patrioti, spesso giovanissimi, che si sono immolati per un ideale di libertà non sempre degno di questo nome

 

    Antonello Cannarozzo

 

Anche quest’anno, come ogni 20 settembre da centocinquanta cinque anni, viene celebrata la ricorrenza della ‘Presa di Roma’, avvenuta nell’ 1870 attraverso la famosa ‘Breccia’ praticata lungo le antiche mura Aureliane vicino Porta Pia e che segnò per sempre la fine del potere temporale dei papi, anche se la vera data formale è il 29 settembre quando papa Pio IX dichiarò ufficialmente la caduta della città, dopo inutili tentativi di trattative con i vincitori.

Ciò che avvilisce in questa vicenda di storia patria non è certamente l’Unità della Nazione o la proclamazione di Roma come sua capitale, ormai era un destino storico segnato, ma tutta una serie di inganni, bugie, tradimenti, violenze, spesso gratuite, che videro attuarsi in questa impresa.

Un atto di conquista, ci sia permesso di dire, e non un’ azione di liberazione, come viene spesso identificata, perché la popolazione romana non ha mai chiesto alcuna affrancamento dal papa, inoltre, com’ è ovvio, una guerra non ha giustificazione senza una dichiarazione tra belligeranti o un atto che ne determini una risposta armata adeguata, altrimenti è pura invasione e per questo l’abbiamo definita una conquista, per di più di un re sedicente cattolico come Vittorio Emanuele II verso uno Stato indipendente, riconosciuto a livello internazionale e che non aveva dichiarato guerra a chicchessia.

Ciò che rattrista ancora è che l’invasione dello Stato Pontificio fu giustificata con un mare di bugie come la ridicola scusa di voler sedare, ad esempio, delle non meglio precisate rivolte che sarebbero di lì a poco divampate nelle terre del papa.

Ma come si è arrivati alla conquista di Roma, qual è fu l’elemento scatenante per questo atto?

Potremo rispondere a quest’ultima domanda semplicemente nessun elemento ne fu la vera causa, fu solo un sapiente intrigo politico-diplomatico che vedrà la nostra futura nazione come una grande scacchiera, ma non sarà certo lei a giocare la partita della sua indipendenza.

Abbiamo accennato che una delle cause, false ovviamente, fosse una eventuale rivolta popolare contro il papa, peccato che a Roma, come attestato anche da diplomatici e giornalisti stranieri, fosse tutto assolutamente tranquillo, salvo qualche attentato terroristico, ma progettato all’esterno, come quello del 1868 presso la caserma degli zuavi che costò la vita a 20 soldati e due civili e poi, nonostante la propaganda, il popolo voleva bene a Pio IX, ed è un’affermazione niente meno che di Giuseppe Garibaldi. Nel suo romanzetto anticlericale “Clelia”, scrive infatti: “Tutto il popolo romano, salvo una sparuta minoranza, era clericale!”. In realtà l’idea di Roma capitale ha segnato un po’ tutte le fasi del nostro Risorgimento tanto che  appena una settimana dopo la proclamazione del regno d’Italia, il 17 marzo del 1861, la Camera approvava praticamente all’unanimità che non si poteva affermare l’unità d’Italia senza Roma come sua capitale.

Senza alcun imbarazzo, negando l’evidenza del progetto unitario della nazione, tutto questo sforzo di uomini e mezzi, oltre che di denaro, della nuova Italia, era per difendere la persona del papa (All’epoca considerato ancora un retaggio del medioevo. Ndr) al quale Vittorio Emanuele II inviò una lettera a Pio IX piena di amore filiale per la sua figura, poco prima dell’assalto finale delle sue truppe a Roma, e tornava a ribadire senza impaccio che la presenza dell’esercito era al fine di impedire le violenze di un sedicente e poco chiaro “partito della rivoluzione cosmopolita”.

Pio IX reagì senza mezzi termini con: “Razza di vipere, sepolcri imbiancati! (…) Ecco dove la rivoluzione ha fatto scendere un re di Casa Savoia! (…) Senz’essere né profeta, né figlio di profeta, vi dico che a Roma non vi resterete”. Una profezia che anche san Giovanni Bosco, fece al papa, subito dopo la presa della città, sulla fine della Casa Savoia entro tre generazioni e così fu.

Intanto, nella Roma papalina la presenza delle guarnigioni francesi che da decenni erano una sicurezza per i romani e per il papa, agli inizi del fatidico 1870, con la grave crisi diplomatica tra la Francia e la Prussia, la situazione precipitò, tanto che, di lì a poco deflagrerà in una guerra nella quale proprio l’alleato del papa, l’imperatore Napoleone III, soccomberà.

 

L’amara delusione del papa

 

Una notizia gravissima per Pio IX che sapeva perfettamente le mire del governo italiano, che, grazie a questa guerra, riprese la volontà di avere Roma capitale, pur avendo solennemente promesso a Napoleone III che mai avrebbe occupato la città del papa, ma ormai i francesi avevano ben altro a cui pensare che al destino del papa e così, per un gioco di coincidenze fortunate, almeno per re Vittorio Emanuele, la via per la ‘Città Eterna’ fu spianata.

Ciò che rese più drammatica e triste la situazione per il papa fu anche la mancata solidarietà degli altri Stati europei davanti a tanta spudorata arroganza dei Savoia, le sue lettere accorate alle varie cancellerie ebbero risposte assai miti, quando non addirittura colpevolmente silenti.

Un isolamento pericoloso dato che l’esercito papale, senza i francesi, non aveva alcuna possibilità non solo di vincere, ma neanche di resistere, sia per scarsità di uomini e sia di mezzi, davanti all’esercito del nuovo Regno allora ben armato e già penetrato nello Stato del papa.

La sera del 19 settembre, ormai alla vigilia della fatidica Breccia, sapendo in cuor suo che tutto di lì a poco sarebbe finito, Pio IX volle recarsi alla Scala Santa, preso la Basilia di san Giovanni, portata a Roma da sant’Elena nel IV secolo, e, nonostante i dolori non solo morali, ma anche fisici, volle salire i 28 gradini del pretorio di Pilato più volte salita da Nostro Signore il giorno della sua condanna.

Con la voce rotta dalla commozione chi gli era vicino poté udire la sua implorazione in una bellissima preghiera di cui riportiamo solo dei passi: “A te, mio Dio, mio Salvatore, a te mi rivolgo, servo dei servi, e indegnissimo tuo Vicario: ti supplico per il sangue sparso per questo luogo […] Abbi pietà del tuo popolo, della Chiesa, tua amatissima sposa. Sospendi lo sdegno, la tua giusta collera […] E se un olocausto è necessario, se è necessaria una vittima, eccomi o Signore: non ho vissuto abbastanza? Pietà, mio Dio, pietà ti prego; ma qualunque cosa avvenga, sia sempre fatta la tua volontà”.

In quelle stesse ore a villa Albani, sulla via Nomentana, quartier generale dei “piemontesi”, il generale Cadorna aveva deciso di lanciare l’attacco alle prime luci del giorno successivo per mettere fine una volta per tutte alla “dominazione di truppe straniere che imponevano la loro volontà al Papa e ai Romani”.

All’alba del fatidico 20 settembre, l’osservatorio militare pontifico di Santa Maria Maggiore comunicava al ministero della Guerra che i nemici avevano cominciato ad aprire il fuoco in direzione Porta Pia, il punto più vulnerabile della città.

Dopo poche ore una breccia fu aperta dall’artiglieria italiana a centro metri da Porta Pia. Una nuova storia aveva inizio per la giovane nazione e per quella millenaria di Roma.

In questo contesto vogliamo raccontare un piccolo episodio, ma che illustra assai bene la natura del nuovo esercito italiano.

In quel frangente, Pio IX aveva decretato la scomunica a colui che avesse dato l’ordine di aprire il fuoco sulla città.

Certo una scomunica di un papa ormai perdente, almeno davanti agli uomini, non avrebbe dovuto suscitare alcun problema per lo spirito liberale del nuovo Regno, comunque l’ordine di attacco, vista una certa tensione tra i vari comandi (una scomunica e pur sempre una scomunica. Ndr) fu scelto “coraggiosamente” il capitano di artiglieria Giacomo Segre per aprire il fuoco il quale, essendo di religione ebraica, non aveva per lui alcun valore la scomunica e così avvenne.

Niente male per chi gridava “O Roma o Morte”.

Torniamo a quel 20 settembre, ormai diventata una giornata ricordata secondo la retorica ufficiale dei vincitori, come l’entrata di corsa dei primi bersaglieri attraverso la famosa “Breccia di Porta Pia” in una Roma ormai liberata dalla “tirannide” papale, come ci ricorda il pittore Michele Cammarano nel suo celeberrimo quadro. In altri illustrazioni troviamo i soldati italiani abbracciati da ali di folla giubilanti per la nuova storia della città finalmente italiana.

Insomma, quel giorno di settembre per chi si fosse trovato a Roma avrebbe visto una città in festa, nonostante, sottolineavano le nuove autorità, ci fosse ancora qualche piccola scaramuccia isolata da parte di alcuni irriducibili, dimenticando forse che la “pacifica” conquista, era costata, 20 morti tra le file papaline, ma 50 tra i piemontesi, oltre centinaia di feriti da ambo le parti.

Questa, in sintesi, è come venne e come viene raccontata la storia di quel giorno e di quelli che seguirono, solo che per altre versioni gli accadimenti non sono andati proprio secondo questa vulgata, ma attraverso le tante testimonianze, la popolazione era atterrita dalla violenza scatenata per molti giorni, non tanto dalle truppe occupanti quanto dagli infiltrati, qualche migliaio di persone, provenienti da altre regioni che dovevano fare la comparsata di romani in festa per la liberazione.

A dimostrare come la situazione in città fosse tutt’altro che una grande festa abbiamo numerose e autorevoli documentazioni di quei fatti, non solo di testimoni oculari locali, ma di diplomatici e di giornalisti che si trovavano in città per le loro testate come, tra le tante, abbiamo scelto la Voce del Tirolo che scriveva inorridito:

Numerose bande di malfattori percorrevano le vie di Roma, armati di bastoni, di pistole e fucili, tolti ai militari prigionieri; e assalivano (vigliaccamente. Ndr) i soldati pontifici isolati, li insultavano e alcuni ne uccisero, dividendosi dopo tra loro le spoglie. Due sacerdoti, scortati dai soldati italiani, accompagnavano in una vettura uno zuavo moribondo, furono assaliti e percossi insieme allo zuavo stesso presso la fontana di Trevi. Altri sacerdoti furono nello stesso modo assaliti e percossi…” potremmo continuare con altri numerosi atti di viltà ai malcapitati pontifici ormai facile preda, perché arrendendosi avevano dato le proprie armi ai nuovi padroni della città.

 

La cronaca del giornale la Nazione

 

Tutto questo può sembrare una descrizione malevola dei vinti, ma leggendo ciò che riportò di quel giorno il giornale dell’allora capitale Firenze, La Nazione, considerata la voce governativa per eccellenza, il suo cronista non esita a scrivere tra l’altro: “…Roma è stata consegnata res nullius a tutti i promotori di disordini e di agitazioni, a tutti gli approfittatori politici di professione, a coloro che amano pescare nel torbido, ai bighelloni di cento città italiane”[…] “Si potrebbe pensare – aggiungeva il giornale – “che il governo voglia fare di Roma il ricettacolo della feccia di tutta Italia”.

Niente male per ricordare questa ‘gloriosa’ giornata.

Ma a questo punto della narrazione, un lettore attento potrebbe chiederci che ciò stride con il racconto di quei stessi giorni scritto da un altro giornalista della Nazione, l’allora giovanissimo Edmondo De Amicis, il quale, da scrittore quale era, descrisse, pieno di poetica retorica l’entrata a Roma dei soldati italiani, di cui fu testimone, tra immancabili tripudi di folla. De Amicis emoziona il lettore con racconti carichi di colore, enfatizza il buonismo del giovane esercito italiano, in contrapposizione all’arroganza degli zuavi, tutti volontari al servizio del Papa.

 

Uno scrittore per Roma capitale

 

Non dimentichiamo che i primi resoconti della storica impresa il nostro autore li scrisse per il giornale di cui era anche direttore “L’Italia militare” dell’allora ministero della Guerra italiano, e questo la dice lunga, inoltre la descrizione di quei fatti viene riportata qualche giorno dopo dal giornale la Nazione dopo le prime non benevole cronache della “liberazione “di Roma.

Il testo di De Amicis servì, secondo una nostra interpretazione, come contraltare, tanto che dopo nessun giornale o foglio della penisola, se non di ispirazione cattolica, osò contestare le gesta che portarono Roma capitale d’Italia.

Una testimonianza, di chi ha vissuto dall’interno questi avvenimenti, ma dalla parte pontificia è del volontario Antonmaria Bonetti che ha riportato nel suo libro “Venticinque anni di Roma capitale e i suoi precedenti”, molti episodi di quei giorni.

L’autore racconta fatti che furono riportati anche da altri testimoni e da alcuni mattinali dello stesso esercito piemontese.

Ad esempio, l’indomani della ‘Presa di Roma’, furono aperte le carceri romane per liberare presunti prigionieri politici a cui ben presto si affiancarono delinquenti comuni che, approfittando del colpo di fortuna, si dispersero nella città creando non poco sgomento e paura tra i cittadini. “Quel giorno quindi Roma aveva un nuovo spettacolo; aveva i galeotti vestiti ancora degli abiti dell’infamia, che passeggiavano le vie, portati in trionfo dalle bande dei “patrioti”, dei quali venivano ad ingrossare le file”.

Ma ciò che segue è certamente più drammatico.

Una suora di carità che assisteva due feriti zuavi, venne gettata nel Tevere insieme ai suoi sventurati assistiti oppure quando nel centro della città furono uccisi a sangue freddo soldati del papa trovati isolati, ma anche la tragedia dello zuavo tolto dalle mani dei soldati italiani per essere assassinato.

Atti di ferocia non solo verso i militari dell’ormai fu Stato Pontificio, ma anche semplici impiegati statali come un certo Alessandrini che venne addirittura lapidato.

In quei giorni molti cadaveri mutilati vennero ritrovati nelle acque del Tevere “Un’orda di “patrioti” – racconta ancora Bonetti – portava in processione un’asta coperta con gli abiti di uno zuavo e sormontata da una testa tagliata ad un cadavere sulla breccia di Porta Pia”.

Sempre questi cosiddetti patrioti ormai avevano preso in mano la città: “Si presentavano alle case col pugnale in mano, e ordinavano di metterle fuori dalle finestre i festoni. Quindi facevano sapere, che la sera si doveva fare l’illuminazione. E se alcuno tentava di mostrarsi indipendente, ne riceveva insulti, minacce e sassate nelle finestre”. Ed ancora “Quelle bande di “patrioti” percorrevano le vie di Roma gridando: “Viva Garibaldi! Viva Mazzini! Viva la Repubblica! Viva l’Italia una! Abbasso il Papa! Morte ai preti! Morte a Gesù Cristo!”.

Secondo le cronache non governative, i romani nella totalità non parteciparono ai “festeggiamenti”, anzi il grosso della popolazione rimase chiusa nelle proprie case tra cui anche la cosiddetta ‘nobiltà nera’ romana che sbarrarono i portoni dei loro palazzi in segno di lutto per l’affronto recato a Pio IX ed anche, aggiungiamo noi, per eventuali assalti della marmaglia. I palazzi verranno riaperti solo nel febbraio del 1929 con la firma dei Patti Lateranensi.

Sono questi tragici avvenimenti, fuori da ogni ideologia, che abbiamo voluto raccontare in queste righe per ricordare anche coloro che furono dimenticati perché vinti, ma non persero la dignità e l’onore di uomini e di soldati fedeli al papa.

 

Amari commenti degli stranieri

 

Sull’”eroica” Presa di Roma, abbiamo, tra gli altri, le dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij che aveva vissuto dieci anni in Italia, soprattutto a Roma. Egli conosceva benissimo la nostra storia, la nostra arte e la grandezza ideale del nostro passato. Per lui, la città di Roma, era “Un’espressione culturale universale e millenaria” che non si poteva racchiudersi negli angusti confini di uno Stato come la nascente Italia: “Un piccolo Regno unito, ma di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore universale, cedendola al più logoro principio borghese […] Un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale, – e conclude in maniera non certo benevola – per di più pieno di debiti non pagati…”. Diario di uno scrittore, nell’anno di grazia 1877.

In conclusione riportiamo un’altra testimonianza scritta da un altro straniero studioso della nostra storia, l’allora ancora prussiano Ferdinando Gregorovius di cui riportiamo brevi stralci, non proprio lusinghieri e non tutti certo da condividere, ma che illustrano bene le emozioni dell’epoca, dal suo libro “È finita la Roma medievale”.

 

Un quadro poco generoso

 

Gli italiani sono subentrati al posto dei papalini. […] Cento cattivi giornali sono sorti come i funghi e vengono strillati in tutte le strade. Una invasione di venditori e ciarlatani riempie le piazze. Ad ogni momento vengono messe fuori delle bandiere, fatte delle dimostrazioni. […] Un’ondata di editti viene quotidianamente emessa dalla «Gazzetta ufficiale» in cui si è ora trasformato il “Giornale di Roma”.

[…] “Gli italiani fanno delle raccolte per i superstiti dei caduti durante il loro assalto a Porta Pia, e parlano seriamente di una dura Campagna militare romana. I caduti sono, credo, una ventina di uomini. Dato che vengo dalla sanguinosa guerra in Francia contro la mia Prussia, queste faccenduole mi disgustano”. […] “Roma perderà l’atmosfera mondiale che ho respirato qui per 18 anni. Essa scende al grado di capitale degli Italiani i quali sono troppo deboli per la grande posizione in cui sono stati messi dalle nostre vittorie. (Si riferisce a quelle della Prussia sulla Francia. Ndr). […] “Roma è come un deserto, malgrado tutta l’agitazione. Il nuovo Governo ha aperto con la forza le porte del Quirinale e si è impadronito del palazzo come futura residenza del re d’Italia. Il Papa ha emanato una protesta.

[…] I gesuiti sono stati, alcuni giorni orsono, buttati fuori dal Collegium Romanum, in seguito ad una furibonda dimostrazione popolare. Qui, molti disordini, grida, vacillamento in tutto. […] Il Papa ha rilasciato il 1° novembre contro gli invasori l’excommunicatio major ed il Governo è stato così meschino da sequestrare i fogli sui quali era stampata. Non vi è grandezza nelle azioni dell’Italia.

[…] Fra gli italiani vedo soltanto il coraggio per azioni violente; da nessuna parte il coraggio di credere in un grande ideale morale. Sanno demolire, ma la costruzione nuova è impensabile senza a forza morale del popolo.

Per formalizzare Roma come capitale e l’ex Stato pontificio facente ormai parte del regno d’Italia fu indetto un plebiscito il 2 ottobre del 1870 a cui parteciparono nella sola città di Roma circa 133 mila persone di cui ancora si discute sulla loro dubbia regolarità chi effettivamente avesse partecipato al voto e sul controllo dei risultato, comunque il 98% degli elettori risultò aver votato come recitava la scheda “Desideriamo essere uniti al Regno d’Italia, sotto la monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori” e appena l’1% votò contro .

L’annessione fu ufficializzata con regio decreto 9 ottobre 1870, n. 5903, che all’art. 1 stabiliva “Roma e le provincie romane fanno parte del Regno d’Italia”.

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1 commento su “Roma, 20 settembre 1870: tra Eroismi, Violenze, Furti Omicidi, Nasceva la Nuova Capitale. Cannarozzo.”

  1. Ahi serva Italia… Coronamento del piano secolare massonico, dei Nubius, dei Mazzini, dei Pike… verso la Repubblica Universale. Ma non era finita ancora, avevano conquistato le mura, non ancora l’interno della Chiesa, sono a buon punto dell’opera, “il fumo di satana” lavora alacremente.

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