Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla conoscenza di sé e del divino. Buona lettura e meditazione.
§§§
L’INTERSTIZIO TEANDRICO
PER UNA NUOVA ANTICA COSCIENZA
… “fino al centro del cuore”,
là dove, risvegliandosi a sé,
l’uomo si risveglia a Dio.
Henry Le Saux
Chi conosce gli altri è sapiente; chi conosce sé stesso è illuminato.
Lao Tze
Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo nostra insaputa.
Luigi Pirandello
Tu puoi, ogni volta che lo desideri, ritirarti in te stesso. Nessun ritiro è più tranquillo né meno disturbato per l’uomo che quello che trova nella sua anima.
Marco Aurelio
* * *
L’enigmatica formula “risvegliarsi a sé”, o anche “essere presenti a se stessi”, o, ancora, “conoscere se stessi”, indica una meta tutt’altro che scontata.
Fausto Gianfranceschi:
«“Conosci te stesso”: mai sentenza è stata più difficile da eseguire. Quanto a conoscere gli altri, nessun oracolo prova nemmeno a suggerirtelo».
Nella formula è assente l’oggetto, poiché vi si dice del soggetto che ha da risvegliarsi al soggetto, del soggetto che ha da farsi presente al soggetto, del soggetto che ha da conoscere il soggetto.
Gialal al-Din Rumi:
«O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso».
Chi viaggia verso chi? È un tema di primaria importanza.
Maetro Eckhart:
«Chi vuole penetrare nel fondo di Dio, in ciò che ha di più intimo, deve prima penetrare nel suo fondo proprio, in ciò che esso ha di più intimo. In effetti nessuno può conoscere Dio se prima non conosce se stesso».
Giovanni della Croce:
«La conoscenza di se stessi, dal cui fondamento nasce la conoscenza di Dio».
Henri Le Saux:
«Il primo compito dell’uomo è rientrare all’interno e incontrare se stesso. Chi non ha incontrato se stesso, come potrà incontrare Dio? Non si incontra il Sé indipendentemente da Dio. Non si incontra Dio indipendentemente dal Sé».
La formula indica pertanto una dicotomia in seno al soggetto, e come oggetto è assente anche “Dio”, poiché, come afferma Le Saux in incipit, al risveglio a sé corrisponde il risveglio a Dio, che così non è più oggetto di fede – perciò di distanza – poiché c’è l’incontro fra Me ed Egli: non devo più crederLo perché immediatamente Lo conosco perché Lui mi conosce.
C’è quindi un interstizio teandrico ove l’umano non è più soltanto umano e il divino non è più soltanto divino: un intervallo vuoto in cui, risvegliandomi a me stesso, mi risveglio a Dio non meno di quanto Dio si risveglia a me.
Plotino:
«Spesso ridestandomi dal mio corpo a me stesso, eccomi diventato estraneo a tutto il resto e intimo solo a me stesso; contemplo allora una bellezza meravigliosa e sono sicuro di appartenere in sommo grado al mondo superiore; ho vissuto la più nobile forma di vita, sono diventato identico al divino, mi sono basato sul suo fondamento, sono pervenuto a quella suprema forma di attività e mi sono stabilito al di sopra di ogni altra realtà spirituale».
E però c’è la dicotomia che dilata (illusoriamente) l’interstizio, l’intervallo vuoto ma riempito di pensiero, cioè di materiale cogitato quale steccato che impedisce la corrispondenza immediata e suscita il soggetto e l’oggetto: Me ed Egli.
Ma come accade tale dicotomia? Come accade che si è addormentati a se stessi, non presenti a se stessi, sconosciuti a se stessi e perciò a Dio?
La dicotomia accade per distrazione: si viene dis-tratti, cioè tratti-via da se stessi ad opera del pensato, del positivo, il cui potere è magnetico-ipnotico (ypnos: sonno). Ossia: il pensante, cioè il me stesso, è magnetizzato-soporizzato dal pensato – che è il suo prodotto – che così è indotto ad identificarvisi, smarrendo così la sua peculiarità originaria che è la pura vuota presenza trascendente qualsiasi forma, dunque anche qualsiasi pensato, dal più banale al più forbito.
Eckhart Tolle:
«Nel momento in cui inizi a osservare la parte di te che pensa [il pensante], si attiva un livello superiore di consapevolezza. Allora comprendi che esiste un vasto regno di intelligenza oltre il pensiero [il pensato] e che quest’ultimo ne è solo un aspetto minore. Comprendi anche che le cose che contano davvero (la bellezza, l’amore, la creatività, la gioia, la pace interiore) sorgono al di là della mente [dei prodotti concettuali e immaginativi]. E inizi a risvegliarti».
Il pensante, il me stesso presente, è l’in-sé-così-com’è, nella sua purezza e libertà originaria; è la sicceità: sic-est (è così).
Ed è la sicceità (o talità, o quiddità) che accede, ed anzi già si trova nell’interstizio teandrico ove si realizza la theosis per l’incontro con la purezza divina del Verbo, dell’Io Sono, dell’Essere che è infinitamente prima del pensato, del parlato, dello scritto, insomma prima delle distrazioni! Che non sono più tali soltanto se sono trascese e perciò se ne vede la irriducibile relatività e quindi l’assurdità di considerarle assolute ed esclusive invece che allusive e propedeutiche. Ciò comportando la necessità del recupero di una coscienza arcaica, una coscienza semplice, sveglia – mariana! – dotata di una sensibilità diretta, pre-razionale, non mediata – quindi non condizionata – da concetti, parole, definizioni, desideri, idee fisse, passioni e quant’altro.
Thomas Merton:
«L’epoca nostra ha un disperato bisogno di questo tipo di semplicità, ha bisogno di recuperare un po’ dell’esperienza riflessa: la parola da mettere in rilievo è esperienza. Quale vantaggio può venirci dal salire sulla luna se non siamo in grado di attraversare l’abisso che ci separa da noi stessi?».
Di nuovo: l’abisso che separa chi da chi?
È l’in-sé-così-com’è che già ascolta (ma non lo sa a causa della distrazione) l’ineffabile «voce di silenzio sottile» (sibilus aurae tenuis) dell’Io Sono nella Mistica Cena:
«Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, Io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me».
E così, nell’interstizio teandrico incontro Io Sono, e perciò mi accorgo … che anch’io sono!
«Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta …»:
occorre quindi, per mezzo dell’atto apofatico-contemplativo, aprire la porta chiusa dei concetti, delle parole, dei desideri, delle idee fisse, dei sillogismi, delle passioni e di quant’altro per … far entrare Gesù nel Cenacolo! Si: ciascun di noi è il Cenacolo! È ciascuno di noi che ha da ospitare Gesù! A ciò occorrendo uno sgombero totale dell’Ambiente, dato che il Cenacolo non è un’istituzione organizzata che esercita un potere, ed in esso non c’è alcun libro di testo, non c’è alcuna bibblioteca, non c’è di che ragionare, teologare, tradurre, interpretare, spaccare il capello in quattro, dogmatizzare, discutere, bisticciare, insomma non c’è nulla del complicato, conflittuale, distraente agitarsi umano: c’è soltanto l’atto immediato e quindi mistico del cenare con Gesù. Nel Mistico Cenacolo, io mangio Gesù e Gesù mangia me: Me in Egli, Egli in Me.
Sicché, dire con Le Saux «Centro del Cuore», o Cenacolo o Interstizio teandrico, quest’ultimo d’impronta indubbiamente eucaristica, è lo stesso.
* * *
A questo punto può risultare interessante (dico interessante, non necessario) fruire di un contributo buddhista all’argomento trattato qui sopra.
Se chiamiamo “mente” (mio ente) l’in-sé-così-com’è, il puro se stesso, e manteniamo la distinzione (senza separazione) dell’unica mente fra mente pensante e mente pensata, possiamo condividere che:
«Questa mente [pensante] non è mente [pensata], poiché la caratteristica della mente [pensante] è di essere fondamentalmente pura».
(Ašxasàhasrikà Prajñàpàramità – La Perfezione della Sapienza in ottomila righe).
«Sulla base del principio dell’unica mente si danno due aspetti. Quali? Il primo è l’aspetto di vera sicceità della mente [la mente pensante], il secondo è l’aspetto di nascita-e-morte della mente [la mente pensata che continuamente sorge e si estingue]».
(Dasheng qi xin lun – Trattato sul risveglio della fede).
A quanto sopra riferendosi il termine dharmadhatu, che tra l’altro significa la “natura o essenza più profonda”, come anche “la mente esente da oscuramenti”, definizioni d’indubbia impronta mariana.
* * *
La «mente fondamentalmente pura», la vera «sicceità della mente», dice della peculiarità originaria che è la Pura Presenza – Eccomi! –, la Coscienza arcaica in sé vuota, mens informalis, di nuovo mariana, trascendente qualsiasi forma e pertanto atta a ricevere il Verbo-Luce.
“Ad Iesum per Mariam”: e infatti Mariam è la Janua Coeli.
E Mariam non è soltanto la Porta ma anche la Via.
Nel XII secolo, Alfonso X detto il Saggio, sovrano di Castiglia e Leon, dedica un omaggio cavalleresco a Mariam:
«Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via».
Mariam è la Via per il Verbo verso l’Uomo e per l’Uomo verso il Verbo. In Mariam s’attua il discendere divino nell’umano e l’ascendere umano al divino.
Nell’intervallo vuoto, chiaro, limpido, immacolato, in cui il discendere e l’ascendere simboleggiati nell’Esagramma combaciano – si baciano in segreto: «Mi baci con i baci della sua bocca!» dice il Cantico – è l’interstizio teandrico.
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0 200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
ATTENZIONE:
L’IBAN INDICATO NELLA FOTO A DESTRA E’ OBSOLETO.
QUELLO GIUSTO E’:
IBAN: IT79N0 200805319000400690898
***


14 commenti su “L’Interstizio Teandrico per una Nuova Antica Conoscenza. Il Matto.”
Cara Adriana,
io le ho parlato del mio Dio, quello che lei definisce “dispotico”. Le mie risposte ai suoi quesiti possono forse sembrarle evasive, ma non perché io voglia nascondermi: semplicemente, io posso rispondere solo di ciò che il mio Dio ha rivelato e non di ciò che ha scelto di non rivelare. Il mio Dio, proprio perché Dio, è l’Unico che conosce perfettamente Se stesso. Per questo nessuno può pretendere di comprenderlo in modo esaustivo: «Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33).
Lei, invece, pare rifiutare questo “mistero” come fosse un tappetino sotto cui si nasconde la polvere. Io non la penso così: il mistero non è un trucco per coprire le nostre difficoltà, ma l’orizzonte entro cui Dio si manifesta senza esaurirsi mai.
E allora le giro la domanda: visto che non accetta le risposte della fede, chi è – o che cosa è – il suo dio? E qual è la sua teodicea? Magari spiegandomela potrebbe persino convertirmi…
Caro don P.P.,
come già scrissi, non ho alcuna intenzione di convertire nessuno…ma lei non mi legge.
Come già scrissi, sono state individuate numerose spiegazioni al problema-irrisolto- della Teodicea, spiegazioni che ho elencato. Non ne ho alcuna mia…ma lei non mi legge.
Spetterebbe a lei propormene una convincente, come ho già scritto…ma lei non mi legge.
Dovrebbe rispecchiare la sua Fede, non la sua Dottrina istituzionale…ma lei non mi legge.
La Dottrina dell’Istituzione pretende di coniugare la Fede con la Ragione, partendo dall’assunto che a quest’ultima Dio è “inconoscibile”…perciò le Teodicee finora proposte dall’Istituzione si reggono TUTTE talmente male che, col prof. Galimberti, si potrebbe sussumere che il Dio di cui non si può neppure parzialmente conoscere i mutevoli intenti e- perciò- con cui è impossibile un dialogo fondato sulla reciproca fiducia, è il più gigantesco “pazzo” che si sia presentato finora sull’orbe terracqueo…
Caro il Matto,
lasciami usare ancora delle vertiginose metafore di Zharatustra e- forse allora- il daimon ti apparirà non solo come la tua coscienza, ma anche come colui che ” ci tira giù”, che, d’altra parte, non possiamo, comunque, buttare via, perchè è una parte di noi: quella che, ci dobbiamo portare sulle spalle…( Da: ” Così parlò Zarathustra”):
: ” Il tempo si avvita su sé stesso. Da lineare- ci alita nell’orecchio il demone- si trasforma in circolare.” Perchè ne proviamo panico? Perchè ci sembra sempre di di andare verso qualcosa, di dover raggiungere una qualche meta. Quale meta? La salvezza dell’anima, -un tempo-. Il successo economico-oggi-. C’è un punto d’arrivo! Un senso? A dare un senso alla vita è il “fine ulteriore” che la guida “dal di fuori”; a dare senso e valore all’oggi è il domani…è la promessa del domani. Il tempo teleologicamente orientato è quello tipico della concezione giudaico-cristiana: c’è un’alfa e un’omega: la creazione e il giorno del giudizio, e, in mezzo, la calata salvifica del redentore…Ma una linea ci mette poco ad incurvarsi procedendo verso se stessa. ” Questo cosmo non lo fece nessuno degli dei né degli uomini, ma sempre era e sarà. Fuoco sempre vivente che con misura divampa e con misura si spegne. ” ( Eraclito, fr. 50 ).
Non appetisce nessun senso ulteriore, né tende ad un dio trascendente…
Ma per vedere la circolarità occorre elevazione…Ci vogliono occhi d’aquila per contemplare la grande ruota del tempo, la grande curva che eternamente piega ed eternamente ritorna.
Ma, soprattutto, ci vuole uno stomaco d’aquila per digerire questa visione delle cose che sono così come sono: un “buddismo comune” ( cit. Hervé Clerc, ) cui appartiene la tua vita, il tuo destino, il tuo daimon che fa parte di te. E c’è, sì, Amore, ma non mera accettazione, bensì uno stare nel qui ed ora con gli occhi ben aperti. Simile all'”Amor fati” degli Stoici, all'”Amor Dei intellectualis” di Spinoza. Ossia: il saper stare nel Tutto come parte del Tutto.
” Ah, Nano! dissi, O Io! O Tu! Ma di noi due il più forte sono io! Tu non conosci il mio pensiero abissale! “. (Nietzsche, “La visione e l’enigma” ).
Questa sarebbe la seconda parte della mia risposta alle tue domande….Stammi bene.
Hai stimolato questo intervento (personalissimissimo).
Il cerchio dell’alfa-omega è già tracciato. ADESSO. Siamo noi che gli attribuiamo un inizio alfa e una fine omega, ma è un artificio. Il cerchio GIÀ È. Noi dobbiamo prendere un compasso per cominciare a tracciarlo per poi finire di tracciarlo.
ADESSO è COSCIENZA. Lo Specchio in cui si ricorda (si specchia) il passato e si immagina (si specchia) il futuro. Passato e futuro sono sovrastrutture che per “esistere” – come i demoni – sono subordinati all’ADESSO, alla COSCIENZA, che in sé è IMMUTABILE. Tolta la Coscienza, tolti il passato, il futuro e i demoni.
Ti invito ad un esercizio portentoso: osservati per qualche minuto e considera come il traffico dei pensieri – di qualunque specie – non sia che un flusso continuo e cangiante, il quale È e NON È la tua Coscienza, il tuo Specchio. Per esempio: mentre tu stai pensando e immaginando quel che ha detto Tizio, ed io quel che ha detto Caio (stiamo prendendo un tè insieme😉), arriva Sempronio che sbadatamente urta il tavolo settecentesco mandando in pezzi il prezioso vaso cinese che vi faceva bella mostra: che ne è di quel che dicevano Tizio o Caio?
Il magistrale rilevamento di Efrem il Siro è dirimente:
«quando allo specchio gli sono messi di fronte oggetti colorati, esso cambia di aspetto, senza in verità cambiare».
Il punto cruciale: cambiare d’aspetto senza in verità cambiare. Koan irrisolvibile cerebro-intellettualmente.
Ciao.
Caro il Matto,
e… continuando e concludendo il dialogo tra il Daimon e l’Io
( “la visione e l’enigma”, F. N. ): ” Guarda questa porta carraia, Nano, Io continuai: essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno li ha mai percorsi sino alla fine.
Questa lunga via fino alla porta e all’indietro dura un’eternità. E quella lunga via fuori della porta e in avanti è un’altra eternità. E qui, a questa porta carraia esse convergono. ” ” Tutte le cose diritte mentono- rispose il Nano- Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo. ”
E quindi, il Nano, il Daimon, è lo specchio luminoso o è l’io abissale?
Queste immagini del Nano-Daimon accovacciato sulla porta carraia, mi hanno richiamato alla suggestione di quelle del Salmo 24 (o 23): “Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria (kavod) ( degli eserciti, potente in battaglia). “. Chi è il coraggioso che percorre la doppia via (oppure che ne conosce l’unicità)? l’Io?, il Nano? Il re del kavod ?
Chi sa usare il coraggio come una mazza contro la compassione per se stessi (e che perciò la rifiuta)?
” Quella compassione che sa solo sfociare nel vittimismo.” ( F. Nietzsche, ” La visione e l’enigma” ).
Ciao, stammi benissimo.
Caro don P.P.,
non posso fare altro che prendere atto, per l’ennesima volta, che battiamo due sentieri diversi. Dico diversi, non dico uno giusto e uno sbagliato.
Come dice il proverbio, “le vie del Signore sono infinite”, e solo il Signore legge nei cuori. E vi legge a modo Suo: un modo imperscrutabile, perciò fuori della portata dell’essere umano, ecclesiastico o laico che sia.
Il modo del Signore eccede infinitamente le Scritture e la Dottrina, altrimenti occorrerebbe ammettere che il Mistero, il “chiuso”, il “serrato” è una fandonia, quindi che Dio è un’escogitazione umana e l’abbandono alla Divina Provvidenza una patologia psichica.
Con un distinto saluto.
tutto ciò che è contrario alla Sacra Scrittura non può essere via del Signore. Se Dio stesso ci ha consegnato la sua Parola ispirata, non possiamo immaginare strade che la smentiscano. Le vie del Signore sono infinite, ma non indefinite: hanno come orizzonte Cristo, che è la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6).
La Chiesa non pretende di rinchiudere il Mistero, ma custodisce fedelmente ciò che Dio ha rivelato, perché l’uomo non si perda dietro a illusioni. Dire che la Dottrina è superata o che il Mistero si oppone alla Parola significa contraddire lo stesso Signore che ci ha parlato.
Dio è più grande di noi, ma non è contraddittorio: non ci confonde, ci illumina. Perciò, chi percorre sentieri che negano o deformano la Scrittura, non cammina più con Lui
Caro don P.P.,
allora… se il dio abramitico non ci confonde, né ci inganna, ma ci illumina, perchè mai lei non ha saputo né potuto, né voluto rispondere alle mie semplici domande sulla Teodicea?
Cara Adriana,
purtroppo sono tanti gli interventi che richiedono risposta e qualcuno, disseminato tra i vari commenti, può essermi sfuggito: non so quindi se lei mi abbia già posto quella domanda. Sulla teodicea? Ma che vuole che le dica: le rispondo come la Chiesa ha sempre risposto.
Dio non inganna e non confonde; Egli permette il male solo perché da esso può trarre un bene maggiore. Il mistero del dolore non si risolve con formule filosofiche, ma con la Croce di Cristo: lì vediamo l’Innocente che soffre, non perché Dio sia sadico, ma perché il suo amore raggiunge la nostra miseria fino in fondo. Senza la Croce il male resta assurdo; con la Croce diventa via di redenzione.
Questa è la risposta cattolica: semplice, forse non “soddisfacente” per chi vuole un sillogismo, ma vera.
Caro don P,P,
Teodicea… su cui ho fatto almeno tre interventi ( tra l’altro, da lei evasivamente riconosciuti ), ma…dal “bene superiore” e dal far “sprofondare nel dolore proprio gli innocenti” come “atto d’amore” non se ne esce, con il solito alibi di “mistero della fede”. Si vuole ricorrere al -mistero – come ad un tappetino per nascondere la autentica, malvagia natura di questo dispotico dio che, proprio per il suo sadismo, piace agli uomini cui è “saltato in mente” tanto simile a loro ?
Prendo del suo fondamentalismo. Legittimo ma non esclusivo. Magnanima autorità ecclesiastica (non esclusiva, quindi) oppure dispotico potete ecclesiastico?
Molti autori antichi e moderni – da Lao Tze a Plotino, da Pirandello a Marco Aurelio – convergono sul tema del “conoscere se stessi” come via d’accesso al divino. È un’intuizione reale, che trova eco anche in sant’Agostino quando scrive che Dio è “interior intimo meo” (Confessioni III,6,11). La tradizione cristiana, dunque, non nega l’importanza dell’interiorità.
Tuttavia, la prospettiva cattolica introduce una distinzione decisiva: l’“interstizio” tra l’uomo e Dio non è un vuoto da colmare con tecniche interiori o con l’ascesi della coscienza, ma un abisso che Dio stesso ha colmato nell’Incarnazione del Verbo. Non è l’autocoscienza a rendere presente Dio; è Dio che in Cristo si è fatto vicino all’uomo, fino al peccato e alla morte, e ci ha resi figli nel Battesimo.
Per questo la salvezza cristiana non coincide con un’esperienza interiore o con una gnosi raffinata. Essa nasce dall’incontro reale con Cristo vivente, che si dona nei sacramenti, soprattutto nell’Eucaristia. La “Cena mistica” non è solo immagine dell’anima che si apre a Dio: è un fatto oggettivo, sacramentale, in cui Cristo nutre la sua Chiesa con il suo Corpo e il suo Sangue.
Anche Maria, la Janua Coeli, non è simbolo di pura coscienza o di esperienza contemplativa indistinta, ma la Madre che conduce al Figlio incarnato. “Ad Iesum per Mariam” significa affidarsi a Lei per incontrare il Cristo vivo, non dissolversi in un’esperienza impersonale del divino.
In sintesi: la vera theosis cristiana non avviene nel vuoto della coscienza, ma nella pienezza del Verbo fatto carne. La contemplazione interiore ha valore, ma diventa autentica solo quando si radica nel Mistero pasquale, celebrato e vissuto nei sacramenti della Chiesa.
Caro il Matto,
“Conosci te stesso…l’Abisso chiama l’abisso… ci vuole coraggio…
Tento un inizio di risposta alle tue domande ( perchè io le leggo come tali ):
” Che accadrebbe se un demone strisciasse nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse:- Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta, e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e suggestione, e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami, e pure questo attimo e io stesso?-. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta, e tu con essa, granello di polvere. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti, maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure…hai forse vissuto una volta un attimo immenso per cui questa sarebbe stata la tua risposta:- Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina-? “. ( F. Nietzsche. ” La gaia scienza”, libro IV. 341 ).
Hai intuito: le mie proposizioni sono domande.
Ora:
– chi sarebbe questo demone se non una forma che assume la Coscienza?
– e che altro sarebbe la Coscienza se non uno Specchio in cui tutto appare e tutto si risolve?
Lo Specchio, per quanto mi risulta (non solo cerebro-intellettualmente) è il Simbolo dei simboli.
Sempre per quanto mi risulta, nulla può darsi fuori della Coscienza, nulla può riflettersi fuori dello Specchio.
Anche il demone non potrebbe sussistere senza la Coscienza in cui apparire e dissolversi, a meno che uno non si faccia … incantare. Per questo i demoni non apprezzano il Silenzio che li stana.
La Coscienza/Specchio STA, i demoni VENGONO E VANNO, quindi sono sotto il dominio della Coscienza/Specchio.
Non serve maledire i demoni, basta … voltargli le spalle, mantenendo così immacolato lo Specchio, che infine è quello che conta. Il tempo scorre nella Coscienza, non è la Coscienza-in-sé. L’acqua del fiume SCORRE nello Specchio, mentre lo SPECCHIO è FERMO (samuraicamente: FUDO SHIN).
I commenti sono chiusi.