“Moscerini filtrati, cammelli ingoiati. Non sono d’accordo con Don Pompei. Ma lo Difendo” di IB

Nella vita della Chiesa, ci sono momenti in cui le decisioni sembrano assumere il volto della fermezza, e altri in cui ci si aspetterebbe un respiro più lungo, una pazienza più larga, una carità più grande. Il provvedimento di sospensione nei confronti di don Leonardo Pompei (https://diocesi.latina.it/sospensione-per-don-leonardo-pompei-il-decreto-firmato-oggi-dal-vescovo-mariano-crociata/) mi ha lasciato dentro un senso di amarezza. Non tanto perché io condivida le sue posizioni o il suo atteggiamento (ho idee teologiche completamente diverse da lui) , che anzi mi trovano distante e spesso in disaccordo, ma perché vedo in questo passo una perdita che rischia di diventare irreparabile: si sta spegnendo, almeno per ora, la voce e il ministero di un sacerdote che, pur con limiti e rigidità, è stato capace di dedicarsi, di servire, di annunciare.

Ogni sacerdote porta in sé non solo un ministero ma anche una storia, fatta di speranze, di ferite, di slanci e di cadute. È questa storia che chiede di essere ascoltata fino in fondo, prima che un decreto ponga un confine invalicabile. La decisione del vescovo Crociata appare severa, quasi una mannaia calata all’improvviso. Forse sarebbe stato possibile un cammino di maggiore dialogo, un ascolto più profondo, una ricerca di riconciliazione prima di giungere a un atto così definitivo. Mi pare che, più che un cambio d’epoca, stiamo vivendo in una Chiesa una vera rivoluzione, e questo porta inevitabilmente a smarrimenti, a prese di posizione radicali, a crisi personali. Solo quindici anni fa nessuno avrebbe immaginato di celebrare ufficialmente a San Pietro un giubileo rivolto alle comunità LGBT: un segno che scuote, che sorprende, che interpella. E di fronte a simili cambiamenti, la tentazione è quella di cercare capri espiatori, come in una nuova forma di caccia alle streghe.

Gesù, nel Vangelo, ammoniva: «Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello» (Mt 23,24). Questa immagine mi torna alla mente con forza. Si è inflessibili davanti a chi manifesta pubblicamente una distanza dal vescovo, e nello stesso tempo si chiudono gli occhi davanti a situazioni ben più gravi. È cronaca il fatto che sacerdoti condannati penalmente per reati terribili come la pedofilia siano tornati senza difficoltà ad esercitare il loro ministero, talvolta in ruoli di rilievo. E allora non sorprende se un prete come don Pompei, pur sbagliando nei modi, dichiara di non sentirsi in comunione con questa Chiesa: forse le sue ragioni, anche se espresse male, meritavano di essere comprese.

Non condivido le sue idee, non condivido il suo rifiuto della liturgia del Concilio Vaticano II, non condivido la sua scelta di contrapporsi apertamente al vescovo. Ma proprio perché non condivido, proprio perché la distanza è netta, sento di dover difendere la sua persona e il suo ministero. Non è giusto che il primo strumento utilizzato sia la sospensione: sarebbe stato meglio cercare ancora, parlare ancora, tentare ancora di tessere una trama di comunione, piuttosto che recidere con un atto.

Mi torna alla mente una frase di un film, Gli intoccabili, dove Robert De Niro, nei panni di Al Capone, pronuncia con disprezzo «sono solo chiacchiere e distintivi». A volte, anche nella Chiesa, rischiamo di ridurre la vita dei nostri sacerdoti a un insieme di formalità, regole e apparenze che diventano solo “chiacchiere e distintivi”, mentre sfugge la carne viva del Vangelo, che è misericordia, comprensione, cammino insieme.

Non si tratta di giustificare, né di acconsentire alle possibili rigidità di don Pompei. Si tratta di non perdere un sacerdote, di non ridurre a silenzio una voce che, pur disturbante, appartiene alla Chiesa. E soprattutto, di non dare l’impressione che ci si accanisca contro il moscerino, mentre i cammelli passano indisturbati davanti ai nostri occhi.

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